Il “moralismo”: prima ricognizione su un termine entrato molto in voga

venerdì, marzo 11, 2011
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La parola “moralismo” è correntemente molto in voga. Viene usata in diversi significati, alcuni dei quali ben noti, altri nuovi. Mi propongo di compiere una breve rassegna, senza ambizione di completezza, e puntando a cogliere alcune delle somiglianze di struttura tra le accezioni individuate. Vedremo che il “moralista” (i) dispone di un sistema morale inadeguato e/o superato, (ii) è egli stesso un essere moralmente inferiore, (iii) non capisce la realtà in cui vorrebbe operare, (iv) è condannato all’inefficacia pratica e in particolare politica. Queste quattro tesi saranno illustrate e brevemente commentate.

Vorrei in primo luogo spiegare come mi è venuta questa curiosità. Di solito la parola è usata in un’accezione negativa, anche se indefinita. “Non per fare il moralista, ma…”. “Non sono un moralista, anzi, io odio e combatto il moralismo, ma…” “Ma” cosa? Di solito, dopo il “ma” sono proposte, sorprendentemente, delle considerazioni morali, a volte discutibili, spesso condivisibili. Parrebbe che questi parlanti – o scriventi – presuppongano l’esistenza di due sistemi morali, quello dichiarato, ufficiale, codificato, che sarebbe meschino, bigotto, oppressivo, e che perciò essi respingono, e quello vero, meritevole di considerazione universale, che essi invocano.

A volte il sistema morale è uno solo e non viene mai, in quanto tale, messo in discussione. È l’atteggiamento, sono le intenzioni con cui lo si invoca ad essere oggetto di critica tipicamente derisoria. Ad esempio, spesso viene tacciato di “moralismo”, o, sinonimemente, di “falso moralismo” l’ipocrita, quello che predica bene ma razzola male. Se vogliamo, l’argomento è ad personam, e non osa sfidare una norma. Invece, invoca una meta-norma, secondo cui chi richiede l’applicazione, agli altri, di una norma, debba essere il primo a rispettarla. In alcuni casi questa meta-norma non pare molto appropriata. Se uno che in passato ha commesso dei furti denuncia un ladro che ha rubato a lui, sarà un po’ ridicolo, ma indubbiamente è nel suo buon diritto. Supponiamo però che un parlamentare favorevole all’esclusività della famiglia eterosessuale monogamica sia di fatto divorziarto o pluridivorziato, o conviva con un partner del suo stesso sesso, e si giustifichi sostenendo che la cosa importante è mantenere il principio. Potrebbe allora darsi una società costituita totalmente di pluri-divorziati, o di coppie omosessuali, ciascun membro della quale si dichiari a favore del principio, alla cui impossibile validità (per gli altri) tutti si dichiarino impegnati.

Se non l’ipocrita,”moralista” viene a volte detto l’invidioso: un certo tipo di invidioso almeno, quello che vorrebbe sì violare qualche norma morale, ma per qualche handicap naturale o semplicemente per pavidità, per… scarsa intensità di vita, neppure ci riesce, e allora depreca le violazioni altrui! Non rendendosi conto che la gran parte dei suoi pari, i pavidi, si identifica semmai con il violatore, che segretamente ammira e delle cui gesta tacitamente si compiace. Nel famoso film con Alberto Sordi Il moralista (1959) il protagonista, in orario d’ufficio zelante incorruttibile funzionario, si sdoppia: clandestinamente dirige una tratta delle bianche. Ed è tanto più ossessivo come censore, quanto abile e rilassato come gangster!

