Sulle emozioni: confronto tra fenomenologia e neuroscienze

venerdì, luglio 23, 2010
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L’opera di Merleau-Ponty è l’esito di un felice chiasmo tra uno scrupoloso quanto appassionato lavoro accademico e un’intuizione filosofica straordinariamente originale e per molti aspetti profetica. Quest’ultimo aspetto della sua riflessione ha catturato su di essa l’attenzione dei maggiori neuroscienziati del mondo e sta portando, soprattutto oggi, ad un interesse sempre crescente del mondo filosofico nei confronti di questo pensatore prematuramente scomparso. Infatti, è ragionevole affermare che esistano tante analogie quante divergenze tra Merleau-Ponty e un neuroscienziato come Antonio Damasio: le prime legate ai numerosi indizi presenti nell’opera di Merleau-Ponty che, alcuni decenni dopo, sarebbero diventate prove realizzate in ambito neuroscientifico da Antonio Damasio; le seconde, invece, legate principalmente ad esigenze epistemologiche diverse che inevitabilmente collegano Merleau-Ponty ad ipotesi e tesi di carattere filosofico e Damasio a spiegazioni e dimostrazioni di carattere scientifico-causale. Scegliendo di iniziare dall’analisi delle analogie esistenti fra i due autori, innanzitutto è fondamentale evidenziare che uno dei più importanti indizi è rappresentato da quella profonda critica al cartesianesimo che accompagna tutta la riflessione merleaupontyana (da la Struttura del comportamento, alla Fenomenologia della percezione fino ad arrivare alle affascinanti intuizioni de Il visibile e l’invisibile) e che troverà la propria formulazione scientifica nel 1994, anno in cui Antonio Damasio pubblica il suo celebre Errore di Cartesio. «Je pense donc je suis»[1], la frase più celebre di tutta la storia della filosofia è il primo capo d’accusa rivolto a Cartesio. Preso alla lettera, Cartesio ci ha insegnato che dalla certezza del nostro pensiero possiamo ricavare l’evidenza della nostra esistenza. Poiché pensiamo, inevitabilmente esistiamo. «Esso suggerisce che il pensare, e la consapevolezza di pensare, siano i veri substrati dell’essere»[2]. Per Merleau-Ponty questo rapporto tra essere e pensiero va completamente ribaltato. Infatti, se per Cartesio «[…] io non sono sicuro che ci sia lì un posacenere o una pipa, ma sono sicuro che penso di vedere un posacenere o una pipa»[3]; per Merleau-Ponty non c’è motivo di conservare la certezza della percezione rifiutando quella della cosa percepita. «Se vedo un portacenere nel senso pieno della parola vedere, allora lì deve esserci un portacenere, e io non posso reprimere questa affermazione»[4]. Vedere per Merleau-Ponty significa sempre vedere qualche cosa e la percezione è il sorgere di un’esperienza, un’esperienza prima e originaria, e quindi, non mediata dal pensiero o dal giudizio. Per cui «[…] quando Cartesio ci dice che l’esistenza delle cose visibili è dubbia, ma che la nostra visione, considerata come semplice pensiero di vedere, non lo è, questa posizione non è sostenibile»[5]. Proprio perché è un tipo di esperienza non mediata la percezione può illuderci facendoci apparire diverse delle linee di uguale lunghezza (come nell’illusione di Müller-Lyer)[6] o inclinate delle linee che in realtà sono parallele (come in quella di Zöllner)[7]. Per questo motivo, secondo Merleau-Ponty, «nella proposizione “Io penso, Io sono”, le due affermazioni sono sì equivalenti, altrimenti non ci sarebbe Cogito»[8]; tuttavia è necessario comprendere il senso di questa equivalenza: «non è l’Io penso a contenere eminentemente l’Io sono, non è la mia esistenza a venire ricondotta alla coscienza che ne ho, ma viceversa l’Io penso a essere reintegrato al movimento di trascendenza dell’Io sono e la coscienza all’esistenza»[9]. Non è vero tanto il “Penso, dunque sono”, quanto piuttosto il “Sono, dunque penso” sia per Merleau-Ponty che per Damasio:

 

[…] assai prima dell’alba dell’umanità gli esseri erano esseri. A un certo punto dell’evoluzione, una coscienza elementare ebbe inizio. Con essa arrivò una mente, semplice; aumentando la complessità della mente, sopravvenne la possibilità di pensare e, ancora più tardi, di usare il linguaggio per comunicare e organizzare meglio il pensiero. Per noi, allora, all’inizio vi fu l’essere e solo in seguito vi fu il pensiero; e noi adesso, quando veniamo al mondo e ci sviluppiamo, ancora cominciamo con l’essere e solo in seguito pensiamo. Noi siamo, e quindi pensiamo; e pensiamo solo nella misura in cui siamo, dal momento che il pensare è causato dalle strutture e dall’attività dell’essere[10]”.

 

Il ribaltamento cartesiano suggerito da Merleau-Ponty e confermato successivamente da Damasio è mosso dal tentativo di recuperare quel «c’è del mondo»[11] in cui l’essere precede il pensiero, la vita anticipa la scienza, e nel quale ritrovare quel senso originario del mondo che per entrambi è sempre attuato da una coscienza incarnata nel proprio corpo, situata nel mondo e costantemente aperta all’altro. Secondo Merleau-Ponty «ridurre la percezione al pensiero di percepire significa […] rinunciare a comprendere il mondo effettivo e passare ad un tipo di certezza che non ci restituirà mai il “c’è” del mondo»[12]. Inoltre questo “pensare” che Cartesio ha considerato assolutamente certo e talmente forte da ridurre il mondo, le cose, e gli altri ad un suo correlato, lo ha anche inteso come un’attività separata dal corpo nel momento in cui ha teorizzato «la separazione della mente, la “cosa pensante”, dal corpo non pensante, dotato di estensione e di parti meccaniche[13]».

 

[…]conobbi così di essere una sostanza la cui essenza o natura era esclusivamente di pensare, e che per esistere non ha bisogno di alcun luogo e non dipende da alcuna causa materiale. Dimodochè questo io, cioè l’anima in forza della quale sono ciò che sono, è interamente distinta dal corpo e addirittura è più facile a conoscersi del corpo[…][14].

 

«Nel passaggio dall’epistemologico all’ontologico, ovvero nella considerazione della mente in quanto sostanza indipendente dal corpo, si consuma l’ ‘errore, di Cartesio»[15], simboleggiato dalla celebre distinzione tra res extensa, a cui è ricondotto il regno fisico nel quale Cartesio include il corpo e l’ambiente circostante, e res cogitans, in cui risiederebbe l’anima:

 

l’abissale separazione tra corpo e mente- tra la materia del corpo, dotata di dimensioni, mossa meccanicamente, infinitamente divisibile, da un lato, e la «stoffa» della mente, non misurabile, priva di dimensioni, non attivabile con un comando meccanico, non divisibile; ecco il suggerimento che il giudizio morale e il ragionamento e la sofferenza che viene dal dolore fisico o da turbamento emotivo possano esistere separati dal corpo[16].

