Riflessioni per un buon Primo Maggio. L’efficienza è l’unica via d’uscita (di Irene Tinagli, da La Stampa)

lunedì, aprile 30, 2012
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Italia - produttività (1970-2010)

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Italia-europa - produttività (2000-2009)

Italia-europa - produttività (2000-2009)

Nella speranza che il Primo Maggio non si riduca a un concerto, su segnalazione di Giacomo Costa, professore ordinario di Economia Politica all’Università di Pisa, riprendiamo l’articolo dell’economista Irene Tinagli, uscito il 24 aprile 2012 su La Stampa, dal titolo L’efficienza è l’unica via d’uscita. Lo accompagniamo con un paio di grafici, forniti da Francesca Miozzo, che mostrano il drammatico (e tutt’altro che facile da spiegare) calo della produttività italiana a partire dall’anno 2000.

Di fronte agli ultimi dati dell’Istat sulla frenata dei salari si può reagire in due modi. Si può incolpare la crisi, o l’austerità di Monti e invocare nuove contrattazioni più generose o altre forme di supporto al reddito.

Oppure si può cercare di fare un ragionamento più approfondito per capire le radici del problema e quali soluzioni possano funzionare o no.

La questione dei salari in Italia, e del parallelo rapporto con i consumi (anch’essi stagnanti) è un problema reale e profondo, ma non c’entra tanto con la crisi né con l’austerità.

Ha radici più lontane, che hanno iniziato a manifestare i propri effetti prima della crisi. Già nel 2006 i dati dell’Eurostat mostravano come l’Italia avesse salari medi annuali inferiori del 20-30% rispetto a Paesi come Francia o Germania.

E nel 2007 l’allora governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, in una relazione presentata alla società italiana degli economisti, lanciò un allarme sulla stagnazione di consumi e salari che affliggeva l’Italia già da alcuni anni. Il vero problema, come indicava Draghi e come ha ribadito un paio di giorni fa l’attuale governatore Visco, risiede nella produttività. Proprio la Banca d’Italia in uno studio sui primi dieci anni di Unione Monetaria (1998-2008) ha mostrato come la produttività sia aumentata del 18% in Francia, del 22% in Germania e del 3% in Italia.

Se l’Italia non è in grado di trasformare in maniera efficiente i suoi fattori produttivi in prodotti e servizi competitivi sui mercati internazionali (e farlo su larga scala, non in pochissime nicchie), non possiamo aspettarci che aumentino le retribuzioni, il Pil, i consumi e quant’altro.

(continua la lettura dell’articolo di Irene Tinagli su Lastampa.it)

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32 commenti a Riflessioni per un buon Primo Maggio. L’efficienza è l’unica via d’uscita (di Irene Tinagli, da La Stampa)

  1. Andrea Zhok
    martedì, maggio 1, 2012 at 18:15

    Ottima la ribollita.

    L’articolo di Tinagli alimenta, peraltro in buona compagnia, la diffusa impressione che gli economisti contribuiscano al miglioramento dell’economia reale quanto le estetiste a quello della bellezza nel mondo.

    Per farla breve, Tinagli ci dice che per uscire dalla crisi bisogna essere più ‘efficienti’, più ‘produttivi’, e che ciò è ostacolato da ‘rigidità’ per superare le quali ci vogliono riforme coraggiose. Oscar per la migliore sceneggiatura non originale. Chi sono i cattivi della storia? Non è ben chiaro, ma si evince che siano soprattutto i sindacati e la scarsa formazione dei lavoratori.

    Ora premesso che concordiamo con l’autrice che l’efficienza sia meglio dell’inefficienza, la produttività meglio dell’improduttività e che essere belli ricchi e sani sia meglio che essere brutti, poveri e sfigati, non ci è ben chiaro di cosa consta la proposta in questione e soprattutto a quale livello di politica economica intende porsi. Si tratta di una proposta che dovrebbe essere spendibile per affrontare la grave contingenza attuale o per modificare strutturalmente il sistema economico italiano? Se si tratta del primo orizzonte, ogni riforma che presumibilmente dovrebbe modificare virtuosamente l’italica produttività ha tempi che la rendono totalmente inservibile per affrontare l’attuale contingenza. Se si tratta invece di un orizzonte a più lungo termine, la discussione sulla produttività che l’autrice propone è clamorosamente monca.

    Nel breve termine nessun intervento, pur auspicabile, che renda più efficiente la burocrazia, la formazione o la flessibilità interna alle aziende ha alcuna rilevanza. L’unica cosa che può smuovere l’economia reale nel breve periodo sono investimenti, per i quali, ci si dice, non ci sono le risorse (v. Grilli l’altra sera a Ballarò). In verità questa è una risposta standard, ma colpevolmente parziale: si assume che investimenti statali implichino necessariamente aumento del debito o aumento della tassazione (entrambe opzioni impercorribili in Italia). Ciò non è vero. Ci sono almeno altre due possibilità.

    La prima è la mobilizzazione di capitale immobilizzato in ruoli speculativi o di rendita. Si può ottenere una mobilizzazione forzosa di risorse con una patrimoniale una tantum sui conti correnti (come fece Amato a suo tempo), con interventi sempre una tantum sulle rendite finanziarie, con un accordo sulla tassazione dei depositi con Svizzera e magari Lussemburgo, con una tassazione sulle transazioni finanziarie tipo Tobin Tax (se fatta solo in Italia non potrebbe che essere leggera, se fatta con accordo europeo potrebbe essere più pesante). Ovviamente queste cose si fanno, non si annunciano. I soldi ottenuti per questa via possono essere utilizzati per investimenti pubblici capillari, molteplici e di piccola entità (es.: ristrutturazioni di edifici nelle disponibilità dello Stato, da adibire ad uso uffici al posto di immobili attualmente affittati, ecc.)

    La seconda opzione passerebbe attraverso l’Europa, dove deve essere superata l’attuale situazione paradossale per cui la BCE può prestare soldi all’1% alle banche private, ma non può farlo per investimenti pubblici. Tutte le operazioni del fiscal compact hanno senso soltanto se sono un passo preliminare volto a rassicurare sulla volontà dei paesi di sorvegliare deficit e spese. Questo passo però acquista senso soltanto se seguito da un’operazione di allentamento creditizio anticiclico da parte della BCE o di altri organismi europei di investimento. La recente idea dei ‘project bond’ va in questo senso ed è da sperare che Monti supporti questo sviluppo.

    Se però l’articolo voleva occuparsi del problema della produttività con maggiore respiro e più a lungo termine, beh, allora è incredibile che non menzioni neppure quello che è il vero tratto distintivo della scarsa produttività italiana. Come diceva un mio amico, programmatore per una grossa azienda privata, “il linguaggio di programmazione più utilizzato in Italia è Power Point…”. Con il che intendeva dire che in Italia la principale attività innovativa sul piano della produzione (nella fattispecie informatica) è il marketing. E le ragioni di ciò sono in verità ben chiare: chi prende le decisioni nelle piccole aziende private, così come nei ministeri, nei carrozzoni pubblici ecc. sono persone che per lo più non hanno nozioni adeguate per discernere contenuti effettivi, potenzialità tecnologiche e costi plausibili dei prodotti (qui beni intermedi) che vengono loro proposti. In Italia il problema della formazione del lavoratore non è principalmente dovuto all’inadeguatezza della formazione data da scuola ed università, ma è dato dal fatto che chi tiene le redini economiche (soprattutto nelle piccole e medie aziende, ma non solo) non sa che farsene di lavoratori con alta formazione, anzi ne è diffidente perché non è in grado di distinguere appunto tra innovazione reale e Power Point. L’Italia è l’unico paese europeo dove a fronte di un minor numero di laureati rispetto alla media europea, si presenta un eccesso di lavoratori valutati come ‘overqualified’ dal mondo produttivo. Il più grosso problema nella scarsa produttività italiana non è data dalle pause caffé o dalla durata delle minzioni, ma è data dal fatto che il tessuto industriale frammentato di piccoli would-be ‘padroni’ è rappresentato orgogliosamente da una generazione di vecchi con la quinta elementare, ed una generazione di loro figli con la terza media (e la Mercedes).
    Volendo pensare bene delle capacità di analisi dell’editorialista, le ragioni di questa mancata menzione dell’incredibile arretratezza culturale (e scarsa innovatività) dell’imprenditoria italiana forse non sono estranee alle ragioni sociali di chi ospita l’editoriale.

