Recensione di Zagrebelsky a “La questione civile”

giovedì, novembre 24, 2011
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Articolo già apparso su La Repubblica del 22 Novembre

La borsa valori

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Si può dissentire radicalmente sulle premesse e consentire pienamente sulle conclusioni? È la domanda che ci si pone al termine della lettura dell´ultimo, profondo, appassionato, angosciato ma non rassegnato libro di Roberta De Monticelli, La questione civile – Sul buon uso dell´indignazione (Raffaello Cortina Editore).

Il tema è la giustizia, massima virtù sociale; lo scopo è il risveglio alla giustizia attraverso “esercizi di disgusto”. L´impianto è filosofico. Il discorso si svolge da Platone e Aristotele, indugia su quello che sembra il preferito, Immanuel Kant, per arrivare a Simone Weil e a Bobbio. Ma, la riflessione spazia: antropologia, psicologia, teologia, giurisprudenza, letteratura. Tutto può essere messo a frutto e fatto reagire, al di sopra delle divisioni disciplinari. Trattandosi di filosofia pratica, cioè orientata all´azione sul suo oggetto – la giustizia –, inevitabile è incontrare di continuo le brutture, le oscenità, le meschinità, gli arrivismi, l´ipocrisia, l´illegalità, la corruzione, le prepotenze, le viltà e il servilismo, cioè la catastrofe etica della nostra società.

Il libro, con una certa sorpresa del lettore, non inizia dalla giustizia. Vi arriva attraverso la bellezza. Bellezza e giustizia: che rapporto c´è? Dicendo bellezza, non si deve pensare a estetismo, snobismo, collezionismo d´arte e cose di questo genere. Se bellezza è armonia e proporzione dei rapporti – di elementi figurativi, architettonici, poetici e musicali, e anche sociali – allora possiamo dire che la bellezza è forma visibile della giustizia. Il rapporto è stretto, inscindibile. Vale l´eterna massima della filosofia scolastica: iustum, bonum, verum et pulchrum convertuntur. Queste qualità dell´esistenza vivono l´una nell´altra. Non occorre intuizione metafisica per capirne i nessi. Risultano ancora più chiari rovesciando il positivo in negativo: l´ingiustizia è cattiva; il cattivo è falso; il falso è brutto. Si può arrivare alla giustizia a partire dalla bellezza, ma si sarebbe potuto anche dal bonum o dal verum. A partire da uno, si arriva agli altri.

Fin qui, tutto bene. Il passo successivo è da discutere. Giustizia, bontà, verità e bellezza sono “valori”, “cose che valgono”, non in termini economici, (non c´è un mercato dei valori secondo la legge della domanda e dell´offerta), ma in termini morali. Sono il lato positivo, prezioso, della vita. A meno di pervertimento in bruta animalità, dove vige il fatto compiuto, cioè la “giustizia del più forte”, non ne possiamo fare a meno. Potremmo perfino dire che li chiamiamo valori, ma sono necessità, secondo il motto di Kant: se non c´è posto per la giustizia sulla terra, non ha senso la vita degli uomini. De Monticelli dà grande importanza alla questione del fondamento. È convinta che i valori siano “dati”, non perché li si possa constatare e ammirare in sé e per sé. Nel teatro greco, per esempio, “La Pace” si presentava come una fanciulla, avvolta in un peplo trasparente, e tutti esclamavano: “come è bella!”. Di lei si poteva dire: “Come è bella!” perché la bellezza le era incorporata e gli spettatori ne facevano esperienza. Dunque, “i fatti stessi si qualificano come beni e come mali” (belli o brutti, giusti o ingiusti, ecc.) e a noi non resta che prendere atto del loro valore, come constatazione. Ne è convinta De Monticelli e chi, come Platone, crede che esista “la bellezza” che si riflette in “le cose belle”. Se fosse così, sarebbe possibile fondare la morale in termini oggettivi: le cose belle sono belle perché portano in sé la bellezza, non perché l´attribuiamo loro, secondo la nostra concezione. Insomma: è bello ciò che è bello, non ciò che piace: piace perché è bello, non viceversa (lo stesso, per gli altri valori).

Come possiamo non insorgere – leggiamo nel libro – di fronte alle casette a schiera che deturpano le colline senesi dipinte da Simone Martini? Non è questo, oggettivamente, un insulto al bello, e dirlo non è forse una constatazione di fatto? “Nerone era crudele”, non è la stessa cosa? Andiamo oltre: Adolf Hitler era un essere degenerato. Chi non sarebbe d´accordo? Dunque il brutto è incorporato nelle casette a schiera del Senese; la crudeltà, in Nerone; la degenerazione, in Hitler. Ripeto: chi non sarebbe d´accordo? Ma perché siamo d´accordo? Sono “le cose” (le villette, Nerone, Hitler) che parlano a noi, o siamo noi che parliamo a e di loro?

Siamo al problema del fondamento. Al “monismo” essenzialista – fatti e valori sono tutt´uno – si oppone la separazione “dualista”: ciò che è non è detto che debba o non debba essere. Un muro separa i fatti dai valori: gli uni non “convertuntur” affatto negli altri. Riconsideriamo l´esempio estremo di Hitler. Ora (e, purtroppo, nemmeno da tutti) si ritiene sia stato uno dei massimi flagelli dell´umanità, ma non allora. C´era chi lo riteneva un nuovo messia, perfino tra gli uomini di chiesa. Per milioni di persone, in Germania e altrove, era il salvatore della civiltà europea contro la barbarie asiatica, impersonata dal comunismo sovietico. In nome del “valore” superiore della civiltà occidentale, si è stati perfino disposti a chiudere gli occhi davanti alla shoah: evidentemente, la difesa della vita degli ebrei si riteneva un non-valore, o un valore minore, di fronte ad altri valori, come il capitalismo o la religione cristiana. C´era un valore assoluto, obiettivo, e, se sì, qual era? No, non c´era. C´era invece una lotta mortale tra valori soggettivi e relativi, con le rispettive armate schierate su fronti opposti. Noi sappiamo, ora, come sarebbe stato giusto, buono, vero, e bello schierarsi. Ma, come osservatori, dobbiamo ammettere che entrambe le parti, allora, ritenevano di combattere la buona battaglia e che ciascuna delle due vedeva incorporate nelle armi dell´altra il male, e nelle proprie il bene.

Dunque, è più probabile che la condizione esistenziale degli esseri umani non sia quella assunta da De Monticelli. Per lei, il valore delle cose, positivo o negativo, si manifesta nella loro esistenza. Dunque la precede. Per chi non pensa metafisicamente, invece, è l´esistenza che precede i valori. Il che è come dire ch´essi non sono dati ma sono i viventi a doverli dare; vengono dalla nostra libertà e responsabilità e non li troveremo fuori, ma in noi.

