Dov’è il pensiero di Edith Stein?

domenica, novembre 20, 2011
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Edith Stein[1] costituisce per chi scrive un problema nello scenario degli studi filosofici e fenomenologici. Oltre all’insufficiente presenza del suo pensiero nelle trattazioni scientifiche – testi, corsi, conferenze – quand’anche la sua opera viene affrontata, si assiste ad una specifica forma di interferenza tra vicenda biografica e filosofia: la prima prende il sopravvento, le idee vengono perlopiù subordinate alla testimonianza di fede, con l’esito sconfortante d’una scarsa cura per la dimensione prettamente filosofica della (densa seppur per buona parte incompiuta) ricerca della Stein. Il che si traduce in note, apparati critici e traduzioni non all’altezza dei testi originari, alimentando, in un circolo vizioso, la scarsa considerazione attribuita alla fenomenologia steiniana da parte degli addetti ai lavori al di fuori degli ambienti confessionali[2]. «Sorprendentemente, nella ormai vasta letteratura sull’opera di Edith Stein, il punto di vista del fenomenologo «puro», per così dire, sembra essere scarsamente rappresentato»[3]: il punto di vista di chi, credente o meno, si impegni a mettere tra parentesi la propria adesione ad un certo universo valoriale, non per lasciarla in realtà automaticamente fuori dal campo d’indagine, ma per essere in grado di valutare, di leggere i fenomeni descritti da Stein rimanendo, per quel tanto che la filosofia sa fare, sul piano della datità fenomenologica, quel piano a tutti disponibile, dove è possibile indicare la ragione delle proprie convinzioni, la sorgente delle proprie tesi, dove il confronto è davvero accessibile a tutti, dove l’invisibile resta invisibile e se ne può semmai valutare la portata affettiva e personale, descrivendola come tale: dove la trascendenza resta «una cosa seria»[4]. In Cuori Pensanti, Laura Boella porta al centro della riflessione il pudore, il riserbo che dovrebbe proteggere l’esperienza del sacro e che certamente fu proprio della via steiniana verso il divino:

 

Come suggeriscono talune interpretazioni, spesso edificanti, la figura di Edith Stein si presterebbe a essere valorizzata più per l’esempio di vita che per i suoi scritti. Il fatto che abbia passato la soglia su cui Simone Weil si arrestò, sembra collocarla su di un piano di elezione che mette in secondo piano il suo percorso filosofico e conoscitivo. Dobbiamo chiederci se veramente Edith Stein è arrivata al punto di rendere più significativa la sua esistenza rispetto a quanto ci ha lasciato nei suoi studi. Certo, Edith Stein non si identifica con la sua opera, non si riassume totalmente in essa. Nel progressivo distacco dal mondo che corrisponde alla sua scelta per il Carmelo, la sua identità ci rimane segreta – come la sua morte.[5]

 

L’esperienza che conduce alla fede non poggia, in Stein, su mediazioni dottrinarie: «è piuttosto un taglio diretto e verticale attraverso una pluralità di strati di esperienza»[6]. Più che una via di conoscenza, l’esperienza della trascendenza (Dio ma anche il nucleo essenziale di ognuno) è sempre colta lucidamente e mantenuta nel suo carattere di esperienza di una non-esperienza. Apertura all’ignoto che non si lascia imbrigliare coi lacci della mente, tentativo di chiarificazione che resta umilmente un’assunzione della qualità fenomenologica del radicalmente assente, indicibile, invisibile. Se davvero così stanno le cose, la riduzione della figura intellettuale della Stein a icona da agiografia, sembrerebbe mancare di comprensione nei confronti della sua complessità teoretica e spirituale. Una complessità che restò sempre tale proprio per la lucidità mai smarrita della religiosa che restò fenomenologa, in un modo non facile da comprendere, da descrivere. Si tratta probabilmente di fare uno sforzo, ad un tempo, di precisione e delicatezza: non bollare come illegittima una produzione critica sul pensiero steiniano che, orientata in senso cattolico, valorizzi la straordinaria ampiezza e profondità dell’esperienza religiosa di Edith Stein ma, seguendo un po’ quello stile di pensiero tanto amato e fino alla fine portato con sé dalla Stein, cercare per “amore delle differenze”, come mossa anti-riduzionistica, di distinguere il pensiero della filosofa dalla sua possibile carica esemplare-edificante, foss’anche per vedere meglio la relazione tra il piano filosofico e quello dell’esistenza concreta, quel duplice movimento che certo anima il lascito steiniano: «di spiritualità che arriva fino al misticismo e insieme di custodia e intensificazione dell’atteggiamento filosofico»[7]. Non sopprimere l’uno a vantaggio dell’altro, ma permettere che le differenze emergano, affiancandosi ed eventualmente interrogandosi vicendevolmente. Creare uno spazio in cui sia possibile far apparire e rendere vitale, attuale, il pensiero di Edith Stein che, più che una dottrina, una teoria, ci si offre come l’incessante sforzo di legare insieme filosofia e forme dell’esperienza: percezione affettiva, sentimento di realtà, apertura all’invisibile. Restituire innanzitutto alla fenomenologia steiniana una dimensione autonoma, permettergli d’essere presenza viva e dialogante sulla scena filosofica, anche a prescindere dal ruolo che essa ricopre per il mondo cattolico.[8]