  2. Stefano Cardini
    martedì, maggio 1, 2012 at 21:48

    La ragione per cui abbiamo ripreso l’articolo di Irene Tinagli, è che – con i limiti che Andrea ha messo spiritosamente e anche un po’ velenosamente in luce – ha il pregio di collocare in una più profonda prospettiva quello che sta accadendo, costringendoci a riconoscere alcune decisive determinanti tutte italiane della crisi economica e dell’occupazione. I grafici a corredo, dei quali sulla scorta della mia esperienza lavorativa non mi meraviglio, sono impressionanti. E io credo non così facili da spiegare in termini scientifici, allo stato dell’arte attuale della scienza economica. Certamente, però, dovrebbero occupare i giorni e le notti di imprese, sindacati, economisti e politici, più di quanto risulti almeno leggendo le cronache dei giornali. Diversamente, invece, stanno le cose per chi si occupa concretamente di contrattazione, soprattutto a livello di aziendale. Lì il problema dello “scambio” tra aumento della produttività e salario si pone direi sistematicamente. Ma temo che i termini in cui generalmente accade, anche nelle organizzazioni medie e grandi, sfugga totalmente non soltanto alla Tinagli, ma alla maggior parte degli economisti e aggiungerei giuslavoristi che si leggono sui giornali. Non credo, quindi, che l’incompletezza sottolineata da Andrea risulti semplicemente dall’ovvia considerazione che in un breve editoriale l’economista non poteva trattare in maniera dettagliata ed esaustiva un tema così complesso come la produttività del lavoro. Sulla questione microsociologica, più che micro o macroeconomica, per cui il sistema impresa e il sistema delle imprese italiane, pubbliche e private, sia a un certo punto entrato in una così profonda agonia produttiva, temo infatti che la Tinagli avrebbe avuto difficoltà a raccogliere in tempo utile uno straccio di bibliografia scientifica. Le ragioni di questa opacità, cui spesso non sono affatto estranee le stesse imprese e gli stessi sindacati, a livello sia nazionale sia territoriale, andrebbero esaminate con attenzione e costituire un problema per qualunque scienza economica che ancora abbia qualche pretesa di far aderire i modelli alle cose e non viceversa. Al di là di questi limiti di fondo appena rilevatii, nell’articolo vi sono comunque affermazioni che preoccupano più di altre. Proprio perché ha rivolto lo sguardo nella giusta direzione, infatti, il modo in cui l’economista prospetta le sue “soluzioni” non può lasciare indifferenti. Mi riferisco al punto in cui, dopo aver invocato una maggiore efficienza nella pubblica amministrazione e concorrenza nei mercati – una trita ovvietà, se non si aggiunge uno straccio di ipotesi sul come farlo – si fa improvvisamente più circostanziata introducendo il tema della dinamicità del lavoro, intesa «non solo come flessibilità in entrata ed uscita, quanto come flessibilità nell’organizzazione del lavoro, che è cosa diversa, perché implica poter cambiare rapidamente orari, turni, mansioni e riqualificazioni all’interno dell’azienda, cose complicate con l’attuale struttura della contrattazione». Qui, per la prima volta, si dice qualcosa di un po’ preciso, non il solito mantra dell’economista medio che scrive sui giornali. Vale quindi la pena di soffermarsi. Tutti sappiamo, infatti, che – se ci riferiamo al sistema privato delle imprese – quelle medie e grandi non sono più del 10 % del totale. E di queste, dubito che la totalità possa vantare una strutturata presenza sindacale tale da far valere significativamente il proprio peso sul salario integrativo aziendale e ancor meno sul modello più o meno efficiente di organizzazione del lavoro. Che ne è allora della produttività del 90 per cento delle imprese italiane? E in che cosa l’attuale modello di contrattazione, che – ricordiamolo – si articola, categoria per categoria, sul piano nazionale e laddove ci si riesce, ovvero in una minoranza di casi, sul piano territoriale e aziendale, impedirebbe più efficienti modelli di organizzazione del lavoro? Possibile che quei grafici sul calo drammatico della produttività italiana trovino così rilevante spiegazione nelle resistenze che i lavoratori tramite i sindacati opporrebbero – ammesso sia davvero così – «non solo alla flessibilità in entrata ed uscita», ma anche alla «flessibilità nell’organizzazione del lavoro» delle poche realtà effettivamente sindacalizzate del Paese? E il 90 per cento delle piccole imprese italiane, la nostra ossatura produttiva, da che cosa sono impedite? Ma anche volendo ammettere lo straordinario incidere delle imprese sindacalizzate pubbliche e private e dei lacci e lacciuoli dei contratti nazionali alla drammatica evoluzione di quelle curve, colpisce – oltre il consueto richiamo anch’esso mantrico alla famosa flessibilità in entrata e in uscita – il declinare rapido del tema della produttività in termini, quasi operaistici, di «orari, turni, mansioni e riqualificazioni all’interno dell’azienda». La produttività, cioè, ai tempi di Google e Facebook, negli unici esempi offerti, trova quindi come suo unico punto di applicazione il controllo taylorista (più esteso) del tempo e delle mansioni del lavoratore, il quale invece – a causa dei contratti nazionali – non sarebbe disponibile a mettersi in gioco. Non una parola, invece, sullo smantellamento di quel poco di ricerca privata italiana che nel campo della chimica, dell’informatica, delle comunicazioni ecc è stato fatto dalle nostre imprese (qualcuno si ricorda che il formato Mp3 che, aprendo la strada al social networking peer to peer ha rivoluzionato il mondo, è un algoritmo di compressione dei dati inventato dallo Cselt di Torino, ovvero, la ricerca e sviluppo Telecom, poi smantellata dai sapienti manager bocconiani italiani post-privatizzazione?). Non una parola sulla qualità media del nostro cosiddetto management, che agli occhi di chiunque transiti in un’impresa è soprattutto impegnato a infeudarsi e salire sul trampolino della trimestrale più promettente per fare rapida carriera, saltando da una cordatina all’altra, da una impresa all’altra, lasciando dietro di sé macerie organizzative e umane, che presto si trasformano in buchi di bilancio, e di cui nessuno che in azienda davvero conti è chiamato in seguito a rispondere. Non una parola sul fatto, sperimentato da chiunque abbia praticato un minimo di contrattazione aziendale, che i famosi premi di produzione aziendali, che a parole dovrebbero ancorare a criteri di effettiva produttività gli aumenti salariali, sono negoziati dalle direzioni del personale ben prima e più che dai sindacati su base esclusivamente politica, ovvero, di forza e diplomazia contrattuale, perché introdurre “oggettivi” criteri di produttività, qualunque cosa s’intenda, renderebbe meno prevedibile lo sviluppo futuro del costo del lavoro, esponendo maggiormente i manager al dinamismo del mercato; oltre a costringerli a uscire dall’opacità e inerzia della loro gestione, più propensa a tagliare a rischio zero linee di costo (variabile e fisso), con o senza l’art. 18, che a scommettere non dico su nuove linee di ricavo (siete fuori?) ma su modelli organizzativi e competenze innovative, che, come è noto, alterano gli equilibri di potere consolidati in azienda, obbligano a fare drammaticamente i conti con l’adeguatezza dei dirigenti e dei loro fidi subalterni, che dall’interno dei cerchi magici ai quali devono la loro carriera, si contendono il sottopotere aziendale. Nel trade off tra il valore (conservatore) della affidabilità e quello (progressivo) dell’innovazione, la stragrande quota di quel 10% di imprese italiane, al netto delle multinazionali, per le quali bisognerebbe fare un discorso a parte, sacrifica senza dubbio il secondo. Questo è il punto. E il bello è che non è neppure detto ne abbia consapevolezza, perché per averla avrebbe dovuto elaborare procedure di impiego e conoscenza fine delle risorse umane, a tutti i livelli, che neppure concepisce e che comunque si guarda bene dall’implementare. Di qui nasce, io credo, il gonfiarsi della bolla dei comunicatori interni ed esterni all’azienda di cui parla Andrea, tutti impegnati a fare e rifare budget in Power Point (quando lo sanno usare, perché sennò persino le presentazioni le fanno in outsourcing) con l’unico scopo di mascherare che non hanno fatto assolutamente niente tranne produrre con meno teste e meno soldi gli stessi (o più, quando il mercato teneva) prodotti/servizi di prima, “naturalmente senza perdere in qualità: of course!“. Il problema, insomma, di premiare le buone prassi a discapito delle cattive, nelle medie/grandi imprese italiane – se vogliamo essere seri – deve essere applicato dall’alto, ma è anche esattamente quello che la maggior parte di chi sta in alto non ha interesse a fare, molto prima che il conservatorismo dei sindacati (che a volte c’è ma, soprattutto a livello aziendale, più spesso no). Quindi, è impresa difficile. Ma lo diventa ancora di più se non si conosce o riconosce il problema e tuttavia se ne scrive sui giornali. Quanto ampiamente, infine, quanto detto incida su quelle curve della produttività, tenendo conto della frammentazione del tessuto imprenditoriale italiano, meriterebbe un approfondimento anche quantitativo che io non sono in grado di fare. Il problema è che neppure la Tinagli lo ha fatto, pare. Eppure ne scrive. E dopo che dall’area Pd si è avvicinata, lo scorso agosto, all’Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo!, che qualcosa a che fare con la Fiat e La Stampa in effetti ce l’ha. In genere, diversamente da Andrea, non mi piace essere malizioso. E tuttavia, penso che anche agli economisti dovremmo chiedere qualcosa di più e di meglio, dal punto di vista dell’onestà intellettuale oltre che della scienza con cui si accreditano.

  3. Giacomo Costa
    mercoledì, maggio 2, 2012 at 15:22

    Dei due grafici, conviene forse guardare prima quello più in basso, che mostra l’andamento della produttività dell’Italia, di alcuni paesi vicini, e della media dei 18. La nostra produttività è stazionaria o decresce per tutto il periodo, mentre quella degli altri paesi aumenta sino al 2007, ossia, sino al subentrare della crisi USA. (Vi è una comune componente pro-ciclica della produttività.) IL primo grafico mostra che si tratta di un fatto nuovo di questo secolo: prima del 2000 l’Italia era allineata con gli altri paesi.
    Parrebbe che alla svolta del secolo, qualcosa ci sia accaduto. Magari, che una serie di nodi siano venuti al pettine tutti in una volta. L’articolo di Irene Tinagli propone a mio avviso delle considerazioni interessanti. Ma forse non spiega la discontinuità, che è il fenomeno più singolare. Lo stesso si potrebbe dire dei contribuiti di Andrea e Stefano, che mi pare offrano varianti e approfondimenti interessanti degli argomenti della Tinagli piuttosto che ipotesi diverse.

  4. Andrea Zhok
    mercoledì, maggio 2, 2012 at 18:00

    Ciò che è cambiato intorno al 2000 non ha direttamente a che fare con la produttività, bensì con la competitività.

    Come noto, l’Italia da tempo otteneva miglioramenti di competitività ciclici in occasione delle ricorrenti svalutazioni monetarie; tali svalutazioni permettevano di non affrontare problemi pregressi e consolidati. Con il passaggio all’euro (e già prima, con la stabilizzazione preliminare necessaria per essere accolti nella moneta unica) la via facile delle svalutazioni è stata ostruita, portando ad una progressiva riduzione di quote di mercato. Al contempo l’ottenuta stabilizzazione finanziaria, la favorevole tassazione italiana delle rendite finanziarie e la politica europea di ferrea tutela monetarista ha aperto ad un’imprenditoria italiana già stantia delle autostrade dove poter massimizzare gli utili senza rischio di impresa.

    Di fatto credo che la riduzione della produttività nel decennio in oggetto sia leggibile come effetto di una ridotta spinta dall’alto indirizzata al miglioramento dei prodotti ed alla riconquista di quote di mercato. Nei paesi dove il balzo in avanti in termini di produttività è stato più marcato (es.: paesi scandinavi) la produttività è cresciuta non con una migliore taylorizzazione del lavoro, ma grazie ad uno scatto tecnologico che ha toccato sia l’innovazione dei prodotti che delle tecniche di produzione.

  5. Giacomo Costa
    giovedì, maggio 3, 2012 at 14:31

    Naturalmente la “spinta dall’alto” di cui parla Andrea avrebbe dovuto aumentare, non cadere, per il fatto che entrati nell’Unione Monetaria non abbiamo più potuto svalutare. Questa era in effetti la speranza di moli, economisti e non. Invece, per restare nel mercato, non è rimasto altro espediente che il contenimento dei salari.

  6. Andrea Zhok
    giovedì, maggio 3, 2012 at 16:07

    Beh, la spinta dall’alto avrebbe dovuto aumentare, almeno come indirizzo di massima, SE non ci fossero state alternative; ma il profitto è come l’acqua, cerca la strada più facile, e, almeno per l’imprenditoria più strutturata (che è anche quella in teoria più capace di investire in innovazione) era più facile spostare gli investimenti verso la rendita finanziaria. Ovviamente facile e difficile sono termini relativi, e se l’impianto produttivo italiano non fosse già stato arretrato, lo spostamento verso la rendita/investimento azionario-obbligazionario sarebbe parso meno comparativamente attraente.