 

 

Cartesio ha suggerito l’idea che anima e corpo siano due realtà che non hanno nulla in comune nonostante l’esperienza ci attesti una costante e reciproca interferenza che lui stesso intuì quando, a proposito della sensazione di dolore, osservò che il “confuso modo di pensare” che si sperimenta durante stati di sofferenza fisica è dimostrazione del fatto che «mente e corpo non sono semplicemente in relazione tra loro, ma sono intimamente ‘uniti’ e ‘fusi’»[17]. Tuttavia la tradizione occidentale ha tramandato l’insegnamento di Cartesio soffermandosi sul dualismo mente-corpo e tralasciando quelle intuizioni fondamentali, che pure sono presenti accanto al dualismo, attraverso le quali Cartesio già dimostrava di aver compreso che le emozioni abitano un terreno comune[18] tra corpo e mente. Per Cartesio emozioni e sensazioni restano inevitabilmente pensieri confusi dal momento che si sottraggono alla chiarezza e alla logica delle percezioni intellettuali razionali e matematiche. Tuttavia, nella risposta ad Antoine Arnauld che gli rimproverava nelle Quarte Obiezioni alle Meditazioni di riportare la concezione dell’uomo all’opinione platonica e di descriverlo dunque semplicemente come animus corpore utens, Cartesio afferma che l’anima è sostanzialmente unita al corpo, però «quell’unione sostanziale non impedisce di avere un concetto chiaro e distinto della sola mente come cosa completa»[19]. Ecco la radice dell’«errore», dunque: si riconosce sostanza alla mente e in definitiva esistenza ontologica. In Cartesio sembrano essere presenti pertanto il problema e la sua soluzione. Egli considera le sensazioni e le passioni irriducibili tanto al puro pensiero, quanto agli eventi fisici del mondo dell’estensione, dunque da ricondurre all’ ‘unione sostanziale, delle due sostanze che è l’essere umano. Di conseguenza «[…] la nozione di “unione sostanziale” di cui parla Cartesio sembra già indicare la via a una possibile soluzione del problema, pur restando impantanata nel dualismo»[20]. Con quasi mezzo secolo d’anticipo rispetto a Damasio, Merleau-Ponty ha intuito questo «errore di Cartesio» nel momento in cui ha affermato che «la scienza parte da quello che fu il [suo] punto d’arrivo»[21] indagando «sotto il nome di psicologia quel regno di contatto con se stessi e con il mondo esistente che Cartesio riservava ad un’esperienza cieca ma irriducibile»[22]. Il pensiero filosofico conserva la sua vitalità e l’autonomia nei confronti della psicologia, solo se «si immerge in quella dimensione del composto di anima e corpo, del mondo esistente, dell’Essere abissale, che Cartesio ha dischiuso e immediatamente rinchiuso»[23].  Da un lato, per Merleau-Ponty l’unica strada ancora percorribile dalla filosofia è la «prospezione del mondo effettuale»[24] nella consapevolezza che poiché «noi siamo un composto di anima e di corpo, bisogna che ne esista un pensiero»[25]; dall’altro, per Damasio l’unica strada percorribile dalle neuroscienze per comprendere la mente umana è pensare l’integrazione di anima e spirito come complessi (e unici) di un organismo[26]:

 

una piena comprensione della mente umana richiede una prospettiva integrata: la mente non solo deve muovere da un <<cogito>> non fisico al regno dei tessuti biologici, ma deve anche essere correlata a un organismo intero, in possesso di un cervello e di un corpo integrati e in piena interazione con un ambiente fisico e sociale[27]”.

 

 

Il superamento -in chiave filosofica – dell’opposizione classica soggetto-oggetto nella relazione fenomenologica io-altro-mondo viene riproposto da Damasio -in chiave scientifica – nel momento in cui sostituisce al dualismo cartesiano mente-corpo la connessione mente-corpo-ambiente. Infatti, così come Merleau-Ponty ha superato la dicotomia classica soggetto-oggetto con la relazione io-altro-mondo scoprendo che l’essenza della soggettività consiste nel suo essere legata a quella del corpo e a quella del mondo quando ha detto che «la mia esistenza come soggettività fa tutt’uno con la mia esistenza come corpo e con l’esistenza del mondo, perché il soggetto che io sono, concretamente considerato, è inseparabile da questo corpo e da questo mondo»[28]; analogamente Damasio ha superato il dualismo classico mente-corpo nella connessione mente-corpo-ambiente, dimostrando l’impossibilità di conoscere realmente la mente umana nel momento in cui ci si illude di poterla separare dal corpo che abita e dall’ambiente con cui interagisce. Oltre ad aver anticipato l’«errore di Cartesio» Merleau-Ponty, attraverso l’analisi del comportamento e delle sue alterazioni, ha intuito che le emozioni abitano un terreno comune tra la mente e il corpo spianando così la strada per quella formulazione scientifica della sua filosofia che sarebbe stata realizzata qualche decennio dopo da Antonio Damasio:

 

L’emozione è il frutto del combinarsi di un processo valutativo mentale, semplice o complesso, con le risposte disposizionali a tale processo, per lo più dirette verso il corpo, che hanno come risultato uno stato emotivo del corpo, ma anche verso il cervello stesso[…] che hanno come risultato altri cambiamenti mentali[29].

 

 

Tuttavia, la forte critica al cartesianesimo legata alla rivendicazione dell’unione di anima e corpo, sia in Merleau-Ponty che in Damasio trova le sue argomentazioni più forti nell’analisi di alcune patologie di celebri casi clinici attraverso la cui analisi sarà sorprendente sottolineare  -questa volta – non solo le analogie tra Merleau-Ponty e Damasio, ma soprattutto le profonde divergenze derivanti dall’appartenenza a contesti epistemologici diversi. Molte analogie possono essere individuate nell’analisi di due casi clinici; il primo[30] occupa buona parte della riflessione merleaupontyana; il secondo[31] parte consistente di quella damasiana. Schneider, protagonista del primo caso, era un reduce di guerra rimasto ferito da una scheggia di granata nella regione occipitale del cervello; Phineas Gage, protagonista del secondo, era un operaio a cui un incidente sul lavoro procurò la penetrazione di una barra di ferro attraverso la testa[32]. A proposito di Schneider, Merleau-Ponty, scrive:

 

[…] è stata una scheggia di granata a ferirlo nella regione occipitale; le deficienze visive sono massicce; sarebbe assurdo spiegare tutte le altre con quest’ultima come loro causa […][33].

 

 

Invece, riguardo a Phineas Gage, Damasio scrive:

 

La barra metallica penetra nella guancia sinistra di Gage, fora la base della scatola cranica, attraversa la parte frontale del cervello ed esce, velocissima, dalla sommità della testa, per andare a cadere, impiastricciata di sangue e di tessuto cerebrale, a una trentina di metri di distanza. Phineas Gage è stato scagliato a terra e giace stordito, nel chiarore del pomeriggio: muto ma sveglio[34].