A volte il “moralista” è colui che non si accorge che la situazione nella quale opera è più ampia di quanto a lui paia: compie, secondo chi lo accusa, un errore che grazie a un Monsignore abbiamo recentemente imparato a chiamare “di mancata contestualizzazione”. Certo l’URSS faceva schifo, ammise in una sua fase Sartre, ma dirlo apertamente in Francia avrebbe provocato la demoralizzazione dei più semplici, ingenui compagni: con un’attenuazione nella lotta di classe, degli scioperi, della lotta anti-imperialista, ecc. Dunque Camus sarebbe stato, per Sartre, un “moralista”. In questi casi, il “moralista” compierebbe un errore cognitivo: non guarderebbe abbastanza lontano. Ma forse questo è solo l’errore cognitivo di chi lo accusa. Può darsi che il suo avversario abbia guardato e visto, e abbia tratto delle conclusioni diverse in base a sue diverse convinzioni morali. Ad esempio Camus credeva nell’uguaglianza tra gli uomini, e che i “compagni”, invece che tenuti in una specie di riserva indiana creata tacciando di mendacità ogni resoconto delle condizioni di vita in URSS, dovessero essere educati alla verità. Allora il problema è in realtà quello classico del quantum di menzogna richiesto dalla costruzione e sviluppo di un movimento internazionale di lavoratori, o di una nazione, o repubblica. La menzogna ha uno strani modi di ramificarsi e proliferare e avvolgere e soffocare una persona e una società. Il “moralista” sarebbe colui che crede che con la menzogna non si costruisca niente di buono.

Ma spesso i due sistemi morali non sono in aperta opposizione. Si trovano invece a sinistra e a destra del “ma”. Il “moralista” si attiene, e pretende stoltamente che tutti si attengano, a quello a sinistra del “ma”. Mentre invece è quella a destra che è in vigore… Le ragioni della preferenza per il sistema a destra non sono quasi mai indicate. Se vi sia una vera superiorità morale dell’uno sull’altro, come di quello di Gesù su quello dei farisei, almeno secondo l’interpretazione corrente del loro contrasto, è un’affermazione al massimo adombrata, mai fatta apertamente. A volte il sistema di sinistra è semplicemente caduto in desuetudine, o così si vorrebbe: di quante leggi, della cui violazione qualcuno che ci sta a cuore si ritrova accusato, non si sente dire che sono vecchie, cadute in desuetudine, pochissimo applicate? Ad esempio: una diciassettenne ben scafata, oggi come oggi, è ancora una minorenne? Il “moralista” avrebbe il solo torto di non rendersi conto che ormai i genitori, i fidanzati, i fratelli ecc. spingono e incoraggiano le ragazze a offrire prestazioni sessuali per danaro o altre utilità, quali ad esempio la nomina a ben retribuite cariche pubbliche. Il moralista non percepirebbe che questi scambi plurilateralmente vantaggiosi, essendosi largamente diffusi (o avendo acquisito una notorietà che prima non avevano), hanno acquisito una loro legittimità. E se persino l’elettorato, con i suoi voti, conferma queste candidature o conforta chi ha fatto le nomine, quale ragione è rimasta per opporsi all’esistenza ufficiale di questo mercato? Vi potrebbero, a rigore, essere delle ragioni morali e delle ragioni funzionali non (immediatamente) morali. Le ragioni morali sarebbero che vi sono servizi che, per natura loro, possono essere scambiati con denaro e altre utilità, altri no. Le prestazioni sessuali sono riservate ai coniugi, ai fidanzati, agli amanti persino occasionali, senz’altro corrispettivo. Nessuno può impedire a una persona di farne invece oggetto di scambio. Ma, dato il modo in cui espongono i lati profondi di una persona, è socialmente desiderabile che la persona quando intraprende questi scambi sia pienamente padrona di sé. Le ragioni funzionali sono più intuitive: non è negli Stati Uniti o in Germania, ma in Messico e in Bolivia che si può comprare tutto. Anche se aprire nuovi mercati ad esempio delle sentenze giudiziarie, o dei deputati, di interi pacchetti di voti, o dei diplomi universitari, o delle dichiarazioni di conformità antisismica, possa sembrare ad alcuni liberante, questo condanna il paese al sottosviluppo non solo civile ma anche economico. Il punto è che, se anche vantaggiosi per alcuni, persino per molti, quegli scambi non lo sono mai per tutti. Anzi, sono socialmente dannosi: infatti poi si scopre con ingiustificata sorpresa e finta desolazione che le case crollano, i pazienti muoiono, i torrenti improvvisamente scoppiano, le assunzioni sono fatte in modo clientelare, le leggi per favorire pochi e danneggiare moltissimi, ecc. Non stava il governo Berlusconi, per aumentare il suo consenso, procedendo ad un drastico alleggerimento della legislazione antisismica proprio immediatamente prima del terremoto in Abruzzo? Non è raro che mafiosi e camorristi uccidano, dopo qualche esperienza negativa in cui sono incappati loro parenti o amici, i medici incapaci di cui essi stessi hanno imposto l’ingresso nelle Asl. Essi personalmente, nelle pause del loro duro lavoro di orientamento delle elezioni e di gestione consensuale delle ASL di loro spettanza, vanno a curarsi in Svizzera, o negli USA.

