La poesia di Antonia Pozzi al Teatro Franco Parenti di Milano

sabato, febbraio 11, 2012
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Lunedì 13 febbraio 2012
ore 14,30 – 20.00 Sala Grande

Ingresso liberoantonia-pozzi

Teatro Franco Parenti Via Pier Lombardo 14, Milano tel. 02/59995206

BUON COMPLEANNO ANTONIA!

INCONTRO DI RIFLESSIONI E TESTIMONIANZE SU ANTONIA POZZI

A CENTO ANNI DALLA NASCITA.

Non un convegno, ma un incontro informale tra quanti, amando Antonia Pozzi, hanno dedicato la loro attività alla crescente riscoperta della sua opera poetica. Il numero degli interventi, purtroppo necessariamente limitato, testimonia la quantità, la qualità e la passione del lavoro di approfondimento critico degli ultimi anni e la suggestione che l’opera di Antonia Pozzi ha mosso in vari ambiti artistici. Una festa di compleanno per la poesia di Antonia Pozzi, riattraversandone con affetto i temi e i motivi.

Coordina Elisabetta Vergani

Programma:

14,40 SALUTI ED INTRODUZIONE

14,50 Graziella Bernabò, Saggista e biografa di Antonia Pozzi

Antonia Pozzi, oggi

15,10 Eugenio Borgna Psichiatra Emerito Ospedale Maggiore di Novara, saggista e scrittore,

La ultima solitudine in Antonia Pozzi

15,30 Gabriele Scaramuzza Docente di Estetica Università Statale di Milano

La costruzione dei ruoli nell’esperienza di Antonia Pozzi.

15,50 Roberta De Monticelli Docente di Filosofia della Persona Università San Raffaele di Milano

Lettera ad Antonia Pozzi.

16.10 Stefano Raimondi  Poeta e critico letterario

Una parola condivisa: Antonia Pozzi e Vittorio Sereni.

16,30 Onorina Dino Curatrice delle opere di Antonia Pozzi e depositaria dell’Archivio Pozzi

Il mio incontro con Antonia Pozzi.

INTERVALLO E BUFFET

17,30 Fulvio Papi Filosofo e Prof. Emerito dell’Università di Pavia,

Fiori bianchi e fiori rossi; l’amicizia di Antonia con Paolo Treves e il ricordo di A. Kuliscioff

17,50 Elena Borsa Studiosa dei manoscritti

“…Questa pagina porterebbe il tuo nome”: le carte pozziane da memoria diaristica a dono.

18,10 Marco Dalla Torre Saggista e critico letterario

Il silenzio della montagna.

18,30 Tiziana Altea Studiosa e saggista

Antonia Pozzi, un’anima migrante

18,50 Marina Spada Regista

La poesia dello sguardo

4 commenti a La poesia di Antonia Pozzi al Teatro Franco Parenti di Milano

  1. Tiziana Altea
    domenica, febbraio 12, 2012 at 19:37

    Buonasera. Un’anticipazione del mio intervento di domani al Teatro Franco Parenti:

    …E qui un altro nodo che consente di legarsi alla cordata del migrare: migrare per evadere, dal quotidiano, dall’inquietudine, dall’afflizione, dalla malinconia. Per andare oltre i propri limiti e i confini – confini di cui Antonia è già priva essendo “senza pelle”, senza filtri verso l’esterno e dunque vulnerabile –, migrare per esplorare nuovi mondi, aprirsi ai sogni, alle illusioni, a un’altra dimensione. Errare per i propri ideali, l’amore, la bontà, l’assoluto: Antonia cavaliere errante di speranze e nostalgie.

    A domani!