 

 

Sia Schneider che Gage sopravvissero agli incidenti subiti ma, in un certo senso, divennero altre persone. Per quanto riguarda Schneider, divenne incapace di comprendere analogie semplici (come «il pelo è per il gatto ciò che le penne sono per l’uccello» o «la luce è per la lampada ciò che il calore è per la padella»)[35] senza aver compiuto prima un’analisi concettuale; divenne incapace di comprendere il linguaggio degli altri, le cui «parole erano segni che andavano decifrati uno ad uno, anziché essere come nel soggetto normale, l’involucro trasparente di un senso nel quale egli avrebbe potuto vivere»[36]; ma, più in generale, Schneider divenne incapace di distinguere una situazione reale da una immaginaria e «in tutta la sua condotta c’era qualcosa di meticoloso derivante dal fatto che egli era incapace di giocare»[37]. E’ perfetto l’esempio fatto da Merleau-Ponty a questo proposito, nel quale egli mette a confronto l’atteggiamento del soggetto normale con quello del soggetto malato di fronte alla stessa richiesta di eseguire il saluto militare. Se un soggetto normale esegue il saluto militare immediatamente, senza mai calarsi totalmente nella parte del soldato, ma lo realizza in maniera divertita «come l’attore introduce il suo corpo reale nel grande fantasma del personaggio che deve interpretare»[38]; Schneider, al contrario, per compiere lo stesso gesto aveva bisogno di effettuare tutta una serie di movimenti preparatori:

 

prima di tutto il malato deve trovare il suo braccio, trovare il gesto richiesto mediante movimenti preparatori, mentre il gesto stesso perde il carattere metodico che offre nella vita abituale e manifestamente diviene una somma di movimenti parziali laboriosamente giustapposti[39].

 

 

Schneider non subì una deficienza di carattere intellettivo; piuttosto iniziò ad abusare della propria intelligenza per il bisogno di scindere un movimento di per sé già semplice in una serie di movimenti ancora più semplici ed elementari; per il bisogno di compiere un’analisi concettuale  prima di cogliere il senso di una semplice analogia. Schneider divenne incapace di aderire immediatamente ad un mondo, ad una generalità che non fosse solo quella a lui familiare ed abitudinaria. La sua difficoltà nell’eseguire movimenti astratti dipendeva dalla perdita di quell’unità melodica senza la quale il malato, anziché eseguire immediatamente il gesto o cogliere l’analogia, ricostruisce pezzo a pezzo tanto il movimento che il senso delle parole. La sua malattia, dunque, non era un difetto dei sensi o dell’intelletto, ma piuttosto era legata all’incapacità di cogliere il senso complessivo di una situazione. Schneider per conoscere qualcosa procedeva per frammenti ed ipotesi. Era incapace di tradurre la percezione in movimento se non ricorrendo ad una serie successiva di mediazioni[40]; ma anche di ricostruire il senso complessivo di una storia se non ricostruendone il tutto per frammenti[41]. La patologia non gli consentiva più di richiamare il passato nel presente né tantomeno di anticipare il futuro, ma tutto era vissuto frammentariamente senza alcuna continuità. Anche la sua sfera affettiva fu pesantemente compromessa in seguito all’incidente. A tal proposito Merleau-Ponty scrive:

 

Schneider non ricerca più l’atto sessuale in modo spontaneo. Le immagini oscene, le conversazioni su oggetti sessuali, la percezione di un corpo non fanno nascere in lui nessun desiderio. Egli non bacia quasi mai, e per lui il bacio non ha valore di stimolazione sessuale. Le reazioni sono strettamente locali e non cominciano senza contatto. Se i preliminari sono interrotti, il ciclo sessuale non cerca di proseguire.[…]Se l’orgasmo interviene prima nella donna e essa s’allontana, il desiderio abbozzato scompare. In ogni momento le cose accadono come se il soggetto ignorasse ciò che c’è da fare. Non ci sono movimenti attivi se non pochi istanti prima dell’orgasmo, che è brevissimo[42].

 

Schneider divenne incapace di qualsiasi iniziativa sessuale. Ciononostante la sua «inerzia sessuale»[43] non fu la conseguenza di una mancanza di rappresentazioni tattili o visive poiché nella realtà queste rappresentazioni non erano state perse, ma semplicemente non significavano più niente. Infatti, se per un individuo normale «il corpo visibile è sotteso da uno schema sessuale»[44], al contrario «per Schneider un corpo femminile non aveva un’essenza particolare»[45], ma tuttalpiù le donne lo attraevano per il loro carattere. In Schneider venne completamente meno «la capacità di proiettare di fronte a sé un mondo sessuale, di mettersi in situazione erotica, così come in genere non era più in situazione affettiva o ideologica»[46]. Contro la diagnosi degli psicologi tedeschi Gelb e Goldstein che avevano creduto di poter affermare con certezza che il disturbo di Schneider fosse esclusivamente di carattere visivo e che, di conseguenza, studiando il suo caso avrebbero potuto ricavare informazioni sul tatto puro, Merleau-Ponty non solo replica dicendo che un tatto puro, non coadiuvato dalla vista non è un tatto sano (dal momento che si manifesta soltanto nella malattia), ma aggiunge che in Schneider la disorganizzazione visiva produce una malattia del tatto e al tempo stesso un’alterazione di tutto il soggetto. «La patologia moderna – afferma Merleau-Ponty – dimostra che […] ogni disturbo si caratterizza in base alla regione del comportamento che colpisce principalmente»[47]:

 

L’esperienza tattile non è una condizione separata che si possa mantenere costante per tutto il tempo in cui si fa variare l’esperienza visiva, in modo da reperire la causalità propria di ciascuna, e il comportamento non è una funzione di queste variabili, ma è presupposto nella loro definizione così come ciascuna è presupposta nella definizione dell’altra […][48].

 

 

Il comportamento è, secondo Merleau-Ponty, il livello fondamentale del disturbo di Schneider ed è a partire da esso che si individuano le singole componenti del disturbo. Infatti, secondo Merleau-Ponty, nel momento in cui si cerca di circoscrivere e limitare «alla visione o al tatto o a qualche dato di fatto»[49] la causa del disturbo di Schneider, si finisce inevitabilmente per restare «ciechi alla dimensione del comportamento»[50]. Al contrario, nella sua prospettiva, proprio perchè «il comportamento è una forma, nella quale i “contenuti visivi” e i “contenuti tattili”, la sensibilità e la motilità figurano a titolo di momenti inseparabili, allora esso rimane inaccessibile al pensiero causale»[51] e per comprenderlo è necessario riferirsi a un’altra specie di pensiero:

 

 

quello che prende il suo oggetto allo stato nascente, così come appare a chi lo vive, con l’atmosfera di senso in cui è avvolto, e che cerca di introdursi in questa atmosfera, per ritrovare, dietro i fatti e i sintomi dispersi l’essere totale del soggetto, se si tratta di un individuo normale, il disturbo fondamentale, se si tratta del malato[52].