Sappiamo che entrambe le posizioni, monismo e dualismo, sono aperte a grandi rischi. Non sono quindi i rischi, gli argomenti per propendere per l´uno o per l´altro. La metafisica dei valori espone al dogmatismo, quando la loro gestione finisca, come è possibile, nelle mani di autorità etiche: stato, partito-chiesa, chiesa. L´anti-metafisica espone all´indifferenza o al soggettivismo estremo e distruttivo, quando prevale l´idea che le questioni di valore non abbiano senso o siano affari da gestire ciascuno per sé. Piuttosto, riprendendo l´interrogativo iniziale, che è quello davvero importante per il vivere comune, possiamo dire che, quali che siano le opinioni circa il fondamento, sui contenuti si può perfettamente convenire. Gli uni riterranno di andar scoprendo valori; gli altri, di andar creandoli. Da punti di partenza diversi si può giungere alla medesima meta e, cosa consolante, si può, anzi si deve, operare insieme. A condizione di isolare le ali estreme: i dogmatici e i nichilisti. Per riprendere il titolo del libro di De Monticelli: a queste condizioni, far buon uso della comune indignazione è possibile.

Gustavo Zagrebelsky

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16 commenti a Recensione di Zagrebelsky a “La questione civile”

  1. Paolo Migliaro
    sabato, novembre 26, 2011 at 12:01

    La Questione Civile interessa l’uomo come soggetto sociale che compie atti che possono concorrere alla giustizia, dunque alla bellezza. Indubbiamente la logica vuole che ciò che è bello sia anche giusto, vero, buono, ordinato al bene; nel caso nostro, a quello comune, mentre ciò che è ingiusto falso,sbagliato,pernicioso,riguardi sempre che il male, sia in definitiva per se stessi che per la società umana, fatto anche della fisicità dei paesaggi, del territorio depauperato e infragilito, delle istituzioni e delle infrastrutture non funzionanti. Fintanto che si resta sospesi nell’empireo delle idee tutto torna, poi occorre guardarsi e vedersi compiere quegli atti individuali che leggittimano questa coscienza. Faccio un esempio. Spesso noto che tante persone che potrebbero fare un buon uso dei mezzi di comunicazione (penso a politici e intellettuali) per dare un supporto a questo desiderio di cambiamento del Paese e alle azioni improrogabili da fare, sono assorte nel voler conseguire se stessi. In questo momento delicatissimo c’è da salvare l’Italia; non dipende solo dal Governo. Tutti si dovrebbe concorrere a sensibilizzare la cittadinanza sulla questione dei BTP per dare un segnale ai mercati che gli Italiani credono nell’economia del loro Paese e che sono intesi fermamente a difenderlo ricomprandosi parte del debito! Certo che la soluzione della crisi dipenderà anche da altro, ma questa, a detta degli economisti, è un ottimo supporto per la difesa dagli soeculatori che scommettono contro l’euro. Lunedì è la giornata del BTP Day. Sono in tanti a concorrere,banche, associazioni, calciatori, etc… ma non si vedono gli stessi politici che usano facebook solo per raccogliere amicizie, buone per il ritorno all’appuntamento elettorale.Ne si vedono gli intellettuali. E sono categorie che potrebbero trascinare dando l’esempio. C’è quindi una grossa idiosincrasia tipicamente italiana ad essere coerenti. C’è forse una mancata integrazione al vissuto di quegli elementi pratici che spesso vengono a mancare a chi fa delle parole la sua esistenza. Quindi d’accordo sulla teoresi, ma se la vita è tutto un risolvere problemi, come insegna Popper, i problemi dopo averli affrontati devono essere risolti con la prassi. Con l’esempio che gli altri possano ben vedere. Questa è la via per restituire la bellezza.

  2. Andrea Zhok
    sabato, novembre 26, 2011 at 16:58

    Sembra che le ultime dilazioni nella nomina dei sottosegretari siano dovute allo scoglio dato dal fatto che il Direttore Generale del Tesoro Vittorio Grilli tentenni ad assumere il posto di sottosegretario, su cui c’è un accordo, perché il suo assegno ANNUALE scenderebbe dagli attuali 500.000 euro (CINQUECENTOMILA) a soli 150.000. Ciò è stato riportato da più giornali, senza commento.

    Ora, non so se questo offenda più il mio senso estetico o il senso di giustizia: su ciò sono indeciso; ma ho già acquistato due forconi nuovi di zecca e vi consiglio di fare altrettanto, perché presto andranno a ruba.

  3. Claudio
    lunedì, novembre 28, 2011 at 09:41

    A proposito di monismo – dualismo, ho sempre pensato che il soggetto e la coscienza,possano essere un buon terreno per una loro concordanza o riconciliazione, nel senso che sono convinto che se l’uomo (da quello di strada sino a quello impegnato nelle alte sfere o in compiti politici e sociali di alto profilo) prendesse consapevolezza di se stesso, non nel senso di rafforzare il proprio ego quanto a educarlo e metterlo in relazione di reciprocità con il mondo e gli altri, forse si potrebbe sperare di migliorare la società (anzi,le società), sinora l’ego di molti personaggi viene dominato dal mero interesse a spese degli altri (una sorta di parassita degli altri). Per finire, ritengo (nella mia convinzione) che certi valori possano trovare un valido sbocco (e fondamento) solo se si riuscisse a maturare tale tipo di consapevolezza, insomma dal rapporto maturo io – altri improntato alla reciprocità. Ma chissà quante decadi o secoli dovranno passare per sviluppare questo tipo di maturità, e forse non avverrà mai, o forse bisogna davver arrivare a sfiorare l’ecatombe per arrivare a capire l’importanza della presenza e del valore dell’ “altro”? Oggi purtroppo domina le negazione dell’ “altro” (persino in un ambiente insospettabile come quello della famiglia).

  4. mercoledì, novembre 30, 2011 at 22:54

    Mi ha molto colpito l’associazione bellezza-giustizia con relativa spegazione del senso della parola “bellezza”.
    Sono molto d’accordo, infatti applico tale principio anche nel mio campo (progettazione elettronica).
    Il primo collaudo che faccio, ad esempio ad una scheda elettronica, è di….bellezza :)
    Ma bellezza appunto intesa come armonia delle piste elettriche, proporzione dei rapporti di rame etc.

    E l’esperienza insegna che se c’e “bellezza” allora il circuito analizzato, è quasi sicuro che funziona!

