Se chi vota centrodestra è trattato da criminale. Recensione di Marcello Veneziani al libro di Roberta De Monticelli, La questione morale

sabato, novembre 27, 2010
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«Cari lettori del Giornale, vi hanno iscritti nel registro degli immorali. Siamo iscritti noi che scriviamo e voi che leggete questo giornale e i milioni di italiani che votano centrodestra per convinzione, per paragone o per disperazione e preferiscono Berlusconi al nulla. La nostra non è un’opinione come le altre, una scelta libera e motivata, ma sarebbe un atto spregevole di servitù e di complicità con l’immoralità e la criminalità.

Se a dirlo non sono solo i politici del fronte avverso ma la cultura, e si scomodano Socrate e Kant come testimoni, vuol dire che qualcosa di malato e allucinato serpeggia nelle menti oscurate dall’odio. Chi vota per il centrodestra viene accusato, in un editoriale di Barbara Spinelli su La Repubblica, di essere «un palo di politici infettati dalla mafia»; un palo, capite, i milioni di italiani che votano il Pdl stanno lì a far la guardia alle imprese criminali perché non arrivi la polizia o La Repubblica… Ma il peggio viene dai piani alti della cultura.

C’è un libro uscito in questi giorni, di una stimata ordinaria di filosofia, Roberta De Monticelli, La questione morale, che già in copertina si presenta così: c’è «una sorprendente maggioranza d’italiani» che «approva e nutre la corruzione a tutti i livelli, lo scambio di favori, lo sfruttamento di risorse pubbliche a vantaggio di interessi privati, la diffusa mafiosità». Il testo scomoda grandi tradizioni di pensiero per denunciare che oggi sono arrivati i barbari al potere e godono del sostegno di una barbarica maggioranza. Si accenna pure al giornale che sarebbe stato «prostituito a lungo da tal Renato Farina» per conto dei servizi segreti italiani (nessun accenno a chi ha «prostituito» i propri giornali a servizi segreti stranieri, magari sovietici, e non furono pochi). E, dopo aver ridotto a criminalità il governo e i suoi elettori, la filosofa lamenta «la violenza del dibattito pubblico». Alla faccia, dopo che hai chiamato criminale il tuo avversario politico e complice chi lo vota, vuoi sperare in un dibattito mite e ragionevole? Lasciamo stare l’invettiva e lo sconcerto, restiamo alla ragione. Proviamo a muovere delle osservazioni. (…) » (continua).

Leggi l’intero articolo de Il Giornale: Se chi vota centrodestra è trattato da criminale, dedicato al libro di Roberta De Monticelli La questione morale (Raffaelllo Cortina)

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10 commenti a Se chi vota centrodestra è trattato da criminale. Recensione di Marcello Veneziani al libro di Roberta De Monticelli, La questione morale

  1. Stefano Cardini
    sabato, novembre 27, 2010 at 16:37

    «Cari lettori del Giornale, vi hanno iscritti nel registro degli immorali. Siamo iscritti noi che scriviamo e voi che leggete questo giornale e i milioni di italiani che votano centrodestra per convinzione, per paragone o per disperazione e preferiscono Berlusconi al nulla. La nostra non è un’opinione come le altre, una scelta libera e motivata, ma sarebbe un atto spregevole di servitù e di complicità con l’immoralità e la criminalità».

    Questa sarebbe dunque la conclusione che trae il recensore dalla lettura del libro. E sulla scorta di questa felice sintesi, invita l’autrice a ritrovare «senno e moralità nelle argomentazioni». È un vecchio artificio retorico riassumere in forma sloganistica un’argomentazione estesa e articolata per agevolarsi il compito critico. Più del facile stratagemma, però, sono interessanti i controargomenti, anche assumendo che le tesi criticate siano come il recensore le espone.