 

 

Merleau-Ponty ammette che in Schneider i disturbi motori coincidono con i disturbi massicci della funzione visiva e che entrambi sono legati alla lesione occipitale che è all’origine della malattia; tuttavia, a suo avviso, il tentativo di spiegare tutti i disturbi di Schneider risalendo- come procede il pensiero scientifico/causale- ad una causa da cui dipenderebbero, «riconduce a quei problemi “metafisici” che il positivismo [stesso] vorrebbe eludere»[53]. Per Merleau-Ponty, la deficienza di Schneider interessa una funzione più profonda del tatto o della vista, e concerne piuttosto «l’area vitale del soggetto, quella apertura al mondo la quale fa sì che degli oggetti attualmente fuori presa contino egualmente per il soggetto normale, esistano tattilmente per lui e facciano parte del suo universo motorio»[54]; e l’unico modo per comprenderla consisterebbe nel ricostruire il disturbo fondamentale di Schneider «risalendo dai sintomi non a una causa anch’essa constatabile, ma a una ragione o a una condizione di possibilità intellegibile,- nel trattare il soggetto umano come una coscienza indecomponibile e interamente presente in ogni sua manifestazione»[55]. Da una parte Merleau-Ponty ammette che l’origine del disturbo di Schneider non è di natura metafisica ma è da rintracciare nella scheggia di granata che l’ha colpito nella regione occipitale del cervello; dall’altra (ammette) che pur essendo massicce le deficienze visive «sarebbe assurdo spiegare tutte le altre con quest’ultima come loro causa, così come – \analogamente – sarebbe assurdo pensare che la scheggia di granata si è incontrata con la coscienza simbolica»[56]. La malattia, quindi, parte dall’elemento fisiologico per poi estendersi al comportamento che l’uomo ha con il mondo. Il disturbo di Schneider ha origine in un elemento particolare, ma questa origine viene trascesa in un diverso rapporto del soggetto con il mondo. Così come per la psicologia della Gestalt «il tutto è più grande della somma delle sue parti», analogamente per Merleau-Ponty non è sommando i singoli disturbi di Schneider che si ottiene una spiegazione esaustiva dell’alterazione totale del suo comportamento, ma al contrario:

 

Dobbiamo comprendere come la malattia di Schneider sopravanzi da ogni parte i contenuti particolari- visivi, tattili e motori della sua esperienza, e in pari tempo come essa colpisca la funzione simbolica solo attraverso i materiali privilegiati della visione[57].

 

 

E’ evidente che il disturbo si manifesti sempre a partire dalle componenti organiche; tuttavia, secondo Merleau-Ponty, non è possibile spiegarlo fermandosi a queste ultime. A tal fine – realizzando un totale distacco da qualsiasi tipo di spiegazione di carattere scientifico/causale- Merleau-Ponty recupera e mescola elementi di hegelismo a tratti di bergsonismo per individuare la ragione (e mai la causa) del disturbo di Schneider. Come per Hegel coscienza, autocoscienza e ragione sono «tre componenti isolabili dello spirito»[58], (tenendo presente che «questo isolare tali momenti ha a suo presupposto e a sua sussistenza lo spirito stesso; ovvero esso isolare esiste solo nello spirito, il quale è l’esistenza»)[59]; così per Merleau-Ponty è possibile comprendere il disturbo di Schneider solo considerando che «i contenuti visivi sono ripresi, sublimati e utilizzati al livello del pensiero da una potenza simbolica che li oltrepassa, ma questa potenza può costituirsi proprio sulla base della visione»[60]«. Come nella dialettica hegeliana lo spirito assoluto trascende ogni stadio restando comunque presente in ciascuno di essi, così l’alterazione del comportamento di Schneider ha origine in un elemento particolare (la vista), ma questa origine viene trascesa in un diverso rapporto del soggetto con il mondo. Ogni deficienza particolare si traduce in un disagio del rapporto uomo-mondo. Quest’ultimo è, per Merleau-Ponty, una ripresa della corporeità dell’uomo ad un livello più alto dell’esistenza. Ad esempio, la vista da fenomeno biologico viene trascesa come capacità di dominare il mondo. Così come nel movimento dialettico, lo spirito assoluto non è indifferente ad «ognuno dei concetti impiegati da Hegel [coscienza, autocoscienza e ragione] ma [è grazie ad esso che] ciascuno viene ripreso, rifuso e per così dire ripensato a uno stadio superiore dello sviluppo»[61]; analogamente per Merleau-Ponty il movimento dell’esistenza, o durata, non è indifferente ai singoli disturbi (visivi, tattili, motori, ecc.) ma, al pari dello spirito hegeliano, permea questi disturbi elevando, volta per volta, ciascuno di essi ad un livello più alto.

 

La visione e il movimento sono modi specifici di riferirci agli oggetti, e se, attraverso tutte queste esperienze, si esprime una funzione unica, tale funzione è il movimento d’esistenza, che non sopprime la diversità radicale dei contenuti: infatti, non li collega assoggettandoli tutti a un “io penso”, ma orientandoli verso l’unità intersensoriale di un mondo[62].

 

 