Certo, Edith Stein fu una donna, un’ebrea convertita al cattolicesimo, una monaca carmelitana, una vittima delle deportazioni naziste, ma credo sia innegabile che fu anche, e fino alla fine, una fenomenologa. Si può allora provare il bisogno di onorare, da filosofi o apprendisti tali, le idee steiniane, provando a farle vivere, ancora una volta, in fenomenologia, attraverso i suoi stessi testi – i trattati sistematici d’indagine fenomenologica o le opere di fenomenologia della vita interiore e spirituale – le sue pagine limpide, rigorose eppure in grado di mantenere vivo quel gusto per il sensibile, il vivo, l’esemplare, anche nel bel mezzo delle più fini, delle più ardue descrizioni d’essenza.


[1] Edith Stein fu una delle figure più significative e originali della stagione inaugurale della ricerca fenomenologica. Nata a Breslavia nel 1891, iniziò gli studi all’università della sua città (psicologia e germanistica) per poi trasferirsi a Göttingen, dove insegnava Husserl, per seguire i corsi di fenomenologia. Negli anni a Göttingen (1913-1916) si distinse per le sue capacità di metodo, rigore e dedizione agli studi fenomenologici. Nel 1914, con lo scoppio della guerra, iniziò a lavorare come volontaria crocerossina presso il lazzaretto dei contagiosi di Mährisch-Weisskirchen. A Friburgo discusse, nel 1916, la dissertazione Zum Problem der Einfühlung (Il problema dell’empatia), pubblicata l’anno successivo. Divenne assistente di Husserl, impegnandosi nel faticoso riordino dei manoscritti per la stesura del secondo volume di Idee per una fenomenologia pure e per una filosofia trascendentale, interrompendo in seguito la collaborazione per l’impossibilità di svolgere al contempo ricerche personali. D’origini ebraiche, Stein si convertì al cattolicesimo tra il ’21 e il ’22, continuando però a frequentare, assieme alla madre, la sinagoga. Proseguì anche da cattolica e poi da carmelitana la sua ricerca filosofica fenomenologica, aprendosi anche al pensiero tomista e alla tradizione mistica (Pseudo Dionigi Areopagita, San Giovanni della Croce, Teresa d’Avila). Tenne numerose conferenze sull’antropologia filosofica, la pedagogia e la condizione femminile. Docente presso l’Istituto tedesco di Scienze pedagogiche di Münster, fu costretta a interrompere la sua attività a causa della persecuzione antisemita. Nel 1933 divenne monaca carmelitana. Morì ad Auschwitz nel 1942 assieme alla sorella. Nel 1998 è stata proclamata santa da Giovanni Paolo II. Per un breve resoconto delle notizie biografiche su Stein si vedano le pagine introduttive di E. Costantini E. Schulze Costantini a E. STEIN, Il problema dell’empatia, Studium, 1998 Roma, p. 21-40 e, soprattutto, l’autobiografia: E. STEIN, Dalla vita di una famiglia ebrea e altri scritti autobiografici, Ocd, Roma 2006.

[2] Ovviamente esiste una gerarchia di livelli anche all’interno della trattazione del pensiero steiniano in ambito cattolico. Angela Ales Bello, che lavora da anni con competenza e preparazione fenomenologica sull’opera steiniana, è autrice di molte introduzioni e monografie su Stein (e altre figure, femminili ma non solo, del primo periodo della tradizione fenomenologica), come Edith Stein. La passione per la verità, Il Messaggero, Padova 1998 o Fenomenologia dell’essere umano. Lineamenti di una filosofia al femminile, Città Nuova, Roma 1992. Anche in questo felice caso si può notare, però, la tendenza a non affondare quanto sarebbe possibile ed auspicabile “nella cosa stessa” delle sue analisi, restando ad un livello sempre, o quasi sempre, introduttivo. Come se, in fondo, non ci si rivolgesse a studiosi di fenomenologia, ma a lettori con altro tipo di aspettative.