    1) Il Presidente del Consiglio italiano è accusato di avere ricevuto soldi dalla mafia. Si replica che, tra molte altre, “era prassi” illecita diffusissima tra gli imprenditori a caccia di capitali, e non da ieri; e comunque non è cosa che abbia riguardato la politica.

    2) Il governo dell’Italia è preda di una deriva autoritaria e agisce in combutta con la Chiesa. Si replica che quello che viene chiamato autoritarismo è in realtà decisionismo, il quale non è il figlio bensì una risposta al nichilismo, giusta o sbagliata che sia. Ma del nichilismo non è certo responsabile Berlusconi. Al massimo può esserne un figlio, anzi, il meno peggio tra i molti figli.

    La strategia di replica, come si vede, è fondamentalmente una. Ci si esime dall’entrare nel merito dell’immoralità e dell’autoritarismo (ribattezzato più benevolmente decisionismo) contestati all’Italia di oggi. Anzi, li si assume come “naturali”. Per come è andata la storia del nostro Paese, infatti, non sono che il male minore e forse la nostra ultima chance. Le responsabilità di chi da una quindicina d’anni è al potere, sono ricondotte a quelle dei presunti avversari o padri di avversari di ieri, anzi, dell’altro ieri. Difficile trovare un salvacondotto per l’immoralità pubblica e privata più chiaro. Su questa base, in ogni tempo e in qualunque luogo, ognuno può sempre presentarsi come il meno peggio “per come sono andate le cose”. Infatti si conclude: «Da quella porca Italia, sul piano dei valori e della moralità, è venuto fuori il nostro presente immorale».

    A proposito di uso strumentale della storia, invece, rimproverato ai padri del nichilismo oggi antiberlusconiani (salvo le innumerevoli eccezioni che militano da tempo al suo seguito, naturalmente) merita di essere sottolineato per equilibrio, pertinenza, fondatezza e finezza storica il passo in cui si paragona la vicenda di Martin Heidegger a quella di Norberto Bobbio; e quello che accomuna in un’unica indistinta fattispecie degenerativa dei sacri valori Dio, Patria, Famiglia, oltreché di ogni etica pubblica e privata, il ’68, la partitocrazia, i sindacati.

    Ultimamente, su questo blog, si discuteva di qualità dello spazio delle ragioni/emozioni. La strada da fare è molto lunga, in effetti.

    P.S. Nietszche, polemicamente, non ricordo esattamente in quale contesto, una volta ha scritto: «È meglio che nulla sia vero, piuttosto che voi abbiate ragione». A proposito di nichilismo: si provi a sostituire la parola vero con la parola “morale”.

  2. Corrada Cardini
    lunedì, novembre 29, 2010 at 00:25

    Lo ammetto. A volte resto veramente sconcertata, quasi incredula, di fronte al modo in cui questi personaggi arruolati nel centrodestra argomentano per lamentare il fatto che li si accusa loro e/o i loro padroni e mentori, di illegalità, scorrettezze, comportamenti illeciti o immorali, collusioni mafiose, pratica sistematica della intimidazione, della menzogna e del ricatto come strumento di potere mediatico e non, la corruzione come prassi normale nel busness e nella prassi politica e via così. Non stanno neanche a perdere tempo per dimostrare la falsità di certe evidenze. Aggrediscono a testa bassa quelli che considerano avversari attaccandoli sul piano personale o spostando su questioni di contesto, di forma, di opportunità il merito delle questioni che vengono aperte, arrivando a rivendicare il diritto di fare quello che vogliono, di sottrarsi alle regole, di fare accordi vergognosi con chiunque possa favorire le loro carriere o il loro arricchimento. E, come qui, accusano chi si permette di criticarli di volerli criminalizzare, di essere ipocriti o patetici moralisti fuori dalla storia e dalla realtà. Come se fosse improprio e scorretto, o da visionari, accusare uno che ruba di essere un ladro. La loro è una tattica lucida, studiata a tavolino, brevettata e incredibilmente efficace. La gente spesso è disposta a stare dalla loro parte! Il problema sta qui. Questa forma deviata, allucinata, paradossale di comunicazione paga! Qualcuno sta cercando di capire come sia possibile? Su Veneziani penso tutto il male possibile, proprio lui è uno dei “portatori” del NULLA, lui e suoi sono i campioni del nichilismo, modelli e artefici di un disfattismo etico nel quale si riconoscono completamente. Loro sono i coriferi e i protagonisti della porca Italia, ma ancora una volta hanno portato a termine una efficace inversione del dato reale, storico. Se questo è il risultato e il destino delle nuove “democrazie mediatiche” sarà bene ripensarci e ripensare, forse, il concetto stesso di democrazia.