Qui il movimento della fenomenologia hegeliana, la quale  «si innalza a sviluppi sempre più ricchi, i quali però riproducono sempre in sé gli sviluppi precedenti prestando loro un significato nuovo»[63], viene fuso da Merleau-Ponty con il concetto bergsoniano di durata. Se la durata «è quel progresso continuo del passato che rode il futuro e che aumenta a mano a mano che avanza»[64] e ogni disturbo di Schneider è essenzialmente connesso alla sua incapacità di richiamare il passato nel presente oltre che di anticipare il futuro; allora è attraverso questa nozione che Merleau-Ponty può spiegare in termini non causali quel movimento dell’esistenza compromesso in Schneider dal singolo disturbo vissuto. Se la durata è «essenzialmente una continuazione di ciò che non è più in ciò che è»[65], è attraverso essa che si può spiegare -secondo Merleau-Ponty – perché Schneider non è più in grado di eseguire «un movimento in cui l’istante precedente non è ignorato, ma incorporato nel presente[66]» e, in generale, perché ha subito un’alterazione della «percezione presente [la quale] consiste nel riprendere, basandosi sulla posizione attuale, la serie delle posizioni anteriori, che si involgono vicendevolmente [e in cui] anche la posizione imminente è involta nel presente e, attraverso di essa, tutte quelle che verranno sino al termine del movimento»[67]. Se la durata è la «forma assunta dai nostri stati di coscienza quando il nostro io si lascia vivere, quando non si mette a fare una distinzione tra uno stato anteriore e quello presente»[68], è attraverso questo concetto che è possibile spiegare perché Schneider non è più in grado di riprendere il significato delle parole precedentemente acquisito poiché «al pari degli eventi, le parole non sono per lui il motivo di una ripresa o di una proiezione, ma solo l’occasione di una interpretazione metodica»[69]; così come  è possibile capire perché «in Schneider la concezione del numero è colpita solo in quanto presuppone eminentemente la capacità di dispiegare un passato per andare verso un avvenire»[70]. Quello che è stato compromesso in Schneider è la capacità di ripresa del passato nel presente e la proiezione di entrambi verso il futuro, capacità in cui consiste la durata. Schneider non vive il presente come momento assolutamente nuovo e simultaneamente inseparabile da quello passato; e non accumula ogni singolo momento dell’esistenza facendone un bagaglio di esperienze che, riattualizzato di volta in volta, gli consentirebbe di vivere il mondo senza dover ogni volta nascere nuovamente in esso, permettendogli di cogliere immediatamente il senso complessivo di una situazione anziché procedere per ipotesi e frammenti. Se la durata è quel flusso o passaggio in cui consiste la continuità della nostra vita interiore[71], in cui ogni momento successivo non è uguale a quello precedente, poiché porta con sé il suo ricordo, è solo attraverso una sua alterazione che Merleau-Ponty può- in generale- giustificare perché  in Schneider è compromesso «quel dialogo del soggetto con l’oggetto, quella ripresa da parte del soggetto del senso sparso nell’oggetto e da parte dell’oggetto delle intenzioni del soggetto, che è la percezione fisionomica, [che] dispone attorno al soggetto un mondo che gli parla di se stesso e installa nel mondo i suoi propri pensieri»[72]. In breve, potremmo dire che per Merleau-Ponty la ragione del disturbo di Schneider sta nel fatto che egli non vive più una durata, ma solo un tempo spazializzato. Il comportamento è simultaneamente il principale punto di contatto e di distacco tra le spiegazioni dei casi di Schneider e di Phineas Gage e, a livello generale, tra Merleau-Ponty e Antonio Damasio, poiché il primo si avvale di una ragione per spiegarne l’alterazione e il secondo, da medico, di una causa. Damasio racconta che dopo soli due mesi dall’incidente Gage era guarito. Tuttavia, «il suo corpo poteva essere ben vivo e vegeto, ma c’era un nuovo spirito che lo animava»[73]. Infatti il dottor Harlow, che ha fatto del caso di Phineas Gage l’interesse principale della sua esistenza, nell’elaborare il materiale raccolto dall’osservazione del suo paziente, fece notare come lo spirito, il carattere, il modo di essere di Gage in seguito all’incidente fosse radicalmente cambiato. Da un punto di vista fisiologico Gage si riprese perfettamente. Udiva, toccava, vedeva anche se da un solo occhio. Quello sinistro l’aveva perso, ma dall’occhio destro ci vedeva benissimo. Non aveva subito danni all’apparato motorio, né all’uso della parola o del linguaggio. Eppure i suoi familiari, i suoi  amici, i suoi parenti e colleghi non facevano altro che osservare che «Gage non era più lo stesso»[74]. Prima dell’incidente, era una persona molto equilibrata, svolgeva in modo impeccabile il suo lavoro; era rispettoso ed educato nei confronti di tutti, ed era considerato il migliore dai suoi collaboratori. In seguito all’incidente il suo modo di essere cambiò radicalmente. Damasio, a questo proposito scrive:

 

era bizzarro, insolente, capace a volte delle più grossolane imprecazioni, da cui in precedenza era stato del tutto alieno; poco riguardoso nei confronti dei compagni; insofferente di vincoli o consigli che contrastassero i suoi desideri; a volte tenacemente ostinato, e però capriccioso e oscillante; sempre pronto a elaborare molti programmi di attività future che abbandonava non appena li aveva delineati…Un bambino nelle sue manifestazioni e capacità intellettuali ma con le passioni animali di un adulto robusto. Il linguaggio è talmente osceno e degradato che alle donne si consiglia di non rimanere a lungo in sua presenza, o la loro sensibilità ne sarà turbata[75].

 

 

L’incidente subito da Gage aveva prodotto un brusco cambiamento del suo comportamento. I nuovi aspetti della sua personalità erano fortemente in contrasto con le «abitudini moderate e con la grande forza di carattere che gli erano state proprie, come si sapeva, prima dell’incidente»[76]. Gage perse il suo lavoro e non riuscì mai ad assicurarsi un posto che fosse retribuito a sufficienza da permettergli di essere indipendente. Ma è evidente come secondo Damasio «il problema non stava in un difetto di abilità o di capacità fisica; il problema era il suo nuovo carattere»[77]. A partire dal 1859 la salute di Gage peggiorò. Andò a vivere con la madre e con la sorella. Non poteva più vivere da solo. Iniziò a soffrire di crisi epilettiche e secondo Damasio una di queste gli fu letale. Il significato di una vicenda così strana sta nel fatto che Phineas Gage, senza volerlo, ha contribuito a scoprire che «un danno cerebrale può comportare la fine dell’osservanza di regole etiche e convenzioni sociali acquisite in precedenza, anche quando né il linguaggio né l’intelletto sembrano compromessi»[78]. Phineas Gage, in qualche modo, è stato la cavia umana che ha permesso agli scienziati di scoprire come nel cervello ci siano zone connesse al comportamento umano e/o alle emozioni la cui lesione, come nel caso di Gage o di Schneider, può provocare gravi alterazioni dello stesso comportamento e forti riduzioni della reattività emotiva. Infatti, così come secondo Merleau-Ponty è possibile comprendere il disturbo del «malato di Gelb e Goldstein, (che non ha più l’intuizione dei numeri, non comprende più le analogie, non percepisce più gli insiemi simultanei) soltanto al livello del comportamento simbolico»[79]; analogamente secondo Damasio, è possibile comprendere il disturbo di Gage solamente a partire dà quel suo «comportamento nuovo e in qualche modo fuori dall’ordinario»[80] che ha permesso di provare scientificamente come «una condotta sociale normale richieda una particolare regione del cervello che le corrisponde[81]». Con una differenza fondamentale: che Merleau-Ponty riconduceva l’alterazione del comportamento di Schneider non al singolo disturbo fisico, ma al mutamento che questo induceva nella sua esistenza; mentre, per Damasio la causa del disturbo di Gage è da rintracciare in quella particolare regione del cervello che è stata danneggiata in seguito all’incidente.

 

Si può affermare con sicurezza che il danno fu più esteso sul lato sinistro che su quello destro, e nei settori anteriori anziché in quelli posteriori della regione frontale nel suo insieme.[…]In Gage fu sicuramente danneggiata parte di una regione che dalle nostre più recenti osservazioni si rivela critica per il processo di decisione in condizioni normali, cioè la regione prefrontale ventromediana.[…]La Damasio e i suoi colleghi poterono affermare con qualche fondamento che era stato un danno selettivo alle cortecce prefrontali del cervello di Phineas Gage quello che aveva compromesso la sua capacità di comportarsi nel rispetto delle regole sociali a lui note in precedenza, di decidere la linea di condotta capace di risultare alla fine la più vantaggiosa per la sua sopravvivenza, di pianificare il proprio futuro[82].

