Sulla conquista della libertà e le cosiddette anime belle. Dal Pra e Banfi a confronto tra kantismo e storicismo

martedì, marzo 1, 2011
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A riprova del fatto che non c’è mai limite al bene, sulla scia della recente polemica sollevata da Giuliano Ferrara su le belle anime azioniste (e la loro miseria) (titolo dell’articolo uscito su Il Foglio con cui L’Elefantino ha stigmatizzato i “moralisti del Palasharp”), su gentile segnalazione di Dario Borso, docente di Filosofia presso l’Università Statale di Milano, noto per i suoi studi kierkegaardiani e più recentemente per la sua storiografia filosofica del ’900 italiano, pubblichiamo due interessanti stralci d’Autore che meritano di essere letti a specchio. Il primo è un articolo di Mario Dal Pra, pubblicato cinque giorni dopo la caduta di Mussolini su Il Giornale di Vicenza del 30 luglio 1943 dal titolo Ordine e libertà. Il secondo è un articolo a firma di Antonio Banfi, uscito nel marzo del 1957 in seguito alla rivolta d’Ungheria (che videro i carri del Patto di Varsavia reprimere la rivolta antisovietica di cui si fece interprete il primo ministro comunista ungherese Imre Nagy) su Rinascita, il periodico politico-culturale del PCI fondato da Palmiro Togliatti. I due testi appartengono a due profili intellettuali d’indubbio valore: sia Mario Dal Pra sia Antonio Banfi, pur tra mille differenze, contribuirono infatti alla cosiddetta Scuola di Milano, alla quale la filosofia (e, nel caso di Banfi, la fenomenologia) e la cultura italiana deve non poco. Messi a confronto, però, sul piano della battaglia delle idee, esemplificano in modo efficace una contrapposizione che, semplificando un poco, potremmo definire tra kantismo e storicismo, che si credeva morta e che invece, a sorpresa, Giuliano Ferrara (che in effetti alla scuola di Rinascita è stato allevato) riesuma. Con non poca confusione, tuttavia, come si evince leggendo questi testi, visto che Ferrara è parso spacciare Kant, tra le altre cose, anche per una sorta di “storicista” ante litteram accecato di Realpolitik.

Cinque giorni dopo la caduta di Mussolini, su Il Giornale di Vicenza del 30 luglio 1943, esce un articolo di fondo di Mario Dal Pra dal titolo Ordine e libertà

« La bandiera del nostro Risorgimento torna a sventolare gloriosa; tornano sulle nostre labbra i nomi di Mazzini, di Garibaldi, di Mameli, di tutti coloro che intesero la Patria come Libertà. Oggi più che mai apprezziamo che cosa significhi avere una responsabilità, partecipare colla propria passione alla vita politica, sentire il peso della propria costruzione, per quanto modesta. Siamo usciti di minorità, abbiamo riguadagnato la personalità. E sentiamo che appunto in questa libertà sta l’ordine vero, l’ordine spirituale. Comprendiamo bene l’abisso che separa il capriccio dalla libertà; il capriccio è appunto il segno della minorità spirituale, lo sbandare di chi non conosce regola, di chi ignora il sacrificio liberamente accettato e deciso. Invece libertà è farsi una nobile coscienza ed a questa essere fedeli. Va contro la libertà appunto colui che, col proprio ideale, tradisce se stesso. Libertà, responsabilità, ordine dell’uomo che colla ragione dà impronta alla sua vita: in ciò consiste la nobiltà migliore del nostro agire.

Questa libertà che è ordine morale non si riacquista per decreto di legge, né per colpi di Stato; si riacquista solo per educazione, per formazione, per ferrea volontà ispirata agli eterni valori dello spirito. La libertà non è dunque dono, ma è conquista, faticosa conquista che riassume in sé tutte le conquiste della civiltà e della storia. Per realizzare tale conquista occorre essere pervasi dall’amore dell’idealità, dal desiderio di superare l’egoismo per unirsi a tutti gli uomini nella fraternità dello spirito. Il senso della nostra fragilità, del tradimento dell’ideale in cui possiamo ad ogni istante cadere, deve farci attenti contro noi stessi, forti nella lotta contro tutti gli allettamenti immediati dell’egoismo. Oggi l’egoismo si potrà chiamare vendetta, o recriminazione per ambizione personale, o arrembaggio alla conquista degli interessi e dei privilegi che ogni situazione può presentare all’uomo senza coscienza. E contro questo egoismo bisogna essere forti; di quest’ordine bisogna essere disciplinati; per questo governo degli spiriti bisogna aderire fermamente al nuovo Governo nazionale.

Infatti in quest’ordine morale, espressione di tutta la nostra personalità, enunciazione della nostra dignità d’uomini, consiste il vero progresso della nostra vita collettiva, la vera rinascita della nostra Patria.

Combattiamo dunque l’errore di credere che l’ordine delle coscienze possa scendere dall’alto, possa farsi da sé, quasi come un processo fisico o chimico, per forze a noi estranee. Dobbiamo farci autori di quest’ordine che si chiama libertà appunto perché ha la sua radice nell’interiorità. Quello che altri chiamò fin qui ordine era la compostezza della morte, l’uniformità di una maschera che tutti ci ricopriva e che tutti ci umiliava in un volto solo, senza palpiti e senza passione. Si trattava di ordine apparente e di disordine sostanziale. Oggi ognuno si trova impegnato di fronte alla propria coscienza, di fronte al proprio dovere: non si sente più servo, ma libero e quindi obbligato all’interiorità. Ognuno così può riguadagnare la sua inconfondibile fisionomia, riacquistare le movenze della sua personalità morale; mentre diverrà così più profondamente se stesso, si troverà anche unito a tutti, nella dedizione ai sommi valori.

Agli uomini non si può servire mai; essere invece servi del bene, del bello, del vero significa regnare. A tutti gli italiani, in quest’ora solenne della rinascita patria, noi additiamo questa via dell’ordine che è libertà e formazione morale. Così diverremo intransigenti prima di tutto nei confronti di noi stessi e poi nei confronti di altri, nella vita morale come nella vita politica. Avremo a schifo i compromessi, deploreremo le mezze misure, avremo così caro i nostri ideali che non tollereremo più di vivere fuori della loro luce.

Tutto resta da fare per la costruzione morale dell’Italia, per il suo trionfo come primato morale e civile. Chi si concede ora riposo, costituisce un peso insopportabile che ci trascina inesorabilmente verso il passato e ci precipita nella servitù. Occorre al contrario vigilare per noi, per la Patria, per quello che essa rappresenta oggi che abbiamo riguadagnato la libertà.

Se qualcuno crede che la parola «ordine» implichi compressione delle coscienze si inganna, in quanto intende l’ordine nel senso estrinseco che ci ha dominati fin qui; ordine è primavera delle coscienze, empito di vita, potenzialità di costruzione, trionfo morale, vittoria dello spirito. Ci auguriamo che tutti gli italiani siano creatori, oggi, e custodi gelosi di quest’ordine per la nostra vera grandezza.

Quest’invito si rivolge soprattutto ai giovani, che hanno fino ad ieri nelle nostre scuole dato testimonianza a questa nostra idealità; con quella fede che ci ha guidati nel formare le loro coscienze oggi ritorniamo a loro e diciamo: per la salvezza della nostra Patria, per non venir meno al nostro preciso dovere, facciamoci apostoli di quest’ordine nella libertà, in cui è divenuta lieta, anche ieri, la nostra giovinezza. »

Nel marzo del 1957, esce su Rinascita, periodico politico-culturale del Partito Comunista Italiano fondato da Palmiro Togliatti, un articolo di Antonio Banfi a tema Le anime belle.

« (…) Un modo molto diffuso di considerare e interpretare gli avvenimenti politici contemporanei, specie quelli sanguinosi, è quello delle “anime belle”, di coloro, cioè la cui unica preoccupazione è quella di essere sempre a posto con la coscienza e con i grandi principi. Il moralismo è il difetto dominante di questo modo di considerare e interpretare gli avvenimenti e nel quale [sic] cadono anche molti intellettuali. I grandi principi da cui si parte e che servono come metro di misura degli avvenimenti sono, naturalmente, quelli della libertà, della giustizia, dell’odio contro qualsiasi violenza, da qualunque parte provenga. E questi principi, senza dubbio, sono da considerarsi nobili e rispettabili in ogni caso, ma ad essi non si dovrebbe mai mancare di accoppiare il senso storico e politico. E invece le “anime belle” mancano totalmente di questo duplice senso storico e politico, il quale permette, a chi ne è in possesso, di considerare storicamente positivi anche quei fatti che apparentemente contraddicono ai principi sopra menzionati. Mentre le “anime belle” sono abituate a considerare astrattamente gli avvenimenti e a misurarli direttamente e immediatamente con i grandi principi, coloro che sono forniti di senso storico e politico non si contentano di fare subito questa misurazione, ma assoggettano gli avvenimenti ad un’analisi storicistica, per verificare se essi sono suscettibili di essere inquadrati solo in modo mediato nei grandi principi; per analizzare cioè gli avvenimenti alla luce della situazione storica reale onde verificare se essi sono da considerarsi progressivi o meno, anche se in via immediata possono considerarsi dolorosi o discutibili. In tutte le crisi storiche, in tutte le rivoluzioni, in tutte le epoche di grandi rivolgimenti, le “anime belle”, anche se animate dalle migliori intenzioni, finiscono quasi sempre nel campo reazionario. Gli avvenimenti, in questi casi si presentano tumultuosi e violenti, le loro apparenze sono quasi sempre contrarie ai grandi principi e le “anime belle” non possono accettarli nella forma in cui si presentano e pertanto finiscono col prendere in odio anche le idee rivoluzionarie che in un primo tempo e del tutto astrattamente avevano condivise e ciò per il solo fatto che quelle idee si realizzano in modo tumultuoso e violento. Le “anime belle” non concepiscono che il progresso storico non si realizza mai attraverso percorsi facili e rettilinei e privi di difficoltà. Non concepiscono che spesso gli interessi del progresso del progresso storico richiedono operazioni dolorose, amare, impopolari, il cui significato positivo non è sempre verificabile immediatamente. Esse hanno della storia una concezione astratta e, in ogni caso, anche quando sanno che la storia passata si è svolta attraverso lotte e rivoluzioni più o meno cruente quando si è voluto far fare al popolo un passo avanti, credono che l’ulteriore cammino in avanti dell’umanità possa avvenire, d’ora in poi, senza bisogno di lotte e rivoluzioni. Non vedono l’urto gigantesco di interessi e concezioni che anche oggi informa la storia moderna, oppure, pur vedendolo ne diminuiscono l’intensità. E anche se non è affatto escluso che il progresso storico ulteriore possa avvenire pacificamente, tuttavia esse fanno di questa ipotesi una specie di dogma. Tutto ciò non fa che mostrarci la evidente necessità che gli intellettuali non dovrebbero mai mancare di un concreto senso storico e politico nella valutazione degli avvenimenti. In ogni caso occorre concludere che, se le sorti del progresso storico dovessero essere affidate alle “anime belle” l’umanità farebbe pochissimi passi avanti. (…) »

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30 commenti a Sulla conquista della libertà e le cosiddette anime belle. Dal Pra e Banfi a confronto tra kantismo e storicismo

  1. Stefano Cardini
    mercoledì, marzo 2, 2011 at 01:14

    Affiancando anche sommariamente l’Elefante ad Antonio Banfi, come d’altronde a Prezzolini e Agostino, gli si fa veramente una gran concessione. La lettura a specchio di questi due brani, va detto, è indubbiamente suggestiva. Ma meriterebbe una contestualizzazione ben al di sopra delle mie capacità. Non sono certo un esperto di Banfi, nel 1957 già molto anziano e alla vigilia della fine. Il suo marxismo, però, in apparenza così intransigente fino a renderlo cieco, originava da un razionalismo critico anti-idealista che in realtà lo poneva fuori dal solco classico Labriola-Croce-Gentile-Gramsci-Togliatti in cui si era formata la politica culturale comunista (e di Rinascita) in Italia. Anche di lì, credo, venne la sua attenzione – rivoluzionaria in un Paese come l’Italia, finito culturalmente ai margini, durante il fascismo, rispetto al resto d’Europa – per la fenomenologia di Husserl, la sua attenzione empiristica ai fenomeni e alle prassi alla base anche delle nostre più raffinate idealizzazioni, il suo rifiuto di ogni storicismo relativistico in merito al problema della verità, oltreché di ogni seduzione e retorica irrazionalistica di fronte alla crisi europea tra le due guerre, provenisse da Nietszche, Simmel, Spengler, Heidegger o peggio. Certamente c’è in Banfi, nel suo razionalismo critico illuminista e marxista, forgiato nell’esperienza dell’opposizione politica al fascismo, un’avversione contro la sterilità del “bei principi”. Ma essa si basa sull’idea che la persona debba educarsi a una creatività intesa come assunzione libera e piena di responsabilità verso la realtà e la storia, nell’azione e non solo nel pensiero. Nonostante il tono d’odiosa sufficienza e la cecità etico-politica del testo “ungherese”, che oggi suona a dir poco grottesco, l’antimoralismo di Banfi mi pare cioè molto lontano da quella sorta d’indefferentismo nei confronti dell’etica pubblica di cui si fa vanto (assumendo provocatoriamente e falsamente i panni del liberal-libertino) un Ferrara. Proviamo a leggere un altro po’ dell’antimoralismo di Banfi senza appiattirlo sulla cronache pruriginose d’oggi.