  5. sabato, dicembre 3, 2011 at 01:24

    Cari amici vi ringrazio dei commenti. Avrei voluto, forse potuto rispondere a Gustavo Zagrebelsky, ringraziandolo in ptrimo luogo di esserci,di essere un giusto, di operare da giusto – il capitolo Libertà e giustizia de La questione civile gli è virtualmente dedicato – e in secondo luogo ringraziandolo dell’attenzione che mi ha dedicato. E infine gli chiederei: ma ritenere preferibile la conoscenza all’ignoranza, o i ragionamenti validi a quelli invalidi, non è forse ritenere vero un giudizio di valore? E se non ritenessimo vero che è meglio ragionare BENE che ragionare MALE, perché mai staremmo a discutere?

    Ma altro, ben altro impelle. Sono ammutolita d’orrore. Don Verzé – con quello che le registrazioni, se non sono false, hanno fatto emergere (vedi articoli di ieri e di oggi, Francesco Merlo, su repubblica) identifica se stesso con Cristo, ed entrambi cion il San Raffaele.
    Ho scritto una lettera chiedendo le sue dimissioni, che pubblicherò appena resa pubblica agli atti di facoltà. E una riflessione che ho mandato a Repubblica, contenente i fatti che il pubblico forse ignora, e le colpe nostre che pure, probabilmente, ignora, perché non c’è Padre Padrone senza figli asserviti volontariamente. Certo, se l’Università San Raffaele e lui non verranno per sempre dissociati e distinti di fronte alla pubblica opinione, ognuno di noi dovrà trarne le conseguenze. Spero che il corpo docente e i tre Presidi si stgiano avviando, come pareva, a chiedrgli le dimissioni. Anche dopo la dichiarazione che ha fatto.

  6. Carla Poncina
    domenica, dicembre 4, 2011 at 18:01

    Lo scandalo del San Raffaele, con l’inquietante commistione di buoni fini e pessimi mezzi che ha posto davanti agli occhi e alle coscienze di tutti, ci rinvia direttamente ai temi trattati da Roberta De Monticelli nelle sue due ultime pubblicazioni: “La questione morale” e “La questione civile”, evidenziando quanto sia urgente diradare le nebbie in cui la società italiana -e la sua classe dirigente in particolar modo- è stata immersa nell’ultimo ventennio, incapace di cogliere il senso di un vivere comune che non può fiorire in assenza di valori felicemente condivisi. Questi valori sono quelli indicati nei due saggi citati e sono bellezza, giustizia, verità, bene.
    Zagrebelsky nel recensire “La questione civile” mostra di ammirarne il tono appassionato e la profondità di pensiero, ma sembra non condividere o non cogliere appieno l’argomentazione più propriamente filosofica, che ne costituisce la giustificazione. I valori, egli ammette, “sono il lato prezioso della vita”, in qualche modo “necessari”, come anche Kant sosteneva. E tuttavia egli rimprovera a De Monticelli un certo platonismo, da lui identificato con una visione “metafisica” e per ciò stesso dogmatica del mondo, in cui le idee: di bellezza giustizia, verità, paiono entità misteriose esistenti chissà dove (nell’iperuranio?). Ma la posizione di Platone non è così semplicistica. Né credo lo sia quella di De Monticelli, di Kant o di altri ancora. I valori, o “idee” secondo il lessico platonico, sono “la realtà” (ousia) che fonda e dà senso al mondo umano. Se vogliamo definirli “divini” lo sono non per la loro estraneità al “mondo delle cose” ma perché ne fondano la bellezza e l’armonia. Per questo possiamo parlarne forse solo al modo di Simone Weil, quando si riferisce a Dio sostenendo che “per definizione, in quanto è il valore supremo, è indimostrabile: «Vere tu es Deus absconditus»“ (Weil, “Lezioni di filosofia”). La filosofa nega che si possa fondare la morale su Dio, perché “è piuttosto l’ideale morale che prova Dio, e non Dio che prova la legge morale” (ivi). Allo stesso modo Socrate caparbiamente afferma “che è meglio subire ingiustizia che commetterla”, rinunciando a confutare il relativista Callicle (Gorgia) e Kant ci parla di “imperativi categorici” cui deve attenersi l’agire dell’uomo giusto, ancora una volta perché ove non esistesse un valore di giustizia universalmente valido è la stessa società degli uomini che sarebbe impossibilitata a fiorire. Sta a ciascun uomo singolarmente, e a ciascuna res publica o civitas pluralmente, darne testimonianza, pena l’inciviltà, la barbarie. Non c’è da darne una giustificazione di tipo logico, è sufficiente considerare quale sarebbe l’effetto “pratico” della relativizzazione dei valori. E qui veniamo all’esempio fatto da Zagrebelsky per sostenere la sua tesi sul carattere relativo, soggettivo, storico dei valori e ponendo la questione del fondamento degli stessi, a suo parere non risolta nel saggio di De Monticelli. Egli cita l’esempio di Hitler, ora guardato con orrore, ma che a suo tempo da milioni di persone fu considerato “il salvatore della civiltà europea contro la barbarie asiatica, impersonata dal comunismo sovietico”. C’era un valore assoluto, egli si chiede, e se sì, qual era? E conclude che “no, non c’era. C’era invece una lotta mortale tra valori soggettivi e relativi, con le rispettive schiere armate su fronti opposti”.
    Le conclusioni che ne possiamo trarre, non so se Zagrebelsky ne sia consapevole, è che se avessero vinto i nazisti le loro tesi andrebbero -per ciò stesso- giudicate giuste. Ma proprio negli anni in cui si consumò questa lotta tremenda, furono in molti a pensarla diversamente e tra questi Simone Weil che scrisse:
    “Se la forza è assolutamente sovrana, la giustizia è assolutamente irreale. Ma non lo è. Lo sappiamo per via sperimentale. Essa è reale in fondo al cuore degli uomini. La struttura di un cuore umano è una realtà tra le altre di questo universo, non diversamente dalla traiettoria di un astro. L’uomo non ha il potere di escludere ogni sorta di giustizia dai fini che egli propone alle azioni sue. Persino i nazisti non hanno potuto farlo. Se un uomo lo potesse, essi certo l’avrebbero potuto.” (La prima radice).
    Il muro che separa i fatti dai valori è un muro di incomprensione, di cecità spirituale. La fede di moltissimi uomini in Hitler, come in altri spietati dittatori che hanno abitato il secolo appena passato, “significa” semplicemente questa cecità, e la domanda semmai è: come evitare in futuro questo orrore? Parafrasando Hannah Arendt si potrebbe dire: “ponendosi nella giusta lacuna del presente”, imparando a pensare “senza corrimano” (ancora Arendt), in modo autonomo ma plurale, affinchè si dia vero ascolto e confronto. Dovrebbe ormai appartenere al senso comune, quantomeno tra gli intellettuali, l’attenzione a contrastare il conformismo del pensiero grazie a buone scuole e al controllo democratico dei mezzi di comunicazione di massa. Non ci sono ricette miracolose, ma le riflessioni che Roberta De Monticelli ci propone nei suoi saggi sono a questo proposito preziose. Quanto al tema della bellezza, che attraversa tutto il saggio su “La questione civile”, e al suo legame con la giustizia e con la vita buona, appassionatamente sostenuto in tanti passi, la sintonia tra pensatrici appare forte se ricordiamo queste parole della Weil: “Il criterio che permette di riconoscere che in qualche luogo i bisogni degli esseri umani sono soddisfatti è una fioritura di fraternità, di gioia, di bellezza e di felicità. Dove esistono ripiegamenti su di sé, tristezza, bruttezza, vi sono delle privazioni da guarire”.
    A volte sembra proprio che la riconosciuta razionalità (maschile?) si perda il senso più profondo del reale. “Dimostrare” in ambito scientifico può diventare un “mostrare” nell’agire morale. E’ Kant a sostenere che il giudizio di valore su giustizia e bellezza emerge “come un talento particolare, che non si può insegnare, ma soltanto esercitare”. Quando l’io che pensa si applica alle apparenze particolari ha bisogno di un “dono”. Così, chiosando la “Critica del Giudizio”, scrive la concretissima Arendt, commentando queste parole di Kant: ”non è affatto raro trovare uomini dotti, i quali nell’applicazione del loro sapere scientifico tradiscono quel difetto d’origine (la mancanza di “un talento peculiare”), che non si lascia mai correggere”.
    Roberta De Monticelli non ha convinto del tutto Zagrebelsky, ma è veramente in buona compagnia.
    Se per lei il valore delle cose, positivo o negativo, si manifesta nelle azioni e nei pensieri degli uomini non ne consegue che pensa “metafisicamente” né che per lei i valori precedono l’esistenza, nel senso di essere staccati e per così dire fuori da essa, ma semplicemente che è sul terreno dell’agire politico e morale che dei valori stessi e del loro carattere universale, si dà testimonianza.