Siamo così arrivati alla soglia del problema centrale, quello dei rapporti tra etica e politica. Il sistema di regole a destra del “ma” non è in questo caso un sistema normativo, ma di regolarità empiriche, di leggi scientifiche. A sinistra, i principi morali, a destra la realtà sociale strutturata. Strutturata, non una massa in sé amorfa e quindi plasmabile a volontà da un agente morale bene intenzionato. La politica, come l’economia, ha le sue leggi, e ignorarle è velleitario e pericoloso. Infatti, condanna alla totale inefficacia, che in politica è anche un difetto morale. Al Principe non conviene fare esercizio di virtù morali, ma semmai di sembrare di farlo. Disastroso in generale, per lui, di mantenere i patti. I vizi privati sono pubbliche virtù: solo il lusso delle corti garantisce infatti la prosperità generale. La carità ai poveri protraendo il periodo della loro cieca moltiplicazione rinvia solo di poco il momento in cui in maggior numero saranno falcidiati dalla scarsità di generi alimentari. Che del resto, quando siamo così fortunati da poterceli procurare, non traiamo dalla benevolenza del macellaio, o del birraio… Con queste tesi oltraggiose ma inoppugnabili, Machiavelli, Mandeville, Malthus e Smith hanno indicato i limiti di un approccio esclusivamente normativo alla politica e all’economia.

Approccio che in certi ambienti permane. Solo pochi decenni fa, ad esempio, nell’enciclica Populorum Progressio (1967), il Pontefice di allora, Paolo VI, proponeva di risolvere il problema della povertà dei paesi sottosviluppati con un sistema di giganteschi trasferimenti internazionali di reddito a loro favore da parte dei paesi industrializzati, in conformità con l’imperativo della carità e della giustizia: ai donatori non sarebbe dovuto restare più del necessario.

Dunque, si dice, per ottenere un risultato politico, occorre un’azione politica. La minoranza di cittadini italiani che “per sbarazzarsi del governo Berlusconi spera nei processi” peccherebbe di lesa maestà, vorrebbe “rovesciare nelle aule dei tribunali il verdetto del popolo sovrano”, un’audace azione politica, se riuscisse, contro cui farebbe ridere l’indignazione morale (o “moralistica”?) con cui è denunciata. Da coloro che accusano la minoranza anti-berlusconiana di moralismo! E di fatti, tale minoranza è accusata ad un tempo di ribalderia e di astrattezza moralistica. Vediamo come la minoranza cerca di scansare la doppia accusa: il Berlusconi è al massimo l’attuale leader della maggioranza parlamentare. In democrazia, costretto a ritirarsi un leader di maggioranza, se ne trova un altro! Forse è vero che, se cadesse Berlusconi, cadrebbe anche il governo. Ma questo è dovuto a un’altra preoccupante, sinistra anomalia politica, la natura personale, unica nella storia d’Italia e unica in Europa, del suo partito, dove le personalità indipendenti per costruzione non si trovano. Inoltre, in una democrazia costituzionale, il Berlusconi, nonostante la sua carica, è soggetto alla legge. Usando la sua maggioranza parlamentare, ha potuto e può fabbricarsi un’impressionante serie di leggi ad personam per evitare di rispondere giudizialmente delle sue malefatte e per perseguire una varietà di altri suoi interessi privati. Ma denunciare queste manovre alla cittadinanza, in un paese in cui è lo stesso soggetto che controlla buona parte delle televisioni e possiede diversi giornali e settimanali, è il solo mezzo per informarla. La democrazia non funziona senza informazioni! Ecco perché i media non dovrebbero essere controllati dalla politica, e tanto meno da un singolo soggetto che abbia cariche pubbliche. Quanto più si insiste sul valore della sovranità popolare tanto più si mette in luce l’anomalia dei media controllati dal capo di un partito, che è addirittura a capo del governo! Neanche più nel Kazakistan avviene questo!