  2. Stefano Cardini
    lunedì, febbraio 13, 2012 at 10:37

    Sto letteralmente divorando il bellissimo volume su Antonia Pozzi di Graziella Bernabò: Per troppa vita che ho nel sangue. È una miniera di spunti. Mi soffermo, però, sul capitolo dedicato al complicato rapporto della giovane poetessa ancora studentessa con il suo relatore di tesi, Antonio Banfi, e con i suoi giovani allievi, in seguito membri della cosiddetta Scuola di Milano: Enzo Paci, Remo Cantoni, Dino Formaggio ecc. Mi spiace di non avere qui con me il libro: vi sono stralci dei diari di Antonia o della sua corrispondenza con i compagni di studi davvero sorprendenti. Banfi, che, va ricordato, portò la fenomenologia in Italia contribuendo a fare uscire la cultura italiana dalle secche crociane e gentiliane per aprirla finalmente alle più influenti correnti di pensiero europee, insegnava allora Estetica. Stimava la giovane allieva, di cui avrebbe in seguito voluto pubblicare la bella tesi su Flaubert. Antonia Pozzi gli si rivolge con timore, desiderosa di avere un parere sulle proprie poesie. Il timore è giustificato, perché già l’amico e compagno di studi Enzo Paci, destinato a raccogliere l’eredità fenomenologica di Banfi, dopo averle lette, le ha già amichevolmente consigliato di «scrivere il meno possibile». Anche il giudizio di Banfi sarà critico. Ma la cosa che colpisce di più, confermata anche dalle parole che al riguardo di Antonia Pozzi e della sue ambizioni artistiche userà l’amato Remo Cantoni, è la mancanza di qualunque tipo d’interlocuzione con lei e il suo lavoro. Non viene presa sul serio, insomma. I suoi versi paiono loro come l’espressione di una sorta di malattia giovanile o di una malattia tout court dello spirito dalla quale si deve liberare al più presto: effusioni sentimentalei di un’intellettuale o di un’artista in erba che, anziché tentare di dare dignità artistica alle proprie personali vicende sentimentali, dovrebbe applicarsi con rigore alla critica filosofica e letteraria o tutt’al più al romanzo, respingendo ogni estetizzante tentazione di fuggire della realtà. La giovane allieva e amica, in definitiva, viene richiamata alla maturità, all’umiltà e alla disciplina intellettuale e morale, a diventare – finalmente – “donna”, se non vuole fallire come intellettuale e come artista. Non è possibile in un commento svolgere appieno la questione. Mi limito a chiedermi, però, che cosa impedì in modo così clamoroso a tre intellettuali di quel calibro, certamente mossi da ottime intenzioni, di non scorgere nulla, ma proprio nulla, della vocazione alla poesia dell’allieva e amica. Suggerisco tre tracce, entrambe peraltro proposte anche nel libro, di cui sarebbe bello mostrare gli intrecci. Anzitutto la vocazione in senso generale, diciamo, razionalistica dello stile filosofico di cui Banfi e gli allievi intende farsi interprete, il quale, sullo sfondo di un atteggiamento morale genericamente stoicheggiante, pare rendere il gruppo cieco alla poesia, soprattutto quando essa, come ne La vita sognata, si fa sofferta e intima testimonianza di vita vissuta. Siamo però anche negli anni 30. Banfi e i suoi allievi non sono certo ancora, come sarà di lì a poco, antifascisti militanti (e per questo puniti) come i predecessori Martinetti e Borgese, ma forse già vivono l’urgenza di un necessario impegno civile degli intellettuali per uscire dalla palude, se non politica, culturale, del regime. Mentre Antonia vorrebbe attirare la loro attenzione su liriche dedicate al suo sogno d’amore svanito! Infine c’è, importantissima, la traccia del ruolo, delle condizioni a partire dai quali una donna poteva e doveva, almeno in quei tempi, e in particolare in Italia, godere del privilegio di ambire a una vita spirituale dedicata agli alti studi, alla filosofia, all’arte. Tra questi, a quanto pare, c’era l’abbandono di qualunque velleità, svalutativamente considerata “femminile”, di elevare a dignità filosofica e letteraria la sfera del sentimento, quasi che, per filosofi che pure ambivano senza pregiudizio al rispetto dei “fenomeni” come tali, le emozioni più personali fossero un campo d’interesse poco rilevante, marginale. Da non credere: è in nome di un’arte che conosca e viva direttamente la vita, prima di rappresentarla, che Antonia Pozzi scrive le proprie poesie. Ma i suoi maestri e compagni maschi, forse con la sola eccezione di Dino Formaggio, la deprezzano, considerando questo suo anelito qualcosa di infantile, di basso e sentimentale, una fuga dalla realtà, frutto di scarsa disciplina nei propri confronti, di scarsa dimestichezza proprio con quella vita che Antonia vorrebbe cantare proprio perché l’ha vissuta. Era stata soprannominata Tonia Kroeger, il personaggio dell’omonimo romanzo di Thomas Mann lacerato tra vita e arte, di cui non trova mai sintesi. Ma per Antonia non c’era arte possibile se non filtrata dalla vita vissuta in prima persona. E furono paradossalmente dei fenomenologi a non capirlo! Una beffa e uno smacco per loro, non c’è alcun dubbio. Di una decina di anni più giovane di Antonia Pozzi, sarà negli anni successivi allieva e poi nuora di Banfi, Rossana Rossanda, che investirà per una vita intera la sua grande sensibilità e intelligenza nella militanza culturale nel “partito nuovo” di Togliatti. Mi chiedo se non fosse questo che, come minimo, ci si aspettasse da una donna, allora, per ammetterla alla pari nel cenacolo intellettuale del tutto e rigidamente in mani maschili. Altro che poesia.

    Anche la poesia, comunque, s’è dimostrata un terreno difficilmente praticabile dalle donne, almeno in Italia. Nella mia antologia sui Poeti italiani del Novecento, edita da Mondadori, tra decine di autori, infatti, non c’è n’è una, di donna. Non è facile comprendere quale necessità si sentisse di sottoporre al vaglio di una volontà ordinata, per usare le parole di Remo Cantoni, versi come questi. Certamente, però, la questione non riguarda né soltanto la personale vicenda di Antonia Pozzi né soltanto la cultura di quegli anni. E interroga tutta la fenomenologia.

    La vita sognata

    Chi mi parla non sa
    che io ho vissuto un’altra vita –
    come chi dica
    una fiaba
    o una parabola santa.

