Lealtà verso la propria Università. Maurizio Viroli in difesa della presa di posizione di Roberta De Monticelli

domenica, luglio 25, 2010
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Per gentile concessione dell’Autore, qui di seguito, l’articolo del professor Maurizio Viroli, Docente di Teoria politica alla Princeton University e autore de La libertà dei servi (Laterza 2010), ha pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 luglio 2010, a sostegno della presa di posizione di Roberta De Monticelli.

Se qualcuno ancora non crede che il potere enorme di Berlusconi stia diffondendo servilismo e corruzione nella vita politica e sociale, non ha che da considerare quanto è avvenuto martedì 20 luglio in una prestigiosa istituzione accademica qual è l’Università Vita-Salute San Raffaele, in occasione della discussione della tesi in Filosofia di Barbara Berlusconi, figlia del presidente del Consiglio. In quella sede, il rettore dell’Università don Luigi Verzé, ha rivolto a Barbara Berlusconi questo invito: “Collabori alla fondazione di una facoltà di economia e ne diventi docente!”.

A queste parole, la professoressa Roberta De Monticelli, chiamata al San Raffaele per chiara fama nel 2003 a insegnare Filosofia della Persona, ha reagito inviando una lettera ai giornali dove ha espresso la sua ferma riprovazione di quella che definisce “una violazione non solo del principio della pari dignità formale degli studenti, non solo della forma e della sostanza di un atto pubblico quale una proclamazione di laurea, non solo della dignità di un corpo docente che il rettore dovrebbe rappresentare, ma anche dei requisiti etici di una istituzione universitaria d’eccellenza quale l’Università San Raffaele giustamente aspira a essere”. “Tengo a dissociarmi nettamente e pubblicamente – ha sottolineato Roberta De Monticelli – da queste parole e dalla logica che le sottende, logica che da una vita combatto, come combatto da sempre il corporativismo e i sistemi clientelari dell’Università italiana, e il progressivo affossamento di tutti i criteri di eccellenza e di merito, oltre che dell’Università stessa come scuola di libertà”.

Docenza ad personam

LA RISPOSTA dell’Università non si è fatta attendere: “Non si deve gridare allo scandalo: qualcuno si meraviglia se alla Cattolica i docenti si sono praticamente tutti formati nelle file di quell’Università? Chi frequenta don Luigi sa che egli considera i nostri discenti i nostri primi docenti e sa anche quanto a lui stia a cuore che il futuro di tutto il San Raffaele sia affidato preferibilmente a chi lo conosce meglio degli altri. Quello di restare, di continuare a studiare, di approfondire gli studi con la ricerca è l’invito che lui fa, da sempre, a ognuno”.

E invece lo scandalo c’è e la difesa dell’Università lo mette ancora più in evidenza. Prima di tutto c’è una bella differenza fra rivolgere a tutti i neolaureati l’invito a proseguire gli studi, a dedicarsi seriamente alla ricerca e a distinguersi nella comunità intellettuale internazionale, e rivolgersi ad una particolare neolaureata, figlia di padre multimiliardario e presidente del Consiglio, per invitarla a dare il suo contributo (intellettuale?) alla fondazione di una facoltà di economia e diventarne docente.

Nel primo caso si tratta di una degna e nobile esortazione ai giovani, nel secondo di un invito ad personam (dev’esserci un’epidemia in Italia di iniziative di questo tipo) prefigurando una particolare attenzione volta soprattutto a compiacere il potente padre presente alla cerimonia. Le parole del Rettore sono un esempio mirabile di abilità nel mettere in pratica la regola aurea dell’adulazione che prescrive di lodare le persone che il signore ha care per ottenere benefici. Proprio perché la candidata è figlia di Berlusconi, il Rettore avrebbe dovuto astenersi da qualsiasi commento che mettesse in risalto il suo status particolare rispetto agli altri.

Ma ancora più notevole del gesto servile è stato l’elogio della corruzione che leggiamo nel comunicato dell’Università, dove si afferma che nessuno deve gridare allo scandalo di fronte alla consolidata pratica di chiamare preferibilmente i propri ex studenti a diventare docenti.

Malcostume e baronie

LO SCANDALO invece c’è, ed è serio, e consiste proprio nel costume di non selezionare i candidati ai dottorati di ricerca, ai posti di ricercatore e di professore – quale che sia la loro provenienza – in base ai titoli scientifici, ma in base al famigerato criterio di aver svolto tutto il corso di studi all’interno dell’istituzione. Questo costume ha fatto sì che nel corso degli anni centinaia di candidati scadenti siano stati preferiti ad altri con titoli molto migliori, per il solo fatto di essere ‘portati’, così si dice in gergo, dal professore interno. E così le facoltà universitarie si sono riempite di studiosi mediocri (ma abilissimi adulatori) e i migliori sono stati costretti o ad abbandonare la ricerca,o a cercare la propria strada all’estero, in quelle università che non privilegiano “i propri discenti” cari al rettore Verzé e a tanti altri accademici, ma solo ed esclusivamente i titoli.

