Il commento ai risultati elettorali di Aldo Giannuli (da AldoGiannuli.it)

martedì, febbraio 26, 2013
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C’è poco da commentare: sono risultati che si commentano da soli. I calcoli sono fatti sui risultati provvisori, per cui possono rivelarsi un po’ imprecisi, ma il senso politico rimane. Pd: il “vincitore” perde 4.760.877 voti rispetto alle elezioni del 2008 (più di un voto su tre di quelli che raccolse 5 anni fa) e, pur avendo pronostici largamente favorevoli, scende al 25% contro gli oltre 30 punti attribuitigli da tutti i sondaggi, ottenendo 64.165 voti in meno del M5s che è una lista che si presenta per la prima volta e che non ha neppure un decimo dell’apparato organizzativo e delle risorse del Pd. Grazie all’ortopedia del sistema elettorale ottiene la maggioranza dei seggi alla Camera, ma non se ne fa nulla perché al Senato non fa maggioranza neppure con Monti. La chiamiamo vittoria? Se è così, somiglia molto ad una catastrofe. (continua la lettura sul sito AldoGiannuli.it)

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10 commenti a Il commento ai risultati elettorali di Aldo Giannuli (da AldoGiannuli.it)

  1. Stefano Cardini
    martedì, febbraio 26, 2013 at 15:53

    Distribuzione del voto per coalizione vincente (dati forniti da: Viminale): http://tg24.sky.it/tg24/politica/mappe/mappe_elettorali.html

  2. Roberta De Monticelli
    martedì, febbraio 26, 2013 at 23:44

    Senatore Nicola Morra, mi rivolgo a te che conosco come intellettuale limpido, docente accurato e animato da passione civile, ma anche capacità di dubbio, perplessità, amore per la ricerca. Ho ricevuto da te svariati messaggi, e vorrei risponder pubblicamente, ribadendo in pubblico il messaggio che ti ho mandato ieri.

    Proviamo a combattere la tristezza, anzi la vergogna di ascoltare TUTTI i giornalisti di TUTTI i media chiamare “formidabili” e “straordinarie” le sconce e invereconde panzane, lorde di bassezza e cinismo, con cui un uomo da nulla, nutrito soltanto di corruzione, ha ottenuto di nuovo il consenso di milioni di suoi simili. E come? Con un appello, fatto col pianto in gola: a voi, uomini e donne a cinque stelle. Dimenticate quel vostro capo urlante, sordo a qualunque voce non sia la sua, per ricordarvi di essere, ciascuno di voi, uno, libero e sovrano. Siete tanti, non avete vincolo di mandato. Ciascuno di voi deve sapere nel suo intimo che nessun pensiero vero e chiaro può essere prodotto se non dentro UNA mente alla volta, e che di ogni vostro atto portate la vostra responsabilità INDIVIDUALE. E allora dite tutta la verità che ciascuno sa concepire, fate risuonare in Parlamento parole di libertà vera e di giustizia piena, senza più tattica, calcolo e politica. Provate davvero a essere voi stessi – e lasciate perdere quelle formulette ambigue e stereotipe che vi sono state messe sulla bocca! Un patto limpido e sia pure di non lunga durata voi potete sostenere e stimolare, se quel che resta del centro sinistra saprà proporlo. Quattro semplici cose che ben sapete: cambiare il Porcellum, fare la legge sul conflitto di interessi, fare una vera legge anticorruzione, ridurre drasticamente dimensioni e costi della casta politica. E se possibile bloccare lo scempio del Paesaggio italiano. Allora crederò che siete uomini liberi, venuti davvero a rinnovarci, e dimenticherò le nuotate maoiste dell’uomo che urla, ricorderò solo le cose vere e nobili che ha detto, e non quelle basse, vili e corrive. Senatore Nicola Morra, collega di passione civile e di dubbio, di ricerca intellettuale e morale sul destino di questo nostro Paese: ti affido questa flebile speranza, molti di noi ve l’affidano, prima di cedere allo sconforto.

  3. Carla Poncina
    martedì, febbraio 26, 2013 at 23:47

    Dopo le elezioni del 2006, una notte in bianco ad aspettare gli ultimi risultati tra ansia, delusione, inquietudine, con Prodi vincitore per un soffio, ricordo di essere andata a scuola la mattina piena di rabbia.