    Da L’uomo copernicano, Il Saggiatore, 1950:

    «La realtà morale (per il moralista, che Banfi critica) effettivamente non consiste per esso che nell’atteggiamento delle coscienze personali. Il dato di fatto concreto, la situazione, le condizioni di vita non hanno effettivamente alcuna importanza, giacché la volontà morale (proprio in quanto morale, proprio in quanto traduce in atto l’idealità dei puri principi) li trascende. Dal che deriva una duplice conseguenza. Da un lato, per il moralismo, la moralità ha la sua compiutezza nella direzione, nell’intenzione della volontà morale, qualunque ne sia il risultato concreto. Ciò che importa effettivamente non è quale mondo si costruisca, ma quale mondo si intenda di costruire; la responsabilità cessa con la buona intenzione e questa assolve di tutto: anzi tanto più buona e più bella sembra e più meritevole nella sua vana ostinazione, quanto più gli eventi la smentiscono e, per malvagità di alcuni o perversa natura umana, danno origine a una trista, infame realtà. Cosicché l’anima bella proprio di questa impotenza si vanta e vive di risentimento verso l’obiettività dei fatti e la realtà della vita. D’altro lato, per il moralismo, è affatto secondaria ogni azione diretta a modificare la situazione di fatto. Non sono le condizioni economiche, politiche, giuridiche, culturali che abbiano efficacia riguardo all’ordine morale».

    E ancora:

    «Un movimento politico che si costituisca su interessi limitati, su ideologie astratte è incapace d’essere veramente vissuto; esso diviene il campo della retorica e del compromesso e per ciò non di una nuova vita morale, ma di un fanatismo cieco e d’un astuto indifferentismo. In realtà solo dove c’è vita c’è moralità. E qui due cose sono da notare. L’una, che l’eroismo morale è tale solo in quanto costruttivo della persona e d’un mondo intorno ad essa: esso si rivela perciò nella interiore serena sicurezza. L’eroismo senza capacità costruttiva – che è l’eroismo delle cause sbagliate – è invece astratto, fanatico, risentito; né lo assolve il suo sacrificio: anzi lo marchia di un atroce grottesco. L’altra, è che lo scandalo della massima: il fine giustifica i mezzi, non ricade tanto sui machiavellici, che se son tali, operano in un campo ove fini e mezzi non hanno nulla a che fare con la moralità, quanto sul moralismo che fa consistere la morale nel puro ideale fine e ne separa i mezzi. Nella vivente moralità, questa antitesi è risolta non in vista di un principio astratto che concili i due estremi, ma per opera di un atto di energia creativa concreta che porta mezzi e fine sul piano morale e assume la responsabilità di fondarli e svolgerli in esso. Così nessun fine giustifica la violenza come mezzo e tanto meno la violenza si giustifica come fine a se stessa; ma la violenza può divenire forza costruttrice di un mondo, in cui si libera, si concreta e si estende la vita morale, e perciò assunta in questa e in questa illuminata».

    L’articolo del 1957 è lì, e certo può sollecitare molte domande e spietate critiche su quanto Antonio Banfi, insieme a moltissimi altri, avesse inteso di quel che rappresentava la repressione d’Ungheria. Ma Banfi, ricollocato nella giusta prospettiva storica, ci appare qualcosa di non riducibile a un dogmatico materialista-dialettico sostenitore di una Realpolitik sorda alle esigenze della morale; una sorta di Mario Alicata realmente colto, per capirci, arnese raffinato nelle mani del Togliatti che, anche per vezzo, gioca con gli intellettuali come il gatto con il topo. Come altri di quella generazione indurita (Banfi, anche questo va ricordato, è del 1886: ha 28 anni nel 1914; 39 anni nel 1925, quando sottoscrive l’antimanifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce in risposta al Manifesto di quelli fascisti a opera di Gentile e dintorni; 53 nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale delle sua vita), varrebbe la pena anche per lui di recuperare il mito di Epimeteo, ma senza mescolare le sue ragioni (anche le più sbagliate) con quelle che, per fare un esempio, concessero a se stessi, sull’altro fronte, quanti – come Carl Schmitt – scientemente e senza ripensamenti neppure postumi, militarono apertamente per la forza bruta, le potenze demoniche e irrazionali della storia, l’illibertà come fondamento della politica, il destino al di sopra e contro ogni forma di razionalità, moralità e responsabilità personale. Insomma: Banfi fu, è indubbio, ciecamente ostile a molte anime belle davvero belle, inclusi i “compagni” che parteggiarono per Nagy contro i carri del Patto di Varsavia. Ma il suo razionalismo della concretezza, è realmente accostabile all’antimoralismo vitalistico-populista, funambolicamente retorico e intellettualmente mimetico del nostro Elefantino da due soldi? Può, liberato dal rosso tragico della rivolta ungherese, davvero richiamarlo? C’è tutto del più vecchio e corrivo PCI in Ferrara (ma anche di molte avanguardie anarco-reazionarie primo ’900), a partire dal tono sprezzante e sarcastico verso l’intellettual-accademico e la disinvoltura dialettica con cui, se il fine lo giustifica, si trova sempre l’opportuna piroetta lessicale che rovesci la frittata. Ma ben poco di Banfi, se considerato nel suo complesso. Anche se la cecità etica e politica di molti intellettuali di fronte a molti fatti di quegli anni meriti certo una riflessione critica aperta e approfondita.

  2. Andrea Zhok
    mercoledì, marzo 2, 2011 at 15:46

    Premesso che la lettura documentale di queste pagine è di indubbio interesse, credo che tanto la loro giustapposizione fuori contesto che la loro supposta rilevanza per la ‘mutandomachia’ ferrariana siano fuorvianti.

    Due note marginali, e superflue per i più, al testo di Banfi:

    Primo: il riferimento di origine hegeliana alle ‘anime belle’, nel contesto originale, così come nelle pagine di Banfi, fa riferimento con precisione ad un problema, che affligge tutti gli approcci ‘ideologici’. Il problema è dato dal ritenere che i principi portino in sé in modo ovvio anche la loro interpretazione contestuale (storica). Con un esempio trito: tra dire che ‘mentire è male’ e dire che ‘mentire per cercar di nascondere una famiglia perseguitata alla Gestapo è male’ passa un abisso. La seconda proposizione non è semplicemente deducibile come una particolarizzazione della prima. Il principio non è una proposizione universale formale sotto cui, senza contestualizzazione, i casi particolari cadono per virtù propria.

    Tuttavia, e ciò va tenuto ben presente, la critica hegeliana alle ‘anime belle’ RELATIVIZZA i principi AD un’interpretazione storica ritenuta DI VALORE OGGETTIVO, cercando di precisarli e di leggerli in un contesto più ampio. L’uso sguaiato del termine da parte di Sior Mutanda, invece, ritiene che l’alternativa alle anime belle sia la rinuncia a principi di valore assoluto in generale, il che è tutt’altra cosa (i principi non sono le proposizioni, necessariamente astratte, che li enunciano).

    Secondo, quanto alla contestualizzazione storica che dobbiamo coerentemente applicare anche alle notazioni di Banfi, sarebbero veramente da evitare le semplificazioni consentite dal senno di poi. Se qualcuno si desse il disturbo, occasionalmente, di rammentare l’effettiva evoluzione dei ‘fatti d’Ungheria’, le restrizioni informative ed il contesto internazionale in cui avvenivano, molte ovvie distribuzioni di etichette verrebbero meno. (N.B.: le specifiche dei fatti d’Ungheria sono MOLTO diverse da quelli della ‘primavera di Praga’, cui spesso vengono accomunati.)
    La posizione in cui non c’è la necessità di prendere posizione da parte dell’intellettuale, perché tanto ogni posizione fa egualmente ribrezzo, è il dubbio lusso di cui godiamo oggi. In altre epoche prendere posizione significava scegliere tra opzioni date, opzioni realmente differenti ed opzioni di natura parimenti ideale. Secondo i parametri che Banfi ci chiede di applicare, la posizione di Banfi è oggettivamente (= storicamente) sbagliata, ma certo né immorale, né amorale.

  3. Carla Poncina
    mercoledì, marzo 2, 2011 at 18:16

    Sono affascinanti i fili che legano insieme uomini e vicende diversi. Mario Dal Pra fu docente di Storia e filosofia al liceo classico di Vicenza dal ’39 al ’43, successe poi proprio a Banfi nella cattedra di filosofia presso l’Università Statale di Milano.
    Negli anni vicentini maturò il passaggio da posizioni politico-religiose conformi al tempo e al luogo, all’antifascismo e all’azionismo. Non fu ininfluente nella cerchia degli amici la personalità di Antonio Giuriolo, azionista della prima ora, medaglia d’oro della Resistenza, morto combattendo sull’appennino bolognese.
    Questi era legato tra gli altri ad Aldo Capitini e a Norberto Bobbio, che allora insegnava all’Università di Padova e che di Giuriolo traccia uno splendido ritratto in Maestri e compagni.
    Un libro di Luigi Meneghello che meriterebbe una attenta rilettura, racconta l’antieroica epopea dei Piccoli maestri formatisi attorno a Giuriolo e non solo: molti di loro avevano avuto proprio Dal Pra come docente di filosofia al liceo.
    Quanto detto vale solo come preambolo ad un passo del romanzo suddetto, che parla di ragazzi ingenui, anime belle appunto, ma che a mio parere mostra quanto sia ambigua e pericolosa l’ironia che connota quest’espressione, e quanto bisogno abbiamo, fuor di retorica, di educazione e quindi di maestri, e di giovani piuttosto candidi che precocemente cinici.
    A dirla tutta penso che se in Italia si fosse studiato meno Hegel e più, molto di più Kant, il vischioso cinismo che caratterizza molta parte dell’intellighentia di casa farebbe meno danni alla pubblica morale.
    In un momento in cui si spara così stupidamente e volgarmente sulla scuola, ricordare a che serve un buon maestro può risultare utile.
    Vengo al libro, p. 128 dell’edizione Feltrinelli del ’64. Immaginiamo un gruppo di liceali cresciuti a suon di retorica fascista. Hanno preso una grande decisione, spinti da motivazioni etiche piuttosto che politiche. Sono saliti sull’Altipiano di Asiago, ma ancora non sanno bene che fare, persi in una specie di limbo inquieto. Finché nella malga dove sono raccolti arriva Toni.
    Muta il tono della narrazione. Dice Meneghello che così “dev’essere stato per i primi cristiani quando gli arrivava un apostolo in casa”, e continua:

    « … quando ripartimmo tutti insieme, mi pareva che anche il bosco, e le rocce, fossero mutati, come a vederli con altri occhi. Senza di lui non avevamo veramente senso, eravamo solo un gruppo di studenti alla macchia, scrupolosi e malcontenti; con lui diventavamo tutta un’altra cosa. Per quest’uomo passava la sola tradizione alla quale si poteva senza arrossire dare il nome di italiana; Antonio era un italiano in un senso in cui nessun altro nostro conoscente lo era; stando vicino a lui ci sentivamo entrare anche noi in questa tradizione. Sapevamo appena ripetere qualche nome, Salvemini, Gobetti, Rosselli, Gramsci, ma la virtù della cosa ci investiva. Eravamo catecumeni, apprendisti italiani. Lo avevamo saputo confusamente fin dal principio, in fondo era proprio per questo che eravamo in giro per le montagne; facevamo i fuorilegge per Rosselli, Salvemini, Gobetti, Gramsci; per Toni Giuriolo…Sospiravamo di soddisfazione perché era arrivato Toni, e anche nelle rocce, nel bosco, pareva che se ne vedesse un segnale … »

    Poco più avanti: «E così fu adunata la scuola di Toni Giuriolo, la nostra bella scuola». Forse è di questo che hanno assoluto bisogno i giovani oggi, rimpiccioliti, immiseriti da troppi cattivi maestri.