Suscita indignazione che la difesa della pratica di privilegiare i propri studenti appaia in un comunicato ufficiale volto a sostenere che le parole del Rettore non lasciavano intravvedere trattamenti di favore. Se l’intenzione del rettore voleva essere soltanto un’innocente esortazione a perseguire gli studi, perché citare a difesa la pratica di privilegiare i propri allievi? Ha ragione la professoressa De Monticelli, il cui comportamento è esempio di coraggio e di vera lealtà verso la sua università.

Quanto è avvenuto al San Raffaele documenta, ancora una volta, il malcostume accademico italiano noto sotto il nome di clientelismo: prima i nostri, poi, se ne avanza, gli altri. E se i nostri hanno anche il padre ricco e potente, meglio ancora. Sia chiaro: al favore non si risponde con la discriminazione, ma con la giustizia. Barbara Berlusconi ha il diritto di laurearsi e di percorrere, se questa è la sua vocazione, tutta la carriera accademica. Ma si chieda anche a lei di distinguersi per meriti propri, e lei dovrebbe essere la prima a pretendere di non aver alcun trattamento privilegiato, in modo che, se avrà riconoscimenti, potrà esserne in cuor suo, fiera e presentarsi davanti alla comunità scientifica e alle persone libere, sempre a testa alta. Il favore, non dimentichiamolo, esalta (si fa per dire) chi lo concede, ma umilia chi lo riceve.

5 commenti a Lealtà verso la propria Università. Maurizio Viroli in difesa della presa di posizione di Roberta De Monticelli

  1. domenica, luglio 25, 2010 at 08:52

    Ho preferito che sul nostro sito il pezzo di Maurizio Viroli, che originariamente aveva come titolo Cattivi maestri al San Raffaele, portasse quello di Lealtà verso la propria Università. Amo la mia Facoltà, ho imparato molto da quasi ognuno dei suoi membri. Oggi la loro posizione ufficiale contiene purtroppo un’accusa, secondo la quale avrei fatto “insinuazioni” nel senso di una scarsa professionalità dei miei colleghi. Che non sia così, che io abbia voluto pubblicamente prendere le distanze soltanto dalle parole del Rettore, è limpido da tutte le mie dichiarazioni, altro non ho da aggiungere. Il titolo in questione in effetti va inteso diversamente e riferito al paragone con la Cattolica, che viene avanzato come argomento per giustificare quelle parole. Ma chi non si fermi a leggere, potrebbe equivocare una volta ancora.

  2. Corrada Cardini
    domenica, luglio 25, 2010 at 17:38

    Mi sento persino imbarazzata a dover intervenire in un dibattito che ha contorni indubbiamente paradossali. Ormai in questo Paese chi ha il coraggio dell’onestà (intellettuale e non) è messo all’indice e chi non china la testa è colpito da ostracismi e censure. Ormai in questo disgraziato paese di piccoli uomini, mediocri imprenditori, grandi faccendieri e impuniti d’ogni genere, la tolleranza verso ogni forma di eccellenza morale è vista con paura e sospetto. Un’interessante e inquietante inversione di ogni principio che si dovrebbe porre alla base della formazione delle nuove generazioni. O tempora o mores. Non è il male che fa paura, quanto la sudditanza ad esso. Ancora una volta un “Don” che striscia ai piedi dei potenti per denaro. E con lui i suoi egregi “collaboratori e cointeressati soci”. Vergogna! Mi piace pensare che la figlia del sultano, che magari è un’ottima persona, sia imbarazzata e indignata da questo trattamento che le è stato riservato e che mette un legittimo dubbio persino sui suoi reali meriti di studentessa. Già. Ma in Lombardia noi abbiamo il “trota” che fa l’assessore regionale. Perché non dare una cattedra di docente universitario a una neolaureata (alla triennale!)?

  3. Giacomo Costa
    lunedì, luglio 26, 2010 at 16:24

    Ciò che mi sorprende di questo articolo di Viroli, noto politologo, è la elementarità e quasi ovvietà delle sue osservazioni sulla natura dell’Università. Di ogni Università. Non sembrano particolarmente profonde, o ricercate. Richiamano quello che avrei pensato fosse un patrimonio, un insieme di presupposti, comune.
    Eppure come è difficile dare conto delle proprie percezioni morali (ad esempio, riguardo a ciò che può, e a ciò che invece non può, assolutamente non può, essere oggetto di scambio) a chi non le condivide, o a chi, improvvisamente ci accorgiamo, non le condivide più, o forse non le ha mai condivise… Forse l’articolo di Viroli non lo capirà più nessuno, come se fossse scritto in etrusco… Ma allora (ultimo dubbio) la filosofia a cosa serve?