 

Altri casi analizzati da Damasio -dopo quello di Gage- confermarono le intuizioni di Merleau-Ponty. Ad esempio la vicenda di un tale Elliot, portato in visita al dottor Damasio all’età di circa trent’anni. Elliot si presentava come un uomo affascinante, serio, composto, un uomo intelligente capace di ammaliare con i suoi racconti, a volte freddo tanto da sembrare privo di emozioni e quasi incapace di provare un coinvolgimento affettivo. Elliot aveva una famiglia, era un ottimo padre e inoltre possedeva un ottimo impiego presso un rinomato ufficio legale. Era considerato un modello da seguire da parte di amici e colleghi. Tutto questo fino al momento in cui la sua vita precipitò bruscamente in un baratro. Ad un certo punto, Elliot iniziò a soffrire di forti mal di testa e i primi medici che lo visitarono sospettarono che si trattasse di un tumore al cervello. Le analisi confermarono i sospetti. Si trattava di un meningioma che, come spiega chiaramente Damasio, prende questo nome perché la massa tumorale si sviluppa all’altezza delle meningi per poi estendersi rapidamente. In genere i meningiomi sono tutti benigni, ma se non presi in tempo, possono diventare maligni. Nel caso di Elliot era necessario intervenire chirurgicamente. E così avvenne. Fu operato e i medici considerarono l’operazione perfettamente riuscita. Elliot era guarito e il tumore era stato rimosso. «E tuttavia per molti versi Elliot non era più Elliot»[83]. Mentre in Gage il cambiamento di personalità avvenne dopo molto tempo in seguito all’incidente subito, Elliot iniziò a mostrare delle anomalie già durante il periodo di convalescenza. Mentre era ancora in ospedale i suoi familiari e i suoi amici non lo riconoscevano più. Elliot non era più in grado di prendere delle decisioni. Non era più in grado di amministrare correttamente il proprio tempo. «Al mattino aveva bisogno di essere sollecitato per mettersi in movimento e prepararsi per andare al lavoro»[84]. Qui giunto, non era in grado di gestire il tempo a sua disposizione per portare a termine un lavoro. Era capace di passare intere giornate ad esaminare un solo documento, o a completare una minima parte del lavoro da svolgere e chiaramente questo nuoceva all’economia generale del lavoro stesso. Così come in Schneider si registrava un abuso dell’intelligenza poiché egli era in grado di comprendere un’analogia solo in seguito ad un’analisi concettuale (ad esempio quando «rifletteva sull’analogia dell’occhio e dell’orecchio e manifestamente la comprendeva solo nel momento in cui poteva dire: L’occhio e l’orecchio sono entrambi organi di senso, dunque devono produrre qualcosa di simile»)[85], e (così come) era in grado di compiere un movimento astratto solo dopo averlo suddiviso in una serie di movimenti preparatori giustapposti l’uno accanto all’altro; analogamente Elliot «eseguiva troppo bene i suoi compiti»[86] mostrando- come Schneider- di utilizzare troppo la propria intelligenza quando «per esempio, era probabile che all’improvviso abbandonasse il lavoro di selezione [di alcuni documenti] che aveva cominciato per mettersi a leggere, con attenzione e intelligenza, uno di quei documenti magari dedicandovi l’intera giornata»[87], oppure quando trascorreva «l’intero pomeriggio a sceverare quale criterio di ordinamento fosse il più opportuno»[88] a discapito del flusso di lavoro che, in questo modo, veniva costantemente interrotto. Inoltre così come nella condotta di Schneider «c’era qualcosa di meticoloso derivante dal fatto che egli era incapace di giocare»[89]; analogamente è possibile dire che «Elliot diveniva irrazionale rispetto al più ampio quadro di comportamento, che riguardava le sue priorità principali, mentre in quadri più ristretti, attinenti a compiti sussidiari, le sue azioni erano molto più minuziose di quanto fosse necessario»[90]. Tuttavia, Damasio, contrariamente a quanto

fa Merleau-Ponty con Schneider, ancora una volta non spiega la ragione dei disturbi di Elliot ipotizzando un’alterazione della sua durata, ma -analogamente a quanto già fatto per Phineas Gage – ne individua la causa neurologica.

 

L’analisi mediante tomografia computerizzata e mediante risonanza magnetica consentì di capire che erano stati lesi entrambi i lobi frontali- destro e sinistro- e che il danno era molto più grande a destra che a sinistra. […] il danno era localizzato all’interno del settore orbitario e mediano […][91].

 

Non c’è dubbio che sia Gage che Elliot, in seguito agli incidenti subìti, conobbero una profonda alterazione della loro personalità[92]. I suoi incontri con Elliot, convinsero Damasio che la causa dei suoi errori e delle sue decisioni sbagliate fosse di natura neurologica e che il tumore aveva danneggiato qualche regione del cervello legata alla capacità dell’individuo di far culminare il ragionamento in decisione[93]. Proprio quest’ultimo aspetto ancora una volta permette di riscontrare delle analogie tra Schneider ed Elliot. Infatti così come per Schneider «i volti non erano né simpatici né antipatici, le persone si qualificavano solo se erano in relazione diretta con lui e secondo l’atteggiamento adottato verso di lui, l’attenzione e la sollecitudine che gli manifestavano»[94], e (così come) –in generale – «il sole e la pioggia non erano [per lui] né lieti né tristi, l’umore dipendeva esclusivamente da funzioni organiche elementari, [e] il mondo era effettivamente neutro»[95]; analogamente:

 

[…]Elliot riusciva a raccontare la tragedia della sua vita con un distacco che strideva rispetto alla portata degli eventi. Era sempre controllato, sempre capace di descrivere vicende e circostanze con la freddezza dello spettatore non coinvolto […] egli non impediva l’espressione di una risonanza emotiva interiore, né nascondeva un’agitazione interna: semplicemente non c’era in lui alcuna agitazione da nascondere. […] Sembrava accostarsi alla vita sempre sulla stessa nota neutra; mai, in ore di chiacchierate colsi in lui una sfumatura di emozione: niente tristezza, né impazienza o frustrazione, sotto l’incalzare delle mie domande […][96] .

 

In Schneider, Phineas Gage, ed Elliot ci sono evidenti alterazioni legate al comportamento sociale e alla capacità di prendere decisioni. Tuttavia l’analisi di Elliot aveva suscitato in Damasio preziose intuizioni. In Elliot, come in Schneider, era evidente anche la riduzione della reattività emotiva e del sentimento[97].