  3. Andrea Zhok
    lunedì, novembre 29, 2010 at 13:04

    Per un attimo ho pensato di replicare al Giornale, ma poi ho visto che l’autore del pezzo è Marcello Veneziani, il noto portatore sano di aria calda in formato orale. Mi sono perciò rasserenato: trattandosi di uno che sul Giornale considerano un intellettuale, per ciò stesso il lettore medio del giornale salterà il pezzo, passando ad un bell’articolo di quelli che grondano bava…

  4. Carla Poncina
    lunedì, novembre 29, 2010 at 18:31

    Le osservazioni di Stefano Cardini in merito alla “recensione” di Marcello Veneziani esplicitano con grande chiarezza quanto mi passava per la mente leggendo il testo di chi viene accreditato come un serio ed ascoltato intellettuale di destra. Potrei dar conto solo della mia arrabbiatura, che è poca cosa. Vorrei piuttosto sottolineare il grande dislivello tra un testo, quello di Roberta, che non si limita ad intervenire nel dibattito politico ed etico attualissimo oggi in Italia, ma possiede un suo specifico spessore filosofico, e l’articolo di Veneziani, che di quanto sopra sembra non essersi minimamente accorto. Egli risponde con rozza e semplicistica polemica ad argomentazioni, a domande, allo sforzo squisitamente filosofico – forse il cuore del saggio – di superare lo scetticismo etico attraverso la fondazione “di una nuova teoria della ragione” (p.104).
    Voglio dire che se Veneziani si fosse esercitato sui temi posti da Roberta con il sottile esprit de finesse che caratterizza i veri sofisti, ci si poteva anche divertire. Ma limitarsi ad accusare ipotetiche “menti oscurate dall’odio”, proponendosi evidentemente come esponente del “partito dell’amore” fa più che altro ridere. Le accuse che egli rivolge a De Monticelli dovrebbe trasferirle pari pari a Leopardi, il cui giudizio sulla classe dirigente italiana a lui contemporanea non è certo meno duro. Per non parlare della tirata finale sul ’68 che fa quasi tenerezza, perché il nostro deve esserne stato veramente traumatizzato!
    In realtà ci auguriamo che il libro di Roberta abbia la diffusione che merita proprio al fine di alzare il livello del dibattito culturale che, grazie al controllo politico-mediatico di questa destra, si è abbassato come mai era accaduto nel nostro Paese. Persino il fascismo ha avuto storici e filosofi che appaiono giganti rispetto agli Sgarbi, ai Veneziani addirittura ai Bondi e Brunetta che impudentemente discettano di cultura.
    Per respirare torniamo al saggio di Roberta, di cui si può godere a partire dalla bellezza della lingua e dalla chiarezza argomentativa, che si rispecchiano l’una nell’altra, e caratterizzano il suo modo di esprimersi, nel solco della migliore tradizione classica. Questo almeno per chi preferisce Cesare a Cicerone e I Fioretti di San Francesco, don Milani o Turoldo, alla prosa delle encicliche papali.