  7. Gabriele Poeta Paccati
    venerdì, maggio 4, 2012 at 15:02

    L’articolo di Tinagli è piuttosto deludente e alquanto scontato.
    La sua preoccupazione, evidentemente, è che dalle rilevazioni Istat non si debbano trarre conseguenze rivendicative circa le politiche salariali.
    I salari sono bassi e sono in “frenata” non a causa della crisi o delle politiche di austerità, ma a causa della stagnazione della produttività che ha ben altre cause e che dura da almeno dieci anni.
    Vero. I salari hanno perso terreno per tutto il decennio che abbiamo alle spalle e una delle ragioni è proprio la mancata crescita della produttività. Quindi dobbiamo agire su quella. E qui arrivano le ricette.
    Tuttavia prima di proseguire vorrei notare che questo è solo parzialmente vero: i salari sono al palo anche per la mancata restituzione del fiscal drag, per l’iniqua distribuzione del peso fiscale, per la rinuncia programmatica a intervenire sul versante redistributivo (da parte dei governi succedutisi nel decennio).
    Noto ancora en passant che la questione salariale ha bisogno di una soluzione ravvicinata: non la si può rimandare ancora a lungo. E la stagnazione dei consumi, conseguente a quella dei redditi da lavoro, è un freno per la ripresa. Ogni politica di crescita deve affrontare obbligatoriamente il nodo del reddito disponibile. Ne consegue che – produttività a parte – vanno trovate altre leve per farlo crescere.
    Qui esiste una leva molto potente, come ho ricordato poco fa, che è quella fiscale: ridurre il peso della tassazione sul reddito da lavoro è una priorità- per ragioni di equità e di efficienza. “Ridurre le disuguaglianze viene prima dell’austerità” ha chiesto Stiglitz nei giorni scorsi (presente l’allibito Monti) a un seminario di Italianieuropei.
    Noto, sempre en passant, che riformulare il “patto fiscale” e agire contro l’iniqua distribuzione del reddito (che si è accentuata durante e a causa della crisi) dovrebbe essere una priorità di governo PER uscire dalla crisi.

    Primo commento: deviare da queste considerazioni, che vengono prima di ogni discorso sulla produttività, significa non voler affrontare davvero la questione salariale.

    Quando Tinagli passa poi alle ricette per stimolare o riattivare la produttività – e incanalarla in un sentiero di crescita – non va oltre qualche ovvia considerazione, piuttosto trita e scontata. E molto parziale. E a mio avviso sbagliata.

    In sostanza Tinagli propone: efficientamento della Pubblica Amministrazione; flessibilità numerica e organizzativa della forza lavoro. Limitare riforme strutturali su questi versanti porterebbe alla conseguenza di comprimere la produttività e di conseguenza i salari. Infatti- dice Tinagli – il pubblico impiego sta subendo l’effetto delle mancate riforme (o della loro mancata applicazione ): niente efficienza quindi niente aumenti salariali. Addirittura questo sarebbe uno scambio consapevole messo in atto dalle parti. (E io che pensavo che il blocco salariale dei dipendenti pubblici avesse a che fare con il contenimento della Spesa Pubblica!). Sul fronte della flessibilità numerica: occorrerebbe aumentare la flessibilità in entrata- cioè re-introdurre la panoplia dei contratti flessibili e precari – e la flessibilità in uscita – cioè rendere più semplici e meno costosi i licenziamenti. Sul fronte della flessibilità organizzativa, occorre restituire all’impresa piena libertà di azione nella gestione della prestazione lavorativa, della sua organizzazione, distribuzione temporale nell’arco della settimana e della giornata. Tinagli afferma che questo sarebbe impedito o reso complicato dall’attuale struttura della contrattazione. (suggerisco lo slogan “il lavoro è mio – lo pago! – e lo organizzo come voglio io!”). Non so a che cosa si riferisca. L’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 consente di sviluppare una contrattazione decentrata in grado di adattare la normativa nazionale (CCNL) alle specifiche esigenze dell’impresa su materie come: orario, prestazione lavorativa, organizzazione del lavoro. O forse so di cosa parla (il caso Fiat?): e allora i sospetti di disonestà intellettuale (la posso definire così?) della Tinagli paventati da Andrea sono del tutto legittimi. Troppo comodo nascondersi dietro un titolo accademico se si vuol fare propaganda.

    Mi sembrano comunque ricette sbagliate: se nel breve periodo possono avere una qualche efficacia, nel lungo sarebbero poco sostenibili e socialmente poco desiderabili. In Spagna, per esempio, il sistema ha fatto il pieno di flessibilità – ne ha tratto un beneficio temporaneo in termini di crescita e di riduzione della disoccupazione, ma alla fine, nel momento di difficoltà, ha distrutto più posti di lavoro di quanti ne avesse creati e ha ridotto l’area dell’impiego stabile e di qualità. Oggi la parola d’ordine è “riconversione”. Ma non si capisce a cosa ci si dovrebbe riconvertire, visto che di lavoro non ce n’è.

    Continuo però a condividere il fatto che la produttività sia un problema da affrontare.

    Due o tre riflessioni sparse.

    1. Dimensioni d’impresa. Il perdurante dibattito sulle virtù della piccola impresa – capace di rapidi cambiamenti adattivi, forte innovazione, coesione fra imprenditore e lavoratori ecc… – non può comunque nascondere che la produttività nelle piccole e micro imprese è bassa e non cresce. Mentre è elevata nella grande e media impresa. Questo a parità di intensità di impiego della forza lavoro. Per inciso la contrattazione sindacale si rivolge quasi totalmente alle imprese di dimensioni maggiori (sia dal punto di vista dell’applicazione del contratto nazionale che della contrattazione decentrata o di secondo livello).

    Il problema da affrontare è dunque il nanismo delle nostre imprese che alla lunga nuoce a tutto il sistema produttivo. Tra l’altro la piccola impresa è meno capace di impiegare al meglio la propria forza lavoro. Lo dice putualmente il rapporto della Camera di Commercio di Milano sull’assorbimento dei laureati nella provincia. SIstematicamente le PMI richiedono forza lavoro qualificata – laureati – e poi non sanno impiegarla adeguatamente. È un caso tipico di cattivo incontro fra domanda e offerta di competenze. Altro che forza lavoro dequalificata, come sostiene Tinagli: qui ci sono imprenditori che non sanno cosa devono richiedere ai propri dipendenti!

    2. Qualificazione della forza lavoro. È un problema storico (e nessuno può ritenersi privo di colpe): abbiamo un sistema di formazione professionale e di (ri)qualificazione della manodopera che è molto arretrato. Proviamo a scommettere sul nuovo contratto di apprendistato professionalizzante – le evidenze sinora ci dicono che i risultati non sono confortanti. Sicuramente le imprese faticano a comprendere che ruolo possa avere la “formazione continua”. Un dato : “i Fondi Interprofessionali per la formazione continua (creati con la Finanziaria del 2001) hanno accumulato risorse non impegnate (a tutto novembre 2009) pari a 700 milioni di euro, equivalenti al 62% delle risorse incassate.” (per approfondire: Leoni e Acocella: Formazione: il ritardo delle imprese italiane )

    3. Investire in tecnologia – assorbire alte competenze. Investire in innovazione organizzativa e di processo, ITC. Un discorso serio sulla produttività dovrebbe partire da qui: l’agenda Europea di Lisbona partiva dall’idea-obiettivo di fare dell’Europa l’economia al mondo più competitiva basata sulla conoscenza. La misura del nostro ritardo sui punti di quell’agenda ci dà la misura del nostro ritardo sulla produttività.

    4. Ricerca di base, ricerca e sviluppo… o vogliamo guardare la classifica OCSE sulla produzione di brevetti? (I dati sono notissimi e ampiamente diffusi)

    Chiudo il commento che avrebbe voluto essere più breve: credo che i temi da affrontare siano molto diversi da quelli proposti da Tinagli, che ci portano invece molto distanti da una situazione desiderabile di crescita e occupazione stabile.

  8. Giacomo Costa
    venerdì, maggio 4, 2012 at 16:41

    Io avevo proposto di distinguere tra livelli della produttività, e suoi tassi di crescita. I due grafici sopra non dicono niente sui livelli (che sono posti tutti pari a 100 per costruzione nel 2000). Dicono la produttività italiana, che era crescente come quella degli altri paesi europei prima del 2000, è stagnante o addirittura declinante da allora, mentre quella degli altri paesi ha continuato ad aumentare.
    Ci trasciniamo dietro il nanismo da un bel po’, no? Non è cominciato nel 2000. Solo se fosse in corso dal 2000 un progressivo aumento dei nani nella nostra struttura industriale, avremmo una ipotesi di spiegazione.

  9. Gabriele Poeta Paccati
    venerdì, maggio 4, 2012 at 19:19

    Dunque anche l’analisi della Tinagli è completamente fuori obiettivo.

  10. Gabriele Poeta Paccati
    venerdì, maggio 4, 2012 at 22:38

    Escludendo le piccole imprese, i differenziali di produttività con gli altri paesi si riducono radicalmente (di circa la metà con la Germania).

    - Nella classe media (50-250 addetti), l’Italia ha i livelli di produttività più elevati di Francia, Germania e Spagna.

    - Se avessimo la stessa dimensione media d’impresa della Germania i differenziali di produttività si ridurrebbero dall’attuale 32,2% al 4,5%.

    - Se avessimo la stessa dimensione media d’impresa della Francia i differenziali di produttività si ridurrebbero dall’attuale 26,5% al 7,5%

    (fonte: Ires Cgil, su dati Eurostat)

  11. Giacomo Costa
    domenica, maggio 6, 2012 at 18:44

    Gabriele offre questi dati per tranquillizzarci? A sostegno di quale tesi vengono offerti, e con che argomentazione?