  7. giovedì, dicembre 8, 2011 at 11:10

    Ringrazio Carla Poncina per la bella batteria d’argomenti che dispiega in difesa dell’oggettività dei valori…. Ecco, io credo che il suo linguaggio contribuisca a dissipare gli equivoci da cui in parte sorge sempre di nuovo la tesi che i giusdizi di valore non sono razionalmente giustificabili. Io ho proposto una nozione di ragione (a proposito, qual è invece la definizione di ragione propria di un relativista assiologico, o comunque di un lettore di queste note? Sarebbe bello che ciascuno tentasse una proposta, pochi punti teorici sono più urgenti di questo). Eccola: “Ragione” è disponibilità a rendere ragione, cioè giustificazione, di ogni asserzione. In realtà questa è solo una parte, della mia definizione, che ho chiamato (RL), def. di ragione in senso stretto; ma ce ne è una più inclusiva, “ragione pratica”(RP): Disponibilità a rendere ragione (giustificazione) di ogni atto. Le asserzioni essendo atti, con cui si afferma che una certa proposizione è vera. Ebbene, non solo per i giudizi di valore, ma anche per molti giudizi di fatto, la giustificazione razionale non può consistere di sola dimostrazione, ma in ultima analisi esige un “mostrare” – e perciò nessuno si è mai sognato di opporre la percezione sensoriale alla “ragione”. Io ho esteso alla percezione affettiva il ruolo che ha la percezione sensoriale nella giustificazione di molti giudizi di fatto – anche se il mio ampliamento della nozione di ragione non si basa solo su questo, e una grande parte dell’argomentazione mira a dare criteri di competenza assiologica del giudicante.
    Ma per chi non amasse i ragionamenti troppo lunghi: rinvio alla distinzione offerta da Rawls fra “razionalità” e “ragionevolezza”. La razionalità è quella del rapinatore che alla domanda sul perché ha rapinato le banche risponde: “perché è lì che ci sono i soldi”. La ragionevolezza è quella dell’obiettore che gli obietta: a) se tutti facessero così, una convivenza umana sarebbe impossibile (argomento kantiano), b) L’incolumità di chiunque, messa a repentaglio dalla tua rapina, è un bene di valore superiore a quello del bene costituito dal tuo aumento di ricchezza (prolungamento dell’argomento kantiano nei miei termini, di teoria dei valori).
    Chiederei ai lettori che ne hanno voglia un’opinione: CHE COSA DISTINGUE L’OVVIA RISPOSTA DEL RAPINATORE A ENTRAMBI GLI ARGOMENTI – “CHI SE NE FREGA” – DALL’ANALOGA RISPOSTA DELL’INCURANTE IN UNA QUALUNQUE DISCIPLINA, CHE AD ESEMPIO DICA DI NON “VEDERE” AFFATTO, PONIAMO, CHE I NAZISTI HANNO STERMINATO UN TAL NUMERO DI MORTI O CHE GIULIO CESARE è STATO UCCISO? Certamente non sono “ragioni epestemiche” (“prove in contrario”) quelle di cui costui può disporre: in questi casi, “chi se ne frega” esprime di solito un rifiuto a tener conto dell’evidence,e questo è un atto libero, ESATTAMENTE COME LA DISPONIBILITA’ A TENERNE CONTO. Non sarà tutto qui l’equivoco che impedisce ai miei critici di convenire sulla ragionevolezza e dunque l’obiettività del pensiero pratico (SEMPRE SOGGETTO A POSSIBILI PROVE CONTRARIE, come quello teorico in qualunque campo)? Non sarà cioè il trascurare il fatto che razionalità e ragionevolezza sono dispozioni ma anche disponibilità, cioè esercizio di atti liberi? Che siamo liberi di essere irragionevoli, ed è parte del fatto che siamo liberi di essere immorali, altrimenti non avrebbe valore alcuno essere ragionevoli e morali?

  8. Andrea Zhok
    venerdì, dicembre 9, 2011 at 11:43

    Direi che un’importante lezione fenomenologica, che accoumuna Husserl e Scheler, tra altri, è che non esistono ragioni epistemologiche al di fuori di un orientamento ‘assiologico’ (o teleologico). Di per sé “che i soldi abbiano valore” non è epistemologicamente più evidente rispetto a “che l’incolumità altrui abbia valore” (donde i miei dubbi sulla distinzione molto commonsense tra ‘razionalità’ e ‘ragionevolezza’). Ogni regola ed ogni inferenza si basano in ultima istanza su di una sfera intuitiva, variamente descrivibie, ma non ulteriormente dimostrabile. Non sarei però propenso a chiamare ‘estetica’ ogni sfera intuitiva.