    Lo svelamento del cinismo della classi dirigenti italiane in senso lato (non limitandosi ai soli politici) che appare attraverso l’esegesi dei Ricordi del Guicciardini, concretamente attua il superamento (che Roberta auspica) di singoli, limitati ambiti: filosofico, giuridico, politico, e aggiungerei letterario, che impediscono una chiara visione del paesaggio umano che ci circonda.
    Passo dopo passo, attraverso l’analisi del pensiero di Guicciardini ci viene indicata l’origine della malattia italiana, una forma di cinismo che impedisce di progettare il futuro.
    È un grande piacere seguendo il testo di Roberta vedere pienamente chiarite ed argomentate singole, brevi intuizioni. Leggendo le osservazioni su Guicciardini si torna con la mente alla lettura che ne dà De Sanctis, che certo avrebbe approvato. De Sanctis chiamato maestro, quale è stato per generazioni di professori e intellettuali cui – tra l’altro – ha insegnato a leggere Dante, trasmettendo passione civile attraverso l’analisi delle opere.
    Lo stesso De Sanctis che indica in Machiavelli il culmine di un processo di civilizzazione iniziato nel ’200 in Italia attorno alla scuola siciliana, e in Guicciardini l’avvio della decadenza, segnata proprio da quel cinismo che Roberta distilla così chiaramente dai suoi scritti, che contengono implicitamente pure il familismo, visto che egli dedica i Ricordi ai figli e ai nipoti, incurante di chiunque altro. Mentre il povero Machiavelli, divenuto simbolo di una politica freddamente amorale, conclude il Principe con i versi della canzone all’Italia del Petrarca (virtù contro a furor…), carichi di passione ideale per il proprio paese. M. conserva un progetto ed una speranza, nonostante il pessimismo della ragione. Utilizzando la categoria, indicata da Roberta in sue precedenti opere, de “la novità di ognuno”, Machiavelli sa almeno ipotizzare un nuovo inizio, e pazienza se questo prenderà avvio secoli dopo.
    La rapida, drammatica svolta del ‘500 origina principalmente dal Papato, che chiude a un radicale ripensamento del cristianesimo e preferisce, insieme alla quasi totalità della classe dirigente di un Paese politicamente diviso, la corruzione e la perdita della libertà alla perdita del potere.
    Del resto un altro dei miei maestri impossibili, Burckhardt, in un libro sul Rinascimento italiano che non ho sottomano ma ho chiaro nel ricordo (un piccolo Sansoni viola) giudica l’amoralità causa principale della rapidissima decadenza italiana. Cita come esempio alcuni raffinati Signori come gli Estensi, capaci di rendere meravigliose le città italiane, ma autentici criminali quanto a valori morali. La violenza dominava le nostre contrade, dice lui da austero protestante, e per questo i rozzi ma più seri Principi discesi dal nord hanno potuto asservirci.
    Quanto ad amoralità siamo ancora lì. Peccato che invece di grandi artisti il nostro simil-principe si circondi di miserevoli musiche, architetture, cortigiani e cortigiane. E tra questi Veneziani non è certo dei peggiori!