    Perchè tu eri
    la purità mia,
    tu cui un’onda bianca
    di tristezza cadeva sul volto
    se ti chiamavo con labbra impure,
    tu cui lacrime dolci
    correvano nel profondo degli occhi
    se guardavano in alto –
    e così ti parevo più bella.

    O velo
    tu – della mia giovinezza,
    mia veste chiara,
    verità svanita –
    o nodo
    lucente – di tutta una vita
    che fu sognata – forse –

    oh, per averti sognata,
    mia vita cara,
    benedico i giorni che restano –
    il ramo morto di tutti i giorni che restano,
    che servono
    per piangere te.

    (25 settembre 1933)

  3. lunedì, febbraio 13, 2012 at 20:12

    Riproduco qui il testo che ho letto oggi al Teatro Franco Parenti

    Per il compleanno di Antonia Pozzi
    13 febbraio 2012
    Teatro Franco Parenti

    Questa è una piccola lettera per te, una lettera per la festa dei tuoi cent’anni, Antonia. Voglio cominciarla coi primi versi di una tua poesia – una delle più belle:

    Le montagne

    Occupano come immense donne
    la sera:
    sul petto raccolte le mani di pietra
    fissan sbocchi di strade, tacendo
    l’infinita speranza di un ritorno.

    Mute in grembo maturano figli
    all’assente [……] Ora a un franare
    di passi sulle ghiaie
    grandi trasalgon nelle spalle. Il cielo
    batte in un sussulto le sue ciglia bianche.

    Madri. E s’erigon nella fronte, scostano
    Dai vasti occhi rami delle stelle:
    se all’orlo estremo dell’attesa
    nasca un’aurora

    e al brullo ventre fiorisca rosai.

    Ecco. Se penso a te, così mi appari. Una delle mie montagne – le immense donne che tacciono una speranza infinita. Una delle madri che ho avuto, splendide, alte abbastanza da scostarsi dalla fronte i rami delle stelle – per vedere se all’orlo estremo dell’attesa nasca un’aurora….

    Come lo riconosco bene, quel franare di passi sulle ghiaie. So come si cammina sui ghiaioni – gli stessi, credo, che il tuo piede ha calcato. Le stesse montagne, lo stesso mare, le stesse stelle abbiamo amato. Le cose che restano ferme, quello sono ancora lì, come le hai viste e fotografate tu. Del resto, è cambiato tutto. Eppure noi abbiamo camminato sulle stesse vie, perfino qui – lungo gli stessi marciapiedi di questa città. Ricordo una passeggiata che feci, lunga, risalendo il corso di un fiume, un povero piccolo fiume strozzato quasi alla fonte dalle condotte forzate di una grande diga – lo conoscevi bene anche tu, quel povero fiume strozzato. Volli risalire fino alla vera sorgente, che non è facile trovare, oltre l’invaso. Antonia cara, da principio mi sei apparsa così, materna e immensa come una montagna – eppure non ho mai smesso di rivolgermi a te come a una coetanea, anche se man mano che passavano gli anni tu mi parevi sempre più giovane e nuova, quanto migliori e più adatte all’ascesa le tue lunghe gambe delle mie, su per quei ghiaioni…. Nella mente mi battevano povere parole che ti avrei mandato in una lettera, quel giorno che improvvisamnentre mi sei apparsa non madre, ma sorella. Ecco: si partiva dalle bocche dell’Adda

    dietro l’Albergo Vecchio
    dove è l’imbocco delle prime estati.
    Salgono a balze e prati
    fino alle bocche dell’acqua confusa
    di polle solforose e di ghiacciaio.

    Ora sempre nascente, acqua sorella
    confusa vita, promessa ventura
    parola che resisti, impura – dove
    per condotta forzata
    grazia stravolta in furia
    chiami profonda ancora
    tibi laetitiam.

    A questo nata
    e sviata a servire
    dove – sorella, vita, acqua, parola
    sorgi tenue, segreta.

    Da Boscopiano vedi la centrale
    selva d’alta tensione.
    Dov’era il fiume
    un rivolo lucente, acqua di neve
    che non toglie la sete.
    Dove rinasce non lo vedi ancora:
    guardavo in alto e mi tornò alla mente
    l’onesto Nicodemo.
    E vidi fra due abeti
    l’invisibile, altissimo
    filo di ragno luccicare al sole.

    Di lì sale la strada militare
    ai laghi di Cancano.

    Come nell’alto il largo
    scintilla la sua vita
    arginata alla fonte
    Dal basso appare prima della diga
    un riso che dilaga
    e non discende
    - una quiete di smalto.

    Non ha corso né storia
    oltre l’invaso
    ma l’alto si fa largo
    liquido prato
    in lei si sciacqua
    contenta fra gli spalti.

    No, non pare soffrire.
    Pare una vasta domenica d’acqua.