  4. sabato, agosto 7, 2010 at 18:33

    Ho letto con attenzione i contributi di De Monticelli, Viroli, Premoli e molti commenti, tra i quali quello di Visentin.
    Questo blog si distingue per la serietà dei toni, la competenza degli interventi, la costruttività, e l’assenza di polemica gratuita. È l’Italia di cui siamo orgogliosi.

    Sono laureato al Politecnico di Milano (in ingegneria elettronica, 100 e lode), e ho preso un dottorato di ricerca alla University of Illinois (electrical engineering). Ho lavorato nell’industria come ingegnere per quasi 1 anno, in Austria. Dal 1999 sono all’Università di Trento, dove sono diventato ricercatore in Fisica a 41 anni, nel 2006. Sono tuttora ricercatore presso la stessa universita’, ho 45 anni, sono sposato da 16 anni e ho tre figlie. Attualmente lavoro come visiting scholar alla Harvard University, grazie ad un contratto che ho vinto con un bando Europeo Marie Curie. La mia famiglia però è in Italia, è troppo difficile (e costoso) avere tutti qui.

    Il mio lavoro mi piace, ma non sono un bravo politico. Mi sono sempre comportato come un freelance, e per questo non ho fatto strada. In questo momento sono anche oppresso da un vincolo contrattuale europeo, che mi impedisce – fino alla scadenza del contratto, nel settembre 2011 – di ricevere fondi per continuare la mia ricerca in Italia.

    Il valore più grande di cui dispongo è la libertà. Costa cara.

    Queste premesse servono per inquadare, e soprattutto limitare, la mia opinione. La logica meritocratica ha due facce. Non solo chi lavora bene va avanti: chi lavora male, paga. Per questo, secondo me, chi ha potere decisionale andrebbe responsabilizzato in entrambi gli aspetti, ed in particolare nel secondo. Se chi assume (per esempio, un ordinario) non rischia di tasca sua quando assume, non assumera’ mai al meglio. Uno che sbagliasse molto dovrebbe rischiare il posto, come il CEO alla guida di un’azienda. Un dirigente non può essere tutelato da diritti operai che garantiscano la sua stabilità. A fronte di questo, però, deve essere libero di fare le scelte opportune. Quindi, eliminare i concorsi e i vincoli, la competizione si riaggiusta perché è chi assume e chi lavora direttamente con l’assunto, e non una legge, che apre la strada a chi vale.

    D’accordo, non e’ facile valutare cosa significa “sbagliare”, nel far progredire la cultura. Se fossimo in un’azienda, basterebbe guardare il fatturato, e non servirebbe una commissione: un’azienda in passivo, semplicemente, fallisce da sola, e chiude. Ma io sarei spietato: lo devono risolvere i professori, questo problema. Bisognera’ che vadano a caccia di soldi. Come convincere gli sponsor? Mostrando risultati. Occorre creativita’ per convincere un mecenate, ma non diciamo che non si può. Ma per favore, non mettiamo più vincoli, se no nessuno può fare piu’ nulla. Sono 11 anni che sono all’università, e per una ragione formale o per l’altra non ho MAI potuto mandare un Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale.

    Vivendo in America, sono diventato un po’ western.

  5. Guido Cusinato
    lunedì, agosto 9, 2010 at 11:29

    In effetti le osservazioni di Viroli sono, come nota Giacomo Costa, chiare, ovvie. E’ uno scandalo che non siano esplicitamente fatte proprie da tutti, che solo una abbia sentito il bisogno di alzarsi in piedi e dissentire. Ma il brodo quotidiano è indubbiamente differente. Probabilmente sono ovvietà che passano per la testa anche agli studenti del primo anno. Il problema è che nella maggioranza dei casi scatta automaticamente una sorta di autocensura servilistica e vengono subito scartate come considerazioni “moralistiche” e controproducenti nell’età del “fare”. Chi non accetta queste regole e questo modo di pensare, anche nell’Università, è messo da parte: primo dei non vincitori a vita. E questo da decenni, molto prima dell’avvento di Berlusconi. Che fare, allora? Pierre Hadot notava che ormai la filosofia accademica è diventata il contrario di quello che era con Socrate: trasmissione di informazioni e non formazione. Forse bisognerebbe ricominciare a riflettere da temi come questo. Ormai non è più solo una catastrofe politica, ma anche una emergenza formativa. Questa logica porta a ridurre sempre più gli spazi di formazione per poter pensare in modo diverso, per poter essere coerenti anche con quelle che sono semplici, banali ovvietà.

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