  5. Roberta De Monticelli
    mercoledì, dicembre 1, 2010 at 09:54

    L’equivoco dei nostri giorni

    C’è un diffuso equivoco, insieme profondo e interessato, insieme filosofico e morale, di cui è un esempio l’editoriale di Marcello Veneziani, Se chi vota è trattato da criminale (“Il Giornale” 25/11/2010), che ringrazio per aver dedicato al mio saggio su La questione morale una cospicua riserva delle sue batterie d’assalto, mettendomi fra l’altro nella più che onorevole compagnia di Barbara Spinelli. È la confusione, o l’interessata identificazione, di radicalità etica e radicalismo politico. Vengo subito all’accusa. Io avrei “criminalizzato” gli elettori del centro-destra, cioè li avrei giudicati “immorali” e lo avrei fatto sulla base della mia inimicizia politica nei loro confronti (anzi della mia mente oscurata dall’odio). Vale a dire: non ci sono ragioni se non di parte. L’etica è politica, e la politica è lotta. E l’equivoco dov’è? Chiunque prenda posizione in materia morale è parziale, e dunque a priori semicieco e arbitrario, nel migliore dei casi da assoggettare subito a par condicio: “sentiamo l’altra campana”. Si esclude che si possa agire o parlare, in materia morale, per altre ragioni che l’interesse di parte, o addirittura l’auto-interesse, e si seppellisce l’atto o il detto che aspirano ad essere adempimento del proprio dovere, o richiamo al dovere di ognuno, sotto l’accusa di estremismo politico. È già successo a tanti. Anche a me.
    Ma una questione morale c’è o non c’è in questo Paese? Curioso: mi si dice che faccio male a dire che c’è ora, perché c’è sempre stata. E chi lo nega? Il mio saggio indaga appunto le ragioni dell’endemico disprezzo, radicato purtroppo nei nostri mores, per le virtù della cittadinanza, per la cosa pubblica, per le regole della convivenza quotidiana e civile, così come le tare endemiche del familismo, della mafiosità diffusa, della mancanza di rispetto per le istituzioni, della diffusa incapacità ad assumersi la responsabilità personale dei propri comportamenti, della diffusa ricerca di impunità. Le insegue risalendo alla società premoderna, dove non ci sono ancora cittadini ma sudditi; passando per la nostra modernità incompiuta, con il passaggio non completamente avvenuto dalla mentalità dei sudditi a quella dei cittadini, dalla minorità morale e civile dei più alla responsabilità e autonomia morale di ognuno. E approdando al nostro presente, dove insegue alcuni fenomeni particolarmente appariscenti di completa abolizione di quei limiti di decenza almeno apparente che si manifesta in numerosi fenomeni di degenerazione anche linguistica. Estrarre tasse significa “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, cioè rubare. Una protesta morale è moralismo autoreferenziale, ogni denuncia dell’ingiustizia è giustizialismo, le bestemmie dei potenti vanno contestualizzate, le barzellette oscene e i segni di corna sono la carta di presentazione all’estero di un capo di governo italiano, i giornalisti radiati dall’ordine per tradimento della professione diventano “onorevoli”, della civiltà giuridica più elementare delle società post-tribali si fa strage con la frase “padroni a casa nostra”, le leggi si fanno in funzione dei propri interessi privati, eccetera. Sostenere e riprodurre una classe politica che si concede tutto questo non è indifferenza o ignoranza morale? E se lo è, da dove viene questa diffusa indifferenza?