    Ma in questi anni, se il pensiero si volge a quell’età in cui anch’io potevo ancora chiamarti sorella, un’altra montagna mi si para davanti. Nera, fangosa, morta, enorme e informe. Io sono nata sull’altro versante della montagna di male e di morte, fascismo o indifferenza – che ha sepolto la tua giovinezza. Oltre le ultime balze, dove già da un pezzo era rifiorita la primavera e poi l’estate, e pareva che nessuno ricordasse neppure più che era esistita una Pasturo come la tua – con l’atroce miseria e anche la poverissima bellezza dell’anteguerra. Nascevo a una tarda, lentissima, svagata consapevolezza, lungo le strade italiane del boom, mentre la speranza vera già dava le sue dimissioni, nel rapido crescere di asfalti, ingordigie e facili fortune che chiamarono “miracolo italiano”, e rendeva questa Lombardia sempre più somigliante allo stato gaddiano del Serruchon, la Brianza de La cognizione del dolore…Passarono gli anni sessanta e settanta, sembravano non aver lasciato traccia. Franco Fortini, che era un vecchio ragazzo dei tuoi tempi e abitava dietro casa mia, a noi trentenni ci chiamava “i fratelli angelici”, intendendo forse prendersela a modo suo, un po’ sarcastico, col nostro supposto intimismo, fatto ormai di disimpegno civile e di prolungata cameraderie, ma senza più nemmeno le rotture e i drammi esistenziali, la sperimentazione e le sregolatezze degli anni che furono i tuoi, almeno dove ancora non era arrivata la massa di piombo e infamia dei fascismi. Lui ci rimproverava questa sonnolenta gentilezza: ma non aveva voluto vedere quanto il male si fosse fatto meschino, anche nelle nostre beneducate coscienze. Il male s’era fattobanale.

    Ma sotto quella coltre di piombo e di infamia cosa facevano, Antonia, i tuoi maestri? Mah, a volte li chiamano ancora “i neo-illuministi lombardi”. Ma cosa illuminavano? Mi pare di provare ancora tutto lo sconcerto e l’angoscia che sentivo io, di fronte ai tuoi compagni poi diventati piccoli maestri, ma maestri di cosa? Già tu ti sconcertavi di questo cocktail di Dostoevskij, storicismo e filosofia tragica che così a lungo avrebbe imperversato anche dopo, oh molto dopo, come se la lezione non bastasse mai. Ecco le tue parole sconcertate:

    “….una visione filosofica come quella di Banfi applicata alla vita di un giovane porta a spaventose conseguenze pratiche . Comprendere tutto, tutto giustificare. L’assassino, l’idiota, il santo. Ma allora anche noi possiamo farci assassini, pur di non rifiutare nessuna esperienza?”

    E pensare che Banfi era molto più quadrato, morale e razionale, in filosofia, dei suoi discepoli!
    E quelli? Basterebbe pensare alla sicumera con cui alcuni di loro sventolavano allora i loro piatti sofismi del nulla, permettendosi per di più di accusare di “disordine” te, e tu che gli davi retta, e giustificavi, pur perplessa, i loro stupidi giudizi. Tu, che nei tuoi versi fai splendere una mente limpidissima e nitida, ben più di quella dei tuoi compagni esperta di meraviglia ed esattezza nella restituzione del visibile al pensiero. Formula che qui propongo come una possibile definizione di fenomenologia. Questa resa limpida anche quando visionaria, questa esattezza nelle cose della natura e dell’anima è un esercizio, oserei dire, di attenzione pura – l’esatto contrario, stando a una delle maggiori tue coetanee che furono per me madri-montagne, Simone Weil, di quegli esercizi muscolari della volontà che Remo Cantoni consigliava alla “disordinata” Antonia. Il che fa un po’ sorridere, se si pensa alla fama di farfallone amoroso che Cantoni conservò a lungo fra le innumerevoli studentesse sfiorate dalla sua attenzione più o meno pura, non sappiamo se anche dalla sua ordinata volontà. Ma – a proposito di alcuni fra i nostri maestri – ce ne è uno che fece eccezione quanto a egolatrica volontà e sicumera nei giudizi, e anche fece eccezione quanto alla misura di scetticismo pratico, di anti-illuminismo filosofico, di Weltanschauung tragico-danzante, che imperversava in quegli anni in quell’ambiente, e di cui forse un po’ finisti per morire. E’ lo schivo e onesto Dino Formaggio, l’amico che ricevette l’ultimo dono e gli ultimi messaggi….

    Nel 1971 entravo all’Università. Il primo corso e forse l’ultimo che seguii…. Poi fuggii via da milano – fu sugli scritti politici di Kant. Era Dal Pra che leggeva, quello stesso Dal Pra che aveva vissuto e scritto della Resistenza, e che così cercava di riannodare il suo passato azionista a Kant, tenendo insieme il pensiero, l’azione, l’etica – e la storia. Si poneva la questione cruciale : come rimettere nella nostra coscienza e nelle nostre mani il dovere di fare di questa terra, cioè del mondo sociale, anche un mondo morale. Quella, era la fede razionale, non quella dei dostoevskiani di allora, cara Antonia. Ma io non ne sapevo nulla, e così avrei continuato a ignorare il piccolo e sacrosanto Regno dei Fini di questo nostro bellissimo e disgraziato paese, forse per trent’anni ancora….

    Tu hai fermato la tua vita intera in una sola giornata. Questa che ora leggo è la poesia tua che forse amo di più – per la sua splendida parabola – luminosa e infine quieta nella sconfitta che tutti ci attende.