  12. Stefano Cardini
    domenica, maggio 6, 2012 at 21:38

    Provo a interpretare, anche per tentare a tirare un po’ le fila di una discussione interessante che sarebbe un peccato volgere in polemica. Credo che, sulla scorta di quei dati, si possa forse argomentare che il gap italiano nella produttività (che, se non ho capito male, Giacomo, dal 2000 pare crescere molto meno di quella degli altri Paesi europei e a tratti addirittura decrescere) investa sì tutte le imprese italiane, ma soprattutto le piccole imprese, sotto i 50 addetti, le quali d’altronde costituiscono la quota decisamente maggioritaria delle imprese italiane. Non credo si tratti certo solo di questo; però, per esempio, se il 90% delle imprese sopra i 250 dipendenti ha una home page aziendale (Istat, 2011), la percentuale scende al 60% per le aziende sotto i 50 addetti. Il servizio offerto più frequentemente riguarda il catalogo o il listino prezzi (33%). Solo il 13,5% dà al visitatore la possibilità di effettuare ordini online e solo il 6,1% permette di tracciare via Internet l’ordine. Per la stragrande maggioranza, insomma, il sito è un banale sito vetrina. È un indizio che la percentuale delle piccole imprese che ha colto le nuove tecnologie come un’opportunità per riorganizzare completamente il proprio business è grandemente inferiore a quella delle medie e grandi. Ipotizzare sia stato anche questo treno “digitale” a essere stato perso dalla microimpresa italiana negli anni 90, anni rivoluzionari per l’Itc, come si ricorderà, forse ci fornisce un filo conduttore (uno, altri se ne possono trovare, naturalmente) per comprendere come sia stato possibile che un tessuto produttivo fino a un certo punto capace quantomeno di non frenare la crescita in produttività del nostro Paese, da un certo momento in poi sia diventato una sorta di zavorra. In ogni caso, sempre se ho interpretato i dati in modo sensato, mi pare che il ruolo della grande impresa sindacalizzata, pubblica ma soprattutto privata, alle cui cure sembrano ossessivamente rivolti tanti economisti commentatori, Tinagli inclusa, esca ridimensionato quanto al peso che complessivamente ha sulla frenata del nostro indice di produttività. Ovviamente, ci sarebbe da ragionare su quanto la più lenta crescita della produttività delle grandi organizzazioni, pubbliche e private, incida sulla (anche) di conseguenza ancor più lenta crescita delle piccole, che in qualche modo dipendono da loro, fanno (o fanno male) rete con loro. È il tema, tante volte affrontato quando mi occupavo di Itc, della difficoltà italiana di fare sistema, caratteristico di tutte le nostre organizzazioni d’impresa, pubbliche e private, grandi e piccole. E qui sì la mano pubblica (e politica) ha grosse responsabilità: sullo sviluppo dell’infrastruttura e sulla promozione e individuazione degli standard (si pensi alla banda larga). Compro un computer, installo una rete, vado in Internet, ok. Ma poi che ci faccio con tutta questa “innovazione” se attorno a me, a valle, a monte, nei rapporti con la pubblica amministrazione, ho il deserto di partner che non condividono la mia stessa infrastruttura di comunicazione, non hanno le stesse competenze, non adottano gli stessi standard, hanno speso soldi in pc e router ma non hanno messo a budget né la formazione/motivazione dei dipendenti né lo sviluppo continuo del sistema Itc? Ricordo un conoscente della mia età. Figlio di un piccolo industriale tessile del varesotto che aveva fatto fortuna negli anni 70 e 80. Dal padre aveva appreso come funzionava l’azienda: “quella azienda”. Aveva in effetti ereditato un portafoglio clienti e fornitori, determinate maestranze, competenze, un consolidato modello di organizzazione. Poi è arrivata la concorrenza, ben prima che dall’Estremo Oriente, dalla Germania, dalla Francia. Imprese capaci di altre economie di scala e di produrre a minor costo prodotti qualitativamente comparabili. Che cosa ha fatto negli anni 90 il nostro amico? Ha gestito il vecchio business del padre – “perché io so fare quello” – riducendo pian piano il perimetro del fatturato, lavorando sui costi, ovvero, riproporzionando via via il costo del lavoro sull’aspettativa del volume d’affari. Infine ha chiuso. La casa ce l’aveva, qualche altro investimento mobiliare e immobiliare sostenibile gli era rimasto. Quindi s’è comprato una tabaccheria e l’ha data in gestione ad amici… ha fatto bene, dal suo punto di vista. In pratica, felicemente, non lavora quasi più. Una bella parabola, no? Mi fermo qui. Credo di avere accresciuto la confusione a sufficienza.

  13. Andrea Zhok
    lunedì, maggio 7, 2012 at 11:35

    Mi pare che l’esempio portato da Stefano sia perfetto. Io ne conosco molti altri simili nel Nord-Est. Il fatto che si tratti in gran parte di un profondo problema culturale che si ripercuote sull’economia reale lo rende intrattabile per una parte molto significativa della cultura economica dominante. Ovviamente esistono ampi studi sull’impatto del capitale umano e del capitale sociale (relazionale) sulla produzione, ma tali approcci, anche perché richiedono soluzioni di lungo termine, politicamente poco spendibili, sono di norma scarsamente rappresentati nel mainstream della pubblicistica economica.
    Non va peraltro dimenticato che di matrice culturale in senso ampio non sono solo i problemi di scarsa innovatività delle aziende, ma anche spesso talune note inefficienze nell’azione della burocrazia statale. Ma di nuovo, il problema è prima di tutto un problema di gruppi dirigenti (qui statali): si ritiene illusoriamente di poter risolvere questi problemi introducendo meccanismi di valutazione della produttività come se esistessero algoritmi per il computo del contributo produttivo individuale in produzioni di gruppo e multifattoriali. Di fatto l’unico modo per discernere le produttività specifiche in attività che siano più complesse del piastrellista a cottimo è il giudizio di uno o più responsabili, e se questi ultimi sono scarsamente probanti non c’è sistema di bastoni e carote che possa produrre effetti (salvo eventualmente demoralizzanti).

  14. martedì, maggio 8, 2012 at 08:53

    Provo a sfidare il ridicolo con una sintesi acrobatica, ma mi serve per riproporre un quesito che vi ho già sottoposto tempo fa in un’altra accesa discussione sul declino italiano.
    Tempo fa, nella sinistra italiana, ci si divideva (con ferocia ideologica) tra rivoluzionari e riformisti. I partigiani di entrambi i fronti condividevano, però, la fiducia nella possibilità di indurre e guidare cambiamenti sostanziali anche nelle società storicamente meno fortunate e culturalmente meno attrezzate, senza dover aspettare stoicamente la fine dei tempi. (Anche per questo si odiavano così fieramente.)
    Oggi, la mia impressione è che nessuno sappia che pesci pigliare. Di fronte a una situazione subottimale (per utilizzare un termine impiegato tempo fa da Andrea) che si trascina per inerzia, nessuno ha la più vaga idea di come si possa invertire la tendenza. Da dove si comincia? Dalla famiglia? Ma la famiglia è in crisi. Dalla scuola? Ma la scuola è in crisi. Dalla religione? Ma la religione è in crisi. Dalla politica? Ma la politica è in crisi? Dall’economia? Ma l’economia è in crisi. (Si potrebbe andare avanti così all’infinito.)
    Eppure le elezioni si vincono ancora facendo balenare davanti agli occhi degli elettori una possibilità rapida e semplice di cambiamento. Adesso è il turno di Beppe Grillo e del Movimento Cinque Stelle. Nel variopinto mondo della politica italiana mancava giusto un comico per chiudere il cerchio. Probabilmente, non c’è alternativa al disgusto per la politica per favorire un ricambio della autoreferenziale classe politica italiana. Ma, una volta compiuto il ricambio, con quale immagine del futuro riusciremo a convincere la gente che si può essere anche protagonisti e non solo vittime del cambiamento storico? Chi di noi ha il coraggio di rispolverare dai cassetti polverosi delle nostre stanze (mentali) una variante della tanto vituperata idea di “progresso”?

  15. Andrea Zhok
    martedì, maggio 8, 2012 at 10:41

    Bella domanda, dalla risposta così impossibile da dare che mi ci provo.

    Si ricomincia dal cercare di sapere in prima persona che cosa si vuole e non solo che cosa non si vuole, e questa è la cosa più difficile del mondo: come scriveva Hegel all’inizio dei lineamenti di filosofia del diritto: “Zu wissen was man will ist schwer”. Ciò significa che l’assunzione, che il paradigma liberale nelle sue versioni di destra come di sinistra ha sempre fatto, che ciascuno ovviamente sa ciò che vuole (o che comunque non è cosa su cui altri possano avere nulla da dire) è una sciocchezza. Provarsi ad esercitare intorno all’idea del mondo che vogliamo e non assumere che esso scaturirà naturalmente dall’interazione plurale di giudizi individuali, tutti per definizione parimenti legittimi, è il primo passo. Per essere chiari, il punto cruciale NON è trovare una ‘teoria del tutto’ che con le buone o con le cattive metta tutti in riga. Il punto è farla finita con l’idea che le opinioni individuali correnti sono l’autorità ultima su cui la politica deve regolarsi e che le sintesi ideali sono intrinsecamente forme di violenza perpetrata verso la sovranità delle pulsioni gastriche. L’elettore non ha sempre ragione. Il popolo non ha sempre ragione. La maggioranza non ha sempre ragione. Anche se ciascun individuo, se hai voglia e tempo per ascoltarlo e se vuole fare lo sforzo di esprimersi, ha sempre le sue ragioni.

    La principale teoria politica che ci serve è l’idea che visioni politiche (e filosofiche) di largo respiro sono desiderabili e vanno ricercate.

    Nel mentre si fa spazio per la legittimazione di una visione buona (non ottimale) della vita, da non risolversi in quattro battute televisive, bisogna ricreare spazi di discussione che non siano autoreferenziali, ma siano e vogliano essere politici. Nel ’900 la cosa più prossima all’agorà sono stati le sezioni di partito con annessi circoli culturali, per lo più di sinistra. Ne ho un bel ricordo, ma si può fare di meglio. Se a qualcosa dovesse servire il finanziamento pubblico alla politica è alla creazione di questi spazi e di queste occasioni, non ad attaccare faccioni improbabili su manifesti che ne consigliano l’acquisto. In questo senso, per quanto Grillo mi lasci spesso perplesso e talora preoccupato, credo che una cosa l’abbia capita molto bene, e che si dovrebbe farne tesoro: ci sono molte, moltissime persone con opinioni e competenze, che vorrebbero contribuire all’attività politica del proprio paese, ma che non sono disposti ad entrare nel giro di do ut des che caratterizza (chi più chi meno) tutti gli apparati di partito. Di fatto Grillo attraverso il web prima e attraverso la ricreazione di luoghi di comunicazione politica territoriale poi (ancora sporadico, ma già importante) ha cominciato a creare questi spazi ‘facilitatori’ che consentono a politici dilettanti (e che desiderano rimanere dilettanti) di fare politica senza previe prove di fedeltà. Il problema, che presto emergerà, è Grillo e i suoi che non sono minimamente in chiaro intorno alla necessità di tentare delle sintesi (sia pure provvisorie) che forniscano visione e prospettiva. (NB: non è importante e neppure opportuno che ci sia già una teoria cui aderire, ma è indispensabile che si senta l’esigenza di tentarla: sarebbe utile rileggersi le pagine di Sartre sui ‘gruppi in fusione’.)