    La mia tesi è che viene da lontano, ma che si riproduce oggi a causa di uno scetticismo, radicato nel pensiero di tutto il Novecento, che priva la nostra esperienza morale della sua serietà, cioè della sua pur fallibile apertura al vero, e alimenta un equivoco a due volti. Uno, l’abbiamo già visto, è la riduzione dell’etica a parzialità politica. L’altro paventa l’idea stessa che la politica e il diritto abbiano a che fare con l’etica, e vede l’ombra illiberale dello stato etico perfino nell’idea che si insegni educazione civica a scuola. I nostri cosiddetti liberali preferiscono di gran lunga, come risorsa normativa, la religione alla coscienza morale autonoma degli individui adulti e responsabili. Insieme, i due volti dell’equivoco ci impediscono di vedere due cose, che sono anche le due tesi centrali del mio saggio. Primo, che la nostra esperienza morale è una cosa seria perché è fondamentalmente aperta al vero (e solo per questo anche fallibile e correggibile); che il dolore provocato dall’ingiustizia nelle sue varie forme, dalla sopraffazione alla viltà, dall’omertà al servilismo, va trattato esattamente come la vista dei nostri occhi: verificare mille volte se non si hanno le traveggole, sottoporre il proprio sentire in ogni istante al filtro della critica altrui e propria – ma infine, se il dolore e lo sdegno resistono a ogni verifica, confessare che è veramente ingiustizia quella che si percepisce, e che ignorarla non è diverso dal parteciparvi. Secondo, che la modernità illuministica consiste appunto nel cercare la fondazione delle norme nella verifica, costantemente rinnovata, delle coscienze, e non nella tradizione, nell’autorità religiosa o nella forza. Ne segue che la democrazia costituzionale, con i suoi delicati meccanismi – la divisione dei poteri, la tutela delle minoranze, il funzionamento della giustizia penale e civile, l’accesso all’istruzione, la libertà di informazione e di espressione – e la maturità morale delle persone, la loro decenza civile costituiscono un circolo, vizioso o virtuoso a seconda della direzione in cui gira. Nessuna democrazia può sopravvivere senza una diffusa capacità di rinnovamento morale continuo delle persone, da un lato; ma non c’è altro luogo che possa garantire a ciascuno l’accesso alla maturità morale o all’età adulta, all’assunzione personale di responsabilità e al rigetto della logica di consorteria, che lo spazio delle ragioni e l’eguale opportunità di chances offerti da una democrazia funzionante. Ecco perché oggi la politica riguarda chiunque abbia a cuore l’etica. Una società, infatti, della maggiore età morale, della coscienza e della responsabilità degli individui, può anche fare a meno: e il Novecento, e il presente, lo hanno dimostrato. E questa sarebbe la sconfitta della speranza della modernità illuminata, radicata d’altronde addirittura nell’Atene di Socrate, che andava in giro chiedendo coscienza e ragioni, non comandamenti e tradizioni, per l’agire e il pensare di ognuno.
    Ognuno ricorda l’anti-inferno dantesco, il luogo degli ignavi. La parola non è dantesca. Noi sottolineiamo la loro pochezza, la viltà. Ma si tratta della gente che in definitiva non ha mai preso sul serio l’esperienza morale. “Questi sciaurati che mai non fur vivi”, scrive il Poeta. Quelli che precisamente non vogliono distinguere il giusto dall’ingiusto, la vittima dal carnefice. Quelli che chiamano entrambi “estremisti”. Ce ne erano a bizzeffe durante i casi Welby ed Englaro. Favoleggiavano di un partito estremista della vita e di un partito estremista della morte. Sono tornati. Arrivano ad essere ormai maggioranza nel dibattito pubblico italiano. Cerchiobottisti metafisici, scettici morali votati infine a un cinismo che usa un linguaggio estremo, e si autodefiniscono moderati. È vero ce ne sono oggi sempre di più che ridiventano ignavi, nella forma moderna dei “terzisti”. Non si decidono più, per paura che vinca il partito avverso. Ma nell’oscurità e nell’urlìo confuso prosperano, sempre più numerosi…