    Alti orli ghiacciati
    si disfecero al mondo.

    Solcava
    enta e lieve la barca
    laghi d’oro,
    andando così noi nel sole
    abbracciati.

    Gracili reti bionde
    imprigionavano l’ora.

    E nacquero brividi;
    crebbero voci tristi;
    fischiò
    a sponda il dilacerarsi delle canne.

    Belve chiare
    Guardarono dal folto
    A lungo
    Il tramonto nell’acqua,
    andando così verso l’ombra
    io libera
    e sola per sempre.

    E allora a me non resta che chiudere questa lettera già troppo lunga e risalire con te dall’ombra, augurandoti buon compleanno: con il colore più forte di tutte le tue canzoni, Antonia, checché ne dicano. Il colore dell’evidenza, del candore e del rigore, della filosofia. Il colore incolore, oltre il colore: la fonte dei colori, la loro condizione. Il sole.

    Lettera ad Antonia Pozzi

    Tonia, bambina mia, per vie di luce
    passano gli immortali
    angeli vele venti
    chiari pensieri, bianchi bastimenti
    solcando lo splendore.

    E’ piena estate.

    Così stanno i viventi
    in riva al mare
    stupefatti, un istante
    e sono belli
    come ragazzi al sole.

    Poi vanno via.

    Tonia, bambina mia, ma tu rimani
    anni di sole
    mentre tu guardi passano:
    e tutto venne ciò per cui pregammo
    anime nuove e figli e bianchi panni
    stesi nel sole
    nuove città, e pensieri
    grandi e lontani come i bastimenti.

    La sera è ancora chiara
    all’ancora la nave, stesi i panni
    sul prato ad asciugare.
    Ma tu rimani lì con gli immortali
    tuoi poveri, affamati
    anni di sole
    Tonia, bambina mia, ventisei anni.

  4. Tiziana Altea
    domenica, febbraio 19, 2012 at 23:48

    Come da richieste pervenute, pubblico volentieri il testo (senza note) del mio intervento – lo scorso 13 febbraio – al Teatro Franco Parenti di Milano, durante l’incontro per il centenario della nascita di Antonia Pozzi. Grazie.

    Antonia Pozzi: un’“anima migrante” – di Tiziana Altea

    Se è vero che oggi, drammaticamente e purtroppo, non c’è nulla di poetico nel migrare, come ha detto il mio amico Dragan, è pur vero che poesia è anche migrazione e il poeta è un migrante perché affrancandosi da una dimensione personale, attraverso i suoi versi, raggiunge ed esprime da altre e nuove prospettive valori universali. Il poeta è un migrante perché attraverso le sue parole incontra e fa emozionare chi lo legge, a prescindere dalla sua identità, dai suoi confini. I suoi versi circolano come il sangue: dello stesso rosso sotto ogni pelle. Così anche noi lettori migriamo, attraverso versi in cui ci riconosciamo, che ci colpiscono, ci fanno vibrare, volare o precipitare. Perché anche in ognuno di noi c’è il nomade, l’errante. La nostra vita è un viaggio tra esperienze diverse, conquiste ed errori. E in ogni donna e in ogni uomo ci sono spazi profondi e segreti, rifugi o trappole, luoghi inaccessibili, distese da attraversare. Viaggiamo, migriamo in primis nel nostro mondo interiore. Con cuore e mente aperti e vigili, questo viaggio si arricchisce di senso, accresce il valore dell’essere, e dell’essere-nel-mondo. Valore che trova la sua pienezza nella dimensione del dono, dell’amore.

    La poesia è esperienza di vita, apertura alla sua complessità e concretezza, partecipazione, critica, dubbio, conoscenza, dice della bellezza, dello splendore del mondo e della sua rovina, del suo sconcio insanabile – così parrebbe – declino.

    “Nuovo-vecchio / aprirsi-chiudersi / speranza-disperazione / lasciare-prendere / accettare-rifiutare” sono le dicotomie dell’esperienza del migrare – sia essa effettiva o immaginaria – presentate da Christiana De Caldas Brito , che ho avuto il piacere di ascoltare proprio un anno fa al convegno sui 20 anni della Letteratura della migrazione.

    Migrare per esplorare il mondo o nuovi mondi, reali o dell’anima. Migrare come errare, “sopra la dolce strada senza meta”, come Antonia Pozzi scrive nella lirica Fuga (del 1929), o con la propria “errabonda / pena” come nella lirica Il Porto. Erranza come stato interiore di penosa incertezza, profondo travaglio, malinconia, dolore. Viaggiare con nella carne i ricordi e nello sguardo domande, viaggiare per vivere, il viaggio per perdersi o ritrovarsi, come cesura o per recuperare distanze. “Poesia, poesia che rimani / il mio profondo rimorso, / oh aiutami tu a ritrovare / il mio alto paese abbandonato –” scrive in Preghiera alla poesia.

