Marcello Veneziani risponde a Roberta De Monticelli sulla questione morale

domenica, dicembre 12, 2010
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«Gentile Prof. De Monticelli, ringrazio io per il tono civile delle sue argomentazioni. Che a mio parere, confermano quel che ho scritto in quell’articolo, seppur nei limiti sommari di un articolo e in una bagarre climatica come quella che stia­mo vivendo. Lei è convinta che ci sia un’Italia immora­le, eticamente marcia, che non ha mai pre­so sul serio la vita, e che è orientata verso il centro-destra. E di conseguenza, presumo, c’è un’Italia con vivo senso etico e morale, che ha preso sul serio la vita sul versante opposto. La prima si nutre di scetticismo etico, la seconda invece è più consona alle virtù civiche e morali. Io non lo credo affat­to. (…) » (continua)

Prosegui la lettura dell’articolo di Marcello Veneziani Ma non si può usare l’etica per criminalizzare chi li vota, pubblicato su Il Giornale, sabato 4 dicembre 2010

Sullo stesso argomento, leggi la recensione di Marcello Veneziani al libro di Roberta De Monticelli, La questione morale, con i commenti seguiti, e la replica di Roberta De Monticelli L’equivoco dei nostri giorni «C’è un diffuso equivoco, insieme profondo e interessato, insieme filosofico e morale, di cui è un esempio l’editoriale di Marcello Veneziani, Se chi vota è trattato da criminale (“Il Giornale” 25/11/2010), che ringrazio per aver dedicato al mio saggio su La questione morale una cospicua riserva delle sue batterie d’assalto, mettendomi fra l’altro nella più che onorevole compagnia di Barbara Spinelli. È la confusione, o l’interessata identificazione, di radicalità etica e radicalismo politico. (…) (continua) ».

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2 commenti a Marcello Veneziani risponde a Roberta De Monticelli sulla questione morale

  1. Claudio
    mercoledì, dicembre 22, 2010 at 09:02

    Veneziani ha uno strano modo di concepire una nozione quale quella di “bene comune”. Ebbene, con buona pace di Veneziani (e spero che non sia uno shock razionale troppo forte per i sostenitori de Il Giornale), la nozione di “bene comune” è una questione semantico-linguistica in primis e giuridico-costituzionale in secundis che ha anche una valenza etica. L’errore di Veneziani (et sostenitori), invece, è ritenere che in politica non esistano nozioni etiche e che si debba mantenere distinta l’etica dalla politica; e dunque che il “bene comune” sia una questione pratica priva di valenza etica. È vero che per non cadere negli errori dello Stato etico (relativamente agli errori storici del passato) si dice che etica e politica debbano rimanere distinte, ma ciò ha senso solo nel caso in cui si debba impedire l’assolutismo di certi valori etici appartenenti e condivisi, per esempio, da un certo gruppo a scapito di altri gruppi (e che con ciò si arrivi a legiferare proprio in virtù della predominanza etica di un gruppo su altri), contestare l’assenza di etica non significa affatto porre e auspicare la predominanza dell’etica di questo o quel gruppo. Come sempre, se si usa un minimo di logica, si arriva a capire quali sono i sofismi di Veneziani et sostenitori de Il Giornale. Infatti, quando cita l’esempio della Binetti, il senso del contrasto e dell’opposizione alla Binetti è proprio quello di impedire che una visione etica (in questo caso quella cattolica in merito alla vita e all’eutanasia) possa in qualche modo predominare sulla collettività (è per questo che oggi si vogliono ridiscutere certe legislazioni dello stato).

    L’errore di Veneziani, in diefinitiva, è credere che impedire lo Stato Etico significhi anche totale assenza di un’etica pubblica. La critica della professoressa De Monticelli, invece, verte non su etiche individuali ma sull’etica di natura pubblica. In fin dei conti, gran parte del diritto costituzionale non nasce dalla mera biologia, anzi, le spinte propulsive che hanno prodotto invenzioni moderne e meravigliose come lo stato di diritto e la costituzione nascono proprio dal confronto di natura etico-razionale, ma su base comune! Se si contesta che il diritto costituzionale sia il prodotto di una concezione etica collettiva che appartiene a un determinato periodo storico è mutevole e può mutare, tuttavia, non si deve pensare che alla base del diritto debba per forza di cose subentrare un relativismo assoluto; certi valori, sia beninteso, sono stati codificati come di valore universale (la famosa carta dei diritti umani per esempio riconosciuta da molti Stati), ergo, esiste una etica con valori comuni e universali (e questo per rispondere anche al nichilismo tipico della Chiesa Cattolica denunciato nell’articolo della professoressa in cui annunciava la sua abiura).

    Il Bene Comune è fatto anche di condivisioni di basi etiche comuni, che guarda caso sono anche alla base dell’agire politico e non sono frutto solo della produzione di un gruppo storico, bensì costituisce il frutto dell’evoluzione continua e della comunicazione di più gruppi, di più entita, succedentesi nel corso delle varie epoche storiche. La posizione di Veneziani è anche piuttosto pericolosa, a mio avviso, poichè sembrerebbe quasi auspicare una totale separazione tra politica ed etica; ma allora, volendo tirare le conseguenze logiche di tale posizione, cosa impedisce a un gruppo politico di produrre motivazioni meramente politiche per giustificare (politicamente parlando) uno sterminio fisico degli oppositori? Bobbio a più riprese parlava anche di “dittatura della maggioranza”, e questo ha anche una valenza che riguarda l’etica pubblica di natura laica, ovviamente (forse citare a sproposito Bobbio per certe cose e mancare di citare Bobbio per altre cose è tipico di chi faccia il gioco di tirare l’acqua sempre al proprio mulino). Mi scuso per gli errori di battitura ma è che, pur seguendo da molto questo splendido sito, mi manca sempre il tempo di articolare dovutamente le mie argomentazioni; e oggi colgo l’occasione per farlo (occasione più unica che rara, a dire il vero).

  2. Maurizio Pane
    venerdì, gennaio 7, 2011 at 16:50

    Sono d’accordo su tutto. L’unico appunto che faccio è che mi rifiuto di credere che Veneziani “sbagli” credo piuttosto che persegua un disegno ben preciso di annullamento dello Stato e della concezione dello stesso che ne deriva nelle moderne democrazie occidentali. Il che vuol dire, in parole povere, che vince il più forte, ricco, furbo, bello, etc a secondo dei casi.

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