    Questa volta non mi è rimasta nemmeno quella, solo l’umiliazione di vivere in un paese che adora profondamente i “brutti, sporchi e cattivi”.

    Bersani ha certo fatto un sacco di errori, facile rinfacciarglieli. Ma vogliamo ricordare quanti orribili comportamenti, mascalzonate, azioni degradanti sono imputabili a Berlusconi, che ha preso comunque il voto di un terzo degli italiani? Un quarto ha poi votato uno che non ha mai accettato un contraddittorio, ha irriso insultato e urlato continuamente, raccogliendo la secolare attitudine degli italiani allo sberleffo e allo schiamazzo.

    Abbiamo inventato il fascismo, il berlusconismo, ora il grillismo, siamo straordinariamente creativi anche in politica dunque.
    Purtroppo non abbiamo ancora scoperto l’umana decenza.
    Primo Levi scrisse che gli italiani erano saliti in montagna a combattere per un “muto bisogno di decenza”.

    Ora non ci è rimasta nemmeno quella.

    Con grande sofferenza.

  4. Stefano Cardini
    mercoledì, febbraio 27, 2013 at 00:04

    Guardando avanti, pare anche a me che l’unica cosa che resti da fare per tentare di scongiurare che il prossimo Parlamento sia un coacervo di pulsioni eterodirette via Tv o via Web sia la seguente: 1) Bersani ammette senza indugi la sconfitta politica 2) individua, per senso di responsabilità, pochi punti qualificanti di un programma minimo e a termine di governo condivisibile dal Movimento Cinque Stelle, tra i quali non può mancare l’elezione alla Presidenza della Repubblica di autorevole personaggio della società civile, una legge sul conflitto d’interessi, una sul reddito minimo garantito, una su trasparenza, ineleggibilità e taglio della spesa per la politica e per le cariche dirigenziali pubbliche, una riforma elettorale proporzionale con sbarramento o a doppio turno alla francese 3) convoca un congresso straordinario del Pd al quale rimettere il mandato di segretario subito dopo l’approvazione del pacchetto. Per il momento Grillo-Casaleggio e Bersani non sembrano aver cominciato con il piede sbagliato, a onor del vero. Ma c’è tanta strada da fare. Il fatto che in Lombardia chi ha votato Cinque Stelle solo in rari illuminati casi abbia optato per il voto disgiunto, parrebbe dimostrare una certa difficoltà a distinguere un Formigoni o un Maroni da un Pisapia o da un Ambrosoli. Quanto a Bersani, e alla sua base, mi chiedo se avrà questa volta fantasia e coraggio abbastanza per affrontare il mare aperto senza farsi sviare dagli alti lai del terzo d’emiciclo ancora una volta fattosi auto-ostaggio del vecchio leader telegenico o dalle ambigue pruderie moderatistiche dell’establishment al quale dobbiamo il geniale colpo di scena della salita in campo di Monti.

  5. Stefano Cardini
    mercoledì, febbraio 27, 2013 at 17:03

    Con soli 1 mil 400mila voti e pur perdendone il 54% (ne aveva oltre 3 mil alle precedenti politiche del 2008), la Lega oggi governa tre importanti regioni del nord e circa 20 milioni di persone. Pazzesco.

    Più in generale, il M5S ha vinto in 50 province, il PD in 40, il PDL in 17 e la LEGA in una, Sondrio.

    http://www.repubblica.it/speciali/politica/elezioni2013/2013/02/27/news/paradosso_lega_mai_cos_debole_eppure_adesso_comanda_al_nord-53501005/