    Antonia Pozzi, grazie anche alle possibilità familiari, ha viaggiato, in vacanza, per piacere, per studio, per spinte autonome o indotte. E ha provato sia “un idillio di viaggio” sia “il viaggio della solitudine spaventosa – interminabile – atroce – ” . Come ha provato il viaggio dentro un bicchiere: “[…] e il vin dolce ti smemora / terra perduta…”, scrive in Viaggio al Nord.

    Ma, soprattutto, Antonia Pozzi mostra di avere un’“anima migrante” laddove, come nella lirica Fede, l’io poetico s’interroga, in modo retorico, così: “E come potresti donare / alle cose una vita / se fosse nelle cose la tua patria / e non in te / la patria d’ogni cosa?”.

    Antonia ha un’“anima migrante” perché è in viaggio esistenziale in cerca di libertà, verità, espressione, relazione. Un’erranza in una geografia interiore mossa da quella “troppa vita” , da quell’Eros tanto infinito quanto fisico che è “desiderio d’amore e di bellezza” a tutto tondo.

    “Forse non è nemmeno vero / quel che a volte ti senti urlare in cuore: / […] che ciò che fingevi la meta / è un sogno, / il sogno infame / della tua debolezza”, scrive in Prati. Antonia erra con ardente fragilità e con addosso la densità ambivalente della propria solitudine, con “questa che è più di un dolore / gioia di continuare sola / nel limpido deserto dei tuoi monti”, come scrive in Un destino , oppure come in Incantesimi, “andando così verso l’ombra / io libera / e sola per sempre”.

    Migrare, come le rondini, che sanno per dove, e dunque “spiare cenni arcani di partenza” ; migrare come le nubi, che ad Antonia sembrano “tristi [… ] per il loro interminabile andare” . L’andare di una “vita irrimediabile”.

    Migrare portando dentro il silenzio come il vuoto delle incognite, delle attese, come spazio del travaglio, l’abisso del dolore.
    Il viaggio per un altrove.

    Il viaggio porta in sé l’idea del cambiamento, del passaggio, con il rischio (o la volontà) di perdere la propria identità sociale e l’occasione (o ancora la volontà) di costituirsene una nuova. Così come ne Il cane sordo: “Tanto chiusa e intera / è in lui la forza / da che non ha nome / più per nessuno / e va per una sua / segreta linea / libero”.

    Migrare per creare. Mi riferisco qui a un piano tutto poetico, al passaggio dalla vita al più che vita della poesia per Antonia Pozzi. Una poesia che nasce dal silenzio e tende al silenzio, in una sorta di movimento migratorio circolare incessante. E allora è la poesia, prima ancora che la morte stessa come scelta deliberata, a rappresentare quello spazio che è silenzio, luogo metaforico in cui il poeta è in un rapporto totale con le cose, dove traduce le cose che si convertono dal visibile all’invisibile e aprono al mondo la propria intimità, spazio continuo in cui convergono l’interiore e l’esteriore, in cui il mondo stesso è trasformato senza sosta in interiorità.

    Il destino di un poeta è quello di essere potentemente richiamato al di là, nello spazio vuoto e silenzioso che dà origine alla parola poetica. “Poesia, mi confesso con te / che sei la mia voce profonda” . Il canto nasce dal silenzio, dal segreto infinito dell’essere. E in questo spazio Antonia Pozzi traduce la propria ricerca del contatto, della fusione, sia essa ascesi o sprofondamento, estasi o sonno, illusione o disincanto: un silenzio che risuona polifonico nel suo errare emozionale tra tensione alla “luce”, peso delle ombre, affondi del buio. Tra attese nella speranza o nell’inquietudine di un’“anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata”.

    La poesia è migrazione, con un “compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci romba nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella vastità celeste del mare” . La poesia, dunque, è per Antonia “una catarsi del dolore, come l’immensità della morte è una catarsi della vita” . La morte è pace, la poesia è ri-generazione. Entrambe approdo e destinazione della vita: una come ricompensa, l’altra come riscatto. Entrambe apertura a una nuova dimensione. Cioè nuova tappa.

    Migrare come errare: con lo sguardo, la mente, i sensi. Errare come erranza, stato di struggente incertezza, d’errore, reale o presunto che sia, così comunque da lei percepito.

    Migrare perché il viaggio è percorso di purificazione, ricerca della purezza. Antonia si sente in colpa, una colpa che la fa stare sulla soglia, la fa sentire “in riva alla vita” , inadeguata ad essa e impura.

    Purezza che significa altresì, nella giovane idealizzazione del pensiero pozziano, ricerca della semplicità, dell’essenzialità, finanche della povertà. Non solo perché l’assenza di averi superflui comporta maggior libertà, ma anche proprio come attenzione, compassione e solidarietà concreta al “mondo dei vinti”.

    Qui permettetemi una breve parentesi. A maggior ragione oggi, nella situazione in cui tutti ci ritroviamo, in una crisi globale dove una feroce e ingorda finanza, piegata la politica, specula sulle nostre spalle, quelle della maggior parte delle donne e degli uomini di questo nostro mondo (un mondo, tra l’altro, via via più depauperato in termini di risorse, sostenibilità, bellezza, vivibilità, prospettive). A maggior ragione oggi, ripeto, non so se è poi il caso di parlare di “giovane idealizzazione” o se la via della semplicità, già cercata da Antonia Pozzi, e di una certa sobrietà non significhino per noi e il futuro del nostro pianeta una soluzione possibile, se non il varco principale per uscire dalle fauci dell’“abisso fragoroso” , per usare parole pozziane.