  16. Stefano Cardini
    martedì, maggio 8, 2012 at 14:44

    Commento Andrea a proposito della questione dei metodi per definire, misurare e promuovere la produttività. Non sono convinto che manchino del tutto o che altri non se ne possano elaborare. Ci sono modelli, in taluni casi implementati, che, per esempio, agganciano il salario alle competenze individuali acquisite più che ai risultati. Certo, se queste ultime vengono intese, come in molto pubblico impiego, come timbri su un pezzo di carta che attestino la frequentazione avvenuta di un corso, non funziona. Ma non è un esito necessario. Inoltre, in molte realtà (per esempio quella in cui lavoro, che pur valendosi di competenze individuali relativamente flessibili, è parte di un processo industriale tradizionale) si potrebbero individuare, misurare e retribuire, includendo anche differenziali individuali, obiettivi condivisi da interi gruppi di lavoro (anche di 50 pp), in modo tale da ottenere, un po’ marxianamente, da ognuno secondo le sue capacità, dando a ognuno secondo i suoi bisogni. Potrei fare esempi concreti. L’ostacolo, secondo me, è culturale. Perché l’innovazione è quasi sempre un po’ costosa, faticosa e rischiosa nel breve periodo. Bisogna crederci, insomma, e crederci in parecchi. Nessuno, altrimenti, vuole lasciare impronte. Nessuno vuole pestare i piedi ad altri: sopra, sotto, di lato. E quasi tutti preferiscono, se possono, essere “comandati”: ricevere o impartire “direttive” come mi ha comicamente detto un mio redattore di recente. Direttive, capite? Manco fossimo alla Ue…

  17. martedì, maggio 8, 2012 at 15:34

    Grazie Andrea. La tua risposta è chiara, utile e convincente. Ma, se non approfitto troppo della tua “pugnacia” filosofica, vorrei chiedere a te e a tutti coloro che ci stanno leggendo se non pensate che, tutto considerato, abbiamo bisogno di revisionare in profondità il nostro concetto di Storia e se non vada in qualche modo riesumata e riesaminata la curiosa diagnosi hegeliana che ne ha decretato enigmaticamente la fine. Non sto pensando a Fukuyama o ai facili commiati postmoderni dai miti illuministici. Deve pur esistere un legame tra gli eventi storici e il sapere che cosa si vuole (che, ha ragione Hegel, è cosa tutt’altro che semplice). Ma qualcun altro ha come me l’impressione che ci sia qualcosa di surreale nell’invito a “crescere” che ci viene ripetuto quasi quotidianamente? Diamine, in fondo si può crescere in molti modi: in peso, età, statura, sapienza, maturità. Quale sarà la nostra missione storica? (Se mi consentite un termine così roboante in questa giornata che di roboante non ha davvero molto.)
    Per chi ha voglia di leggere qualche altra mia riflessione sul tema ne ho scritto qui http://fbk.academia.edu/PaoloCosta/Papers/412424/Leternita_inquieta_del_tempo_profondo

  18. Gabriele Poeta Paccati
    martedì, maggio 8, 2012 at 17:30

    Obiter dictum

    Era ancora il tempo in cui imperversava la polemica sui “fannulloni”, termine usato elegantemente per indicare quei dipendenti pubblici poco inclini a dare il meglio di sè sul lavoro. Il dibattito era pressochè incentrato sulla sanzionabilità disciplinare di questi comportamenti e i giornali (per lo più il corsera) traboccavano di esempi di questo o quel cattivo lavoratore pubblico. (una breve rassegna qui: http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/documentazioniContent.asp?docCod=1038)
    Durante un incontro pubblico posi una questione al relatore (peraltro mio stimato professore) circa la adeguatezza dei modelli orgaizzativi impiegati nel settore pubblico: “se per cambiare residenza mi occorre più di un mese, la colpa è del dipendente dell’anagrafe, oppure devo ricercare la causa in una procedura farragginosa?”
    L’organizzazione del lavoro non è forse, secondo i più moderni ed aggiornati studi di GRU, la leva più potente per estrarre dal singolo il massimo della produttività? E-magari- anche lo strumento migliore per consentire a quel singolo di poter svolgere la propria prestazione serenamente, in un clima di collaborazione, considerazione, e valorizzazione della buona prestazione lavorativa?
    Perchè insistere sulle incentivazioni individuali, quando abbiamo uno strumento così potente e -mi verrebbe da dire – automatico e oggettivo per creare coinvolgimento, valorizzare la prestazione e così ingenerare comportamenti virtuosi?
    Con effetti benefici su tutti: cliente/utente/cittadino/impresa ecc…?
    “Non se ne verrebbe a capo: i dirigenti non fanno i dirigenti e le innovazioni sono difficili da introdurre”. E poi, mi disse in privato, c’è talmente tanto da estrarre dall’effort individuale, che non val la pena investire in nuovi disegni organizzativi.

    ****************

    “Si premi il merito dunque!”
    E merito sia. Fino a premiare la polizia locale se “il monte contravvenzioni” si incrementa da un anno con l’altro. Forte.

  19. Gabriele Poeta Paccati
    mercoledì, maggio 9, 2012 at 11:37

    Sempre “off topics”

    sul rapporto fra flessibilità del lavoro e produttività.

    http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002558.html

  20. mercoledì, maggio 9, 2012 at 16:52

    Mi è rimasta però la curiosità di sapere se secondo voi sia possibile invertire una tendenza storica ormai consolidata evitando costi sociali insostenibili.

    Per esperienza personale, ho l’impressione che la risposta al quesito sulla produttività debba chiamare in causa sia elementi strutturali sia elementi soggettivi. L’organizzazione spesso non aiuta, ma l’iniziativa (e la motivazione) personale in molti casi è drammaticamente modesta.

    Capisco perciò il rassegnato appello del professore all’effort individuale (che io traduco nel mio linguaggio con i termini buona volontà e responsabilità). L’impressione è che a volte basterebbe così poco…

    Non vorrei scomodare inutilmente Max Weber, ma la sensazione che in Italia a mancare sia fondamentalmente la manutenzione ordinaria è quasi irresistibile. Un po’ più di ascesi intramondana (o effort che sia) ci farebbe davvero bene… Il mio slogan per il paese è profondamente brechtiano: meno santi e più zelanti!

  21. Stefano Cardini
    giovedì, maggio 10, 2012 at 10:00

    Su flessibilità e produttività. L’articolo è molto interessante e certo viene incontro al mio orientamento di fondo. Tuttavia tra rilevare una concomitanza statistica (più contratti flessibili, meno efficienza produttiva), dimostrare una correlazione significativa e offrire una sufficiente spiegazione d’ordine causale, c’è una bella differenza. E dalla lettura dell’articolo, forse per la sua brevità o in ragione dei miei limiti, io non sono riuscito granché a distinguere questi passaggi. Comunque, ribadisco che gli aspetti di organizzazione del lavoro sono importanti e di essi dovrebbe occuparsi una microsociologia fenomenologica (quanto al metodo) del lavoro, che individui tipologie individuali e di gruppo, offrendo agli economisti, oltre che a sindacati e imprese, una concettualizzazione più fine dei fattori della produzione. L’appello allla buona volontà e alla responsabilità gira a vuoto se non si analizzano i meccanismi relazionali che possono stare alla base della motivazione. Tra questi c’è anche la consapevolezza condivisa che sul lavoro e sul gruppo di lavoro non può gravare intera la responsabilità della realizzazione – qualunque cosa essa sia – del lavoratore, ma allo stesso tempo, che compito dei capi – entro quei limiti – è far fiorire quello che può fiorire non riducendo tutto a meccanismi diciplinari di premio/castigo (difficili da innescare senza mettere nella piena disponibilità dell’impresa la vita del lavoratore o senza che degenerino in trame feudali quasi sempre improduttive e non meritocratiche) ma lavorando su meccanismi sociali di emulazione/responsabilizzazione circolari. In palio, però, qualcosa deve esserci. Per esempio flessibilità oraria, telelavoro, disponibilità al negoziato su obiettivi e metodi produttivi, aperto riconoscimento del valore delle tipicità individuali, ma anche dei differenziati apporti dei singoli alla produttività del gruppo, opportunità formative funzionali al singolo più che immediatamente spendibili dall’impresa. Senza rinunciare, comunque, a elaborare sistemi incentivanti che usino la leva del reddito. Parlo di quel che conosco. Nelle redazioni, per esempio, esiste uno spreco di carta micidiale. Che cosa impedisce a un editore di premiare quelle che, in un certo tempo, dimostrano di poter ridurre questo spreco, responsabilizzando ogni singolo membro della redazione rispetto al gruppo? E che cosa gli impedisce, per esempio, di premiare una redazione in base al volume di notizie o articoli ripresi da altri media, che hanno quindi dato valore al brand aziendale? Ve lo dico. Lo impedisce, a fronte di guadagni in efficienza nel breve periodo non garantiti, il costo immediato e prolungato dell’implementazione e della gestione di sistemi del genere (tempo, acquisizione di competenze, fatica). E il fatto che distinguerebbero anche contabilmente le isole virtuose dalle viziose, con il rischio – o la certezza? – di mettere in imbarazzo le persone “sbagliate”. Molto meglio manovrare sui centri di costo/ricavo a piacimento, senza rischiare di inchiodare “a sorpresa” qualcuno alle sue responsabilità. Sai com’è: oggi a te, domani a me. Il sindacato, d’altronde, dove c’è, avrebbe timore di stringere troppo dappresso i lavoratori, rinunciando al principio “meglio poco o sempre meno o nulla per tutti, che sfidare l’opinione che ciascun lavoratore o gruppo ha di sé” una volta esposti alla competizione interna. Di nuovo, è l’assenza di un ethos aziendale sufficientemente condiviso a giocare contro l’efficienza.

  22. Stefano Cardini
    venerdì, maggio 11, 2012 at 10:46

    Sulla fine della Storia. Forse non è neppure necessario sprofondarsi nei meandri che tolgono il fiato della storia biologica, geologica e cosmologica per sentirsi smarriti. Nelle Lezioni sulla filosofia della storia, Hegel descriveva così il passato come appariva agli occhi degli Europei, avanguardie – nella sua concezione – dello Spirito Assoluto: «Un enorme quadro di eventi e di azioni, di infinitamente varie formazioni di popoli, stati, individui, in un succedersi instancabile (…) dappertutto vengono proposti e perseguiti fini (…) Diffuso su tutti questi eventi e casi noi vediamo un umano agire e soffrire, una realtà nostra dovunque e perciò dovunque un’inclinazione o un’avversione del nostro interesse (…) Talora vediamo il più vasto corpo di un interesse generale procedere con maggiore difficoltà, e disgregarsi lasciato in preda ad infinito complesso di piccoli rapporti; talora vediamo nascere il piccolo da un enorme dispiegamento di forze, e l’enorme da ciò che appariva insignificante (…) e se una vien meno, ecco che un’altra ne prende il posto». A me pare un resoconto fedele di quello che vediamo alle nostre spalle ogni volta che, della nostra identità cerchiamo di dare storicamente conto e che pertanto, abbandonata ogni teodicea o mitologia sulle leggi dello sviluppo, ci scoraggia. Da questo punto di vista, l’idea della fine della Storia è un fenomeno rilevabile, se con essa s’intenda che noi Europei siamo ormai divenuti la nostra storia e che solo in relazione a essa possiamo anche intendere la storia, ovvero l’identità, altrui (degli Indiani, dei Cinesi, per rimanere all’attualità di un’Eurasia ruggente). La Storia è finita, perché di essa non possiamo più fare a meno: le dobbiamo infatti la nostra identità, ovvero, la possibilità di rispondere alla domanda individuale o collettiva circa chi siamo. Lo sguardo sul passato, però, si rivela invariabilmente prospettico, circostanziato e circostanziale, dunque incapace di garantirci l’intero di volta in volta (sempre più) vero in cui ancora credeva Hegel. Ogni fenomeno in rilievo, infatti, ne oscura altri lasciandoci consapevoli di come il presente sia un fiume che scorre lasciandosi alle spalle non soltanto una pluralità di letture dello sviluppo degli eventi come appare essersi svolto fino a ogni possibile oggi, ma altre, potenzialmente infinite, occasioni di sviluppo, di cui la storia controfattuale (una metodologia ormai ordinariamente in uso, e anche in abuso) ci offre talvolta sconcertante testimonianza. Questo non vaporizza i fatti storici. Abbiamo metodi tutt’altro che arbitrari per identificarli e ammetterli nella nostra indagine ricostruttiva e interpretativa. Ma ci testimonia quanto la loro emersione e il loro radicamento nella memoria individuale e collettiva come fatti storicamente salienti, dipendano dalla domanda su chi vorremmo perché desidereremmo o magari dovremmo essere. Alla Storia non possiamo non guardare. Ma essa, come disciplina scientifica positiva (che spieghi i fatti), pare divenuta non meno di altre scienze non più dominabile in un solo sguardo, per le ragioni esposte da Paolo nell’articolo ma anche per queste. Serve altro. Ma altro c’è. Il senso della Rivoluzione francese non vive soltanto dei ripetitivi dibattiti storiografici attorno alle tesi di Soboul o Furet, o delle versioni parodistiche che ciclicamente ne offrono i media; e neppure nella moltitudine di studi particolari che vanno dalla moda giacobina ai cattivi costumi morali nobiliari già rilevati da Alexis de Tocqueville. Il suo senso vive anche, e io credo soprattutto, nei romanzi di Victor Hugo, dal quale nessuno storico giustamente pretenderebbe di sapere come sono andate davvero le cose. Pur sapendo che sono andate proprio così! Quando morì, Hugo fu sepolto al Pantheon in un tripudio di folla, prima di Zola e decisamente molto prima di Dumas padre. Provateci, a toglierlo di lì.