  4. mercoledì, marzo 2, 2011 at 19:12

    Sono grata tanto a Stefano Cardini quanto ad Andrea Zhok per aver dato inizio a un dibattito che mi pare importante, e che a mio parere dovrebbe portare a un approfondimento della nostra conoscenza e valutazione di molte pagine del pensiero filosofico italiano che più direttamente ha affrontato anche le grandi questioni etiche, giuridiche, politiche del Novecento, specie se con riferimento alle vicende storiche, anche contemporanee.
    In effetti sono stata io a suggerire la lettura parallela dei due testi, e a suggerire anche l’idea di un confronto fra due versioni italiane di storicismo e kantismo (quello martinettiano di Dal Pra). E figuriamoci se non capisco la perplessità di Stefano – Antonio Banfi non aveva certo provenienza hegeliana né marxista, semmai le sue simpatie husserliane lo avrebbero dovuto vaccinare contro ogni forma di relativismo storicista; capisco del resto anche i dubbi di Andrea sulla confrontabilità del ragionamento sbagliato di Banfi con i guazzabugli fangosi di Ferrara.
    E tuttavia insisto sull’interesse del confronto. Mi ha profondamente colpita, lo confesso, trovare tanta opacità in quel testo di Banfi. Credo che tutto questo materiale che Stefano offre vada meditato, e aggiunto alla nostra prossima piccola biblioteca del pensiero italiano che fu, in un modo o nell’altro, degno di questo nome. Una sola cosa vorrei però sottolineare, perché è precisamente IL problema, quello al quale non dovremmo sottrarci. Appunto: come ha fatto un uomo come Banfi, ANCHE un uomo come lui, a finire cieco? E cieco finì. Perché quel testo è del 1947, e lì le anime belle purtroppo hanno nome e cognome: sono Antonio Giolitti, Di Vittorio e forse pochi altri, che avevano criticato Togliatti dopo i fatti di Ungheria. Ecco.
    A proposito di anime belle, quello che posso dire a caldo sulle ragioni per cui ritengo importante capire perché Banfi finì così accecato, e Dal Pra che ci vedeva passò – come tutta Giustizia e Libertà – totalmente ignorato è questo. Un’intera generazione, la mia, quasi ha fatto di peggio di quelli che oggi ci paiono ciechi: dopo essersi ubriacata, con vent’anni di ritardo, di una mistura di entusiasmo e ideologia, in parte si disgustò e abbandonò la riflessione (e quindi in fondo anche la responsabilità) etico-politica (io mi dedicai alla filosofia più lontana dall’urgenza civile che si potesse immaginare); in parte divenne “disincantata”, cioè cinica, e in parte fece la fine dei Ferrara e consimili. Ma perché? I buoni autori, anche italiani, c’erano e continuarono ad esserci. Il Paese, è la mia generazione che lo ha svenduto a una banda di criminali. A forza di non chiedersi perché, infine, anche i migliori si erano cavati gli occhi, e quelli che invece continuarono a tenerli aperti furono – invariabilmente – sconfitti. Se non cominciamo a capirlo ora, quando?

  5. mercoledì, marzo 2, 2011 at 19:34

    Carla Poncina ed io abbiamo mandato quasi contemporaneamente i nostri commenti, ma il suo mi ha preceduta, e allora permettetemi di ringraziarla per avermi aiutato a esprimere quello che avevo oscuramente in animo quando pensavo a una vera e propria piccola biblioteca di italiani da noi filosofi tanto spesso snobisticamente (ma è anche provincialismo questo) ignorati. Una biblioteca discussa, idealmente, riga per riga. Perché il pensiero migliore non ha contato niente o poco, perché il peggiore, dopo la generazione di Bobbio, sembra aver finito per imporsi, quando non per dissolversi stancamente nell’insignificanza? Forse volevo solo dire questo: abbiamo bisogno anche noi di ridiventare “apprendisti italiani”, nel senso in cui lo dice Giuriolo. Noi – e non solo i nostri studenti.

  6. Stefano Cardini
    giovedì, marzo 3, 2011 at 00:00

    Rossana Rossanda, allieva e in seguito nuora di Antonio Banfi, giovanissimo membro della Resistenza e militante del partito nuovo, quel PCI che subito dopo il conflitto si aprì ai giovani raccogliendo grande consenso e grandi speranze (fu, giovanissima, responsabile della cultura nel partito e della Casa della Cultura di Milano, scelta da Togliatti). Nel 1968, segretario del PCI era allora Enrico Berlinguer, fu radiata (contrario Berlinguer) con tutto il gruppo de il manifesto (Luciana Castellina, Lucio Magri, Valentino Parlato, Luigi Pintor) per la sua posizione critica nei confronti dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia dopo La primavera di Praga. Ecco uno stralcio dal suo Memorie a confronto. Ancora sul ’56, articolo da leggere per intero, pubblicato su la rivista del manifesto, numero 14, febbraio 2001. « (…) Il 1956 comincia nel mio ricordo con un salto nella speranza, una accelerazione positiva. Fino ad allora – per noi che non avevamo vissuto le lacerazioni degli anni venti e trenta – l’Urss era il 1917, il primo Stato socialista, una società più povera (non eravamo idioti) ma più giusta, la Stalingrado che aveva rotto le ossa alla Wehrmacht, grande paese, grande alleato dei suoi stessi avversari contro il nazismo. Ma nel dopoguerra ne arrivavano eco pesanti: la condanna della Jugoslavia, il colpo di Praga, poi l’impiccagione di Raijk e simili. Non dovetti scriverne né parlarne, non so che avrei detto. Le mettevamo in carico della guerra fredda: era spietato l’itinerario che quelle società dovevano subire e far subire. La storia non è innocente, da les mains sales non si scappa (…) ».

  7. venerdì, marzo 4, 2011 at 15:54

    Essendo nel fondo (più profondo) un arendtiano, devo dire che fatico sempre un po’ ad apprezzare la saggezza di tutte quelle considerazioni pensose che ci ricordano che la rivoluzione non è un pranzo di gala, che non si può fare una frittata senza rompere le uova, ecc. ecc. Come pensava Hannah Arendt, mi sembra difficile negare che un compito encomiabile degli intellettuali dovrebbe essere, quando possibile, quello di aiutare le uova a far sentire la loro flebile voce… Ma, giunto a questo punto della mia vita, non mi appassiona più di tanto nemmeno la divisione manichea tra storicisti e kantiani. Per esperienza diretta so che le corbellerie sono più o meno equamente ripartite tra tutti i grandi pensatori di ogni epoca e di tutte le correnti. Detto ciò, la mia impressione è che ci sia moltissimo da imparare tanto da Kant quanto da Hegel e che l’antidoto a ogni debacle del pensiero vada ricercata nello sforzo di comprendere la realtà senza applicare meccanicamente schemi interpretativi troppo rigidi. L’esercizio della riflessività consiste anzitutto in questo e, non di rado, i giudizi dei filosofi del passato che oggi ci fanno rabbrividire sono riconducibili proprio a una macroscopica defaillance nell’uso di questa risorsa irrinunciabile per il lavoro del pensiero.
    Ma qui vorrei soffermarmi solo per un attimo sul curioso paradosso che mi sembra insito nell’uso dell’argomento dell’anima bella da parte di pensatori che aspirano a un cambiamento rivoluzionario della realtà (e che sono quindi anime belle a loro volta). Una simile combinazione di utopismo e realismo ha generato non di rado delle mostruosità indimenticabili. Sono reduce dalla visione (lo ammetto) un po’ tardiva del film “Le vite degli altri” e mi perdonerete perciò se ricorro anch’io alle famigerate parole con cui, secondo Gorkij, Lenin commentò (a mio avviso con una maldestrezza memorabile e anche un po’ luciferina) il potere della musica di Beethoven: «Non conosco nulla di più bello dell’Appassionata e la potrei ascoltare ogni giorno. Musica meravigliosa, immortale. Penso sempre, forse con ingenuità, come può l’uomo creare una tale meraviglia?… Ma non posso ascoltare spesso la musica. Mi colpisce i nervi e mi induce a dire cose sdolcinate e a carezzare la testa degli uomini che vivono nel lurido inferno ma che possono ancora creare tali meraviglie. Ma in questi giorni non puoi andartene in giro a dare carezze sulla testa della gente per timore che la tua mano venga strappata via a morsi. Li devi colpire sulla testa, schiacciare senza pietà anche se in teoria noi siamo contro ogni forma di oppressione dell’umanità… il nostro è un compito infernale».
    Sarà anche vero che il nostro è un compito infernale e che nessuno ha il diritto di andare in giro a fare il grillo parlante troppo a cuor leggero. Ma tra questo e l’andare in giro a randellare senza pietà nell’attesa dell’uomo nuovo ne passa di strada… E lungo questa strada sicuramente ci farà comodo ascoltare ogni tanto un Kant che ci richiama al dovere morale di rispettare le persone; un Hegel che deplora le astrattezze e l’arroganza dei radicalismi politici; ma anche la lucidità di tutte quelle persone, dotate indubbiamente di maggiore «senso storico e politico» di Banfi, che non hanno dovuto fare lunghi ragionamenti per capire chi aveva ragione e chi aveva torto nel 1956 in Ungheria. Non dimentichiamoci che erano trascorsi già vent’anni dalle purghe staliniane ed erano disponibili critiche del marxismo e del movimento comunista di ogni matrice e risma che col tempo si sono dimostrate semplicemente e obiettivamente vere. Ovviamente, è doveroso (e doloroso) fermarsi a riflettere su quanto sia facile prendere dei colossali granchi intellettuali (lo dico per esperienza), ma l’errore resta errore per quanto ci sforziamo di contestualizzarlo ex post. E, comunque, l’invettiva contro le anime belle è sempre sbagliata quando è anzitutto il sintomo della rinuncia all’esercizio (personale) del giudizio critico. Di questi temi ho scritto in un libro collettaneo di cui vado ancora fiero (Ragionevoli dubbi, Carocci, Roma 2001) e che ha un cugino diretto uscito in Germania nel 2009 (Was ist Kritik?, Suhrkamp, Frankfurt). Secondo me vale sempre la pena di tornare a ragionare su questi argomenti. Facciamolo, dunque.