    “Mi accorgo che tutta la vita di città, di lusso [...], non ha per me nessuna importanza, la potrei perdere dall’oggi al domani senza dire ahi!: quel che non posso perdere è questo paese e questa casa, questi costumi di cotonina a fiori che sono più belli di tutte ‘les toilettes’”, scrive all’amata nonna “Nena”, da Pasturo, il 18 luglio 1938 . In una lettera precedente, del 29 gennaio 1938, indirizzata ma non spedita alla madre, scrive: “Perché amiamo perdutamente soltanto ciò che non avremo mai: e per me è la miseria, vecchi con lunghi mantelli fra ciminiere di fabbriche lontane, carraie che conducono a una cava di sabbia, bambine col grembiule rosso riflesse dall’acqua dei fossi. La strada vera va lungo un marciapiede, ha consuete parole, vetrine infiorate, […] un mite desiderio di sicuri stipendi. / Cara mamma, augurami di soffrire ancora a lungo per amore di fantasia: a questo patto la tua ragazza potrà non morire” . E qui un altro nodo che consente di legarsi alla cordata del migrare: migrare per evadere, dal quotidiano, dall’inquietudine, dall’afflizione, dalla malinconia. Per andare oltre i propri limiti e i confini – confini di cui Antonia è già priva essendo “senza pelle”, senza filtri verso l’esterno e dunque vulnerabile –, migrare per esplorare nuovi mondi, aprirsi ai sogni, alle illusioni, a un’altra dimensione. Errare per i propri ideali, l’amore, la bontà, l’assoluto: Antonia cavaliere errante di speranze e nostalgie.

    “Salperemo così, […] / andremo, lenti, in un bianco pio sogno / di sconfinata pace, / verso ignorate spiagge, col nostro amore solo” . “Remiga la tristezza […] / remiga per un mare favoloso, / […] per lontananze senza confine…” . “Via – negli occhi raccolta / la gioia dura d’essere / creatura in sé conchiusa, / unica nel freddo cielo / invernale – [...]” . “[…] l’anima liberata […] / salperà […] / per un’alta scogliera / di stelle” . “[…] navigherò con una rossa vela / per orridi silenzi / ai cratèri / della luce promessa” .

    L’ultimo viaggio è per Antonia Pozzi un “tornare…/ all’altra riva, ai prati / del sole” . La propria morte è vista più spesso come un sonno, un “silenzio” di “pace” raggiunta , di “buio conquistato” o di luce finale .

    Poi, per lei che è poeta questo silenzio – e lo ribadisco – è spazio metaforico che oltre alla morte contiene l’origine, e la morte non come fine, ma come incessante inizio, passaggio, continuum; per cui la morte è in primo luogo un viaggio simbolico, ambivalente: anche occasione di rinascita.

    Nell’avventura errante dell’esistenza l’essere si arricchisce nell’incontro tra diversi soggetti con i propri vissuti, i propri mondi; è nell’incontro che si costituiscono le identità, con anche – come ha sostenuto Édouard Glissant – il proprio “diritto all’opacità, ossia a non essere compreso totalmente e non comprendere totalmente l’altro. [...]. Bisogna vivere con l’altro e amarlo, accettando di non poterlo capire a fondo e di poter essere capiti a fondo da lui”.

    Migrare in cerca di silenzio e di relazione, a cui è indispensabile l’ascolto. Antonia si addentra, spesso da sola, nella natura o in luoghi silenziosi per un contatto libero e profondo con sé, con le cose, per riflettere, misurarsi, ritemprarsi. E il silenzio si fa ascolto e sguardo dell’io poetico, attraverso il “silenzio” è possibile andare oltre il visibile, come scrive in Notturno invernale: “Ed io ti sento l’anima battere, / dietro il silenzio, / come un filo vivo di acque / dietro un velo di ghiaccio –”.

    In questo silenzio l’incontro con un altro viandante è, per l’io poetico, un “luogo della durata”, come direbbe Peter Handke, dove avviene un’intuizione del valore del proprio percorso nel “mentre”, e la vibrante sensazione di vivere è nell’imbattersi fortuito ma non effimero, perché, dentro, la traccia resta, e riscalda la solitudine, e incoraggia: “Fanciullo, noi siamo / in quest’ora divina / due rondini che s’incrociano / nell’infinito cielo, / prima di mettersi in rotta / per plaghe remote. / E domani saremo / soli / col nostro cuore / verso il nostro destino. / Ma ancora, nel profondo, tremerà / il palpito lontano delle ali sorelle / e si convertirà / in nuova ansia di volo”.