In somma, le denunce risulterebbero “moralistiche”, ossia, inefficaci, se, alla fin fine, la maggioranza degli elettori, essendone stati pienamente edotti, approvasse i trucchi del Berlusconi. Ecco allora in che cosa consisterebbe il “moralismo” di coloro che vorrebbero rimuovere il Berlusconi dal governo. Da un lato, sarebbero invidiosi: ad esempio, le minorenni vorrebbero farsele loro; dall’altro, non capirebbero che la maggioranza dell’elettorato approva il suo Capo e trae soddisfazione vicaria dai suoi exploit sessuali (la rilevante componente femminile di tale elettorato mugolerebbe e gemerebbe idealmente con Ruby? Ma non è stata abbandonata la trovata della “fidanzata segreta di Berlusconi” per poterlo conservare come fidanzato ideale di tutte le sue elettrici?) Non rendendosi conto di questo, la minoranza anti-berlusconiana si abbandonerebbe a proteste per ragioni che la maggioranza non condivide e, nel loro assurdo elitismo, neppure capisce: e perché mai un Presidente del Consiglio non dovrebbe fare la voce grossa e raccontare delle frottole alla Questura per rinviare una minorenne sbandata con chi la può seguire benevolmente e rimettere sul giusto cammino, la prostituta maggiorenne a ciò adibita? Difficile, difficilissimo da capire perché non dovrebbe. Il blocco dell’elettorato berlusconiano non lo ce la farebbe neppure nell’improbabile caso in cui ci si sforzasse. In definitiva, a sinistra del “ma” abbiamo degli sterili, incomprensibili principi di legalità. A destra la realtà strutturata, o piuttosto, alquanto destrutturata, dell’elettorato berlusconiamo. Insofferente di norme generali e astratte quanto il suo Capo, ammirato proprio per la sua capacità di risolvere tutto con qualche telefonata, ma sessualmente frustrato e in attesa di un riscatto almeno simbolico mediante le operazioni del Capo su Ruby e le altre. Questa “astrattezza” della minoranza anti-berlusconiana, di chiara origine azionistica, la condannerebbe all’inefficacia politica: il secondo, e fondamentale senso, in cui il suo atteggiamento si può dire moralistico.

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7 commenti a Il “moralismo”: prima ricognizione su un termine entrato molto in voga

  1. Claudio
    venerdì, marzo 11, 2011 at 20:02

    Constato con sempre maggior sdegno quanto la gente comune non sappia cosa siano propriamente parlando etica ed ethos e mirino a confonderli (uno mi ha persino risposto che l’”etica è esclusivamente personale”), forse una delle ragioni della dis-eticizzazione è la mancanza della consapevolezza di questa fondamentale distinzione?

  2. Andrea Zhok
    sabato, marzo 12, 2011 at 18:41

    Caro Claudio, sapere del tuo sdegno per l’ignoranza del significato proprio del termine ‘etica’ mi commuove.

    Temo però che tu debba prendere atto che se questi fossero i nostri problemi culturali saremmo la Norvegia.

    Per chi ne fosse ignaro rammento i dati OCSE (2005) e UNLA (2007), piuttosto simili, anche se tratti con metodologie diverse, relativi all’analfabetismo funzionale in Italia. Avviso in anticipo Claudio e tutte le persone sensibili di fornirsi di ansiolitici e di un fazzoletto.

    Circa il 2-5 % è totalmente analfabeta (non distingue le lettere o le cifre).
    Circa il 35% degli italiani è in grado di leggere singole parole e brevi frasi, ma non un testo esteso conservando la concentrazione e l’unità del compito.
    Circa il 33-40% è capace di leggere un breve testo scritto (articolo) e riconoscerlo quando gli viene sottoposto successivamente, ma non è in grado di fornire un riassunto scritto od orale che riproduca il senso dei passaggi.
    Soltanto circa il 20% di italiani è in grado di leggere un articolo e riassumerlo avendone compreso i passaggi argomentativi interni.

    Ora asciugatevi le lacrime ed assumete del diazepam.

  3. Claudio
    lunedì, marzo 14, 2011 at 13:05

    Caro Andrea,ti ringrazio delle informazioni.