  6. Stefano Cardini
    giovedì, febbraio 28, 2013 at 16:29

    Per riprendere quello che scrive uno dei nostri interventori: cosa ha sbagliato il Pd? Tutto. Ha sbagliato nel considerare la campagna elettorale una sorta di noiosa coda dal macellaio del supermercato, per cui si tratta solo di aspettare, tanto hai già preso il numeretto (quello dei sondaggi di Mannheimer) e poi è sicuro che ti siedi a Palazzo Chigi. E così Bersani non ha detto niente per sei settimane. Ha sbagliato a sottovalutare il suo avversario dandolo per prematuramente morto (ma di questo cospargiamoci il capo di cenere tutti, anche chi scrive queste righe, che ha dovuto aspettare fine gennaio per accorgersi che il caimano era vivo; altri, poi, hanno proseguito sino all’ultimo). Ha sbagliato nel non capire gli umori del paese che erano esasperati contro l’austerità montiana che ha continuato a sostenere salvo imprecisati e vaghissimi impegni su equità e sviluppo (che è un po’ come dire che se non pioverà ci sarà il sole, che la vita è bella, che di mamma ce n’è una sola…). Ha sbagliato a non prendere sul serio Grillo che gli ha portato via una bella fetta di voti, precipitandolo ad un passo dal risultato di Berlusconi.

    Ha sbagliato a non saper gestire lo scandalo Mps, che è stato la vera svolta della campagna elettorale, perché non è riuscito a convincere nessuno della sua estraneità alla vicenda (e, per bene che vada, ci hanno fatto la parte degli imbecilli che non sanno vigilare su uno dei nodi più delicati della loro galassia).

    (continua la lettura su AldoGiannuli.it)

    Salvo dettagli, sono perfettamente d’accordo con l’analisi di Giannuli. Tuttavia, non dovremmo concentrarci troppo su quello che il Pd avrebbe dovuto fare e non ha fatto. Da qualunque angolatura guardi questo risultato, il dato che trovo più rilevante è che circa il 55% dei votanti ha scelto come leader nel mezzo della crisi più drammatica del secolo due “guaritori” mediatici. I quali, per quanto differenti, hanno in comune alcune cose entrate endemicamente nella nostra forma mentis, in particolare di chi ha meno di 40 anni (io ne ho 45). Per quanti errori mostruosi gli altri abbiano commesso, infatti, non credo bastino a spiegare un’enormità del genere. Vorrei sottrarmi alla logica delle tifoserie sul Movimento Cinque Stelle. Tuttavia, pur avendo auspicato (e, nonostante tutto, auspicando ancora) un accordo a termine di programma tra Pd e M5S, oltreché un congresso anticipato del Pd che ne spazzi via il gruppo dirigente, mi riesce difficile trascurare il potenziale totalitario del metodo Grillo-Casaleggio. Da sempre la dimensione del “comico” – e le adunate di grillini sono indubbiamente anche feste popolari rabelaisiane – dà espressione alla sete di giustizia popolare, irride e sbeffeggia l’ordine sociale per ricordarne la natura largamente convenzionale, dissacra il potere per correggerne gli abusi. Ed è difficile, in effetti, non sentirsi vendicati da Grillo quando racconta l’aria di sufficienza del boiardo Profumo mentre lui gli snocciola i miliardi di buco del Mps. O non riconoscere lo scandalo per il buon senso rappresentato dalla sproporzione, tutt’altro che dettata dal sacro merito, tra quel che guadagna un ad di una Spa e il salario medio di un suo addetto. O non empatizzare con il fremito di piazza, quando il suo portavoce denuncia l’assurdità di chi, potendo già vivere di rendita, percepisce anche una superpensione pubblica, nel mentre che le pensioni minime sono diventate superminime… Oppure quando rammenta a tutti la distruzione sistematica da parte dei nostri “capitani d’impresa” di beni industriali privati e pubblici nazionali come Olivetti o Telecom… E via così… Il problema è che, per quel che s’è visto anche ieri, non si scorge qui né all’opera né soprattutto all’orizzonte alcun metodo minimamente credibile per prendere delle decisioni che non sia puramente virale-carismatico… e ancor meno l’intenzione e la capacità culturale ancor prima che politica di negoziare le proprie idee con altri, tutti selvaggiamente ridotti, con radicalismo puritano, a “loro”: i partiti, i sindacati, i burocrati, i corrotti, gli stupidi, gli illusi, la casta ecc…. Mi chiedo, infatti: che idea di cultura, società, politica hai se pensi che per discutere con me devi prima invitarmi a firmare il regolamento del tuo club o abbassarmi a calzare il cappello da asino così che la tua piazza possa riderne? La demagogia è una scala sulla quale ti arrampichi convinto sempre di poterne, al momento giusto, scendere, ma che una volta arrivato in cima t’accorgi che è volata via. E allora finisci per mettere in scena il vecchio copione italiano, in cui alla rendita di posizione di chi governa si contrappone quella di chi si oppone. Mentre tutto, anche il poco di buono che c’è o che potrebbe esserci, viene giù. Spero di sbagliarmi, ma anche in politica, e ancor più nell’era digitale, il metodo conta più dei merito (i “contenuti”). E allora mi allarma non poco il combinato disposto di web marketing made in spin off Telecom e carisma televisivo da Supergabibbo da Striscia la notizia con cui, giocando rigorosamente sempre di rimessa, Grillo-Casaleggio si fanno collettori di tutti i risentimenti possibili: contro il marocchino e contro il banchiere, contro l’impiegato delle poste e contro il notaio, facendo sentire ciascuno sempre consolato o vendicato del proprio fallimento, patito o temuto. Gli errori del Pd, così ben elencati da Giannuli, insomma, non vorrei ci facessero trascurare il quadro generale, la piattaforma sociale, politica e soprattutto culturale, comunicativa e tecnologica su cui ci stiamo muovendo. E l’ipotesi che questo risultato, successo del M5S incluso, sia anzitutto la malattia senile e per noi tutti terminale del codice di costruzione del consenso bossi-berlusconiano applicato per 30 anni agli italiani, nel quale chi ha meno di 40 anni è suo malgrado cresciuto. La nostra Alba Dorata sub-ideologica. Alla quale la crisi ha acceso la miccia.