  8. db
    sabato, marzo 5, 2011 at 02:35

    Già, potrebbe librarsi,

    se volesse,

    più in alto della somma

    anima bella.

    Ecco, invece, dismette la veste

    di troppo sazia tonda levità.

    Rallenta il passo,

    raccoglie la catena.

    In marcia, in colonna,

    forzata tra i forzati,

    sceglie di proseguire.

    detto questo, sarebbe da riesumare l’accusa di anima bella a Huizinga, lanciata da Cantimori nel 1934.

  9. db
    sabato, marzo 5, 2011 at 23:15

    PSICANALISI DER MUTANDA

    Il contenuto dis-etico nell’azione del folle narcissico (o della collettività folle) viene esaltato a “motivo necessario”, a “causale necessaria”, indi a vero e proprio feticcio autoerotico. Questo è molto visibile negli stadi infantili, in cui la monelleria, la birichinata, ecc. sono sentite come prodezza dal bimbo, e talora dai suoi genitori compiacenti e stoltamente “orgogliosi” di lui. La stessa emissione dell’orina e delle feci è motivo di una certa fierezza… Nella psiche statica del narcissico, ferma a una fase infantile (4-5 anni) come un treno bloccato al disco rosso, te tu vi discerni la irremovibile massa e la impenetrata pelle dello ippopotamo egolatra, un cosmo sciocco, ottuso e pesante inesorabilmente centrogravitante: secondo la qual gravità centripeta tutto ch’è in lui gli è bene, onore e fulgore e bellezza; tutto ch’è fuor di lui gli è miseria e stupidità, o tenebre: cioè addirittura non esiste. Tu gli rivolgi l’appassionata implorazione dell’amicizia e della fratellanza e lui è seduto sul trono ed emana: “Difatti, io…” con le penne pavonesche infilate nella raggera pavonessa e buona bistecca nella trippa e limonate giazze ad agosto. Il Golgota non è scena, non è disonor del Golgota degno di lui. Per lui non il legno della croce, ma il cesso di lapislazzuli o il bidet di onice.

  10. Andrea Zhok
    lunedì, marzo 7, 2011 at 18:10

    Per quanto non possa non condividere le linee di fondo dei giudizi di Paolo Costa e di Stefano Cardini, tuttavia sentir parlare di “cecità etica e politica” o di “colossali granchi intellettuali” con riferimento a giudizi politici tipo quello citato di Banfi mi lascia sempre un retrogusto sgradevole.

    Premesso che nello specifico non conosco Banfi abbastanza da conoscere né le sue specifiche motivazioni teoriche, né le pezze d’appoggio informative su cui egli basava i suoi giudizi, ciò che mi disturba è una certa facilità, altrove molto diffusa, qui sopra appena accennata, con cui si formulano giudizi sull’atteggiamento degli ‘intellettuali impegnati’ negli anni, diciamo dal 1945 al 1975.

    Non ci sono dubbi sul fatto che molte delle posizioni più arrabbiate e dogmatiche di quegli anni erano culturalmente gratuite e, tra l’altro, politicamente controproducenti. Non c’è dubbio che le condanne culturali di autori come Kafka o Thomas Mann, considerati ‘autori borghesi’, va sotto la voce ‘eccesso imbecille di zelo’, da parte di intellettuali che erano venuti meno al compito che li definisce. Tuttavia, quando non di questioni di accecamento nei confronti dei meriti intellettuali, ma di questioni di SCHIERAMENTO si tratta, credo che il giudizio debba essere molto più modulato.

    Ha ragione Paolo a dire che il compito dell’intellettuale non è quello di aprire la bocca per dire che ‘non si fanno frittate senza rompere le uova’: questa è una banalità da bar, e non c’è mai bisogno che gli intellettuali facciano da cassa di risonanza dei bar. Tuttavia, se vogliamo elevare concettualmente il discorso, bisognerebbe ricordare che nella storia (e nella vita) esistono quelle che tecnicamente si chiamano ‘scelte tragiche’, cioè scelte in cui ogni opzione implica che si commetta un male (ed il male si può compiere anche per omissione). L’intellettuale viene meno al suo compito se finge che scelte tragiche non esistano e che dunque la scelta comparativamente meno imperdonabile elimini automaticamente il male da sé, essendo comparativamente migliore. Un intellettuale può dire che una cosa va fatta e che farla implica fare del male e poi soffermarsi su questo male e darvi spazio è intellettualmente ed umanamente giusto. La battuta sulla frittata e le uova è intellettualmente volgare perché liquida, per l’appunto con una battuta, l’intera dimensione di negatività implicita in una scelta tragica.

    Se invece la condanna a posteriori si sofferma non su modalità di ipocrisia intellettuale imperdonabile (che fu diffusa tra gli intellettuali, ma meno di quanto si creda), bensì sulle prese di posizione in quanto tali, allora credo che il discorso debba farsi molto meno semplicistico.
    Per dire, quando riflettiamo sull’insurrezione d’Ungheria del 1956 non dobbiamo proiettare le nostre conoscenze attuali sulle ‘purghe staliniane’, ma dobbiamo ricordare come fino alla morte nel 1953 Stalin era considerato una figura nobile dal proletariato occidentale (chi ricorda le scene di lutto popolare e le commemorazioni alla sua morte?); dobbiamo ricordare lo stupore e l’incredulità con cui venne accolta la denuncia dei crimini staliniani di Kuscev nel febbraio del 1956 (poco prima della rivolta in Ungheria); dobbiamo ricordare come Kruscev avesse avviato, con molte resistenze interne, un moderato processo di destalinizzazione e di allentamento delle pratiche repressive, soprattutto intellettuali e soprattutto nei paesi ‘satellite’ quali l’Ungheria; dobbiamo anche ricordare che quando l’insurrezione esplose ci furono per diversi giorni ordini alle truppe sovietiche già stanziali in Ungheria di non intervenire e poi di intervenire in termini di mero ‘ordine pubblico’ (vi sono noti episodi in quei giorni in cui, ad esempio, carroarmati sovietici stanziali accompagnavano le manifestazioni di protesta, senza intervenire.) La decisione finale di intervenire brutalmente inviando truppe direttamente dalla Russia maturò quando i tentativi di mediazione con Nagy, che erano guidati dall’idea che concessioni autonomistiche avrebbero potuto disinnescare il problema, risultarono insufficienti rispetto alle richieste della piazza.

    Il significato di quell’intervento per Kruscev, così come per i partiti comunisti europei era abbastanza chiaro: a fronte della recente ammissione dei crimini di Stalin e con un tentativo appena avviato di allentare la morsa dello stalinismo postbellico, cedere alle risposte sempre più radicali degli insorti ungheresi avrebbe significato la rottura del Patto di Varsavia ed avrebbe messo gravemente a rischio il modello politico del Socialismo Reale.

    Questa e non altra era la scelta del 1956. E’ chiaro che, a seconda di quale significato si attribuisse al modello storico del Socialismo Reale, nei limiti in cui esso era allora noto, la scelta poteva andare in una direzione o nell’altra. Nel 1956 l’errore intellettualmente imperdonabile fu, per chi lo commise, quello di minimizzare la portata dell’insurrezione interpretandola come un evento etero-diretto e circoscritto nel seguito. Invece giustificare l’intervento militare sovietico come il male minore fu sì una scommessa storicamente sbagliata, ma fu una scelta intellettualmente ed eticamente difendibile.

    Chi ricorda che ci furono fior fiore di intellettuali che si espressero da subito a favore degli insorti ha ragione a farlo. Ma se con ciò si vuole sottintendere che la verità era squadernata lì davanti a disposizione per tutti, che bastava avere l’onestà intellettuale di guardarla, ebbene questa sarebbe di nuovo un’interpretazione semplicistica: basterebbe ricordare le crisi di coscienza tra gli aderenti al cosiddetto Manifesto dei 101 (Elio Petri e Paolo Spriano ritirarono l’adesione perché non volevano che la sottoscrizione fosse rivolta al pubblico, ma ai soli vertici del PCI) e basterebbe ricordare, forse con un po’ di malizia, le posizioni maturate successivamente da alcuni dei sottoscrittori della prima ora (es.: Renzo De Felice e Lucio Colletti).

    Concludendo: le condanne storiche sono un tipo di giudizio dove le scorciatoie morali producono mostri. E tuttavia, se vivessimo in un’epoca ricca di lumi umani e culturali, dove a fronte di una pluralità di interessi e passioni trovassimo un profluvio di prospettive politiche e storiche mosse da ardore etico, beh, in tal caso una battuta un poco semplificatoria sui controversi anni della Guerra Fredda non mi darebbe certo molto fastidio.

    Ma a partire da un panorama umano e culturale come quello presente, dove la scelta di norma è tra la sterilità della giaculatoria e la complicità del silenzio, dove tutte le cose che ci consentono ancora di avere fievoli margini di umanità sono cose conquistate proprio negli anni in questione, e conquistate ANCHE grazie all’influsso morale ed ideale esercitato da ciò che si credeva fosse (o potesse essere) il Socialismo Reale, a partire da QUESTO contesto a tutto possiamo sentirci legittimati, ma davvero non ad esercitare giudizi liquidatori sulle scelte di quegli anni.

  11. Stefano Cardini
    lunedì, marzo 7, 2011 at 23:49

    È singolare, ritrovarsi oggi a parlare (ancora!) del 1956. Non siamo più abituati a farlo. Si scrive poco di storia sui giornali e se ne sa ancora meno e da questo discendono molte cose, quasi tutte pessime. Mi sono speso, nei limiti delle mie possibilità, per dare un contesto vivido e non appiattito sull’oggi all’articolo di Banfi. Ma senza esitare a considerarlo cieco ai valori che intendeva difendere e alla politica attraverso cui riteneva di realizzarli. Senno di poi? Anche, certamente. Ma non solo. Che cosa significa: fu una scommessa storicamente sbagliata? Tragiche, si dice, sono le scelte che, tra due mali, ci costringono per opacità del contesto e dei possibili esiti a lanciare i dadi. E quindi andrebbero messe al di sopra non soltanto del presente (certo misero, concordo), ma del nostro giudizio etico e politico? Non lo credo in generale: non si tirano mai semplicemente dei dadi e quando si è costretti a farlo forse bisognerebbe tenere in conto i principi etici più di ogni altra cosa. Ma, in particolare, non lo credo se parliamo dei fatti d’Ungheria. Quale generazione avrebbe potuto avere il prestigio, l’autorevolezza, la statura per discuterne criticamente, di quella che aveva combattuto e sconfitto il nazifascismo? E quale, se non quella, avrebbe potuto gettare fiera e impunita uno sguardo autentico sulle radici, anche leniniste e marxiste, dello stalinismo, che già negli anni ’30 (ben venti anni prima!) gli Altiero Spinelli, in tempi ben più tragici, avevano condannato? Loro, soltanto loro, avevano bocche per parlare e facce credibili da esibire, se non si fossero tappati gli occhi per non vedere. Il ’56 offrì una straordinaria occasione. Perché non era il ’45. E neppure il ’48. Quale male più grande si poteva temere della ferita inferta al sentimento nazionale di un intero popolo, alla repressione militare di folle operaie, alla condanna a morte di comunisti amati come Nagy in nome degli ideali da loro stessi proclamati? L’indebolimento del blocco politico e militare sovietico (sì, erano anche i giorni dell’attacco anglo-francese al blocco di Suez di Nasser) poteva essere considerato un male così grande? Non si poteva fare altro, nel ’56, che giudicarlo così? No. Fu persa una grande occasione. Che mai si sarebbe ripresentata trascorsa quella gloriosa generazione. E questa fu una grave responsabilità non solo storica, ma etica e politica. Ancora una volta è la Rossanda a descrivere con onestà e lucidità le cose: « (…) ci sono tempi e tempi. Si può capire che in piena guerra, o mentre ricuciva un partito operaio in un paese che era stato fascista o conformista, Togliatti non potesse aprire il dossier dell’Internazionale senza farsi fare a pezzi sul posto. (Non lo avrebbe fatto neppure un Beppe Vacca fornito dei lumi attuali.) Ma nel 1956 non si poteva gestire la faccenda meno al ribasso? Non considerare Kruscev un danno, non aggirarlo? Non tener la base nella nursery, svezzarla, non lasciarla cieca ed esposta? Eludemmo il perché del degenerare di quella rivoluzione, non tentammo di leggerla né con una griglia marxista – per poco che frequentassimo il marxismo – né storico-sociologica. Non ci chiedemmo come, abolita la proprietà privata dei capitali, si riformassero illibertà e inuguaglianze. Eppure la Nep ne aveva discusso. E se eravamo fin troppo convinti che una rivoluzione non cade come un frutto maturo, implica una forzatura, e questa forzatura ha un limite intrinseco – non era proibito leggere Lukács – dove lo incontrò il partito russo? L’errore era già in Lenin quando ruppe con i socialisti rivoluzionari? quando dissolse l’assemblea pansovietica? o dopo, nella Nep? Non era intrinseco alla collettivizzazione delle terre quell’avvitamento della violenza, o fu insufficiente la transizione? O il nodo è la burocratizzazione denunciata da Trockij? Perché il partito/Stato era tornato a determinare l’ineguaglianza che mutilava le vite, le menti e anche i corpi, quando, attraverso quale passaggio? Il potere si dà sempre giustificazioni e urgenze, le sue buone ragioni saltano fuori da tutte le parti, un leninismo d’accatto affascina sempre vecchi e nuovi soggetti, che manco lo sanno, e a un certo punto diventa un meccanismo irrecuperabile – ma in quale momento? In capo a settant’anni siamo ancora lì a non sapere, non cercare, rimasticare la dualità partito/masse, partito/Stato, avanguardia/base, centro/periferia, come se il primo termine fosse in sé autoritario e il secondo taumaturgicamente democratico. Di subalternità intellettuale si muore».