  23. martedì, maggio 15, 2012 at 08:38

    Mi sono preso un paio di giorni per riflettere sul commento di Stefano. È strano come a volte i pensieri si addensino nelle nostre teste e ci vogliano giorni (a volte anni) per far filtrare un po’ di luce al loro interno. (Anche questo deve avere qualcosa a che fare con il tema che stiamo discutendo, ma non vorrei aggiungere altro fumo all’introvabile arrosto.)

    Provo a riformulare nel mio lessico e molto schematicamente quello che ho capito della faccenda.

    1. Si può interpretare l’idea hegeliana della fine della storia anche come la fine delle illusioni sul cambiamento storico. Un po’ come quando si diventa grandi e tutte le vicissitudini che ci hanno portato a essere quello che siamo assumono dei connotati imprevedibili. Non è che non ci riconosciamo più in quello che ci è accaduto, ma la storia assume tutto un altro sapore.
    2. Possiamo interpretare questa nuova condizione come fa Stefano dicendo che “siamo ormai divenuti la nostra storia”. Con ciò voglio dire che la comprensione di come sono andate realmente le cose e, soprattutto, lo sfasamento tra come sono andate e come pensavamo stessero andando ha una ripercussione immediata e considerevole sulla nostra autocomprensione.
    3. La prima conseguenza macroscopica di questo contraccolpo è che, per far tornare minimamente i conti nelle nostre vite, dobbiamo fare spazio nella nostra ontologia storica a cose e realtà tutt’altro che ovvie. Il punto è riuscire a pensare cambiamenti che pur non essendo producibili intenzionalmente dipendono dall’iniziativa e dalle scelte personali. Se concetti come “fato” o “provvidenza” ci suonano vuoti o ci mettono a disagio, possiamo provare con “cornici”, “mentalità”, “pratiche”, “campi sociali”, “ethos”, ecc.
    4. La seconda conseguenza, non meno rilevante, è che questa novità ci costringe a ridefinire il nostro concetto di responsabilità. Non ho spazio ora per soffermarmi su questo aspetto decisivo, ma ne ho trattato a lungo qui http://www.losguardo.net/public/archivio/num8/articoli/2012-08.%20Paolo_Costa_sono_forse_il_custode_di_me_stesso.pdf.
    5. Il quinto e ultimo punto è che l’ambiguità degli eventi storici e la complessità del gioco di attribuzione e assunzione di responsabilità personali chiariscono meglio di qualsiasi altra cosa perché la letteratura sia una fonte irrinunciabile di conoscenza del nostro passato. Proprio la sua ospitalità verso l’indeterminato, la sua duttilità ontologica, il suo realismo non rigido, le sue infinite variazioni immaginative, la rendono il luogo naturale in cui pensare l’intrico di dramma e commedia in cui si aggrovigliano le storie umane.

  24. Stefano Cardini
    martedì, maggio 22, 2012 at 11:29

    Paolo pone questioni complesse, che sviluppa in modo analitico nei suoi articoli. È curioso, anzitutto, che una discussione iniziata cercando di offrire un’interpretazione non troppo preconcetta di alcune curve macroeconomiche, sia finita a parlare di storia, storiografia e filosofia della storia. Fine delle illusioni sulla storia. Ma anche nostalgia per una forma di conoscenza, senz’altro per lungo tempo sopravvalutata e ideologicizzata, che dalla sua parte però aveva una profondità che né l’economia politica, né la politologia, né i paradigmi neodarwiniani applicati all’antropologia e alla storia umana ci restituiscono. Sulla fine della storia. In Hegel, sappiamo, la filosofia della storia è la narrazione “pensante”, lui diceva, del cammino della libertà, coincidente con la piena consapevolezza di sé dello Spirito Assoluto. La “fine della storia”, comunque sia stata poi intesa dagli interpreti, era in realtà il farsi istituzione, nelle forme statali di volta in volta date, di questa libertà. In questo senso dico che noi siamo divenuti la nostra storia. Perché nel rispondere alla domanda in merito a chi siamo, con il nostro nome e cognome di cittadini la cui vita è disciplinata dalle regole civili e politiche di un certo tipo di Stato circostanziabile nel tempo storico oggettivo, implicitamente, consapevolmente o no, ne evochiamo la vicenda storica universale, di cui può esserci chiesta o offerta giustificazione, entro certi limiti, anche su un piano personale. Questo spazio della giustificazione, tuttavia, non coincide certo con lo spazio della nostra responsabilità personale in senso proprio, degli atti – cioè – di cui davvero ha senso ritenersi in prima persona responsabili. E la distinzione tra colpa e dolo è il più banale dei riflessi, sul piano del diritto moderno, di questo limite. Lo spazio della giustificazione storica, d’altronde, non rientra nella sfera della responsabilità personale, in modo analogo a come non vi rientrano la nostra statura, il colore dei nostri occhi, quello della nostra pelle, la famiglia in cui siamo nati. Ma anche, in una certa misura, il nostro carattere o una vasta serie di dinamiche a esso non pienamente riconducibili della nostra vita di coscienza, che sfuggono volentieri alla nostra presa in carico volitiva razionale (il desiderio, per esempio, come lo spirito, soffia dove vuole… e non c’è forza di volontà, o forza della ragione, che possa garantire che il buffone che sempre trama nell’ombra di chi è convinto di sapere lucidamente il fatto suo, non lo faccia volare giù dal filo e spiaccicare al suolo come il funambolo dello Zarathustra di Nietzsche). Eppure, in qualche modo, anche di questi tratti, diciamo, infrapersonali o sovrapersonali della nostra vita, sentiamo di dover dare conto e in alcuni casi ci viene chiesto di farlo. Questo, è ovvio, non ci autorizza affatto a enflare l’idea di libertà e correlativamente di responsabilità ai limiti davvero insostenibili (e per certi versi un po’ ridicoli) cui Sartre (e altri) l’hanno portata. Spiega, però, perché parole come destino, fato, provvidenza, mistero (spesse volte considerati il divino nel mondo) ci sembrano indispensabili per dar conto di ciò che altrimenti non solo sfugge alla nostra responsabilità personale, ma a qualunque forma di sensata, rispetto ai nostri fini, comprensione storica. La storia è il teatro (non il regno) dei fini umani e non possiamo che ripercorrerla a partire da questi fini, e anzitutto di quelli presenti e nostri. Purtroppo, però, non è affatto quell’inarrestabile cammino verso la libertà che Hegel, in quell’atmosfera di eccitazione per la storia e le sue sorti progressive vissuta per prima dalla sua generazione, ha scorto. De-ipostatizzata, la Storia, come orizzonte di ricerca di storiografia, teoria e storia della storiografia, filosofia della storia, e anche della letteratura, nel teatro, nel romanzo, nella fiction cinematografica, è un compito teorico e pratico da intraprendere sempre di nuovo e che tuttavia non può essere svolto se non a partire dai valori in vista dei quali orientiamo l’azione presente. Dei valori, quindi, possiamo render conto sul piano storico; e spesso è importante farlo per comprenderne il significato fino in fondo. Questo non li relativizza affatto, se non offrendoci di volta in volta un giusto contesto che ci permetta di comprenderli, adottarli o metterli in questione per variarli. Ancor meno, tuttavia, può offrirne giustificazione, diciamo, al di sopra del bene e del male, come in fondo accadeva nella Storia come storia della libertà di Hegel, che in nome della libertà finiva per giustificare la violenza e il dispotismo (per esempio napoleonici), per poi condannarli quando (per esempio durante il Terrore rivoluzionario) minacciavano l’idea di Stato che il filosofo apertamente prediligeva al tempo dei suoi fasti berlinesi: la monarchia costituzionale, meglio se prussiana. Il dilemma della nostra autocomprensione storica, la sua circolarità, non può essere sciolto, quindi. Ma neppure drammatizzato fino al punto di rinunciare del tutto al compito. Oggi mi pare non solo che si sia rinunciato. Ma che si siano persi nel colpevole silenzio generale i metodi e i riferimenti minimi per condurlo in un modo condivisibile e razionalmente accettabile, metodi e riferimenti che solo qualche anno fa erano cultura diffusa.

  25. giovedì, maggio 24, 2012 at 18:34

    Grazie Stefano per la bella (e istruttiva) riflessione. Possiamo riconoscere a Hegel che il suo tentativo di ripensare il progresso storico sullo sfondo dei travagli rivoluzionari settecenteschi – una volta sfrondato degli eccessi retorici per noi ormai indigeribili – era all’altezza della situazione. Almeno per me, resta però difficile capire quale impatto abbia avuto la sua acuta comprensione della “potenza del negativo” sui suoi orizzonti di attesa personali.
    Certo, la fine della storia è anche la fine della storia come magistra vitae, ma davvero può bastarci la modestia veicolata dall’immagine della nottola di Minerva per tranquillizzarci? È ovvio, il senso della storia può emergere solo retrospettivamente. Ma non ci serve poi una trasparenza del genere per cercare di orientare o semplicemente immaginare un cambiamento.
    Guardiamoci attorno. Al di là della crisi economica, pensiamo a un fenomeno come la secolarizzazione. Come stanno insieme la crisi delle vocazioni e la processione dei crocioni della Garfagnana di cui ho sentito parlare per la prima volta oggi a un seminario di sociologia della religione? O, per rivolgere l’attenzione a qualcosa di molto più drammatico, pensiamo all’evoluzione della criminalità organizzata in Sicilia o Campania. Qual è il legame tra quella brutalità atavica e il processo di civilizzazione? Da un lato, non ho dubbi che sapere che siamo creature per le quali proprio ciò che è noto e familiare è spesso ciò che è più difficile da conoscere ci aiuta a non farci troppe illusioni sulle virtù della razionalità allo scopo. Ma siamo anche creature capaci di riflessione e, per certi aspetti, condannate alla riflessione. Che razza di equilibrio riflessivo abbiamo raggiunto una volta che abbiamo assimilato la lezione che tu così sensatamente ricavi da Hegel?