  4. Roberta De Monticelli
    mercoledì, marzo 16, 2011 at 10:04

    Queste riflessioni sono implicitamente riferite all’analisi molto precisa e utilissima che Giacomo Costa fa dei sensi che ha assunto il termine moralismo (Il moralismo: prima ricognizione di un termine molto in voga, 11/03/11). Non lo seguono però nelle sue articolazioni, e perciò non le presento come commento; partono anzi dall’idea che esattamente quelle analisi mostrano la loro profondità non appena si diventi consapevoli di che cosa sia nel profondo questa “morale” che il termine spregiativo insieme rifiuta e ridicolizza. Ecco: rileggendo alcuni classici italiani, si vede che è precisamente la vita morale, intesa come vita d’esperienza assiologica, vita “seria”, ossia che prende sul serio le priorità di valore che ciascuno scopre qualificanti la sua esistenza e la sua identità. Solo se c’è questa vita, può esserci anche il bisogno di un’etica, cioè stricto sensu di una disciplina universale del dovuto, che possa venire in soccorso nei casi conflittuali, sulla base del rispetto della pari dignità di ognuno e quindi dei pari diritti. (Prosegui la lettura dell’articolo di Roberta De Monticelli: Ancora sul cosiddetto “moralismo”. Una lunghissima storia italiana).

  5. Stefano Cardini
    martedì, marzo 22, 2011 at 01:13

    Volevo segnalare un’altra prodigiosa campagna contro l’orribile e dilagante moralismo, che ha visto protagonista, lo scorso 4 marzo, Striscia la notizia, il popolarissimo programma, condotto da Ezio Greggio e Michelle Hunziker, del proteiforme Antonio Ricci (registro dalla sua sobria autobiografia: ex sessantottino, ex cantautore, ex cabarettista, ex studioso di Gramsci e Croce, ex traduttore di Villon, ex insegnante di latino e greco, ex preside più giovane d’Italia, ex scrittore, ex autore di Beppe Grillo, ex relatore alla Sorbona e così via per pagine e pagine). Il bersaglio è la cosiddetta “stampa progressista”, ipocrita e bacchettona.

    Ferito e scosso dall’identificazione, non so da chi perpetrata, dell’immagine degradata delle donne con le ragazze coccodè del Drive In e le veline di Striscia scaturite dalla sua lucrosa immaginazione, il papi del Gabibbo ha infatti inviato alle circa 1.200 giornaliste dei periodici illustrati italiani (Mondadori, L’Espresso, Rcs, Condé Nast, notoriamente progressiste) la seguente candida e-mail:

    STRISCIA LA NOTIZIA
    LANCIA OGGI L’INIZIATIVA
    “DALLA PROTESTA ALLA PROPOSTA”

    A TUTTE LE GIORNALISTE DEI GRUPPI MONDADORI, L’ESPRESSO, RCS E CONDÉ NAST È STATA INVIATA LA SEGUENTE SCHEDA:

    DIGNITÀ DELLE DONNE. DOPO LA PROTESTA LA PROPOSTA.

    È DISPOSTA A METTERE LA SUA FACCIA NELLA BATTAGLIA PER CAMBIARE L’UTILIZZO CHE ANCHE IL SUO GIORNALE FA DEL CORPO DELLE DONNE?

    o SÌ

    o NO

    È possibile votare fino alle ore 20.00 dell’8 marzo 2011, Festa della Donna.

    *LA MANCATA RISPOSTA VERRÀ VALUTATA COME UN NO.

    L’8 marzo il risultato del sondaggio, al quale hanno risposto solamente poche decine di persone, è stato mandato in onda durante Striscia la notizia, seguito da una vecchia intervista di repertorio a Laura Rodotà, nella quale la giornalista spiegava come nei giornali si accetti abitualmente lo sfruttamento del corpo femminile “pur di pagarsi lo stipendio”. I no, diversamente da quanto annunciato nella e-mail, sono stati però scorporati, a motivo della valanga di proteste delle mie colleghe. Il video di Striscia, fino a pochi giorni fa disponibile su Youtube, ora non si trova più. Chissà, forse Ricci ha creato agitazione in famiglia…