  12. martedì, marzo 8, 2011 at 10:18

    Non leverei una sola parola all’intervento di Stefano Cardini, e supplicherei gli insegnanti medi che ci seguono di dedicare qualche lezione di storia a quei fatti: il canovaccio qui sopra mi sembra limpido e utilissimo. Vorrei solo aggiungere di cercare ancora quante furono le grandi intelligenze cui fu negata pubblica esistenza, purtroppo, per una forma di cecità che dilagò da alcuni fatti assiologicamente non neutri a molti altri. Ignazio Silone aveva fornito a tutti sufficienti mezzi per capire quello che succedeva in campo staliniano. La filosofia dell’attenzione veniva coltivata da pensatori e critici che avevano studiato Simone Weil (La Riflessione sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, con la sua critica dello stalinismo, è del ’36, poco dopo ci sarebbe stato Camus, e non solo Sartre). La cerchia di Cristina Campo, Margherita Harwell, il federalista Gianfranco Draghi, più tardi Zolla: come poterono incidere, con la loro grande lucidità critica? Per nulla, o quasi nulla, negli anni della loro fioritura, gli anni cinquanta e sessanta. Questo significa anche che ben poco poterono incidere pur negli anni post-conciliari coloro che portavano un vento di rinnovata spiritualità, contraria al temporalismo della Chiesa romana: e questo c’entra solo collateralmente, ma c’entra eccome, con il seguito della nostra storia. Vorrei anche ricordare – il nesso è più tenue, eppure sarebbe disonesto negare che ci sia – che fu Calvino, il grande Italo Calvino a decretare il fallimento artistico ed esistenziale di un autore che il tempo invece rivelò geniale, come Guido Morselli – un altro supplemento di coscienza critica sulla nostra storia che negli anni cruciali fu spento (Morselli come è noto si suicidò). Ecco, io non arrivo certo, con Simone Weil, a considerare un male in sé i partiti – al contrario, non conosco altro tipo di organizzazione che consenta l’esercizio della democrazia, purtroppo. E consiglio a tutti l’analisi limpida che del fenomeno-partito ha fatto Jeanne Hersch in Idéologies et réalité. Ma vale la pena, a proposito di “schieramenti”, e dello spesso dimenticato criterio etico che dovrebbe motivare l’individuo responsabile PIU’ o PRIMA della logica di schieramento, di ricordare almeno questa proposizione di Simone Weil: «l’intelligenza è sconfitta dal momento in cui l’espressione dei pensieri è preceduta, esplicitamente o implicitamente, dalla paroletta ‘noi’».

  13. Claudio
    martedì, marzo 8, 2011 at 13:02

    Se l’estremo relativismo oggi ha condotto alla dis-eticizzazione della politica, penso che occorra invertire la rotta (e nel contempo non cadere nell’errore opposto dell’assolutismo etico). Ma la mia domanda è questa: siamo maturi per ripensare un nuovo rapporto tra etica e politica? Decisamente, e mio malgrado, sono pessimista, se nei tempi che ci hanno preceduto nessuno ascoltava le “voci critiche” che mettevano in guardia dai rischi dei vari totalitarismi, oggi la sordità e il mutismo innanzi le degenerazioni e lo sfacelo etico e civile della nostra società paiono più che mai patologiche. Come è possibile scalzare tale sordità e mutismo patologici? È possibile definire la nostra società, il nostro paese, più che mai “malato” dal punto di vista etico e civile?

  14. Andrea Zhok
    martedì, marzo 8, 2011 at 13:41

    Risposta a Stefano:

    1) Che fu una scommessa storicamente sbagliata significa dire (a) che, nel momento in cui la decisione fu presa, chi la prese agì in modo da favorire lo sviluppo storico che riteneva più promettente, tra le molteplici ramificazioni di futuri possibili; (b) che quello sviluppo storico non si è realizzato. Più radicalmente: lo sbaglio sta nel fatto che precisamente le prospettive di “dominio planetario del capitale” cui quella prospettiva di sviluppo si opponeva frontalmente, ha trovato (sta trovando) realizzazione anche grazie all’esito fallimentare di quelle scelte.

    2) Una scelta tragica non è un lancio di dadi, ma una scommessa motivata. Come sempre le variabili da considerare sono due: le credenze intorno a quale sia la probabilità che l’evento si verifichi + il rischio (o beneficio atteso) associato al realizzarsi dell’evento. La scelta che si affida ad un’attribuzione soggettiva di probabilità compone la probabilità supposta oggettiva dell’evento con la sua (in)desiderabilità: ad esempio, se riteniamo che un esito avverrà solo in un caso su dieci, ma il rischio connesso a questo evento è gravissimo, la disposizione a scommettere contro il verificarsi di questo evento sarà molto minore che nel caso l’evento atteso fosse neutrale o positivo. A ciò si aggiunge il fatto essenziale che la nostra stessa scelta può incidere sulla distribuzione di probabilità oggettiva.
    Nella fattispecie delle scelte storiche questo significa, banalmente, che noi agiamo non soltanto sulla scorta di ciò che è già accaduto, ma anche sulla scorta di ciò che crediamo possa avvenire, di ciò che desideriamo avvenga e dell’impatto che crediamo possa avere la nostra scelta sull’evento a venire. Per fornire un giudizio storico non semplicistico o strumentale intorno alla natura di una scelta bisogna collocarla nel momento in cui fu effettuata, non soltanto cercando nel relativo passato INDIZI DEL PERCHE’ SI POTEVA PENSARE ALTRIMENTI.

    3) Quando Stefano si chiede “Quale male più grande si poteva temere (…)? L’indebolimento del blocco politico e militare sovietico (…, ecc.)?” Questa sembra voler essere una domanda retorica, con la risposta sottointesa: “Figuriamoci! Cosa volete mai potesse essere!”
    Ma la risposta meno retorica e più seria è: si poteva temere ciò che è poi realmente accaduto nell’89 (e che, ovviamente, quando è accaduto non era oramai più considerato un male da nessuno tranne che da ristretti gruppi di potere.) Io per parte mia credo e continuo a credere che la scarsa propensione simpatetica verso quelle scelte, che furono comunque laceranti, venga da una ridotta percezione della posta in gioco in quegli anni. Se non si vede quali fossero le condizioni reali dei lavoratori, quale il permanente radicamento fascista nelle istituzioni (come la magistratura), quali i toni ed argomenti usati della Chiesa, ecc., non credo si possano capire (né tantomeno dar conto di) le ragioni di quelle scelte. Il passo citato della Rossanda lo trovo onesto e condivisibile, soprattutto perché è composto di domande, molte domande, e non retoriche. Il tipo di atteggiamento culturale che trovo intellettualmente sbagliato è quello che, come fa Claudio qui sopra, pensa che il livello giusto della discussione sia quello che pensa si possa sensatamente parlare, fuori contesto, di “rischi dei vari totalitarismi”.

  15. Amedeo Vigorelli
    martedì, marzo 8, 2011 at 17:46

    Da vecchio studioso della Scuola di Milano, sono incuriosito dalle recenti “attualizzazioni” di Dal Pra e Banfi, assunti ad esempio di due forme di storicismo (kantiano e hegeliano, per schematizzare). Che l’occasione di questo dibattito siano le esternazioni mercenarie di Giuliano Ferrara, mi fa un po’ schifo (francamente… per dirla alla D’Alema). Ma anche Gramsci, quando scriveva in galera i suoi mirabili Quaderni, sapeva superare il disgusto, e ricavava annotazione intelligenti anche dai peggiori “tangheri” che gli capitava di leggere (certo che anche i più insignificanti, rispetto a Ferrara, erano dei giganti…). Personalmente ritengo non valga la pena ritornare sul Banfi del ’56: un uomo finito, che aveva smesso di pensare da tempo. Se avete letto il mirabile libro di Guido Davide Neri su Banfi, ci trovate tutto quello che, applicando un “principio di carità”, si può recuperare della sua lezione etico-politica. Dal Pra, invece, metiterebbe di venire approfondito e riletto. Personalmente trovo stupenda la sua definizione di “trascendentalismo della prassi”, per dire in linguaggio kantiano quello che Gramsci pensava, in linguaggio hegelo-marxiano, del rapporto unificato teoria/prassi, filosofia/politica. La prassi è già tutta pregna di teoria, di possibilità concreta (per dirla con Bloch), di libertà che è necessità trascesa, ecc. (e qui Martinetti non è dimenticato, come accade nel tardo Banfi). Sono solo primi pensieri, ma ringrazio in anticipo chi vorrà aiutarmi a svilupparli. Grazie della segnalazione, che mi è pervenuta per via indiretta (tramite Berchet: inteso come Liceo classico).