  9. Corrada Cardini
    martedì, dicembre 13, 2011 at 20:45

    Da quando esiste l’uomo si pone il problema del bene e del male. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I principi, le regole, le leggi che sono alla base di una società sono, nei fatti, il risultato di equilibri che cercano di coniugare il bene di tutti con l’interesse di una o più classi o ceti o lobbies o come volete che si chiamino. E’ una operazione ragionevolmente utile che parte dal presupposto che porre dei limiti al comportamento spontaneo, emotivo e incontrollato dei singoli, garantisca una migliore qualità della vita per la maggioranza dei componenti del gruppo quali che siano le dimensioni. Ma in ogni tempo le regole imposte dall’alto sono applicate prevalentemente su chi sta ai piani bassi. Da qui l’idea non peregrina dei forconi. Sono quindi convinta che la questione morale sia un valore in sé, a prescindere dagli aspetti teoretici e dalle conclusioni cui si arriva, che comunque non saranno mai conclusive. Ma è necessario parlarne, parlarne in ogni sede, confrontarsi, sollevare i problemi, pretendere spiegazioni, individuare e contestare modelli vecchi o emergenti. Credo che sul piano pratico, reale, l’impegno civile sia dunque nella testimonianza dell’impegno stesso.

  10. Gabriele Poeta Paccati
    lunedì, dicembre 26, 2011 at 12:03

    Nel sentirmi vicino all’argomentare del Gustavo Zagrebelsky (è l’esistenza che precede i valori, che vanno quindi affermati e non semplicemente riconosciuti) non posso però non prenderne le distanze.

    Nello specifico, sulla questione dell’indignazione. Preoccupati sia Roberta De Monticelli che Zagrebelsky di salvare questo loro atteggiamento da possibili reciproche accuse, si ritrovano nel concordare sulle conclusioni: siamo indignati e non solo ci sta bene, ma abbiamo delle ottime ragioni – intrinseche o estrinseche – moniste o dualiste.

    Quante volte mi sono misurato contro lo sdegno, l’indignazione, il dito levato, la superiorità morale – spesso quando non sempre – semplificazioni buone solo per l’agone pubblico, strappare un applauso o il facile consenso della platea. Cosa mi ci vuole in una assemblea sul rinnovo contrattuale tuonare contro gli alti stipendi dei manager, le loro laute buonuscite? Non costa nulla e porta gli applausi. Costa molto di più ragionare sugli effetti distorsivi-ai fini della sana e prudente gestione del credito – dei sistemi retributivi basati sulle incentivazioni e sulla remunerazione variabile. Costa molto di più argomentare sull’iniquità dei diffusi sistemi premianti (che toccano circa il 40% della popolazione bancaria-e in certe aziende il 90%) che porta a una inefficiente gestione del rischio (e cosa fa una banca se non gestire il rischio?). In poche parole: è inutile limare le retribuzioni dei manager se poi non tocco i sistemi premianti (che incentivano comportamenti contrari all’interesse pubblico della sana gestione, e minacciano la stabilità degli istituti finanziari). Ci sono studi dell’Abi e di Banca d’Italia. Con il loro bei grafici, le equazioni, le regressioni ecc…

    Si capisce quindi con quanta prudenza mi indigno! È un atteggiamento che in me stesso guardo con sospetto.

    In Villa Ghirlanda, a Cinisello Balsamo, ho assistito alla presentazione della recente fatica di Miguel Gotor Il memoriale della Repubblica sul ritrovamento delle carte di Moro in via Monte Nevoso a Milano. Un pezzo di storia patria denso di mistero e materia poco appassionante per gli storici. Finora. Gotor nel raccontare le vicende o meglio partendo dalle vicende più strettamente legate al memoriale, racconta episodi, personaggi, retroscena, storie note e meno note, si pone domande, tenta spiegazioni, fa luce e formula ipotesi. Racconta o ri-racconta la storia (non solo quella più recente) della nostra Repubblica. A fare da discussant, quella sera, David Bidussa e Carlo Sini. Mentre il primo si presta quasi a fare da moderatore del dibattito e si limita ad una onesta introduzione, portando qualche minimo argomento per la discussione, il secondo – cioè Sini – si spertica in elogi (del libro e dell’autore), e prende spunto per una lunga digressione sull’importanza del sentirsi indignati di fronte ai personaggi che poco illustrano la politica contemporanea. Tanto più sapendo ora (indicando il libro di Gotor) che razza di schifezza fosse la Repubblica sin dalla sua nascita. Una Repubblica sotto tutela, governata dietro le quinte dalla CIA. Una democrazia mai compiuta, soggetta ai poteri atlantici, alle trame dei servizi segreti. Anzi: chi ne ha avuto la guida lo ha fatto tradendo lo spirito della Costituzione, nata dalla Resistenza. Peggio: chi ha governato, lo ha fatto per tornaconto personale – salvo le poche lodevoli eccezioni – in un crescendo di corruzione, malversazioni, abusi. La classe dirigente della seconda repubblica ha poi addirittura perso quelle lodevoli eccezioni.

    «inevitabile è incontrare di continuo le brutture, le oscenità, le meschinità, gli arrivismi, l´ipocrisia, l´illegalità, la corruzione, le prepotenze, le viltà e il servilismo, cioè la catastrofe etica della nostra società» (Zagrebelsky).

    Mai tanto plauso ed entusiasmo verso un libro, e tante speranze verso il suo autore, furono così mal riposte. Gotor, piuttosto seccato per questo fuori tema, per questo – a parer suo – divagare e distrarsi dall’oggetto proprio del libro; indispettito per aver avuto un recensore così maldestro da travisare il contenuto del suo lavoro; si è prodotto in una controreplica piccata e aspra, dura anche nei toni – irriverente nei confronti dell’anziano professore.

    Ha esordito con un espediente retorico. Supponiamo che tutto quello che il professor Sini ha detto sia vero. Ora dovremmo dividere la platea fra quelli che gli danno ragione e quindi si autocollocano dalla parte di chi ha ragione e può esibire una superiorità morale sugli altri e tutti quelli che – pensandola diversamente – si ritrovano dalla parte del torto e della sopraffazione. Se questo vi sembra un buon modo per descrivere 60 anni di storia repubblicana, accomodatevi, sì, ma fuori da questa sala. Non solo: io ritengo che la classe politica oggi disponibile rifletta pienamente la cosiddetta società civile, che anzi, a volte è anche peggio. In più ritengo che la classe politica della Prima Repubblica abbia garantito all’Italia e agli italiani un lungo periodo di pace, stabilità, crescita e benessere.

    Dovremmo cioè evitare, se vogliamo ben intendere il lavoro storico che ho compiuto, di schierarci sui due opposti fronti. Di esibirci tanto in esercizi di “antitalianità” alla Giorgio Bocca, quanto in sofismi da “arcitaliano” alla Giuliano Ferrara. L’uno tiene l’altro. Io preferisco argomentare al di fuori di questo schema.