    Allego il link al codice di comportamento parlamentare del M5S. Meritevole, essendo pubblico. Ma non proprio rassicurante.


    http://www.beppegrillo.it/movimento/codice_comportamento_parlamentare.php

  7. venerdì, marzo 1, 2013 at 09:32

    Una volta di più sono d’accordo con Stefano e con il suo assennato invito a espandere gli orizzonti. (L’immagine del “combinato disposto di web marketing made in spin off Telecom e carisma televisivo da Supergabibbo da Striscia la notizia” è formidabile.)
    Le critiche al PD sono ovviamente giustificate, ma devo confessarvi che la facilità con cui, dopo le elezioni, tutti hanno la ricetta pronta per vincerle m’insospettisce sempre. (Tanto più che spesso le ricette sono contrapposte.)
    Il principale problema, dal mio punto di vista, è che molti danno per scontato che possa esistere un partito di massa perfetto, cosa che, a mio modesto parere, è una contraddizione in termini. A volte ho l’impressione che ci comportiamo come degli adolescenti che criticano i difetti dei genitori, pur non avendo la minima idea di che cosa significhi realmente essere genitori.
    La verità è che la cultura politica della sinistra in quest’epoca storica è una coperta corta e che il principale motivo per cui non si è andati alle elezioni dopo la caduta di Berlusconi e che nessuno a sinistra ha la minima idea di come si possa far uscire questo paese dal tunnel in cui si è infilato senza peggiorare almeno temporaneamente le condizioni di vita dei cittadini. (Io, per esempio, non ce l’ho.)
    Secondo me, la grande sfida, ora, è riuscire a sfuttare la demagogia del Movimento Cinque Stelle per dare a questo paese uno scossone riformistico gigantesco. Un anno di governo di scopo. Dieci grandi riforme, tra le quali una legge elettorale a doppio turno, l’abolizione delle province, la legge sul conflitto d’interesse, il dimezzamento dei costi della politica, un intervento serio sui costi e la produttività dell’amministrazione pubblica, ecc.
    Ma voi siete sicuri che anche solo tra di noi saremmo in grado di trovare un accordo per stilare queste dieci priorità?

    La verità è che la “vita è breve, e l’arte politica è lunga”… ;-)

