Idee per un Programma inter-facoltà di Scienze dell’Educazione (contributo inviato da Ruggero Pardi)

domenica, novembre 25, 2012
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“… Se osserviamo il processo che chiamiamo istruzione,
vediamo due componenti unitamente coinvolte, il discente
ed il docente. L’obiettivo di entrambi è il medesimo, ma le loro
relazioni con il lavoro da svolgere sono molto diverse…
La parte essenziale, l’appropriazione e l’assimilazione della
conoscenza da parte della mente, non può che essere svolta dal discente…
consegue da ciò che il discente è in realtà docente di sé stesso,
e che l’apprendimento è auto-insegnamento… Il ruolo del docente nel
processo d’istruzione è quello di fungere da guida, facilitatore
o supervisore delle operazioni mediante le quali l’allievo insegna a sé stesso…”
[Joseph Payne, 1883]

“…It is, in fact, nothing short of a miracle that the modern methods
of instruction have not yet entirely strangled the holy curiosity of inquiry”

[Albert Einstein]

Un denominatore comune alle varie facoltà del nostro Ateneo è rappresentato, tra l’altro, dalle metodologie d’insegnamento ivi utilizzate, dalle strategie che sono alla base della formazione dei vari curricula e dalle forme di valutazione dell’efficacia della didattica. Questi elementi non sono statici ma sono in continuo divenire, e la creazione di un programma inter-facoltà preposto alla promozione e alla valutazione della didattica, globalmente intesa, potrebbe fungere da stimolo per tutto l’Ateneo, affinché si affermi un “modello San Raffaele” d’educazione universitaria. Questo modello dovrebbe ambire a un’offerta didattica di qualità, basata su un approccio maieutico al discente e sulla sapienza dei docenti, che contribuisca a dare una identità più riconoscibile ai programmi formativi di questo Ateneo. Il Programma di Scienze dell’Educazione, come potrebbe ad esempio chiamarsi, avrebbe come obiettivo quello di analizzare criticamente la didattica tradizionale (per svolgere la quale non esiste una preparazione specifica e aggiornata dedicata al corpo docente, in quanto essa è appresa “per tradizione”), d’introdurre elementi innovativi e interattivi nelle metodologie d’insegnamento, di prevedere forme d’integrazione tra discipline sia all’interno delle facoltà che tra le varie facoltà, e di mettere a punto strumenti di verifica periodica e di valutazione dell’efficacia delle varie forme di didattica, mediante l’introduzione di elementi di valutazione comparativa. Tutte queste attività non obbediscono solo a criteri di operatività interna delle varie facoltà (nel qual caso sarebbero opportunamente svolte dalle rispettive Commissioni Didattico-Pedagogiche), ma hanno lo scopo di promuovere una cultura specifica attraverso la creazione di attività e di strumenti che per definizione sono trasversali alle varie facoltà. Tra gli obiettivi perseguibili da un tale Programma si annoverano:

• La divulgazione nelle varie Facoltà, attraverso opportune forme di comunicazione (workshops, seminari, webinars, testi e bibliografia varia) dedicate sia a docenti che a discenti, degli elementi scientifico-cognitivi alla base delle teorie dell’apprendimento (da Piaget ai “costruttivisti”, ecc.) e di informazioni relative alle nuove forme di apprendimento e alle tipologie innovative di insegnamento.

• La familiarizzazione con le varie forme d’apprendimento oggi in uso in Italia e all’estero in ambito universitario (problem-solving, problem-based learning, problem-oriented curricula, distance learning, ecc.), anche attraverso visite periodiche in Università all’avanguardia in questi settori e incontri/consulenze con soggetti promotori di nuove metodologie didattiche.

• La docimologia: analisi comparativa delle varie forme di valutazione della preparazione degli studenti, non solo attinente alla conoscenza di fatti e di concetti ma anche alla loro capacità di procedere di fronte ad un problema, con l’obiettivo di individuare nuove e più complete modalità di “assessment” della preparazione dello studente.

• L’organizzazione di corsi e di tutorials per la formazione di personale docente, sia di ruolo che a contratto, dedicato alla progressiva introduzione di forme innovative di apprendimento e di insegnamento

• L’elaborazione di proposte dettagliate per la creazione di curricula basati in tutto o in parte su nuove metodologie d’apprendimento, anche in via sperimentale (percorsi formativi separati o curricula “ibridi”)

• L’elaborazione di proposte per attuare una verifica inter-facoltà sull’efficacia della didattica, da sottoporre al parere degli Organi di Governo. Gli strumenti di verifica dovrebbero essere utilizzati sia in itinere che post-laurea, post-dottorato e post-specialità, per valutare le effettive capacità di inserimento professionale dei nostri laureati, specialisti e dottori di ricerca.

• L’elaborazione di proposte relative a Corsi inter-facoltà, o a serie di seminari che integrino i curricula delle varie facoltà, con particolare riferimento ad aspetti metodologici comuni alle aree professionali rappresentate nelle varie Facoltà.

Il Programma dovrebbe avere una dotazione di infrastrutture essenziali (segreteria, sito web, accesso a libri e riviste specializzate, contabilità) ed un budget di partenza. Tra i compiti del Programma dovrebbe esservi quello di procurare finanziamenti (nazionali, regionali ed EU) per il suo sostentamento e per supportare iniziative sperimentali d’innovazione didattica, oltre che per la formazione del personale docente.

