È, dunque, tempo di educare. Marco Ubbiali recensisce due testi di Paolo Zini

giovedì, settembre 8, 2011
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Recensione a cura di Marco Ubbiali di: P. Zini, La speranza del gesto educativo, Fede & cultura, Verona 2010. P. Zini, Il giogo educativo custodia della libertà, Fede & cultura, Verona 2011.

Marco Ubbiali

Leggere i due saggi di Paolo Zini in questo contesto di “emergenza” educativa fa bene al cuore, alle ragioni del cuore: educa e affina il sentire. Ecco, forse è proprio questa la saggezza profonda che si evince dai due saggi la cui brevità potrebbe ingannare rispetto ad una superficialità delle osservazioni. Niente di tutto questo: vi si trova invece una profonda riflessione attorno a quanto “emerge” da dentro l’educazione, quell’esperienza autenticamente umana, così autentica da risultare inevitabile, ineludibile, essenziale all’essere dell’uomo: di un uomo-persona che è “già e non ancora”. Le riflessioni di Zini non cedono alle mode che sentono sottesa alla fortunata espressione di Benedetto XVI (“emergenza educativa”) una questione di sirene spiegate che tentano di salvare un paziente in fin di vita. Riportano invece la questione ad un piano riflessivo che richiama proprio quell’emergere della questione educativa come fenomeno che appare e si presenta alla coscienza del ricercatore come tratto che rende autenticamente umano il volto di ciascuno. Le questioni affrontate riportano il discorso sull’educazione (la pedagogia, ma non solo) al suo cuore, alla sua essenza: che cos’è l’essere umano.  Si sente la medesima urgenza che animò in anni di altra emergenza educativa (quella dell’avvento del nazismo) Edith Stein , allora insegnante in un liceo e in un istituto parauniversitario, spingendola a portare nel cuore della riflessione fenomenologica la regione dell’essere “educazione”: «la pedagogia costruisce castelli in aria se non trova risposta alla domanda: “chi è l’uomo”». Le argomentazioni di Zini scandagliano dunque i temi (fondamentali e fondativi) dell’antropologia, della struttura dell’essere umano ma senza mai (altrettanto fondamentale) dimenticare la storia, il presente, l’oggi nel quale il fenomeno educazione si manifesta, con le sue peculiarità, le sue criticità, le sue sfide, le sue chance. I brevi capitoli dei due saggi ci introducono – e in questo sta la loro preziosità – in riflessioni filosofiche declinate al tempo del “compiersi”, al tempo futuro riletto in termini di progettualità e di speranza, cioè al tempo dell’educare.

Ed è proprio il primo saggio ad essere dedicato al “tempo” dell’educazione: la speranza, appunto. L’educazione viene qui ricondotta alla sua caratteristica specifica di “sapere della prassi” e di “prassi del sapere”: il gesto educativo, massimamente attivo nella sua passività (ricettività) che sa scoprire la gratuità dell’essere al mondo e della cura iscritta nelle relazioni, diviene modello dell’agire responsabile che fa dell’uomo un uomo vero. È dunque la prossimità la cifra delle relazioni, una prossimità che nel gesto educativo si fa generativa, capace cioè di trasmettere «ragioni di vita, e presenta i caratteri di una scommessa irrevocabile, gratuita e fiduciosa dell’altro» (pag. 17). Il percorso si snoda poi attraverso la questione della significatività del gesto educativo e, di conseguenza, della significatività dell’esperienza di vita di chi si trova all’interno di questa relazione, ovvero i nostri figli che si pongono la domanda di senso: «la significatività si produce a seguito di una capacità dell’intelligenza e del cuore di sondare la consistenza di ragioni, valori, amori che possano sostenere un’esistenza» (pag. 20). Significatività che si fa tale solo attraverso la forma della testimonianza, incarnazione delle ragioni buone della vita nella figura dell’educatore, vero don Chisciotte che sfida i testimonials delle cattedrali emotive della virtualità contemporanea. Il gesto educativo infine rimanda a un compimento, ad una pienezza che dà alla storia garanzia di preziosità e verità: «la buona notizia cristiana è un appello ad apprezzare la vita e la storia come luogo in cui Dio accorda una benedizione irrevocabile; una benedizione che rende storicamente possibile il riscatto di Dio e la comunione con Dio, anticipazioni di un destino eterno in Dio» (pag. 30). La «riserva escatologica cristiana» appare nelle note di Zini come la garanzia di autenticità e di verità pure del gesto educativo: l’educazione si manifesta dunque come profezia; ogni gesto educativo è una parola buona capace di “parlare al posto di”, di aprire uno sguardo sul mistero di una vita che necessariamente è chiamata a fare i conti con il male e con il limite. In questa sua componente profetica, nel suo svelare-custodendo la verità della vita, educare diviene gesto di speranza: una speranza che chiede ragioni per il vivere, proprio come i nostri figli, così fragili e così confusi, ma così promettenti. Eh sì, perché la promessa-speranza di bene e di vita buona del gesto di bontà è nascosta proprio nel volto del figlio che chiede ad ogni uomo di realizzare se stesso nel dono, e gli mostra come la cifra del dono sia proprio la sua forma originale e compiuta: «Questo piccolo essere disarmato ha dunque una forza spaventosa. Non mi ero mai alzato di notte per il mio vicino, mai sentito pronto a morire per un altro, mai mi ero tanto interrogato sull’avvenire –l’angioletto mi si presenta, senz’altro potere che la sua impotenza, e sembra rendere possibile l’impossibile. (…) Il vostro padre spirituale ora lo tenete in braccio» (Hadyadj, 2009 – cit. pag. 39).