    Migrare come ricerca ed esplorazione continua. Antonia è “un cercatore d’oro, / che va, che va per un’ignota landa / e mai non trova, / mai non trova il suo oro”. È alla ricerca di una propria identità di donna, dell’espressione di un proprio peculiare femminile che non poteva essere recepito nel dato contesto storico-culturale, è alla ricerca di una propria autonomia, a tutto campo (ed è forse questo, alla fine, il baricentro mancante). In lei umanamente enorme il desiderio, su un piano più propriamente affettivo, di essere non solo accettata: scelta.

    Un uso del silenzio da parte di Antonia è il silenzio come spazio della propria diversità, come risposta all’incomprensione che soffoca la sua più vera natura di donna e poeta, a vari livelli. Da parte dei genitori, specie il padre, da parte degli uomini di cui si è innamorata, da parte degli amici banfiani (due dei quali sono stati anche suoi amori). Anche in questo è una migrante, per una vita ai margini… “Forse ha sempre taciuto ciò che era più suo e solo si ritrovava occasionalmente nella nostra inquietudine”, ha scritto Paci ricordando su Corrente l’amica da poco scomparsa. Allo stesso tempo, quando era viva le aveva detto: “‘Scrivi il meno possibile’” .

    Antonia Pozzi così cita dalla Correspondance di Flaubert chiudendo la sua tesi di laurea: “Noi siamo soli. Soli, come il Beduino nel deserto. Bisogna [...] che ci gettiamo a testa bassa nell’uragano – e, sempre, incessantemente – [...], fino all’ultimo battito del nostro cuore. Quando moriremo, avremo questa consolazione: di aver fatto della strada e di aver navigato nel Grande”.

    Nel concreto della vita Antonia non riesce a reggere il carico di questa solitudine; ma sul piano dell’esercizio poetico mostra di essere, sin nella carne, poeta, e di accettare la propria diversità, il proprio destino. Il paradosso vuole che proprio in questo suo Flaubert si manifesti il silenzio più nero (assieme al suicidio), laddove seguendo la lezione antidogmatica, antimetafisica e relativistica banfiana senza declinarla in modo per lei più attivo, e riconsiderando in negativo la poesia coeva, l’ermetismo, a favore della “missione della prosa” , arriva implicitamente a imbavagliare la propria vocazione lirica. Proprio lei, che vive “della poesia come le vene vivono del sangue”.

    Migrare per sentirsi libera. Antonia Pozzi è figura di grande complessità, tutta moderna nel suo femminile sfaccettato. La sua voglia di libertà e anticonformismo non si traducono in trasgressione in senso stretto, ma in una tensione all’autenticità e alla coerenza. Questo non la rende immune da debolezze o convenzionalità, come per esempio, il dover a volte indossare le parole come una maschera. Ma ne soffre. E questo è misura della sua onestà e dignità. In particolare, la sua esigenza di integrità trova espressione nella poesia, in una parola che, scartati i vezzi e radicata nel silenzio, è aderenza al midollo delle cose.

    Ogni viaggio è una separazione da una cornice di riconoscimenti, per cui l’identità di chi parte, di chi si mette in moto – come dicevo –, diventa ambigua. Una condizione di divisione, una sorta di alienazione che può essere vissuta in modi diversi a seconda della personalità di chi la esperisce e dei motivi del distacco.
    Ma Antonia Pozzi nel suo ambiente di vita non si sente, per lo più, capita e riconosciuta. Vede “Rifiuti, da tutta la realtà, ad ogni passo” . In più c’è un presente storico, di cui comincia ad avvertire, nell’ultimo periodo di vita, tutta la drammatica portata. Scrive nel suo Testamento: “Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite”.

    Allora il viaggio, anche sul piano esistenziale, diventa momento altamente simbolico.

    Del viaggio di Antonia Pozzi a noi resta l’opera, la poesia, anche nella fotografia. E sono, per noi, nuove partenze. Nella poesia è il luogo della sua unicità, dove manifestare quel sapere privilegiato dell’io poetico errante, nomade e visionario, che è riserva personale indicibile: spazio-sorgente di capacità e libertà che segna lo scarto da chi invece dorme lasciandosi sfuggire la vita, con anche tutta la sua bellezza da cogliere, perché qualità nell’esercizio del vivere.

    È così che il valore della propria differenza rispetto al dormiente – o a un altro lato di sé – e la più ampia comprensione e conoscenza (in cui rientra anche il sentire, la fisicità dell’esperienza sensoriale, perché della conoscenza partecipa, nel bene e nel male, anche il corpo e non potrebbe essere diversamente per Antonia) traducono la voglia di sconfinare, di ampiezze e distanze alternative, e di perdersi nel moto incessante del Tempo. Perché questo è anche un modo, metaforico, per attraversare lo spazio dell’inesorabile scorrere lineare del tempo, che in lei, già da adolescente, è fonte di grandi inquietudini e paure. Così:

    “Io posso cogliere i mughetti
    mentre tu dormi
    perché so dove crescono.
    E la mia vera casa
    con le sue porte e le sue pietre
    sia lontana,
    né io più la ritrovi,
    ma vada errando
    pei boschi
    eternamente –
    mentre tu dormi
    ed i mughetti crescono
    senza tregua”.

    Buon compleanno, Antonia! E grazie.

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