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2 commenti a Idee per un Programma inter-facoltà di Scienze dell’Educazione (contributo inviato da Ruggero Pardi)

  1. martedì, novembre 27, 2012 at 10:15

    Il programma di lavoro è vasto e affascinante. Spero che altri colleghi della mia o di altre Facoltà intervengano sugli aspetti più interessanti per una formazione filosofica. Al fondo e più radicalmente, però, una delle questioni su cui interrogarsi sembra: dato che indubbiamente il modo dell’apprendimento, e di conseguenza dell’insegnamento, dovrebbe essere di molto migliorato, e proprio nella direzione di una valorizzazione delle curiosità e delle vocazioni di ricerca individuali — ecco: quali sono le figure professionali che questo nuovo apprendimento sarebbe inteso produrre? Voglio dire: dobbiamo lasciare immutato il quadro delle discipline e delle loro specializzazioni,per cui uno studia filosofia, o studia psicologia, o studia medicina, o non dovremmo in primo luogo prospettare forme credibili di percorsi misti, che possano produrre figure nuove ma non bizzarre, in qualche modo adeguate alle direzioni in cui oggi va la ricerca da un lato e la cura/servizio alla persona dall’altro, profili nuovi di cui due ovvi esempi già subito realizzabili sarebbero i ricercatori formati in filosofia e in psicologia o addirittura neurobiologia, e le professioni della cura con forte componente umanistica. Quali altri profili interessanti si potrebbero prospettare, con in vista anche il parametro dell’internazionalizzazione, e però anche lo sfruttamento miogliore possibile delle risorse disponibili, ad esempio come discipline che già insegnamo, come relazioni internazionali che possiamo portare eccetera?
    Solo un coacervo di ulteriori domande, a integrazione della linea di innovazione pedagogicca proposta da Ruggero. Comments welcome.

  2. Fortunato Aprile
    sabato, dicembre 1, 2012 at 17:55

    Consentite questa incursione di un esterno all’insegnamento universitario. Sono chiamato a farla indotto da espressioni quali “educazione universitaria”, come ambito da cui può derivare uno specifico modello da far emergere nella «creazione di un programma inter-facoltà preposto alla promozione e alla valutazione della didattica, globalmente intesa», di cui parla molto opportunamente il Prof. Pardi. E, soprattutto, vi sono stato indotto dalla domanda della Prof. De Monticelli, rivolta a porre il problema se – pur con le nuove sensibilità – si tratta di lasciare immutato il quadro delle discipline e delle loro specializzazioni, «o non dovremmo in primo luogo prospettare forme credibili di percorsi misti, che possano produrre figure nuove ma non bizzarre»?

    Come direttore didattico di una istituzione formativa di base mi sono spesso arrovellato, a suo tempo, sulle ragioni di una coacerva assenza di sensibilità educativa nei luoghi dell’elaborazione e trasmissione culturale nei vari corsi di laurea, pure a fronte di alte competenze disciplinari. Successivamente, come dirigente di un Istituto comprensivo (Scuola dell’infanzia, Scuola primaria e Scuola media), ho avuta conferma dell’esistenza di una drammatica condizione di docenti con raffinate competenze disciplinari che si negavano a ricollocare quelle competenze nel quadro di finalità formative, quando si tentava di elaborare un Progetto educativo d’istituto unitario. Dirigenti scolastici che sono transitati dai Circoli didattici (Scuola dell’infanzia e Scuola primaria) alle Scuole superiori confermano l’esistenza della difficoltà a vedere la trasmissione delle discipline dall’ottica di una didattica non solo disciplinare ma educazionalmente fondata. Eppure, questi docenti (di matematica, come quello di letteratura e come quello di scienze) escono dall’Università. Dunque, pure osservata a valle, la questione posta è quanto mai urgente. Perché mai? Perché Università e Istituzioni scolastiche svolgono attualmente solo in parte la loro funzione. Che è quella di dare scopo educativo al proprio lavoro, solo apparentemente limitato alla trasmissione disciplinare. Eppure Università e Scuole hanno vincoli rintracciabili nei documenti che le istituiscono; ed è dentro quelle finalità che vanno ricercati i parametri che possono orientare sia la didattica che le valutazioni comparative. Auguro buon lavoro al Prof. Pardi e buona sorte alla sua splendida idea; soprattutto perché gli eccellenti riferimenti culturali e di tecnologia didattica che pone possono essere positivo viatico all’esplorazione di quelle finalità istituzionali, senza le dimensioni etiche delle quali la tecnologia si trasforma in ulteriore oscuramento del campo. È probabilmente dentro un tale quadro che possono definirsi quelle nuove figure non bizzarre.

    Resta fermo un punto di valore generale: l’alta competenza disciplinare di un docente, che svolga la sua funzione deontologicamente connotata, dunque non ideologicamente orientata, è già educativamente efficace. Ma non è più sufficiente. Ci troviamo spesso di fronte all’esigenza che la metodologia maieutica sia necessaria, ma che contrasti con i tempi e la pianificazione tradizionale della didattica. Assertore come sono dell’avvento della didattica enattiva, il progetto del Prof. Pardi apre piste ricche di futuro.

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