    E poi ha parlato del libro.

  11. Andrea Zhok
    lunedì, dicembre 26, 2011 at 18:51

    A quell’incontro non c’ero, e dunque non posso esprimermi con cognizione di causa. Tuttavia, conoscendo abbastanza Carlo Sini, mi stupisce un po’ quanto dici. In verità posso immaginare molte ragioni per un intervento di lode generica: nel contesto delle presentazioni accademiche dei libri la lode del presentatore è d’obbligo e comportamenti diversi sono visti come provocazioni. Questo è forse un peccato di conformismo, ma direi alquanto veniale.

    Quanto alla sostanza della ramanzina so che le idee di cui sopra (circa la compromissione della società civile e circa il ruolo istituzionale avuto, nel bene e nel male, dalla classe dirigente della seconda repubblica) sono tutt’altro che estranee a Sini. E più in generale, se c’è un pensatore di dimensione pubblica che non ha molto concesso a facili semplificazioni e a strappare applausi acritici, questo è sicuramente Sini.

    Dunque, senza ergermi a difensore d’ufficio, per cui non ho titolo e che comunque mi pare superfluo, temo che come caso archetipico del summenzionato malcostume, Carlo Sini sia un esempio decisamente fuorviante.

  12. Stefano Cardini
    lunedì, dicembre 26, 2011 at 23:28

    Intervengo anche io sul commento di Gabriele, per dire due cose. La prima. In generale del “sacro sdegno” credo anche io si debba diffidare, per tutte le ragioni che hai messo bene in luce. Tuttavia, lo sdegno è in prima istanza un sentimento, o meglio una pulsione emotiva, nobile, che non si sposa affatto necessariamente con la demagogia o il populismo di chi cerca il facile consenso del “grosso animale” platonico, anzi. Oggi ero alla Triennale. Dalle vetrate che danno sul Parco Sempione, si vedevano I bagni misteriosi di Giorgio De Chirico, opera controversa che a me però è sempre parsa suggestiva. È stata restaurata nel 2009 dopo essere stata abbandonata al più totale degrado per anni (sporca, scrostata, mutilata, era diventata una specie di vespasiano a cielo aperto). Allora, vi fu certo di che sdegnarsi. E al netto di qualunque argomentazione invocante, che so, la complessità di conciliare il rispetto per le opere d’arte dell’arredo urbano con la fruizione degli spazi cittadini da parte di una popolazione dalla composizione sociale sempre più sfuggente; o il giusto peso da attribuire al degrado di quella specifica opera, nell’insieme dei problemi di valorizzazione del patrimonio artistico della città. Non vedo ombra di demagogia in quel sentimento: è un prezioso segnale d’allarme che ci dice che si è passato un segno e che bisogna fare qualcosa. Che cosa? Non si può pretendere sia semplicemente un moto della nostra sensibilità morale a dircelo. Di lì si parte, per passare dal riconoscimento del valore (e del disvalore complementare) alla sua attuazione, che certo deve confrontarsi con l’esistenza. E qui vengo alla seconda cosa che mi premeva dire. Riguarda la supposta necessità di stabilire una priorità ontologica dell’esistenza sui valori (o viceversa). Zagrebelsky distingue in modo netto tra fatti e valori. Pressapoco, immagino, così. Fatto: esiste un manufatto in pietra ad opera di tale Giorgio De Chirico prospiciente al palazzo della Triennale a Milano e costruito nel 1973. Valore: è un male che tale manufatto sia oggi in stato di abbandono e degrado, essendo De Chirico un bravo artista riconosciuto tale e la sua una bella opera d’arte riconosciuta tale. Tale riconoscimento, per Zagrebelsky, diversamente dal fatto cui si riferisce, non sarebbe “oggettivo”, ma frutto di una “convenzione” tra orientamenti estetici soggettivo-relativi, nessuno dei quali può ambire a un primato assoluto: se la fontana di De Chirico a me pare un eccellente orinatoio, posso razionalmente ambire non meno di te, che la ritieni arte, a farne opportuno uso, confortato tra l’altro dall’indubbia immediata utilità sociale della mia opzione. Ora: sarei curioso di capire in che modo il fatto “oggettivo” dell’esistenza di tale manufatto possa essere sostenuto senza un accordo tra modi soggettivo-relativi di riferirsi a esso. Certo: non riguardano il valore artistico del manufatto. Ma soggettivo-relativi sono. E per potersi “accordare” devono convenire su un metodo e sul suo valore. Ma veniamo direttamente ai valori. Qui il problema nasce dal fatto che si usano i verbi “riconoscere”, “cogliere”, “afferrare” come se esprimessero qualcosa come degli atti primitivi, ingenui, innati, per così dire vergini. E siccome si constata invece che nel tempo e nello spazio persone differenti “riconoscono”, “colgono”, “afferrano” valori differenti e talvolta opposti, ci si perde un po’ troppo rapidamente d’animo e si revoca tutto in dubbio. Mi chiedo, allora, se si sarebbe disposti a revocare in dubbio allo stesso modo anche il riconoscimento, afferamento, coglimento, per esempio, del rapporto invariante che in un triangolo rettangolo lega i quadrati costruiti sui cateti a quello costruito sull’ipotenusa. Anche lì è necessario un processo educativo e culturale, certamente anche passibile di una ben precisa contestualizzazione storica. E allora che facciamo? Siamo disposti a negoziarlo? O a dire che quella legge, soltanto perché non viene afferrata al primo sguardo dal primo occhio non matematicamente educato che passa, è una “convenzione creata” dall’uomo? La realtà è che quando si usa il verbo “creare”, “convenire”, dando loro un “ovvio” senso “relativo”, bisognerebbe poi spiegare come s’intende avvenga questa “creazione”, “convenzione”. Pura risultante tra forze? Compromesso tra interessi? O esistono anche rispetto al giusto e al bello, come rispetto al vero, metodi per decidere il valore di verità di enunciati del tipo “x è bello”, “x è giusto”? Sono certo che Zagrebelsky abbia passato la vita ad applicare certi metodi. Possibile che il solo fatto che implichino uno sfondo condiviso di conoscenze e orientamenti di valore, non meno d’altronde del teorema di Pitagora, lo getti subito in un simile scetticismo?