    Marcello Veneziani risponde a Roberta De Monticelli sulla questione morale:

    Ma non si può usare l’etica per criminalizzare chi li vota, pubblicato su Il Giornale, sabato 4 dicembre 2010

  6. Corrada Cardini
    mercoledì, dicembre 1, 2010 at 21:17

    Non c’è niente da aggiungere. Solo da augurarsi che questa sensibilità NON debba restare appannaggio di pochi. Di una minoranza poco ascoltata e malvista. E mi chiedo di nuovo: come si può contestare in buona fede quanto viene affermato in queste righe?

  7. Maria Sartori
    lunedì, dicembre 13, 2010 at 20:02

    Credo che “La questione morale” della Prof.Roberta De Monticelli dovrebbe essere letto e meditato da tutti per scuotere le moltissime coscienze oggigiorno… addormentate. Forse per ricordare anche il monito del nostro Dante “Fatti non fummo a viver come bruti/ma a seguir virtute e conoscenza”.

  8. Riccardo Bonadonna
    martedì, dicembre 14, 2010 at 09:16

    C’è un postulato nelle argomentazioni di Marcello Veneziani, un postulato che è il cavallo di Troia con cui le coscienze di tutti, dico tutti, gli italiani vengono inquinate ormai da secoli. Il postulato – che ha da essere cosa autoevidente e da non dimostrare – è l’incompatibilità fra efficacia dell’azione politica e coscienza etica. Prescindere dal quinto postulato cambia completamente la geometria euclidea. Analogamente, qualsiasi fatto, argomentazione, evidenza e anche persona – soprattutto persona con la propria storia e il proprio agire – provi a contraddire il postulato dell’incompatibilità efficacia politica/coscienza etica non va discusso col dare ragione della propria posizione, bensì va attaccato con una chiamata alle armi e un “serrate i ranghi” (“siamo tutti immorali, io che scrivo e voi che leggete…”) e/o sbeffeggiato come forma di pensiero ancora infantile/adolescenziale, perchè ne va la sopravvivenza di tutto il sistema. È strada ardua e dura uscire da questa temperie plurisecolare (il voto di oggi nei due rami del Parlamento non ha neanche lontanamente il potere di essere episodio decisivo), perché passa attraverso la formazione, la formazione e ancora la formazione di persone/coscienze etiche veramente adulte, veramente responsabili. Il bellissimo libro “La questione morale” è tante cose, e anche una luce di speranza: virtù che nel mondo di Marcello Veneziani, forse a sua stessa insaputa, non esiste.

  9. Claudio
    mercoledì, dicembre 22, 2010 at 08:54

    Veneziani ha uno strano modo di concepire una nozione quale quella di “bene comune”. Ebbene, con buona pace di Veneziani (e spero che non sia uno shock razionale troppo forte per i sostenitori de Il Giornale), la nozione di “bene comune” è una questione semantico-linguistica in primis e giuridico-costituzionale in secundis che ha anche una valenza etica. L’errore di Veneziani (et sostenitori), invece, è ritenere che in politica non esistano nozioni etiche e che si debba mantenere distinta l’etica dalla politica; e dunque che il “bene comune” sia una questione pratica priva di valenza etica. È vero che per non cadere negli errori dello Stato etico (relativamente agli errori storici del passato) si dice che etica e politica debbano rimanere distinte, ma ciò ha senso solo nel caso in cui si debba impedire l’assolutismo di certi valori etici appartenenti e condivisi, per esempio, da un certo gruppo a scapito di altri gruppi (e che con ciò si arrivi a legiferare proprio in virtù della predominanza etica di un gruppo su altri), contestare l’assenza di etica non significa affatto porre e auspicare la predominanza dell’etica di questo o quel gruppo. Come sempre, se si usa un minimo di logica, si arriva a capire quali sono i sofismi di Veneziani et sostenitori de Il Giornale. Infatti, quando cita l’esempio della Binetti, il senso del contrasto e dell’opposizione alla Binetti è proprio quello di impedire che una visione etica (in questo caso quella cattolica in merito alla vita e all’eutanasia) possa in qualche modo predominare sulla collettività (è per questo che oggi si vogliono ridiscutere certe legislazioni dello stato).

    L’errore di Veneziani, in diefinitiva, è credere che impedire lo Stato Etico significhi anche totale assenza di un’etica pubblica. La critica della professoressa De Monticelli, invece, verte non su etiche individuali ma sull’etica di natura pubblica. In fin dei conti, gran parte del diritto costituzionale non nasce dalla mera biologia, anzi, le spinte propulsive che hanno prodotto invenzioni moderne e meravigliose come lo stato di diritto e la costituzione nascono proprio dal confronto di natura etico-razionale, ma su base comune! Se si contesta che il diritto costituzionale sia il prodotto di una concezione etica collettiva che appartiene a un determinato periodo storico è mutevole e può mutare, tuttavia, non si deve pensare che alla base del diritto debba per forza di cose subentrare un relativismo assoluto; certi valori, sia beninteso, sono stati codificati come di valore universale (la famosa carta dei diritti umani per esempio riconosciuta da molti Stati), ergo, esiste una etica con valori comuni e universali (e questo per rispondere anche al nichilismo tipico della Chiesa Cattolica denunciato nell’articolo della professoressa in cui annunciava la sua abiura).