  26. Corrada Cardini
    venerdì, maggio 25, 2012 at 16:32

    Non nego la mia emozione nel rivedere dopo tanto tempo un dibattito sul senso della storia nella ricerca di risposte ai problemi che …è un fatto, la storia ci pone.Un buon metodo sembrerebbe quello di partire da una ridefinizione del termine. Come sempre la mia ossessione è mettere al centro le parole e la loro specifica connotazione… ovviamente (e chiedo perdono) ogni connotazione è comunque “storicizzabile” (!) ma noi restiamo dunque al dato presente… Mi piace l’idea, evocata da Stefano, di pensare la storia come una meta-narrazione. Uno spiegarsi di eventi che è frutto di altri eventi… piccoli, grandi, drammatici e apparentemente banali… Un affresco che ha molti inizi e altrettante conclusioni. Vista così, certo, poco aiuta a dare spiegazione di ciò che ci sta a cuore (se agire per il futuro abbia senso e come si possa trovare uno scopo all’azione nella storia. Vorrei procedere con una sintesi della cui elementarità e semplificazione chiedo scusa, ma siamo qui anche per confrontarci in contesti… “colloquiali”, o sbaglio? Veniamo dunque ad Hegel che mette la storia fuori dal controllo umano (la storia si dispiega “a prescindere” e realizza i suoi scopi “a prescindere”). Più che di una fine si tratterebbe di una divinizzazione in senso immanentista… Marx, come è risaputo, la riporta all’interno della sfera di controllo dell’uomo ma ricade nella tentazione di individuare nel suo sviluppo leggi e finalità di cui si farebbe carico la classe operaia: una specie di deus ex machina del destino globale. Utopia certo, un’utopia che ha immesso una incredibile energia rivoluzionaria e riformatrice in grandi masse di uomini disposti a sognare una società nuova e migliore. Dalla parte opposta il pensiero liberale centrato sui processi economici in corso, altrettanto rivoluzionari e sconvolgenti per gli assetti tradizionali della società, cominciava a guardare con sempre maggior interesse a quei processi materiali che si concretizzavano nell’economia di cui già Marx aveva preso coscienza. E, semplificando, andava prendendo forma una nuova potentissima ideologia che poneva il progresso economico, l’arricchimento indefinito, come nuovo motore dei destini umani. La Libertà dello Spirito di Hegel si incarnava ora in qualcosa di uguale e contrario: nella libertà per tutti e per ognuno di cavalcare senza vincoli il processo tumultuoso del capitalismo sfruttandone le opportunità, nella convinzione (all’inizio) che opportunità e risorse non sarebbero mai mancate e che ogni individuo poteva trovare il proprio riscatto (“a prescindere”). Se guardo i due secoli che abbiamo alle spalle vedo questo… vedo ovunque Utopia… cioè ideologia ( lascio da parte l’utopia religiosa, che è una costante e dunque relativamente poco rilevante in questo contesto). E ideologica è a mio avviso anche la presunzione di decretare la morte della Storia “umana”… la storia come memoria militante, la storia come metacognizione, la storia come fonte di riflessione filosofica, la storia come occasione di processi identitari e insieme come strumento critico nei confronti della tentazioni così diffusa tra noi, di nutrire forme immotivate di autocompiacimento culturale e razziale… Dunque quello che credo vada fatto è ripensare la storia a partire dal nostro presente, dalla crisi che viviamo, dalle vergognose rimozioni che si sono coltivate. Del modello mondiale di sviluppo attuale c’è da rivedere quasi tutto… e da qualche parte si dovrà pur iniziare. Bene proviamo a uscire dal ventre protettivo della vecchia Europa e dei suoi canoni di lettura autocompiciuta. Cerchiamo nuove radici e nuovi paradigmi… magari, perché no, nuove utopie. Materiale ne abbiamo, basta guardare oltre. Ma guardare non basta, si deve cercare di capire… ed ecco che la Storia arriva e soccorre… con quella sua incredibile capacità di narrare l’uomo e le sue vicende senza paura di disperdersi, di moltiplicarsi, di diversificarsi… ma consapevole, se è “buona Storia” che Spazio e Tempo sono categorie inscindibili, e che non si deve mai avere paura di scavare nei recessi dell’umanità, se questo può aiutare a ricercare, a immaginare, risposte che risveglino la voglia di andare oltre, verso un futuro possibile e magari migliore.

  27. Stefano Cardini
    lunedì, maggio 28, 2012 at 07:48

    Temo di aver evocato decisamente più questioni di quelle che sono in grado di dominare. Mi sembra di capire che il punto di disaccordo tra me e Paolo sia sul contributo, per me essenziale, per lui forse meno, che la nostra autocomprensione storica può offrire a quello che lui chiama equilibrio riflessivo, come atteggiamento a partire dal quale agire eticamente e politicamente per il meglio. Droysen, che certo aveva letto Hegel, scriveva nel 1838: «La storia non deve stancarsi di ripetere che in essa vige un criterio di misura del tutto diverso dalla moralità e dalla virtù privata». Per dirla in uno slogan, uno storico, un bravo storico, dovrebbe sempre aborrire i “libri neri”, qualunque sia il motivo (anche buono) in vista del quale essi vengano scritti. La storiografia ha il compito di spiegare come sono andate le cose, infatti, non di valutarle per come sarebbe stato meglio che andassero. E questa, in fondo, è l’idea avalutativa delle scienze dello spirito di Weber. Come sfuggire, allora, alla sgradevole sensazione che il nostro sguardo rivolto alla trascorsa vicenda umana, così come Hegel correttamente la rappresenta, con le sue infinite astuzie, i suoi paradossi, le sue eterogenesi, persa ogni fede in una trascendente o immanente teleologia, alla domanda di Kant su quel che abbiamo il diritto (razionale) di sperare, ci lasci come risposta: nulla. In realtà, non è così chiaro perché dovremmo abbandonarci a tanto sconforto. Intanto, la storiografia, nonostante le legittime ambizioni di avalutatività, non può che procedere per stilizzazioni in cui spesse volte è tutt’altro che agevole distinguere il momento descrittivo da quello valutativo. Ogni stilizzazione, infatti, ha sempre annidati in sé una quantità di giudizi di valore, storicamente, soprattutto a posteriori, ben circostanziabili. La storia della storiografia ce ne offre continua prova. A parità di fonti, per fare un esempio, nella democrazia ateniese dell’età cosiddetta classica, gli storici socialdemocratici tedeschi della Repubblica di Weimar videro una prima forma apprezzabile di Stato sociale, quelli conservatori dello stesso periodo un’aborrita Dittatura del proletariato ante litteram. Si può propendere più per l’una che per l’altra lettura, ovviamente. Ma andrebbe riconosciuto che in entrambi i casi è a partire da un certo orientamento valoriale sui concetti di democrazia/dittatura che la stilizzazione può avvenire. Ovvero sulla base di concetti metodologicamente descrittivi (democrazia, dittatura), all’interno dei quali, però, s’annidano giudizi di valore che spostano radicalmente gli accenti posti dallo storico sul teatro degli stessi eventi. Questo, tuttavia, non risolve il lavoro storico in un mero sostegno ideologico a orientamenti di valore faziosi. Anche quello al vero, infatti, è un orientamento valoriale. E anzi, è quello che nella ricostruzione e interpretazione storica, che non intenda scopertamente o surrettiziamente farsi propaganda, dovrebbe essere sovraordinato a tutti. C’è storiografia e storiografia. E per renderesene conto basta paragonare queste letture dell’Atene classica a quelle, poco posteriori, che nell’età di Pericle vollero vedere, anticipato, il modello di società aristocratica retto sul Führerprinzip. Lo storico, insomma, nella misura in cui ridefinisce, sottoponendola a revisione critica, una stilizzazione ereditata (per es. la democrazia ateniese nell’età classica), compie anzitutto un razionale lavoro di de-mistificazione su quanto di scarsamente documentabile e argomentabile in essa ha trovato. E questo è il primo contributo, importante, che la storia dà alla filosofia e più in generale alla nostra autocomprensione razionale. Certo, si potrebbe dire: la storiografia crea i propri miti e poi di continuo li distrugge. Non è sconsolante? Talvolta effettivamente lo è, in effetti. Ma non ci sono motivi sufficienti perché tutto questo si debba risolvere nello shakespeareano “racconto narrato da un idiota, pieno di furia e di rumore, senza alcun significato”. I metodi attraverso cui questa demolizione avviene, infatti, non sono tutti egualmente giustificabili. Né dati una volta per tutte. È bastato che si cominciasse a mettere in discussione l’applicabilità della nozione moderna di partito alle fazioni democratiche e oligarchiche ateniesi, perché tutte le letture che ho illustrato mostrassero la corda. Non tutte, in ogni caso, nello stesso modo. Lo storico, insomma, è vero che sovente acquisisce e induce nel lettore la forma mentis di chi guarda il presente molto, troppo, da lontano, talvolta quasi con compiaciuto e ostentato, se non cinico, distacco, almeno in apparenza incapace di stupirsi d’alcunché, soprattutto quando le cose non vanno come avremmo voluto o sarebbe stato giusto. Ma quando accade, anche questo non è in fondo che un riflesso difensivo, generalmente dettato dall’adesione implicita, in fondo, a una cattiva filosofia della storia che, per troppa ambizione veritativa, a un certo punto si perde d’animo. D’altronde, è proprio la frequentazione e il faticoso e appassionato esercizio attorno alla difficoltà che sempre pone la “pagina storica”, e non parlo solamente di quella scientifica, ma anche di quella artistica, a essere continuamente forieri di fecondo stupore, se non si disarma. L’autocomprensione storica è creativa; di stilizzazioni nuove, anzitutto, che dal presente ricevono nuova luce e al presente nuova luce restituiscono. E ci ricorda che quasi sempre, nell’azione politica, ineludibile è il rischio (anzitutto morale) e meritorio affrontarlo. A questo, infatti, servono i valori. A consentirci di agire nella strutturale incertezza in cui spesso dobbiamo farlo. E in questo senso, la storia resta magistra vitae. O ne sapete indicare di migliori?

  28. giovedì, maggio 31, 2012 at 18:13

    In realtà, il punto non di disaccordo – per essere in disaccordo con Stefano, dovrei infatti prima essere d’accordo con me stesso – ma di scollamento tra le nostre riflessioni è dovuto principalmente al fatto che il mio interesse teorico non è rivolto tanto al contributo che l’autocomprensione storica as such può offrire al nostro equilibrio riflessivo, quanto piuttosto al contributo che la nostra comprensione del cambiamento storico può offrire alla nostra pianificazione del cambiamento stesso.

    Non credo che tutte le culture siano state ossessionate dal cambiamento storico così come lo è la nostra e penso che esista una relazione piuttosto stretta tra la nostra comprensione stadiale, transizionale, discontinuista della storia umana e il nostro orizzonte di aspettative. In fondo, perché siamo così preoccupati dal fatto che la nostra economia (o produttività) non cresce? Perché mai il solo guardare i grafici dai quali ha preso le mosse la nostra discussione ci mette i brividi, mentre le nuove varianti tecnologiche di utopismo sono infiammate da grafici di questo tipo?

    Ray Kurzweil, The Singularity and the accelerating pace of progress

    o di questo?