    Tutto sembra alquanto faceto, a uno sguardo distratto. Ma la verità, invece, è che noi siamo la fiction, e i numerosi Ricci la realtà. Provate a immaginare le conclusioni che avrà tratto lo spettatore medio di quella puntata di Striscia la notizia sulle donne scese in piazza in difesa della loro dignità il 13 febbraio. E ora riflettete sul fatto che a seguire quel programma, ripreso anche da talk show politici come Matrix, sono milioni. L’operazione fustiga i fustigatori, peraltro, non è finita qui: pare infatti che il compagno Ricci abbia annunciato tra squilli di tromba e stacchetti di essere disposto a sospendere addirittura il concorso con cui seleziona le sue mirabili veline a patto che la Rai sospenda il suo tradizionale appuntamento con Miss Italia. Attendiamo tutti trepidanti entrambi i rivoluzionari eventi, che certo avranno luogo.

    Sprovvisto – ahimé – di tapiro, ecco per la cronaca quanto ho inviato a Ricci il 4 marzo scorso.

    Caro Striscia la notizia, caro Antonio Ricci,

    plaudo con viva ammirazione alla vostra iniziativa di passare dalla protesta alla proposta in difesa del corpo delle donne. Mi dolgo solamente di non essere stato a mia volta sollecitato a partecipare al vostro meritorio sondaggio tra le giornaliste dei magazine italiani, al quale avrei risposto con un sonoro “sì, ci metto la faccia”, anche se sono, ahime’, un uomo.

    Perché, come voi, anche io non sono uno di quegli ipocriti che il sabato e la domenica scendono in piazza a stigmatizzare i costumi degli altri, mentre da lunedì al venerdì prende parte al mercimonio mediatico delle donne al riparo dietro al monitor della redazione. Il mercimonio femminile, io, lo pratico, con fichtiana coerenza, anche di sabato e domenica. E, appena posso, mi applico con inflessibile dirittura anche sul corpo degli uomini.

    Purtroppo, però, come voi, anche io vengo frainteso e pertanto ingiustamente accusato. È il fatto di essere stati educati a una cultura alta e raffinata che ci condanna. L’essere, in fondo, i soli intellettuali italiani davvero nazional-popolari, come anche Gramsci li avrebbe voluti.

    Queste piccolo-borghesi che sfilano indignate, non capiscono che, come ha insegnato Alberto Asor Rosa, ogni testo ha almeno tre o quattro livelli di lettura. Loro si fermano al primo. E nelle nostre ragazze coccodè, nelle nostre veline, vedono solamente una profusione di cosce, culi e tette a uso degli sguardi libidinosi dei maschi italiani, e ai quali guardano, come alla loro miglior arma nella competizione sociale, milioni di ragazzine.

    È loro precluso, invece, come le nostre frugolette effervescenti, non sian altro che una raffinata rappresentazione/provocazione dell’ipocrisia della nostra società tutta, in cui tutti siam compromessi, ragion per cui i più biasimevoli non debbano essere considerati i bravi professionisti della comunicazione che sapientemente attingono al talento scolpito nei corpi di giovani ragazze piene di sogni, grinta e ambizione, ma chi se ne sdegna!

    Grazie per avere ancora una volta risvegliato in noi quell’altissimo senso morale che Kant scorse in fondo al nostro cuore, il quale, alieno da far differenze e sconti, giammai distingue tra i doveri del re e del suddito, creme anticellulite e seggi in Parlamento.

    Con accresciuta stima,

    —————

    Stefano Cardini

  6. Andrea Zhok
    martedì, marzo 22, 2011 at 11:10

    Bella lettera, Stefano, forse troppo bella.

    Attento che l’ironia è un’arma utilizzabile solo quando c’è ancora un fondo culturale comune su cui i sottintesi si stagliano con evidenza, producendo l’effetto ironico/umoristico. Non sono purtroppo certo che il nostro ex-ex-ex (ed il suo entourage) abbia ancora sufficiente terreno comune per decodificare lo sfottò.

    Ma, per quel che vale, almeno io mi sono divertito.

  7. Stefano Cardini
    martedì, marzo 22, 2011 at 11:58

    Conoscendo i polli, l’ufficio stampa l’avrà cestinata alla terza riga. Ma che vuoi fare? È gente con il coltello dalla parte del manico. Lui, comunque, se la tira parecchio da intellettuale. Un altro reduce tronfio del movimento.

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