  13. lunedì, gennaio 2, 2012 at 16:15

    Fatta eccezione per la sua ingiustificata (per i motivi che ha già evidenziato Stefano) diffidenza verso i “fatti” morali, condivido lo spirito del commento di Gabriele e credo di comprenderne il retroterra. Anch’io come lui penso che l’indignazione – ma lo stesso vale per la compassione –, pur essendo un’emozione umana basilare, e come tale imprescindibile, sia intellettualmente insidiosa. Perché? Per i motivi ben noti: perché tende ad accontentarsi di se stessa; perché non distingue abbastanza; ecc.
    Vorrei spendere due parole, però, su quella prestazione intellettuale assai familiare che mi è sembrato di riconoscere nel racconto di Gabriele (a prescindere dal caso specifico da lui riferito, sul cui merito non ho titoli per intervenire). Mi riferisco alle “tirate” dei filosofi contro la decadenza della democrazia a cui mi è capitato spesso di assistere con sconcerto e (crescente) irritazione. Il tono, in genere, è quello “apocalittico” che tutti conosciamo; i giudizi affrettati (se non avventati), frettolosi, sommari; l’effetto sull’uditorio assicurato, ma – almeno ai miei occhi – mortalmente diseducativo.
    Ma – mi si obietterà – che cos’altro dobbiamo pretendere dai filosofi se non sane provocazioni intellettuali, degli “scapaccioni” ideali, che ci risveglino dal nostro torpore dogmatico? Così, su due piedi, in genere mi rammarico dell’attrazione che provo per un modello di ragionamento meno aggressivo, più contestuale, prudente e scrupoloso. Poi, però, mi scopro a meditare sul fatto che c’è un ambito di azione e scelta in cui i filosofi di professione (spesso gli stessi che amano sbugiardare le finzioni democratiche) rifuggono dalla tentazione del giudizio liquidatorio, sbrigativo, decontestualizzato. Curiosamente, una volta precipitati nella politica accademica, il loro giudizio si fa più sottile, il richiamo al principio di realtà sistematico, l’urgenza di contestualizzare insopprimibile, il saggio monito a non ignorare l’ambiguità delle vicende umane universale. In questi casi è pressoché impossibile trovare un filosofo che si accontenti di giudizi liquidatori sul sistema di cui pure conosce ogni vizio e malefatta. Improvvisamente, lo spazio per la provocazione intellettuale si restringe drasticamente e il bisogno di precisare aumenta esponenzialmente. Come si spiega secondo voi la differenza? Ci vuole più coraggio a denunciare la barbarie dei nostri tempi o l’immoralità di un nostro collega? Dove lo tracciamo il confine che separa il conformismo dall’anticonformismo? Mumble, mumble…

  14. Federico Bacco
    venerdì, gennaio 20, 2012 at 18:08

    De Monticelli – Zagrebelsky: è realmente profonda la divergenza tra i due studiosi? sono individuabili dei punti di convergenza?
    Credo che un approfondimento in questo senso potrebbe essere utile: valutare se sia un problema di linguaggio (come riflesso nell’approccio da parte di esponenti di discipline affini ma distinte quali la filosofia e la scienza giuridica) o di sostanza.
    Oggetto su cui si addensano le divergenze, l’esistenza di un fondamento oggettivo dei valori e la loro conseguente conoscibilità. Dice il prof. Zagrebelsky che “è l’esistenza che precede i valori, (…) sono i viventi a doverli dare, vengono dalla nostra libertà e responsabilità e non li troveremo fuori ma in noi”. Afferma che durante il periodo nazista non c’era un valore assoluto ma “c’era invece una lotta mortale tra valori soggettivi e relativi, con le rispettive armate schierate su fronti opposti”. Considerazioni che appaiono quantomeno “venate” di un sottile relativismo, e che sembrerebbero prestare il fianco a critiche in tal senso (come ad esempio quella recentemente scritta da M. La Torre, Materiali per una storia della cultura giuridica, 1/2010).
    Peraltro, ho l’impressione che nel corso della recensione vi sia stato anche un piccolo “inciampo”: il prof. Zagrebelsky afferma che “noi sappiamo ora come sarebbe stato giusto, bello, buono schierarsi”. Mi chiedo, ove l’uso del verbo sapere non sia casuale, se tale affermazione non costituisca forse un implicito (inconscio?) rimando all’idea di verità. Se lo sappiamo ora vuol dire che era vero anche allora…o no?
    Il prof. Zagrebelsky è dunque sostenitore di una posizione propriamente relativista? In parte fatico a considerarlo tale: in uno scritto di qualche anno fa, egli stesso afferma che “la democrazia è relativistica, non assolutistica. Essa (…) non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli su sui essa stessa si basa: nei confronti dei principi democratici, la pratica democratica non può essere relativistica” (Imparare la democrazia, p. 15).
    Alla luce di queste considerazioni, che, certo, appaiono distanti dai toni della recensione, credo che forse si dovrebbe riflettere sulla persistente ambiguità nell’uso del termine “relativismo”: continuo infatti ad avere l’impressione (si tratta ovviamente di un aspetto già messo in luce da illustri studiosi, sia in ambito giuridico che filosofico), che dietro molte apologie del relativismo in materia di etica e valori, non vi sia il richiamo ad una prospettiva di livellamento etico di tipo nichilista, bensì l’esortazione ad un atteggiamento di apertura al pluralismo, scevro da dogmatismi e fondamentalismi.
    Il “relativismo” di Zagrebelsky, inteso come diffidenza verso il monismo tra fatti e valori ed il cognitivismo etico, credo possa in parte ricondursi ad una reazione contro un presunto rischio di derive dogmatiche o assolutistiche. Non è infrequente nel mondo del diritto riscontrare una sorta di diffidenza verso concetti come “etica” o “morale”, in quanto ritenuti evocativi di derive oscurantiste e di prospettive illiberali (moralismo giuridico alla Devlin, o cosiddetto “enforcement of morals”). Tale diffidenza si lega ad una visione riduttiva, forse ancora radicata in molti autori del panorama giuridico (vi sono però autorevoli studiosi che fanno eccezione), e che mostra di trascurare molti degli spunti che la prof.ssa De Monticelli aveva proposto già ne “La questione morale”.
    È proprio alla luce di questi problemi che credo sarebbe auspicabile l’incremento di scambi comunicativi e confronti come quello che ha dato origine a questa discussione.