  16. Stefano Cardini
    mercoledì, marzo 9, 2011 at 00:17

    Provo a rispondere ad Andrea, dal quale, se qualcosa mi può dividere, non è la sottovalutazione delle difficoltà di assumere una prospettiva storica su scelte lontane che pure – io credo – dobbiamo giudicare. Non era cosa da nulla, lo so bene anch’io, l’indebolimento geopolitico dell’Unione Sovietica, del paese della rivoluzione realizzata, realizzata nonostante una miriade di nonostante, incluse l’aggressione capitalista prima e nazista poi, vittoriosamente respinte suscitando l’ammirazione e la gratitudine di milioni di persone in tutto il mondo. E per capire che cosa significasse allora per gli umiliati e offesi la prova provata (sic!) che un altro destino, un altro futuro, era possibile (difficile, controverso, tragico anche, ma pur sempre altro da una realtà che intanto ti mordeva la carne senza offrirti alcuna speranza), basti ricordare che, in Italia, solamente a metà degli anni ’50 il consumo di carne sarebbe tornato quello dell’anteguerra: 9 chilogrammi a testa all’anno di media! Mentre non più dell’8% delle case aveva, insieme, elettricità, acqua potabile, servizi igienici. Si leggano le storie delle baraccopoli alle porte di Milano, le coree, dove De Sica ambientò il suo Miracolo a Milano, raccontate in un bellissimo libro di Franco Alasia e Danilo Montaldi ripubblicato di recente da Donzelli, e la posta allora in gioco diverrà subito chiara. Il boom economico sarebbe arrivato dopo, nel ’58. E la sua velocità squassante avrebbe sorpreso tutti. Tutti. Conosco anche io questi e altri argomenti. Tante volte li ho sentiti, tante li ho usati. Ma non mi bastavano e non mi bastano, perché quelle domande “oneste e condivisibili” della Rossanda, pur non volendo essere disinvoltamente attualizzanti, hanno pur sempre un tono retorico, che ci dice che sì, non soltanto si sarebbe potuto, ma si sarebbe dovuto capire che nell’acqua resa torbida dal sangue della rivolta ungherese, qualunque ideale avrebbe raggiunto con più difficoltà l’altra riva. E perché accettare di immergervisi avrebbe costituito un precedente sciagurato, un vizio della ragione teorica e pratica, dal quale non ci si sarebbe più ripresi. Da quel momento, infatti, quante volte ancora, di fronte alle contraddizioni drammatiche che esplodevano tra i lavoratori e i partiti e i sindacati che ne rappresentavano le istanze, si sarebbe usata la frase consolatoria: “Sì, compagni, è vero. Ma non è questo il momento per affrontare la questione. E comunque non così, in pubblico”. L’idea perniciosa – figlia di una forza e di un orgoglio coltivati in gran parte sotto le dittature, in clandestinità, avendo creduto tutto per poter sacrificare tutto – che infine ci si sarebbe emendati da soli, con gradualità, senza rischiare di arretrare, offrire il fianco, offendere la memoria dei morti, minare il baluardo, il sogno, la prospettiva che intanto si faceva sempre più lontana, anacronistica, grottesca, non nacque ma certo fu sancita nel ’56. Quanti dopo di allora, da Amendola alla Rossanda, avrebbero confessato che ogni volta che mettevano piede oltre cortina si sentivano semplicemente mancare l’aria? Eppure si andava avanti. E Amendola – maestro ahinoi proprio di Ferrara – di quella lacerante contraddizione, avrebbe fatto la propria bandiera di comunista realista e pragmatico, che pur trovando l’Unione Sovietica un Paese “terribile”, sbadigliava al solo udire la parola socialdemocrazia. So che se il movimento operaio non avesse preso in mano il proprio destino, accettando anche di sporcarsene le mani, neppure la parola socialdemocrazia sarebbe probabilmente sopravvissuta ai fascismi che negli anni ’20 e ’30 ricoprirono l’Europa. Ma quante occasioni sono state perse dopo, pur di non rischiare di perdere la posizione, per contribuire a realizzare quel più di giustizia che ancora oggi rimproveriamo al nostro Paese? Si poteva fare meglio? Proprio il misero presente che abbiamo di fronte ci suggerisce di sì. Fu colpa di chi nel ’56 scommise sulla famosa spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre, come ebbe a chiamarla nel 1981 Berlinguer? Chi potrebbe sostenere una sciocchezza simile? Ma se vogliamo essere onesti, dobbiamo dire: un po’ anche sì, se alla vicenda di questo secondo dopoguerra vogliamo dare un senso e un senso alle speranze tradite che leggiamo in quell’articolo di Dal Pra. E siccome la storia è fatta anche di occasioni, io dico che quella fu una grande occasione, che poteva essere colta e dunque doveva esserlo. Perché dopo, e lo si poteva capire, tutto si sarebbe fatto più difficile.

  17. mercoledì, marzo 9, 2011 at 10:13

    Una precisazione e alcune considerazioni.
    1) Il libro della Weil è del ’34, se non erro.
    2) Di quel libro, più che la riflessione sul “noi”, credo vada recuperato questo pensiero, incentrato sul nichilismo imposto attraverso il dibattito (di cui i Ferrara sono maestri):

    “Là dove le opinioni irragionevoli prendono il posto delle idee, la forza può tutto. E’ per esempio molto ingiusto dire che il fascismo annienta il pensiero libero; in realtà è l’assenza di pensiero libero che rende possibile l’imposizione con la forza di dottrine ufficiali del tutto sprovviste di significato. A dire il vero un simile regime riesce ancora ad accrescere considerevolmente l’istupidimento generale, e ci sono poche speranze per le generazioni cresciute nelle condizioni che esso determina. Ai giorni nostri ogni tentativo di abbruttire gli esseri umani trova a sua disposizione dei mezzi potenti. Al contrario una cosa è impossibile, anche quando si disponesse della migliore tribuna; cioè diffondere ampiamente idee chiare, ragionamenti corretti, prospettive ragionevoli.”
    è dunque l’instupidimento, ad essere necessario ad una certa parte politica, e non l’annientamento. Il movimento(sotto)culturale che livella e abbassa, non l’abbattimento.

    La riflessione sul “noi” può essere fuorviante, anche perché la nostra letteratura ne fa spesso uso in chiave alllocutoria, soprattutto nel romanticismo (si pensi alle canzoni leopardiane). Ha per tradizione un valore retorico “alto”, insomma, che veicola istanze ben precise, mentre il discorso della Weil risente, contestualmente, dell’imperante propaganda dei regimi fascisti, il cui “noi” era per l’appunto funzionale all’imposizione, attraverso la retorica, di uno spazio d’azione ben diverso dal messaggio apparente veicolato da quella retorica. Quel “noi” era tale solo nella propaganda, mentre di fatto mirava ad un “(chi vogliamo) noi”.

    3) Oltre alla Weil e a Camus, credo vadano recuperati in Italia pensatori del calibro di Silone, il cui “la scuola dei dittatori” è fuori catalogo (guarda un po’), e i non violenti come Capitini e Dolci (scusate la semplificazione).

  18. db
    mercoledì, marzo 9, 2011 at 10:39

    ANIME BELLE AL FERRARA

    Fate sciogliere abbondante burro in un tegame dove farete soffriggere una cipolla tritata. Aggiungete le anime belle (meglio se d’agnello), in precedenza ammorbidite in acqua e lessate a parte. Fate assumere alle anime belle un bel colorito rosato, toglietele, sgocciolatele e mettetele da parte. Nello stesso fondo di cottura versate il Ferrara e fate evaporare circa metà del liquido. A questo punto rimettete le anime belle, insaporite con sale e pepe, e servite ben caldo.

  19. Paolo Migliaro
    mercoledì, marzo 9, 2011 at 10:41

    Per quanto mi riguarda dopo aver apprezzato i bellissimi commenti precedenti vorrei riportare l’alveo delle dissertazioni su un terreno più pedestre, concreto, fattuale. Cinque giorni dopo la caduta di Mussolini, su Il Giornale di Vicenza del 30 luglio 1943, esce un articolo di fondo di Mario Dal Pra dal titolo ‘Ordine e libertà’. Ebbene, Berlusconi aveva 7 anni e cresceva nell’eco di quelle vivide considerazioni che si diffondevano in parte nel nostro Paese e dopo tanta violenza e sopraffazione, ma il mondo intorno, anche quello intorno a lui, tardava a comprendere. E Silvio stesso, al pari di tanti italiani, cresceva ancora con le altre logiche pregresse, quelle ataviche che noi ben conosciamo occupandoci della questione morale. La parabola berlusconiana, perchè è del destino umano che sia così, appartiene anche alle vicende del popolino italiota, quello che non è cresciuto nella democrazia, nella generosità, nell’idealità, nella verità e responsabilità, ma, o nel risentimento o nell’opportunismo sistematico. Siamo stati il Paese dove la doppiezza e l’ipocrisia ha da sempre permeato la mentalità degli intelletti. Pertanto molti di noi fin dalla nascita, tranne quelli che hanno in dote ‘anticorpi’ ambientali e genetici diversi e che reagiscono più resistentemente, è portato a scegliere quasi sempre dalla convenienza. Ci sono insomma tra noi poche anime belle che possono suscitare scandalo e insofferenza, quelle che invece di essere incoraggiate meriterebbero la rimprovazione Ferrara e dei suoi correligionari, la nuova setta degli atei-devoti. Il giornalista ‘intelligente’ dal 14 febbraio ci intratterrà per 7 minuti ogni sera dopo il TG1, ed è stato sguinzagliato a bell’apposta, o è stata accettata con benevolenza la sua profferta di vivificare in noi la migliore tradizione culturale italiota, la doppiezza, il contradditorio perenne, il divertissement della dialettica sterile. Ci sono tra noi italiani poche anime kantiane… E quelle poche vengono zittite. Per questo sappiamo che la seduzione di Berlusconi ha potuto durare così a lungo. L’unica maniera per ritrovare la dignità sarebbe di convertire il nostro pensiero ai principi nel modo che Dal Pra ci suggeriva e senza tanti fronzoli. Stile asciutto, imperativi, disciplina. Forse è uno stile troppo tedesco?

  20. mercoledì, marzo 9, 2011 at 19:12

    Il dibattito si è fatto molto sofisticato e forse io semplifico troppo, ma secondo me nel nostro giudizio storico sul movimento comunista il nostro ragionamento non può prescindere da uno snodo fondamentale. Da che cosa dipendeva il simultaneo vantaggio di posizione e l’onere supplementare della filosofia della storia marxista? Inevitabilmente, dal suo contenuto utopico, dalla sua promessa di felicità. Nella sua ottica, bisogna partire dal presupposto che la logica che governa il mondo così com’è non esaurisce tutte le possibilità del reale. Il mondo per cui combattiamo, per il quale ci sacrifichiamo e sacrifichiamo gli altri ora, non può essere giudicato soltanto secondo i criteri che applichiamo alla condizione irrazionale, o insufficientemente razionale, della società capitalistica divisa in classi. Ma l’esistenza di un doppio standard di giudizio (non possiamo essere così virtuosi come promettiamo di essere in futuro perché non c’è altro modo oggi per capovolgere una società ingiusta) alla lunga rischia di rendere impossibile l’esercizio determinato della critica e l’imputazione di responsabilità individuali specifiche. Da qualche parte dobbiamo pur fermarci se vogliamo evitare la classica situazione dell’have one’s cake and eat it too. Troppo facile fare i cattivi senza limiti e, da un altro punto di vista, passare comunque e sempre per buoni. Perciò l’appello alla tragicità delle scelte dev’essere estremamente parsimonioso.
    In ultima istanza, allora, il ragionamento deve fare i conti con il giudizio specifico sull’esperienza storica del socialismo realizzato e francamente io fatico a capire come si possa sostenere che nel 1956 mancavano gli strumenti per prendere atto che, una volta abbandonato lo slancio rivoluzionario, una politica di riformismo socialdemocratico era obiettivamente preferibile all’imperialismo sovietico, con i suoi ingiustificabili deficit di democrazia e di rispetto dei diritti umani. Nel momento in cui si rinuncia all’apertura utopica e gli argomenti usati per giustificare le proprie scelte e i propri errori sono in tutto e per tutto racchiusi entro la logica immanente del presente, non riesco proprio a capire che cosa impedisse nel 1956 di difendere una politica riformista con una visione della storia e argomenti prettamente riformisti. A meno che non si voglia proporre un argomento circa l’insostenibilità psicologica e praticabilità socio-politica di un repentino cambio di rotta politica (sia per chi lo promuove sia per chi vi deve aderire). Ma se lo si fa, bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che la torta ormai non c’è più perché è bella che mangiata. L’utopia è finita nel tritacarne dell’immutabile natura umana. E con essa il vantaggio di posizione della “bella utopia”.
    L’idea che trovo invece condivisibile è che al tempo mancasse una cultura politica di massa che rendesse plausibili e appetibili forme di radicalismo e protagonismo politico estranee alla tradizione comunista (ad esempio modelli repubblicani di democrazia partecipativa). Diventa allora più comprensibile che qualcuno potesse più o meno inconsapevolmente decidere di barattare l’etica e la ragione per la felicità pubblica. Ma questo è un problema diverso, che concerne le culture politiche più idonee a sostenere una vita democratica non asfittica nelle condizioni della statualità moderna. Ed è un problema a cui ancora oggi non abbiamo trovato una risposta convincente.