    Ma, stante che la mia curiosità è essenzialmente esplorativa, non dovrebbe sorprendere che lo scollegamento a cui ho fatto cenno all’inizio sia più produttivo di quanto non sarebbe una perfetta trasparenza circa le premesse del discorso. Per tornare su un punto su cui ho già battuto, la prima cosa che abbiamo bisogno di mettere a fuoco è l’oggetto stessa della nostra discussione. Provo, perciò, a fare un’ulteriore sforzo di chiarificazione delle mie intuizioni di base.

    Per farla breve, la mia impressione è che, fintanto che le nostre aspettative saranno a tal punto plasmate dall’attesa del cambiamento, agli storici non potremo che chiedere modelli convincenti di spiegazione del mutamento storico. Hegel, che era un fior di cervellone, ha reagito in questi termini allo choc della Rivoluzione francese. Col senno di poi, la sua soluzione mi appare aporetica e non è un caso che tutte (o quasi tutte) le proposte successive siano andate nella direzione di una riduzione di complessità della sua cornice interpretativa (la cui pretesa di conciliazione – se la capisco bene – non va nella direzione della semplificazione, ma della saturazione di senso, di un inglobamento pervasivo della alterità – per la Fenomenologia, ad esempio, funziona bene l’immagine, forse un po’ usurata, dell’aspirazione a tracciare una mappa talmente dettagliata che coincida con la realtà storica stessa o quantomeno con la sua trama immanente di ragioni – solo in questo senso il reale può essere razionale!).

    Non voglio dire che la comprensione storica debba risolvere tutti i nostri problemi di deliberazione – lungi da me! – ma non può nemmeno sottrarsi al compito di ridurre la complessità del contesto di deliberazione offrendoci una cornice entro cui distinguere ciò che è plausibile da ciò che non lo è. Se davvero ci interessa il cambiamento, non possiamo non avere un’idea per quanto esile di quale sia il motore del cambiamento, quali siano gli ostacoli al cambiamento e – perché no? – quale sia la direzione (o le possibili direzioni) del cambiamento. Progresso, speranza, realismo vengono in genere usati più come martelli che come concetti neutrali, ma restano indubbiamente nozioni con le quali siamo costretti tutti a fare i conti. Possiamo sicuramente inventarne di nuove, ma questo non farà svanire i problemi. Un pensatore coraggioso come Marcel Gauchet ha proposto una teoria del disincanto del mondo che si sforza di conciliare le tendenze di lunga durata con le loro apparenti incessanti smentite (l’ateismo di massa con i Crocioni della Garfagnana, per evocare l’esempio utilizzato nel mio precedente post). Forse il tentativo non è perfettamente riuscito, ma lo sforzo è apprezzabile. Non è il caso poi di abbandonarsi all’ennesimo elogio tardivo di Pasolini, ma da che cosa dipendeva la sua capacità quasi profetica di descrivere un mutamento storico che la maggioranza dei suoi contemporanei era incapace persino di intravedere, figuriamoci analizzare? La mia personale impressione è che dipendesse da un intuito quasi animalesco (un “empirismo eretico”, come lo chiamava lui) circa il modo in cui realmente funziona il cambiamento storico che, non di rado, si prepara e annuncia ai margini dell’azione politica e che spesso gli attori politici, per giustificare la propria miopia, finiscono troppo comodamente per ricomprendere ex post come una forza impersonale che soffia irresistibilmente alle loro spalle.

    Non è un’immagine convincente. Abbiamo tutti bisogno di coniare nuove metafore che, sulla scia di una rinnovata comprensione del mutamento storico, ci aiutino a trovare una via intermedia tra la disperazione e il puro volontarismo, tra la paralisi della volontà e irresponsabilità. Ovviamente, il compito non sarebbe così urgente se non fossimo tutti così intossicati, euforizzati, dipendenti dal cambiamento. Ma lo siamo. E, quali che siano le nostre saltuarie inconfessabili fantasticherie di smontare dal treno in corsa, non possiamo farci niente.

    Meglio sforzarsi allora di trovare immagini un po’ meno abusate della locomotiva “lanciata contro l’ingiustizia”, tanto cara ai nostri nonni, o dei razzi impennati che eccitano la fantasia di Ray Kurzweil e dei suoi seguaci.

  29. Corrada Cardini
    venerdì, giugno 8, 2012 at 22:55

    Sulla storia.

    Intossicati, euforizzati, dipendenti dal cambiamento… Un’immagine cui non avevo mai pensato. Noi… ma noi chi? Il cambiamento è, semplicemente. Niente resta come è, semplicemente. E questa è la condizione umana. L’uomo è fuori e dentro al cambiamento, causa ed effetto, vittima inconsapevole o protagonista. Siamo nella storia e la storia è storia di tutto e la storiografia cerca di capire come dare un senso o, se vogliamo, se abbia “senso” dare un senso alla storia di tutto. Certo, sarebbe bene rinunciare a pretendere dalla storiografia comodi quanto improbabili modelli di riferimento, o peggio letture a senso unico. Ma è anche vero che la filosofia della storia ha licenze, come dire, poetiche che è giusto rispettare, e di cui si deve tenere conto, senza avere la pretese che debbano rendere conto al metodo scientifico. A ognuno il suo, come si dice. Una buona storiografia a mio avviso è onestamente, umilmente al servizio della ricerca della verità dei fatti, per raccontare ciò che è successo. Una buona storiografia lascia che la riflessione sui fatti sia lasciata al dibattito, alla riflessione intedisciplinare, al confronto fra diverse epistemologie. La buona storiografia agisce in modo maieutico. È terreno di ricerca, stimolo alla comprensione, conserva e alimenta la memoria liberandola dagli inevitabili elementi di soggettività e parzialità. Certo, siamo intossicati di cambiamento, ma forse è perché siamo consapevoli che le cose cambiano sempre più velocemente e incomprensibilmente e ci chiediamo come sia possibile agire per dare una direzione al flusso degli eventi, in modo da poter progettare un futuro che non ci veda come semplici comparse in un film di cui non si conosce nè la sceneggiatura nè il regista. In questo la storia, intesa come disciplina, può essere d’aiuto. Che senso ha discutere sul fatto che la democrazia ateniese non era una democrazia nel senso che intendiamo ai nostri tempi? La democrazia è un’idea, un’aspirazione degli esclusi di sempre, è magari un valore per intellettuali di buona volontà. Ma la storia ci dice che come altre idee e aspirazioni umane, solo nelle sue passate incarnazioni fattuali è analizzabile e descrivibile e solo allora diventa materia di ragionevole dibattito, di rinnovata progettualità.

  30. Gabriele Poeta Paccati
    martedì, giugno 12, 2012 at 21:02

    Mi scuso in anticipo: abbasserò drasticamente il livello di questo post. D’altra parte nessuno è obbligato a leggere l’articolo che segnalo http://www.qdrmagazine.it/2012/6/12/65_parlatore.aspx

  31. mercoledì, giugno 13, 2012 at 12:28

    Non sono affatto sicuro che il cambiamento sia un fatto così ovvio delle nostre vite. Secondo me, dal punto di vista delle posizioni metafisiche fondamentali, si può essere altrettanto legittimamente eraclitei o parmenidei. Mi spingerei persino a dire che è una questione di temperamenti filosofici. E non escludo che ciò abbia un riflesso anche sugli umori di molti di noi che, a seconda delle giornate, oscillano tra la sensazione che tutto scorra e il sospetto che non vi sia mai nulla di nuovo sotto il sole.
    Chi, come me, per ragioni famigliari ha messo il naso nella cultura contadina che ha dominato il nostro paese fino agli anni Sessanta non fa fatica a immaginare un mondo che si riproduca uguale a se stesso per migliaia di anni secondo una temporalità più ciclica che lineare.
    Certo, nel corso gli ultimi secoli l’accelerazione storica è diventato un processo cumulativo ed è a questo processo che penso quando mi riferisco all’intossicazione per il cambiamento. La convinzione, cioè, che la soluzione ai nostri problemi risieda sempre nel cambiare, anziché nel conservare o, più precisamente, nel non collaborare al cambiamento. Se, però, il cambiamento storico non è una cosa così scontata, il carico di responsabilità dei sostenitori del cambiamento storico aumenta esponenzialmente. Dal mio punto di vista, si tratta anzitutto della responsabilità intellettuale di tornare riflessivamente sulla natura del cambiamento e smettere di pensarlo come un fatto naturale
    La tentazione di sottrarsi al “rage for change” mi sembra tutto sommato comprensibile. Proprio come alla formica dell’apologo segnalato da Gabriele, può capitare a tutti noi di covare il dubbio che ci sia qualcosa di assurdo nell’ansia di rimodellare a tutti i costi e continuamente le nostre forme di vita. Ora come ora abbiamo tutti bisogno di un surplus di ragioni per continuare a credere nel mito del progresso.

  32. Stefano Cardini
    mercoledì, novembre 21, 2012 at 22:12

    La Cgil non ha firmato l’accordo sulla produttività tra le imprese e i sindacati (Cisl, Uil, ecc), che prevede sgravi fiscali sugli aumenti salariali legati alla produttività territoriale o aziendale. Ha fatto male? Forse sì. Tuttavia, a perimetri di fatturato ovunque decrescenti per un tempo che non si prospetta breve, l’unico metodo che le aziende impiegheranno per far aumentare la loro produttività, temo, sarà licenziare più che proporzionalmente i lavoratori al decrescere atteso dei loro fatturati. Basterà lo sgravio fiscale che ne deriverebbero a spingerle a riconvertirsi industrialmente, ovvero, a rendersi nuovamente competitive sui vecchi mercati e/o a competere su nuovi? Tutto dipende dalla qualità dei tagli, ovvero, dal fatto che siano o meno guidati da un buon piano industriale, lungimirante e innovativo. Ma garanzie in questo senso non mi pare che l’accordo ne preveda e la mia esperienza non mi fa essere ottimista. Mi attendo comunque che larga parte della stampa dipingerà la decisione della Cgil semplicemente come arretrata. Eppure non dovrebbe essere così ovvio che un sindacato accetti l’incentivo pubblico al taglio dei posti di lavoro, perché in concreto di questo a me pare si tratti. E non nella forma del sostegno, in qualunque forma esso si realizzi, di coloro che lo perdono, bensì delle imprese, che avranno un incentivo a spostare a livello territoriale e aziendale la maggior parte degli incrementi salariali, avvantaggiandosi così anche di un più forte potere contrattuale. Forse le stesse risorse avrebbero potuto essere investite in manovre anticicliche di diversa natura. Perché non è affatto detto che un incentivo alla contrattazione decentrata rinforzi nelle imprese la cultura orientata all’efficienza, all’innovazione, al merito. In compenso, però, ha effetti immediati e certi sui salari di chi perde il lavoro e di chi lo mantiene. E la tenuta dei salari credo sia un problema in questa crisi.

    Ecco due link per saperne di più:

    http://www.rassegna.it/articoli/2012/11/17/94244/produttivita-cisl-e-ugl-formalizzano-accordo

    http://www.repubblica.it/economia/2012/11/21/news/produttivit_in_italia_ferma_da_20_anni-47101956/?ref=HREA-1

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