Nel dispiegare le proprie emozioni Elliot era assai più pacato adesso di quanto fosse prima di essere colpito dal tumore. Sembrava accostarsi alla vita sempre sulla stessa nota neutra; mai, in ore di chiacchierate, colsi in lui una sfumatura di emozione: niente tristezza né impazienza o frustrazione, sotto l’incalzare delle mie domande[98].

 

Alla luce della profonda divergenza epistemologica che separa Merleau-Ponty da Antonio Damasio, ancor di più ci sorprende la convergenza tra le rispettive analisi sul caso di Schneider e quello di Phineas Gage, e -più in generale – sulla critica della filosofia cartesiana.

 

 

[1] E’celebre il passo in cui Cartesio arriva alla formulazione di quella che, a suo avviso, sarebbe l’unica verità indiscutibile: “[… ]Ma subito dopo mi resi conto che nell’atto in cui volevo pensare così, che tutto era falso, bisognava necessariamente che io che lo pensavo fossi qualcosa. E osservando che questa verità, Penso dunque sono, era così salda e certa da non poter vacillare sotto l’urto di tutte le più stravaganti supposizioni degli scettici, giudicai di poterla accettare senza scrupolo come il primo principio della filosofia che cercavo[…]”, in Descartes R., Discorso sul metodo, a cura di E. Gilson – E. Carrara, Milano, La Nuova Italia, 1932, 1935, 1996, p. 38.

[2] Damasio A. R., L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano 1995, p. 337.

[3] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, cit., p. 483. Riguardo la critica merleaupontiana a Cartesio si veda anche: Arce Carrascoso J. L., El problema del cogito en la fenomenologia de la perception de Maurice Merleau-ponty, in <<Anales del Seminario de Metafisica>>, Madrid, 1992, n. extra, pp. 217-233; Hudac M. C., Merleau-Ponty in the Cartesian dubito. A critical analysis, in <<History of Philosophy Quarterly>>, Bowling Green(Ohio), (8) 1991, n. 2, pp. 207-219; Rigetti S., Soggetto e identità. Il rapport anima-corpo in Merleau-Ponty e Foucault, Modena, Mucchi Editore, 2006; Toadvine T., The cogito in Merleau-Ponty’s theory of intersubjectivity, in <<The Journal of the British Society for Phenomenology>>, (31) 2000, n. 2, pp. 197-202.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, p. 484.

[6] Cfr., “Per la percezione una linea oggettiva isolata e la medesima linea in una figura cessano di essere la stessa”, pp. 44-45.

[7] Cfr., “Perché due linee prima parallele cessano di far coppia e sono trascinate in una posizione obliqua dal contesto immediato in cui vengono introdotte? Tutto avviene come se tali rette non facessero più parte dello stesso mondo”, p. 73.

[8] Ivi, p. 492.

[9] Ibidem.

[10] Damasio A.R., L’errore di.., cit., p. 337.

[11] Merleau-ponty M., Il visibile e…, cit., p. 61.

[12] Ibidem.

[13] Damasio A. R., L’errore di…, cit., p. 337.

[14] Descartes R., Discorso…, cit., p. 38.

[15] Pireddu M., Modi della carne. Fenomenologia e coscienza tra Merleau-Ponty e Varela, documento digitale, U. R. L.: http://www.mediazone.info/site/_files/postumano/Mario%20Pireddu%20-%20Modi%20della%20carne.pdf

[16] Damasio A. R., L’errore di…, cit., p. 338.

[17] Cartesio R., Discorso…, cit., p. 124.

[18] L’espressione è del Merleau-Ponty de la Fenomenologia…, cit.,  p. 125.

[19] Cartesio R., Meditazioni metafisiche. Obbiezioni e risposte, Laterza, Roma-Bari 1986, p. 430.

[20] Pireddu M., Modi della carne. Fenomenologia e coscienza tra Merleau-Ponty e Varela, cit.

[21] Merleau-Ponty M., L’occhio e…, cit., p. 41.

[22] Ibidem.

[23] Ibidem.

[24] Ivi, p. 41.

[25] Ibidem.

[26] Damasio A. R., L’errore di…, cfr., p. 341.

[27] Ivi, p. 341.

[28] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…,  cit., p. 522.

[29] Damasio A. R., L’errore di…, cit., p. 202.

[30]  Il riferimento è al caso di Schneider analizzato indirettamente da Merleau-Ponty mediante gli studi degli psicologi tedeschi Gelb e Gosdstein. Questi studi affascinarono Merleau-Ponty sin dalla prima opera Struttura del comportamento, testo in cui l’autore francese già intuisce che il comportamento è la struttura a fondamento dei disturbi del malato Schneider. Il testo più consultato dei due psicologi tedeschi è: Gelb-Goldstein, Über den Einfluss des vollständingen Verlustes des optischen Vorstellungsvermögens auf das taktile Erkennen.- Psycologische Analysen hirnpathologischer Fälle, cap. II, pp. 157-250. Sulla riflessione merleaupontiana sul caso Schneider, cfr: Vano O. G.- Marian A., Schneider’s apraxia and the strained relation between experience and description, in «Philosophical Psycology», (13) 2000, n. 2, pp. 247-259.

[31] Il riferimento è al caso di Phineas Gage analizzato indirettamente da Antonio Damasio mediante gli studi dei medici e neuroscienziati che prima di lui si sono occupati di questo caso. I testi più consultati sono: Harlow J. M., Recovery from the passage of an iron bar through the head, in «Publications of the Massachusetts Medical Society», 2, 1868; -, Passage of an iron rod through the head, in «Boston Medical and Surgical Journal», 39, 1848-1849; Damasio H.- Grabowski T.- Frank R.- Galaburda A. M.- Damasio A R., The return of Phineas Gage: the skull of a famous patient yelds clues about the brain, in «Science», 264, 1994.