  21. Stefano Cardini
    giovedì, marzo 10, 2011 at 11:42

    A proposito delle anime belle e dei loro nemici, su Roberto Saviano in questi giorni si sta accanendo Il Giornale. Lo scrittore campano è stato accusato di fare un uso da falsario della storia, in ragione di un aneddoto sulla famiglia di Benedetto Croce citato nel suo ultimo libro Vieni via con me (Feltrinelli). Nel volume Roberto Saviano afferma (Il terremoto a L’Aquila, p. 7): «Nel luglio del 1883 il filosofo Benedetto Croce si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, a Ischia. Era un ragazzo di diciassette anni. Era a tavola per la cena con la mamma, la sorella e il padre e si accingeva a prendere posto. A un tratto, come alleggerito, vide suo padre ondeggiare e subito sprofondare sul pavimento, mentre sua sorella schizzava in alto verso il tetto. Terrorizzato, cercò con lo sguardo la madre e la raggiunse sul balcone, da cui insieme precipitarono. Svenne e rimase sepolto fino al collo nelle macerie. Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Benedetto sarà l’unico superstite della sua famiglia massacrata dal terremoto». Da dove l’autore di Gomorra ha tratto la ricostruzione di quella tragedia? Non dalla memoria di Marta Herling, nipote di Croce, come dimostra Il Giornale. Si possono ipotizzare altre fonti? Pare di sì. Ecco un passo, in tedesco, inviatoci da Dario Borso, tratto dal libro di Woldemar Kaden Die Insel Ischia in Natur-, Sitten- und Geschichts-Bildern aus Vergangenheit und Gegenwart, Luzern Verlag 1883, p. 59: «Da ist die Familie Croce, eine reiche Adelsfamilie aus dem apulischen Foggia. Vater, Mutter, eine Tante, zwei Söhne und eine liebreizende junge Tochter sitzen in ihrem Salonzimmer bei der Lampe um den Tisch her, einige lesend, andere scherzend, die Tochter Mandoline spielend… ein Ruck, ein jäher Sturz und alle sind sie auseinander gerissen, hierhin und dorthin. Der eine Sohn, ein achtzehnjähriger; Jüngling, wird zwischen zwei Mauerstücke festgeklemmt, wo er nur den Kopf frei behält; er sieht den Tod seiner Mutter; seiner Schwester, er hat ihren letzen Schrei gehört. Dann war es still geworden. Nach einer Stunde etwa aber hört er es rufen aus der Tiefe unter dem Schutte hervor. Er erkennt die Stimme seines Vaters und antwortet und schildert seine Lage. Frage und Antwort folgen sich hastig. Der Sohn soll um Hilfe rufen… aber kein Laut antwortet als fernes Wehgeschrei, Geheul der Hunde, das Kauschen des erregten Meeres, erneutes Knistern und Knarren in dem beständig rollenden Schutt. Er soll dem Ersten besten hunderttausend, zweihunderttausend Francs bieten, wenn er sie rettet, nur nicht sterben, den Erstickungstod sterben. Es vergehen wieder Stunden, der Tag muss bald grauen, da kommt Jemand im hastigen Lauf heran. Der Jüngling ruft ihn an, verspricht ihm die hohe Summe. Der andere läuft klagend weiter: “Ich suche mein Weib! Mein Weib!” Gegen Mittag erst wurde der unglückliche Sohn mit dreimal gebrochenem Arm und zerschmettertem Schenkel aus seiner entsetzlichen Lage befreit, um nach Neapel transportirt zu werden. Bis gegen zehn Uhr hatte sein Vater noch gesprochen, dann war er verstummt. War er todt, lag er in Betäubung? Niemand hätte ihn retten können, denn die Hilfe war zu jener Stunde noch fern». Del volume esiste anche una recente traduzione italiana: Aspetti naturali, topografici e storici dell’isola d’Ischia (Imagaenaria, 2007). Franchi s’è detto in Italia per lire fino all’introduzione dell’euro in dialetto, veneto o napoletano, ci ha spiegato Borso. E ora chi glielo dice a Il Giornale? Riportiamo comunque, a uso degli storiografi più che dei polemisti più spicci e spiccioli, anche un passo tratto da Memorie della mia vita (10 aprile 1902), di Benedetto Croce: «Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell’alto della città, quando la sera del 29 accadde il terribile tremoto. Ricordo che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l’una accanto all’altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell’attimo stesso l’edifizio si sgretolò su di noi. Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco, e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto. Mio cugino fu tra i primi a recarsi da Napoli a Casamicciola, appena giunta notizia vaga del disastro. Ed egli mi fece trasportare a Napoli in casa sua. Mio padre, mia madre e mia sorella, furono rinvenuti solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia sorella e mia madre abbracciate. Io m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro; ma risentivo poco o nessuna sofferenza, anzi come una certa consolazione di avere, in quel disastro, anche io ricevuto qualche danno: provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei, e l’idea di restare storpio o altrimenti offeso mi riusciva indifferente».

    In attesa di recuperare la traduzione curata per l’edizione italiana da Nicola Luongo, eccone una del passo saliente fatta molto in velocità:

    « (…) Che chiami al soccorso, il figlio: ma non risponde altra voce che lontane grida di dolore, un latrare di cani, il rumore del mare agitato, nuovi schianti e scricchiolii fra le macerie che continuano a rovinare. Che offra al primo possibile centomila, duecentomila franchi, se li salverà, ma morire no, morire soffocati no. Passano ancora delle ore, sta per farsi buio, arriva qualcuno di corsa, affannato. Il ragazzo chiama, gli promette la grossa cifra. L’altro passa oltre lamentandosi: “Cerco mia moglie! Mia moglie!”. Solo verso mezzogiorno lo sfortunato figlio fu liberato dalla sua terribile situazione con un braccio rotto in tre punti e una coscia schiacciata, per essere trasportato a Napoli. Fino alle dieci circa suo padre aveva ancora parlato, poi silenzio. Era morto, era stordito? Nessuno avrebbe potuto salvarlo, perché il soccorso a quall’ora era ancora lontano. (…) ».

  22. Corrada Cardini
    venerdì, marzo 11, 2011 at 00:59

    È forse motivo di riflessione il fatto che la sciatta provocazione di un intellettuale opaco come Ferrara abbia dato vita a un dibattito così articolato e vivace, oltre che molto interessante. Direi che sono d’accordo sul fatto che non sarebbe male ritornare seppur con le nuove armi della critica affinate in questi anni drammatici e fecondi, al pensiero che, a partire dall’idealismo, ha portato al materialismo storico. Se, temo, ben poco si può fare, e credo sia un bene, per rianimare il materialismo dialettico che condizionò a suo tempo il pensiero politico del PCI, varrebbe la pena di procedere sulla strada del confronto-scontro con quegli aspetti del pensiero idealistico e marxiano che hanno nel bene e nel male accompagnato due generazioni, a partire dagli anni ’60. Ho notato con piacere come il bisogno di agire, di entrare nel processo degli eventi politici e mediatici con tutta la necessaria convinzione e indignazione, abbia contagiato anche molte personalità del mondo accademico e molti intellettuali… Quando si assiste ad eventi che fanno tremare per il futuro dell’uomo, quando il degrado morale, politico sociale fa intravedere scenari di nuova barbarie, le anime belle, quelle vere, hanno bisogno di agire, di esserci, di dare battaglia. La grande sfida è trovare gli strumenti epistemologici ma non solo, anche politici, culturali, per riuscire a dare risposte a chi si chiede da che parte stare, e perché. Abbiamo bisogno di buoni metodi di osservazione, confronto, analisi, abbiamo bisogno di argomenti efficaci ,di alcune ragionevoli certezze per contrastare la marea dei Ferrara, e di tutti gli altri manipolatori… Il pensiero debole è il nemico da battere… Viviamo in un mondo di grande complessità. La filosofia è all’intersezione delle diverse discipline. La filosofia può e deve ritrovare una sua centralità come antidoto al chiacchiericcio e agli astuti sofismi.

  23. Paolo Migliaro
    lunedì, marzo 14, 2011 at 16:12

    Trovo interessante leggere le ricerche del dott. Steven Pinker, ricercatore americano e docente di psicologia alla Harvard University e già professore del Department of Brain and Cognitive Sciences al Massachusetts Institute of Technology.
    Il suo lavoro di scienziato, i suoi studi sul comportamento e sul linguaggio favoriti da condizioni uniche negli USA, dall’estensione della tipologia umana fino ai mezzi e alla nutrita collaborazione di molte decine di vari ricercatori delle altre scienze che vengono direttamente influenzate dagli studi sul genoma, dunque dalla genetica, alla biologia, alle neuroscienze, penso sia anch’esso da considerare. Forse una nuova ermeneutica più originale e profonda sul moralismo è possibile proprio guardando in modo nuovo com’è fatto l’essere umano, pur restando comunque quel coacervo di contraddizioni che non possono essere risparmiate a nessuno della nostra specie. Nella sua penultima pubblicazione, “Tabula rasa”, Pinker ci informa di alcuni risultati sugli studi eseguiti sui comportamenti dei gemelli monozigoti divisi definitivamente dalla nascita e poi affidati a famiglie distanti l’una dall’altra e quindi osservati in un ambiente assolutamente incondizionato dalla familiarità con gli altri gemelli; a farci capire in maniera molto interessante e con esempi di osservazione su casi particolari come il nostro cervello ricorra spesso all’autoinganno per giustificarsi una qualche ragione; come certe inclinazioni alla menzogna o alla psicopatia siano predisposizioni prevalentemente ereditarie; come l’essere umano si determini spesso come un animale moralista.
    Questi risultati oltreoceano sono stati oggetto di critiche e specialmente in quel settore dell’opinione che reputa che sia l’educazione e non l’inclinazione a determinare il pensiero e l’atteggiamento, il comportamento. Non so bene qui da noi quanto questi studi siano preziosi e tenuti di conto. Certo aprono prospettive diverse, valutazioni interessanti. Elefantini ed egolatri di varia estrazione e saccenza di tipo presocratico o megalomani con potenza di varia natura non si rendono quasi mai conto che pur con un cervello ‘inzaccherato’ o impreziosito di mille parole e pensieri o con tanta ricchezza economica da imperare e godere, si resta sempre esseri finiti, perciò miseri, imperfetti e delicati. E lo avvertono quasi sempre in solitudine quando i disastri di una vita condotta malamente sono ormai alla loro porta.

  24. Andrea Zhok
    lunedì, marzo 14, 2011 at 17:03

    A parziale consolazione di Paolo Migliaro, Steven Pinker e molti altri non sono affatto ignoti da questa parte dell’oceano; peraltro, Pinker, che è il sodale sul piano degli studi sul linguaggio di ciò che sul piano dell’ontologia è Dennett, e di ciò che su quello della teoria evoluzionista è Dawkins, è autore, per esprimersi garbatamente, controverso.
    Non è il caso di avviare qui una discussione su innatismo e apprendimento, ma a chi è interessato a questi temi consiglierei una dieta teoretica più varia che il solo Pinker, il cui successo è in gran parte dovuto alla cocciutaggine con cui continua a sottoporre tesi unilateralmente innatistiche anche di fronte a valanghe di controesempi.