    Il Bene Comune è fatto anche di condivisioni di basi etiche comuni, che guarda caso sono anche alla base dell’agire politico e non sono frutto solo della produzione di un gruppo storico, bensì costituisce il frutto dell’evoluzione continua e della comunicazione di più gruppi, di più entita, succedentesi nel corso delle varie epoche storiche. La posizione di Veneziani è anche piuttosto pericolosa, a mio avviso, poichè sembrerebbe quasi auspicare una totale separazione tra politica ed etica; ma allora, volendo tirare le conseguenze logiche di tale posizione, cosa impedisce a un gruppo politico di produrre motivazioni meramente politiche per giustificare (politicamente parlando) uno sterminio fisico degli oppositori? Bobbio a più riprese parlava anche di “dittatura della maggioranza”, e questo ha anche una valenza che riguarda l’etica pubblica di natura laica, ovviamente (forse citare a sproposito Bobbio per certe cose e mancare di citare Bobbio per altre cose è tipico di chi faccia il gioco di tirare l’acqua sempre al proprio mulino). Mi scuso per gli errori di battitura ma è che, pur seguendo da molto questo splendido sito, mi manca sempre il tempo di articolare dovutamente le mie argomentazioni; e oggi colgo l’occasione per farlo (occasione più unica che rara, a dire il vero).

  10. Marco Storni
    giovedì, dicembre 23, 2010 at 00:38

    Senza la pretesa di aggiungere punti di particolare rilievo alla discussione, vorrei limitarmi ad una breve riflessione sull’argomento. Il mio modesto parere è che l’ondata di “immoralità” che in questi anni ha infuriato nel nostro paese può (e forse deve) essere letta in una duplice direzione: da un lato, è certamente frutto di una lunga tradizione di mafie, partitocrazia, etc; dall’altro però, ponendola giustamente in relazione al governo dell’attuale premier, ha peculiarità che ne segnano la netta discontinuità rispetto al passato. Per dare un contorno a questo secondo corno del problema si può far notare (e a mio parere è questo uno degli elementi decisivi) il potere mediatico che è stato ed è tutt’ora nelle mani di Berlusconi. Non mi riferisco semplicemente all’informazione ma (e soprattutto) a tutti quei programmi televisivi che in questi anni hanno fatto il pieno di ascolti e raggiunto la massima bassezza “morale”(umanamente concepibile). Si deve riflettere sul potere enorme di questi mezzi sui giovani, gli anziani, etc. Il proporre questi programmi a un così largo pubblico, che se ne nutre abbondantemente (per svagarsi o altri motivi: se comunque trova questo, a questo finisce spesso per adeguarsi; l’analisi dei “perchè” andrebbe rinviata ad altra sede) significa proporre come modelli gli “eroi” di quei programmi. Per farla breve, secondo questo modello (che, ricordo, è solo UNO dei possibili aspetti e possibili chiavi di lettura) l’attuale Premier incarnerebbe l’ “eroe” degli “eroi”. Tutto ciò che disgusta molti italiani, altrettanti e forse più ne accende di maggior passione per Berlusconi. Sto, per mettere ordine al discorso, sostenendo che, se il primo corno del problema concerneva una CONTINUITA’ di valori con il passato, il secondo corno concerne una RADICALE DISCONTINUITA’: l’assetto di valori, l’orizzonte assiologico di moltissimi è mutato; ciò che trent’anni fa sarebbe stato preso per una surreale storiella oggi è realtà. Un bene? Personalmente non credo.

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