  15. Alfredo
    sabato, febbraio 4, 2012 at 16:41

    È da tempo che rifletto sul fondamento di ciò che chiamiamo giustizia e del relativo sentimento di indignazione che coglie chi vede violati dei valori vissuti come sacri e assoluti. Questa riflessione è stata rinnovata dalla lettura dell’interessante testo dellla De Monticelli, “La questione civile”. Anche io, come Zagrebelsky, condivido le conclusioni del testo e l’invito a fare un buon uso dell’indignazione, ma al contempo mi trovo a disagio con l’epistemologia “realista” che sembra fondare la visione dei valori portata avanti dall’autrice. Condivido che questa posizione corre il rischio, in chi è malintenzionato o sprovveduto, del dogmatismo. Inoltre mi sembra contraddire la visione fenomenologica della realtà, che, per come la leggo io, riconosce pari dignità al soggetto e all’oggetto. E’vero che nel pensiero di Husserl c’è stata un’evoluzione che lo ha portato da un’iniziale “fenomenologia realista” (tornare alle cose stesse) fino quasi ad una sorta di idealismo (tema della costituzione trascendentale della realtà), ma nel complesso mi sembra che ciò che ha caratterizzato fondamentalmente il suo approccio è stata l’importanza determinante assegnata alla soggettività, dalla quale si deve partire per analizzare ogni conoscenza e ogni atto. In un cero senso, Husserl, a mio parere, ci ha mostrato la strada per riconoscere che esistono tanti mondi quanti sono i soggetti che intenzionato la realtà. Se questo è vero, allora diventa difficile considerare l’esistenza di qualcosa in sé, soprattutto valori. Sarebbero valori “assoluti”, indipendenti dal soggetto che li intenziona. E da dove provengono? Dio? La Natura? La natura umana?
    D’altronde, questa posizione di tipo costruttivista espone al rischio di un relativismo inerte, che non sa decidersi o appassionarsi per una linea di azione o per l’altra, essendo tutte ugualmente fondate. In realtà, credo che si possano conciliare una fondazione costruttivistica della realtà, e dei valori, con un impegno appassionato e “assoluto”. Innanzitutto il fatto che esistano diversi “modelli”, diversi postulati (che fondano la visione di sé, degli altri, del mondo), impliciti o espliciti, non significa che siano tutti equivalenti. Possiamo ipotizzare che esista la Verità, ma che nessuno la può mai possedere interamente. Ognuno può solo coglierne un aspetto, così come di un oggetto materiale posso cogliere solo un profilo alla volta. Solo integrando i diversi profili, nei diversi istanti temporali e da diverse prospettive e soprattutto interagendo con l’oggetto in quante più modalità mi è possibile, io posso conoscerlo in maniera sempre più complessa. Ma mai completa. Il mio sarà sempre un punto di vista, la mia verità, parziale, limitata, fallibile, anche se più complessa, cioè più capace di integrare diversi elementi, di salvare più aspetti, di risolvere più problemi (teorici e pratici). Un’altra considerazione che mi sembra importante è che ci si può avvicinare alla Verità (della giustizia, di un valore, o di altro) in maniera sempre più complessa anche o soprattutto attraverso l’incontro intersoggettivo. L’incontro tra la mia soggettività/verità e quella dell’altro può, in condizioni favorevoli, permettere la nascita di una verità superiore, e più complessa, che comprende le verità di partenza, pur non potendo essere ridotta ad esse.
    Capisco che questo discorso, che potrebbe essere approfondito, appare teorico, ma credo sia utile una prospettiva che metta insieme la fallibilità e limitatezza di ogni visione con l’esigenza di assolutezza dei valori. Se credo fermamente in un valore, ma sono convinto che ogni visione è limitata, io mi impegnerò a sostenere la mia visione, come se fosse “assoluta”, con passione e coinvolgimento, ma con la mente aperta, consapevole che la conoscenza può crescere solo nell’incontro, vero e anche forte, con l’altro. Non nel rispetto vuoto o nel dogmatismo arrogante.
    Tornando al libro della De Monticelli, se vedo gli scempi al paesaggio fatti in nome del profitto, o le ingiustizie perpetrate a danno di tutti e della giustizia stessa, io mi indigno, non perché penso che ho la verità che altri non hanno. Ma perché la soggettività che sono intenziona, vive, incarna certi valori e soffre nel vederli violati. E, nel migliore dei casi, si impegna a lottare e a dialogare con chi ha visioni diverse, convinto di poter dare un contributo rilevante.
    Un ultimo punto che vorrei sottolineare è questo: la visione, alla quale qui ho solo fatto qualche cenno, assegna una dignità primaria al soggetto, con la sua consapevolezza, la sua capacità di scelte libere e responsabili, la sua capacità di incontri intersoggettivi, la sua capacità di inserirsi in un Orizzonte (comunque lo si voglia intendere) da cui prendere e a cui dare senso. Quindi tutto ciò che ostacola queste capacità tipicamente umane, provoca giustamente indignazione perché va contro ciò che l’uomo è… almeno secondo questa visione.

  16. lunedì, febbraio 27, 2012 at 06:23

    Né De Monticelli né Zagrebelski dicono una parola sul trattato fondativo dello Stato democratico: lo Spirito delle leggi di Montesquieu. Si ricordano sempre Kant, ma mai Montesquieu. Si può agevolmente dimostrare che tutto ciò che Kant dice sul piano morale e politico è già detto da Montesquieu (con Platone e gli stoici). De Monticelli dedica pagine su pagine alla giustizia, ma non dice una parola sul fatto che il più importante trattato filosofico-politico contemporaneo, cioè Lo spirito delle leggi (non La metafisica dei costumi) è fondato sull’idea della giustizia come valore assoluto: “gli uomini sono nati per essere virtuosi e la giustizia è una qualità loro propria come l’esistenza”; “La giustizia è un rapporto di adeguatezza che si trova realmente tra due cose; tale rapporto resta sempre il medesimo, qualunque sia l’essere che lo considera, Dio, un angelo, oppure un uomo”; “Pertanto, quand’anche Dio non esistesse, noi dovremmo sempre amare la giustizia, ossia sforzarci di assomigliare a quell’essere di cui ci siamo fatti una così bell’idea e che, se esistesse, sarebbe necessariamente giusto. Se fossimo liberi dal giogo della religione, non dovremmo esserlo da quello dell’equità”. Ancora più grave è il silenzio di Zagrebelsky, che Montesquieu dovrebbe saperlo a memoria. Invece, non ha letto neppure il libro I, dove la legge è definita un “rapporto” (un’idea totalmente assente dal suo lessico) e la giustizia e Dio sono ‘fondativi’ del sistema-Montesquieu. Giustizia e libertà, scrive De Monticelli: ma chi, più e meglio di Montesquieu, ha ‘legato’ questi due cardini di ogni esistenza? Kant con i suoi vuoti cerebralismi/formalismi? È quanto si continua a credere, o meglio a fingere di credere (onde accade che si discuta per decenni di un libro per “chiacchiere da salotto” qual è La teoria della giustizia di Rawls: vedi i libretti ‘sentimentali’ di Salvatore Veca and company..). “Rapporto”: è qui la chiave di tutto: “Quasi tutte le virtù sono un particolare rapporto fra un determinato uomo e un altro; per esempio: l’amicizia, l’amor di patria, la pietà sono rapporti particolari. Ma la giustizia è un rapporto generale. Di conseguenza, tutte le virtù che distruggono tale rapporto generale non sono virtù”. P.S.: Ho visto che il “Breviario” di Montesquieu è stato nascosto da qualche parte. Perché mai?

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