  25. Paolo Migliaro
    lunedì, marzo 14, 2011 at 21:29

    Egregio professor Zhok sono grato dei suoi preziosi suggerimenti, ma con molta semplicità vorrei esprimere quest’altro pensiero, ovvero che guardando alle esperienze avute nei rapporti con le persone più intime e con ancora altre con cui ho avuto ogni possibile e immaginativo interesse usuale per affari e occupazioni varie, ho trovato in Pinker delle spiegazioni profonde che probabilmente ho sperimentato, che forse mi hanno riguardato. Ma prescindiamo pure dai fatti personali che non possono che avere un valore sicuramente relativo, e che ovviamente sono stati giudicati da me presupponendo di essere io il giusto ed esatto osservatore, alieno dai diversi difetti che magari hanno interagito per certi esiti a me infausti, ma le idee, l’interpretazione della vita, il modo di sentire il mondo, l’alterità, non dipendono anche da una qualche natura genetica dell’individuo? La natura dell’individuo non aiuta, non inclina verso certe caratteristiche dentro la personalità? Certo ci saranno molti esempi e controesempi al contrario. Ma i tic, le manie e le fobie osservate nei gemelli monozigoti separati dalla nascita che si rivelano esattamente eguali nelle stesse identiche manifestazioni e a migliaia di chilometri di distanza,di che natura sono? La diversità non dei temperamenti, ma del carattere nelle espressioni che trasmettono chiara lealtà,limpida onestà, marcata sensibilità, trasporto amoroso, ebbene dipendono solo dall’ambiente e dall’educazione? Come dire, Ferrara è un bieco opportunista, uno scaltro ipocrita (interessante è l’ultimo articolo di Marco Travaglio sul passato dell’Elefantino, pubblicato giorni fa sul Fatto Quotidiano) solo perchè ha frequentato certi ambienti comunisti dove le anime belle venivano idealisticamente devastate? Berlusconi è un megalomane ed un altro individuo che patisce la sindrome narcisistica perchè fin da bambino la mamma lo ingozzava di cibo e lo riempiva di asillanti complimenti? Può darsi. Che dovrei pensare, di chi dovrei fidarmi se non di quello che mi convince ascoltando, leggendo,confrontandomi? C’è un tenutario della verità tra gli scienziati? O tutti danno un contributo importante anche se diverso, e che dovrebbe essere tenuto di conto perchè potrebbe il giudizio può diventare più verosimigliante alla realtà che cerchiamo di comprendere? Si dice da millenni che quando una madre cresce più figli non tutti sempre raggiungono interiormente gli stessi valori.Io sono cresciuto in una famiglia di cinque figli e l’ho potuto verificare e capire. Perchè non tutti frequentano gli stessi ambienti esterni alla famiglia? O perchè i genitori non puntano su tutti i figli con la stessa attenzione e allo stesso modo? Resterei tendenzialmente convinto che certe persone nascono anche ciniche, relativamente meno sensibili,anche algide, proclivi addirittura a credere maggiormente e a restare affascinati da un Friedrich Wilhelm Nietzsche che da Gesù Cristo, o a crogiolarsi in una bolla esistenziale fatta di anarchia e individualismo, quand’anche con una miscela di argutissimo spirito che consente loro di aver ragione più facilmente dell’avversario, usando magistralmente il logos. Magari, come nel caso di Ferrara, campandoci pure sopra con perspicacia e intelligenza. Ma l’ELEFANTINO lo farà sapendo di mentire, o lo farà con la consapevolezza di aver ragione, o la sua è solo una puerile e freudiana necessità egolatrica come è il piacere della pipì e della cacchina nel neonato pasciuto e appena soddisfatto del suo bisognino. Sapere che l’effetto deleterio sulla personalità può essere anche condizionato dall’innatismo, da una spiegazione perlomeno mediana tra questa e l’altra che deputa l’ambiente la circostanza fondamentale, potrebbe forse consentirci di ritenere ancora con più profonda convinzione che l’ipocrisia è davvero il male assoluto da debellare nel profondo di noi stessi? Se l’individuo può cambiare e migliorare, deve allora poter avere davanti a se un esempio chiaro, luminoso, fulgido da seguire e imitare. Ne godrebbe la morale, la politica e tutte le Istituzioni del Paese. E forse sorgerebbero ancora tante altre anime belle che paiono non far più capolino nel nostro mondo materialista e baro: Charles De Focauld, Albert Schweitzer, Raoul Follereau,La Pira, l’Abbe Pierre, Madre Teresa,etc…

  26. Andrea Zhok
    martedì, marzo 15, 2011 at 14:18

    Caro Paolo, speravo di non dover entrare in una discussione del genere, che per essere svolta con adeguato rigore richiederebbe un certo apparato di riferimenti che è difficile fornire in questo contesto. Cerco perciò soltanto di chiarire alcune macro-questioni.

    1) Lei chiede, retoricamente “La natura dell’individuo non aiuta, non inclina verso certe caratteristiche dentro la personalità?” – La risposta, intendendo per natura le predisposizioni a base genetica, è ovviamente positiva. In effetti non c’è nessuno oggi che neghi seriamente il ruolo giocato dalle predisposizioni a base genetica, e, peraltro, sarebbe difficile farlo, visto che un protozoo non si può educare né alla virtù né al vizio: anche la capacità di apprendere, e dunque di essere influenzato dall’ambiente, è una capacità geneticamente condizionata.
    2) Se però veniamo alla posizione di Pinker, si tratta di una posizione molto più categorica, che tende a riconoscere una ruolo del tutto marginale all’impatto ambientale. Questa posizione è, come dicevo, altamente controversa, ed in verità è snobbata persino da molti autori che simpatizzano con una visione geneticista. La ragione di fondo di questo dubbio è legata alla natura stessa del gene, che è, per così dire, informazione innescata solo dall’incontro con specifiche condizioni ambientali. Alcune di queste condizioni sono preliminari all’inizio della divisione cellulare (un seme deve trovarsi sottoterra, in un ambiente umido, in un certo range di temperatura, con un certo equilibrio acido-alcalino, ecc.), altre condizioni subentrano successivamente e l’ordine di sviluppo di certe facoltà è determinante per l’accesso a facoltà ulteriori. Le ‘predisposizioni genetiche’, anche molto basilari, sono modulari e multifattoriali, il che significa che vengono innescate di volta in volta dalla presenza di condizioni ambientali specificamente favorevoli all’emergere di certe proprietà e non di altre: pensi alle cellule staminali e a come esse producano tessuti specifici a seconda del tipo di tessuto organico in cui sono inserite. O per prendere un esempio ontogenetico che dovrebbe essere caro a Pinker (ma non lo è): nessun bambino apprende il linguaggio senza un’appropriata stimolazione ambientale, e l’apprendimento del linguaggio è, fuor di ogni dubbio, preliminare ad operazioni cognitive superiori quali la costituzione di ricordi strutturati, pianificazioni e concatenazioni inferenziali. Ergo, banalmente, una persona che non apprenda il linguaggio non è neppure nelle condizioni minime per ascrivere ad essa ciò che giuridicamente si considera responsabilità e colpa.
    3) La distinzione tra temperamento e carattere, cui lei fa cenno, è utile, ma va usata correttamente. Si assume, credo correttamente, che tratti temperamentali di fondo siano fortemente radicati in predisposizioni innate: ciò non significa che essi necessariamente emergano, ma che essi tendono ad emergere in condizioni ambientali aspecifiche ed in genere benevole per lo sviluppo. Elementi temperamentali sono quelli delle distinzioni classiche (bilioso, iracondo, flemmatico, ecc.). Quando invece si parla di carattere, si parla di una configurazione che emerge a partire dal temperamento, ma va molto oltre ad esso. Per tornare ad esempi che dovrebbero essere cari a Pinker, e che tornano comodi anche con riferimento a quanto lei dice: è noto che in gemelli omozigoti cresciuti nella stessa famiglia si crea una relazione dominante – introverso, tale per cui uno dei due finisce per assumersi il ruolo di relazionarsi anche a nome dell’altro con l’ambiente estraneo e con i genitori. Questo è un tratto caratteriale profondo, spesso attribuito al livello temperamentale, ma con tutta evidenza non è di diretta derivazione genetica. Ciò credo che risponda anche alla sua notazione su fratelli nati nella stessa famiglia: le differenze che si creano all’interno del sistema famigliare, semplicemente grazie al fatto che ciascun membro cerca di ottenere una collocazione identificabile (per sé e per gli altri) sono sufficienti a generare una pluralità di caratteri anche in presenza di disposizioni genetiche simili o addirittura identici.
    4) Ultimo punto, che mi pareva ovvio, ma che ribadisco: non ho affatto detto che non bisogna leggere Pinker (o Dennett, o Dawkins, per elencare alcuni di quelli che “I love to hate”), ma che è opportuno avere una dieta teorica variata. Tanto per dire, esistono innumerevoli studi comparativi molto dettagliati sui tratti comuni o difformi registrabili tra gemelli omozigoti cresciuti in famiglie differenti. Se, come spesso fa Pinker, si va alla ricerca dei soli tratti inaspettatamente identici, si fa un’operazione teoreticamente non commendevole.

    Molto altro ci sarebbe da dire, ma eviterei di appesantire troppo la discussione.

  27. martedì, marzo 15, 2011 at 16:13

    Bellissimo post, Andrea. Limpido e impeccabile. Quando il lavoro ti lascerà un po’ di tempo, però, mi piacerebbe che aggiungessi qualche osservazione sul problema classico della “perfettibilità” dell’essere umano. Evidentemente, la posizione che hai espresso non ti vincola né in un senso né nell’altro. Ma prescindendo per un attimo dal tuo pessimismo (sociologico?) sulla realtà italiana, sarei curioso di conoscere il tuo punto di vista sulla questione sub specie aeternitatis (o quasi ;-) .

  28. Andrea Zhok
    martedì, marzo 15, 2011 at 17:17

    Caro Paolo,
    questo è un tema enorme e bellissimo, per trattare il quale dovrei prendere un anno sabbatico, non un quarto d’ora tra due lezioni. Per quel che contano posizioni personali prive di argomentazione, io ho una fede quasi rousseauiana nella perfettibilità del genere umano; ciò che mi dà questa convinzione, a prescindere dalle infinite delusioni storiche, politiche e sociologiche è quel poco di conoscenza vissuta (acquaintance) che ho con i bambini. I bambini di per sé non sono né buoni né cattivi, ma una cosa è certa, prima che subentrino danni educativi ed ambientali, sono INFINITAMENTE BEN DISPOSTI, sono curiosi, reattivi, ‘caritatevoli’ (Davidsonianamente) e fiduciosi. Non sono creta nelle mani dell’educatore, sono viventi volitivi con bisogni tenaci, ma con un’incredibile apertura al mondo e agli altri. Ecco, una delle poche cose che mi trattiene dal passare a vie di fatto con molte persone di cui penso ogni male possibile è che cerco di ricordarmi che, per quanto difficile ammetterlo, anche loro sono stati bambini.

    Al tempo stesso, per ragioni storiche e strutturali su cui, nel mio piccolo, mi sono espresso dando un congruo contributo al deforestamento dell’Amazzonia, sono estremamente pessimista vedendo quali sono le condizioni educative in cui crescono i piccoli occidentali (e i piccoli italiani in particolare): se ricordiamo che educazione è solo in piccola parte quella che si fa nelle scuole, mentre per la più gran parte è fatta di ‘tempo sociale’ non strutturato, allora mi sento di dire senza tentennamenti che la nostra società è una delle civiltà più diseducative mai apparsa sotto il sole.

    Torno a lezione.

  29. martedì, marzo 15, 2011 at 18:31

    GRAZIE!
    (Mi sa che se ci avessi pensato un anno intero non ti sarebbe mai venuta una risposta così cristallina e… radiosa!)

  30. Paolo Migliaro
    martedì, marzo 15, 2011 at 19:00

    Ringrazio il brillantissimo prof. Andrea Zhok per le sue risposte brevi e senza dubbio ugualmente convincenti. Grazie.

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