Il dono della vergine giusta (di Gemma Beretta, autrice di Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti 1993; scarica il cap. VI)

martedì, maggio 4, 2010
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Appassionata della vicenda storica di Ipazia d’Alessadria, seguo con interesse il dibattito di questi giorni suscitato dal film Agora di Amenabar, finalmente sugli schermi italiani. Il film, a mio parere, è capace di trasmettere con rigore quasi filologico il senso della vicenda storica della filosofa. Me lo conferma l’intervento di Stefano Cardini in risposta a Carlo Conni, quando avoca al personaggio cinematografico di Ipazia il carattere precipuo dell’azione del giusto.

“Quel che cambia – scrive Cardini -, e che c’induce a vedere in Ipazia più che negli altri l’azione di un giusto, è l’ordine dei motivi (e delle ragioni) dai quali la filosofa s’è lasciata determinare: norme di verità e giustizia colte nella loro universalità (validità per ognuno); le sole norme determinanti per l’habitus nel quale essa è stata cresciuta, e di cui l’esercizio della matematica, dell’astronomia e della filosofia erano considerate parti non-indipendenti di un’universale paideia”.

L’azione con la quale una delle fonti storiche su Ipazia – il filosofo neoplatonico Damascio – rende riconoscibile la filosofa come la presentificazione terrena della vergine giusta, “colei che nella sua saggezza sa ben controllare i momenti opportuni” (Sinesio, Aegyptii sive de providentia 3, ed. e trad. it. Garzya, p. 521), è l’azione mostrata nella scena d’apertura del film, quando la filosofa, porgendogli la pezza con il mestruo, guarisce dalla passione amorosa il suo amato alievo (nel film è impersonato dal futuro prefetto Oreste). La citazione filmica del gesto e delle parole di Ipazia è pressoché letterale.

Scrive Damascio (Vita Isidori, 77, 7 – 17, ed. C. Zintzen, Damascii vitae Isidori reliquiae, Hildesheim, Olms, 1967):

Oltre che nell’arte di insegnare, (Ipazia) giunse al grado più alto della virtù pratica, essendo cioè giusta e saggia continuò a essere vergine per tutta la vita, ed era così bella e avvenente che anche uno di coloro che solevano frequentarla cadde innamorato di lei. Egli non era in grado di dominare il suo amore, ma offriva anche a lei lo spettacolo della sua passione. I discorsi rozzi, dunque, dicono che Ipazia lo liberò dalla malattia attraverso la musica; la verità, invece, proclama che già da tempo i rimedi offerti dalla musica avevano fallito, e che, invece, lei stessa presentandogli una delle pezze usate dalle donne per il mestruo, + gettatagliola + e mostrandogli il simbolo della generazione impura, disse “questo, dunque, ami o giovane, niente di bello”. … Egli, vergognoso e smarrito a causa dell’indecente dimostrazione, si turbò nell’anima e assunse un atteggiamento più assennato. Poiché tale era la natura di Ipazia, era cioè pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, tutta la cittadinanza, a buon diritto, la amava e la ossequiava grandemente, e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti andare prima da lei.

L’interpretazione del passo è complessa per la densità di riferimenti filosofici e per un approfondimento rimando all’ultimo capitolo del mio studio Ipazia d’Alessandria comparso nel 1993 per Editori Riuniti, ormai introvabile che di seguito allego. Mi preme invece sottolineare come questa fonte su Ipazia parli appunto dell’agire giusto della stessa, e come qui sia riconoscibile quanto scrive ancora Cardini:

“La scelta del giusto affonda le radici in profondità nell’io e lontano nel passato, suo e della sua comunità animale e umana. È il dono che dopo lungo apprendistato talvolta arriva”.

Ipazia è la portatrice di questo dono nella storia e il film di Amenabar emoziona nel suo essere ponte e punto di trasmissione di questa grandezza che d’un balzo esce dal buio dei millenni per arrivare attraverso la potenza del cinema diritto nei nostri occhi e nelle nostre emozioni più profonde.

Gemma Beretta è autrice di Ipazia d’Alessandria, Roma, Editori Riuniti 1993. Scarica in formato Pdf il capitolo VI del libro, dal titolo La filosofa egizia.

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Un commento a Il dono della vergine giusta (di Gemma Beretta, autrice di Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti 1993; scarica il cap. VI)

  1. Benedetta
    domenica, maggio 16, 2010 at 10:08

    È da anni che conosco il tuo lavoro e mi sono appassionata di Ipazia. Ero curiosissima del tuo commento. Sono felice di averlo trovato. Grazie.

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