Il secondo saggio affronta e scandaglia il tema della libertà, l’antropologico fondamentale che può mettere in seria crisi la questione educativa, il “giogo” dell’educazione, come lo chiama il titolo. Imparare la libertà perché essa sia felice, perché io sia un uomo libero e felice, attraverso la fatica dell’educazione e della formazione: un paradosso. In dieci passaggi, dieci domande e dieci (e molte più) testimonianze Zini ci accompagna alla ricerca di come “liberare la libertà”. Splendidi e affascinanti sono proprio le testimonianze letterarie (con citazioni che spaziano da Wilde a Cervantes, Nietzsche, Kierkegaard, Trilussa e Etty Hillesum e molti altri) l’autore schiude la questione della verità attraverso le parole di chi vi si è confrontato senza mediazioni. Ci viene presentata così la questione del volere nella sua drammatica limitatezza, come nella sua possibile realizzazione: «due soltanto sono i modi possibili di abitare questo enigma: l’uno ne esaspera la tensione, facendo della vita un forsennato divincolarsi da quanto le consente di essere, nel delirio contraddittorio di un’impossibile autopoiesi; l’altro riconosce quale custodia della libertà la limitatezza indigente delle sue misure, nelle quali l’uomo, con gratitudine, può riceversi come donato a se stesso» (pag. 15). È così che la libertà si scontra e si incontra con la questione del volere fermo e insieme contraddittorio, nelle ferite profonde dell’identità che si trova frammentata ma che insieme anela all’unità di sé. E – preziosissimo contributo – scopre che l’unità di sé è l’unita con la forma della vita degli altri e del mondo. L’unitarietà, l’armonia, l’ordine di sé non è realizzabile se non nell’armonia con l’ordine delle cose e degli altri: il sentire, trovare le ragioni del cuore, essere dei cuori pensanti (per dirla con la Hillesum) è dunque la vocazione della libertà che vive dei grandi desideri (come ponte tra terra e cielo), ma che anche sa di non essere l’inizio della storia, bensì figlia della storia che ha prodotto proibizioni quali custodie della sua realizzazione. Una libertà che scopre nel darsi una misura la fragranza della vita capace di gustare le piccole cose dell’ordinarietà, in un presente che è amico, tempo della promessa che compie un passato e prefigura un futuro abitabile. Una libertà che comprende che solo l’amore permette di vedere in verità la vita di sé, degli altri e del mondo; che scopre nella gioia delle piccole cose la realizzazione della promessa di bene, attraverso l’umiltà o “spirito d’infanzia” che rende abitabile la vita, senza stare in attesa spasmodica di una grande realizzazione che domani verrà come il “successo” (quello per esempio propinato dai media), presentando invece la vita come «sorpresa grata per la misura di sé e la misura del mondo [che] permettono di abitare l’esistenza nella ferialità della sua ferita, raccogliendo, fuori da fughe e risentimenti, la grazia del presente, senza per questo spegnere la grazia del futuro» (pag. 91).

Anche in questo saggio la parola che insieme chiude e riapre l’esperienza della libertà è la sua realizzazione nella rivelazione di Dio in Cristo: una libertà che per essere libera deve essere liberata, salvata, attraverso la vicenda singolare (e in questo salvifica per tutti) del Figlio di Dio che annuncia la buona notizia della «prossimità di un eroismo possibile nella ferialità del vivere (…) e che libera la libertà ferita dalla paralisi dei suoi errori, altrimenti irreparabili nella loro serietà» (pag. 99). La gioia della libertà non è costruita né conquistata, dunque, ma accolta perché scoperta e incontrata. In questo anche il gesto educativo è giogo che custodisce la libertà.

«Dunque?»: così termina ogni capitolo del testo di Zini, una coda conclusiva che non solo ricapitola le argomentazioni sottili dei paragrafi precedenti ma che insieme ripresenta la riflessione sulla libertà in termini più specificatamente educativi. Più precisamente Zini parte sempre da una questione educativa, che si riferisce alla struttura dinamica (Aufbau) della persona umana (anche qui mi sia permesso citare la Stein) e all’esigenza del momento presente, della nostra storia, dei nostri figli e di noi padri e madri di questo inizio secolo; la analizza poi nella sua essenza più profonda, per poi (dunque) riportarla all’educativo.

Non si può che essere grati alla chiarezza e alla profondità di Paolo Zini che ci accompagna (invitandoci a leggere e rileggere pensatori, poeti e romanzieri) con lo sguardo di quell’educatore che, volente o nolente, ciascuno di noi è. A noi aprire nuove domande e nuovi gesti significativi che rispondano e realizzino il “dunque” della quotidianità responsabile di ogni gesto posto per altri.

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