[32] A differenza di quanto accaduto a Schneider, la dinamica dell’incidente di Phineas Gage è ben documentata e descritta da Damasio. La vicenda narrata risale alla fine dell’estate del 1848. Phineas Gage all’epoca aveva venticinque anni e lavorava come capo di una squadra numerosa di operai che lavoravano alla costruzione di una linea ferroviaria nel Vermount. P. Gage era considerato dai suoi capi il più abile e capace di tutti. Il lavoro svolto da Gage era un lavoro estremamente delicato che esigeva sistematicità ma soprattutto lucidità mentale. Il minimo errore avrebbe potuto essere fatale. E in effetti così fu. Il lavoro di Gage e della sua squadra era estremamente schematico, richiedeva l’esecuzione di una serie di movimenti standard che esigevano di esser eseguiti con la massima precisione. Gage e i suoi operai alla fine dell’estate del ’48 stavano lavorando nei pressi della roccia. Di conseguenza per avanzare nella costruzione della rete ferroviaria era necessario collocare nella cavità della roccia la polvere da sparo, dopodichè questa doveva essere coperta da sabbia ed infine con una barra di ferro era necessario pressare la sabbia nella polvere in maniera tale che ci si assicurasse che l’esplosione avvenisse all’interno della roccia. La tragedia accadde proprio mentre Gage ed altri operai erano impegnati ad eseguire questa operazione. Gage aveva appena collocato nella roccia la polvere da sparo ed aveva ordinato all’operaio al suo fianco di ricoprirla di sabbia, quando improvvisamente fu richiamato da un altro collega alle sue spalle. Gage si voltò per ascoltare cosa avesse da dirgli e automaticamente iniziò a pressare con la barra di ferro la polvere da sparo, convinto che l’operaio al suo fianco l’avesse già ricoperta di sabbia. Fu un errore di distrazione. Fatale. Immediatamente la pressione della barra di ferro sulla polvere da sparo provocò alcune scintille e l’esplosione anziché avvenire, come di consueto, all’interno della roccia, si verificò all’esterno. L’impatto fu drammatico. La barra di ferro che Gage aveva afferrato gli penetrò attraverso la guancia sinistra, gli trapassò la scatola cranica, penetrando per il lobo prefrontale e in maniera rapidissima fuoriuscì dal cranio per poi cadere a terra ad una distanza di circa trenta centimetri rispetto a Gage. La scena a cui assistettero gli altri operai fu drammatica. Gage cadde a terrà ma non perse mai i sensi. Immediatamente  i suoi compagni lo trasportarono su una barella fuori dalla cava e dopo aver percorso un chilometro arrivarono all’albergo più vicino. L’albergo apparteneva a un certo Joseph Adams che possedeva l’unico albergo e l’unico spaccio di alcolici di Cavendish. Quando arrivò il primo medico, John Harlow, Gage continuava ad essere lucido. Raccontò lui stesso al medico quanto gli era appena accaduto, descrivendo minuziosamente le cause e i particolari dell’incidente. Successivamente sarebbe arrivato anche un secondo medico, più giovane rispetto al primo, a visitare Gage. Ovviamente l’episodio suscitava sconcerto. Non solo era incredibile che un uomo fosse sopravvissuto ad un simile incidente; ancor più incredibile era che quest’uomo non avesse perso i sensi e fosse in grado di raccontare lucidamente i particolari dell’incidente, tanto che il medico rivolgeva direttamente a lui delle domande su quanto accaduto piuttosto che prendere informazioni dagli altri operai che erano con lui al momento dell’incidente.

[33] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, cit., p. 180.

[34] Damasio A. R., L’errore di…, cit., pp. 32-33.

[35] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, cit., p. 182.

[36] Ivi, p. 188.

[37] Ivi, p. 190.

[38] Ivi, p. 158.

[39] Ivi, p. 159.

[40] Cfr., p. 187.

[41] Cfr., p. 188.

[42] Ivi, p. 221.

[43] Ibidem.

[44] Ivi, p. 222.

[45] Ibidem.

[46] Ivi, pp. 222-224.

[47] Ivi, p. 180.

[48] Ivi, p. 174.

[49] Ibidem.

[50] Ibidem.

[51] Ivi, p. 175.

[52] Ivi, pp. 174-175.

[53] Ivi, p. 169.

[54] Ivi, p. 172.

[55] Ivi, p. 175.

[56] Ivi, p. 180.

[57] Ivi, p. 181.

[58] Hyppolite J., Genesi e struttura della Fenomenologia dello spirito di Hegel, Bompiani, Milano 2005, p. 80.

[59] Hegel G. W. F., Fenomenologia dello spirito, La Nuova Italia, Firenze 1960, p. 314.

[60] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, cit., p. 181.

[61] Ibidem.

[62] Ivi, p. 193.

[63] Hyppolite J., Genesi e struttura…, cit., p. 80.

[64] Bergson H., L’evoluzione creatrice, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002, p. 10.

[65] Bergson H., Durata e simultaneità, Raffaello Cortina Editore, Milano 2004, p. 49.

[66] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, cit., p. 195.

[67] Ibidem.

[68] Bergson H., Saggio sui dati immediati della coscienza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002, p. 69

[69] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, cit., p. 188.

[70] Ivi, p. 189.

[71] Bergson H., Durata e simultaneità, cfr., p. 45.

[72] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, op. cit., p. 187.

[73] Damasio A.R., L’errore di …, cit., p. 36.

[74] Cfr, p. 38.

[75] Ivi, p. 37.

[76] Ibidem.

[77] Ivi, p. 38.

[78] Ivi, p. 40.

[79] Merleau-Ponty M., La struttura…, cit., p. 208.

[80] Damasio A. R., L’errore di…, cit., p. 38.

[81] Ivi, p. 44.

[82] Ivi, pp. 68-70.

[83] Ivi, p. 73.

[84] Ibidem.

[85] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, cit., p. 182.

[86] Damasio A.R., L’errore di…, cit., p. 74.

[87] Ibidem.

[88] Ibidem.

[89]Merleau-Ponty M., Fenomenologia…, cit., p. 190.

[90] Damasio A. R., L’errore…, cit., p. 74.

[91] Ivi, p. 77.

[92] Come nel caso di Phineas Gage non è difficile immaginare perché anche Elliot perse il lavoro. Tuttavia, a differenza di Gage, Elliot non si lasciò mai andare ad imprecazioni o atteggiamenti volgari. Elliot, come Gage, si appassionò al collezionismo. La cosa insolita era l’oggetto del suo collezionismo: scarti e rifiuti. Inoltre Elliot si lanciò in una serie di affari rischiosi, associandosi spesso con persone poco raccomandabili e ottenne un fallimento dopo l’altro. Anche la sua vita privata andò in rotoli. Ci fu un primo divorzio seguito da un breve matrimonio con una donna che non piaceva né ai suoi familiari né ai suoi amici. In seguito ci fu un altro divorzio.

[93] Quel che sorprende di questa vicenda è, oltre al fatto che i test psicologici rivelarono un quoziente intellettivo pari e in alcuni casi superiori alla norma, il grande trasporto emotivo con cui Damasio descrive la personalità di Elliot. Lui stesso ammette di provare commozione per la storia di questo paziente, più di quanto provasse lo stesso Elliot. A questo proposito scrive: “[…]in una qualche curiosa maniera, involontariamente protettiva, la sua tragedia non lo faceva penare; mi accorsi che soffrivo di più io, nell’ascoltarlo, di quanto sembrasse soffrire lui. Anzi, io sentii che soffrivo più di lui già al solo pensare alla sua vicenda”, cfr., p. 84.

[94] Merleau-Ponty M., Fenomenologia…,  cit., p. 224.

[95] Ibidem.

[96] Damasio A. R., cit., pp. 84-85.

[97] Nonostante i comportamenti di Gage potessero facilmente condurre alla stessa conclusione, in modo particolare i suoi atteggiamenti scurrili, Damasio sente con sicurezza di poter parlare di riduzione della reattività emotiva nel caso di Elliot ma non nel caso di Gage per via della scarsità di testimonianze a disposizione.

[98] Damasio A. R., L’errore…, cit., p. 85.


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