[3] R. DE MONTICELLI, “Edith Stein e la fenomenologia della mistica” in E. STEIN, Vie della conoscenza di Dio, trad. e note Francesca De Vecchi, ed. Dehoniane, Bologna 2003, p.75

[4] Traggo quest’espressione da un colloquio con Laura Boella.

[5] L. BOELLA, Cuori pensanti, Tre Lune, Mantova 1998, p. 52

[6] L. BOELLA, Ivi, p. 50.

[7] L. BOELLA, Ivi, p. 49-50.

[8] Alcuni esempi di studio e prosecuzione delle ricerche steiniane: per uno sviluppo etico-pratico delle analisi sull’empatia: L. BOELLA, Sentire l’altro, Raffaello Cortina, Milano 2006 o L. BOELLA – A. BUTTARELLI, Per amore di altro. Per l’importanza della ricerca di Stein nell’ambito di una teoria della persona e dell’individualità: R. DE MONTICELLI, La conoscenza personale, Guerini, Milano 1998 o L’ordine del cuore, Garzanti, Milano 2003. Per un inquadramento della fenomenologia steiniana dei testi sulla spiritualità e la mistica R. DE MONTICELLI, “Edith Stein e la fenomenologia della mistica”, in E. STEIN, Vie della conoscenza di Dio, cit. Alcune sezioni dei testi di Stein di psicologia fenomenologica (causalità psichica, motivazione, unicità personale) sono disponibili, accompagnati da una introduzione alla fecondità del realismo fenomenologico del circolo di Monaco e Göttingen, nell’antologia: R. DE MONTICELLI (a cura di) La persona. Apparenza e realtà. Testi fenomenologici 1911-1933, Raffaello Cortina, Milano 2000.


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2 commenti a Dov’è il pensiero di Edith Stein?

  1. Marco Cirillo
    lunedì, novembre 21, 2011 at 15:32

    Concordo pienamente sulla necessità di ridare piena dignità filosofica al pensiero di Edith Stein, pensiero troppo spesso piegato alle esigenze di ambiti ristretti di indagine. Proprio per questo però credo sia opportuno abbandonare un certo “specialismo” col quale generalmente si affronta lo studio non solo della Stein, ma di tanti altri protagonisti della filosofia occidentale. Da giovane studioso dell’opera steiniana sto cercando per quanto mi è possibile di operare dei confronti tra alcune tesi centrali della nostra autrice e altre grandi correnti della filosofia occidentale contemporanea, ad esempio il neocriticismo, la filosofia analitica, l’esistenzalismo ateo ecc. Penso sia un modo per affrontare la filosofia di Edith Stein in maniera dinamica, instaurando cioè un dialogo tra la sua versione della fenomenologia e altre impostazioni di pensiero, senza sovrapposizioni o forzature. La sfida più grande è quella di portare avanti un discorso di questo tipo fuori da istituzioni nelle quali la fenomenologia steiniana è già “di casa”, come appunto il San Raffaele, o il Centro di ricerche fenomenologiche, ma in Università nelle quali parlare di autori come la Stein implica come minimo l’indifferenza, se non l’ostilità aperta.

  2. Riccardo Bonadonna
    martedì, novembre 22, 2011 at 19:35

    Da non addetto ai lavori, pare persino a me che oggi il destino di Edith Stein – ammetto, è una delle mie eroine – si giochi troppo spesso (ma non sempre!) fra i poli estremi o di essere in primis venerata in quanto Santa o di essere negletta in quanto cattolica. Nel primo caso, a soffrirne è lo spirito critico. Nel secondo caso, invece pure, e la prosopopea di Heidegger nei confronti di una qualsiasi ipotesi di filosofia cristiana (“legno ferrigno”) viene condivisa anche da molti che heideggeriani certamente non sono.
    La mia sensazione è che la morte di Edith abbia troncato il progetto vertiginoso di costruire un sistema ontologicamente e prassologicamente completo, filosoficamente ineccepibile per la fenomenologia del Novecento, eppure compatibile con i fondamenti della sua fede: una missione che, mi pare, dopo Tommaso d’Aquino, nessuno è mai riuscito a compiere totalmente. E’ solo una sensazione, che forse ha il suo alimento solo nella mia ignoranza. Mi domando se qualche addetto ai lavori possa confermarla o smentirla.

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