  8. Gabriele Poeta Paccati
    domenica, marzo 3, 2013 at 19:36

    Provo a dire che nelle considerazioni che svolgiamo intorno alla vicenda politica/elettorale, rischiamo di dimenticare lo scenario della crisi: che sembra aver apparecchiato la tavola al nuovo commensale della politica italiana. Non penso che si possa disgiungere l’esito elettorale dalla profondità e lunghezza di questa crisi, giunta al suo quinto anno. Ché altrimenti diventa soltanto una questione politica, anzi politicista. L’emergenza rischia di essere la vicenda dei costi della politica. Questione che non banalizzo – sia chiaro – e non mi proverò a dire che con il rimborso elettorale non ci rifinanzi gli ammortizzatori sociali. Non è archiviabile in questo modo. C’è un rapporto da ricucire fra cittadini e politica: lo strappo che si è compiuto in questi 30 anni di Bossi-berlusconismo è ampio e non rapidamente rimediabile. Purtroppo la crisi, la profondità della questione sociale (disoccupazione di massa, il 40% di giovani senza lavoro, povertà e precarizzazione delle condizioni sociali e di vita) rende il compito ancora più difficile. Il rischio che le facili lusinghe delle soluzioni immediate ammalino i più (e non solo i più sprovveduti, ma i più deboli e i più disillusi e disaffezionati ) è un rischio evidente. Che il Paese ha voluto correre. E hanno voluto correre proprio quelli in condizione di maggior fragilità, bisognosi di risposte immediate, concrete e visibili. Risposte per il proprio futuro, il lavoro, condizioni dignitose di vita, per sè e i propri figli, un reddito, la casa. Sono domande a cui la politica non ha dato risposte credibili e durature: quando il filo della speranza si spezza è difficile ricomporla. Resta la disperazione, la solitudine e prima della rassegnazione, si prova a trovar rifugio in chi sembra avere risposte. semplici, chiare, definitive. come si esce dalla crisi? Mandandoli a casa tutti. come si risana il Paese? Mandandoli a casa tutti. Come si rianima lo spirito civile? … a casa tutti… Il populismo ha trovato terreno fertile. E la micidiale miscela di rancore e disperazione di cui è formato il grillismo è diventata incendiaria.

    La politica, tramite il governo tecnico, ha dato la sua risposta a questa situazione: l’austerità. Non era evidentemente la risposta appropriata… Di questo si son preoccupati in Francia: Fitoussi, Lazar, lo stesso Hollande. Hanno avvertito che quello che è successo qui potrebbe ripetersi altrove. Su ben altra scala. E hanno indicato correttamente nelle politiche di austerità il problema.

    Mi spiace che questo non entri nelle analisi di (quasi) nessuno.

    Non vorrei che ci dimenticassimo di questo dato quando indichiamo il decalogo delle cose da fare immediatamente.

  9. lunedì, marzo 4, 2013 at 10:44

    Capisco benissimo il tuo invito (accorato), Gabriele.
    Il distacco tra le esigenze dei lavoratori e la politica, soprattutto la politica del centrosinistra, me lo sono trovato di fronte in carne e ossa ieri sera guardando Rai 3. Un’immagine di una tristezza infinita: Ambrosoli davanti ai cancelli di una fabbrica che distribuiva ai pochissimi operai che lo stavano ad ascoltare parole di una inconsistenza insostenibile.
    Epperò… non credo che si possa sottovalutare un rischio che si è ripresentato costantemente nella storia italiana. Mi riferisco all’oscillazione continua tra impoliticità e iperpoliticità. Secondo me è pericoloso pretendere che la politica risolva una crisi di questa portata, per di più in un paese così disomogeneo come l’Italia, dove si sono accumulati ritardi di natura molto diversa (voglio dire: non credo possano servire le stesse ricette per risolvere i problemi della Campania e della Lombardia). Dare sempre la colpa allo Stato significa anche avere una visione salvifica dello Stato.
    L’austerità non è la risposta, perché non può esistere una sola risposta. Bersani faceva ridere quando diceva in televisione che in Italia ci vuole un po’ di questo e un po’ di quello, ma aveva ragione. Adesso ci vuole un (bel) po’ di discontinuità. Poi ci vorranno ancora un (bel) po’ di sacrifici in cambio di un po’ di sviluppo. Un po’ più di stato (dove serve) e un po’ meno di stato (dove intralcia). Un po’ più di Europa, ma non l’Europa in mezzo al guado che abbiamo ora.
    Il vero mistero è come si possano vincere le elezioni oggi dicendo cose di buon senso. Io francamente non lo so.

  10. Gabriele Poeta Paccati
    lunedì, marzo 4, 2013 at 12:16

    Caro Paolo,

    ho visto anch’io quella trasmissione. E ho avuto chiaro ancora una volta come si è creato il consenso per Grillo. Quando gli ingegneri della Alcatel Lucent dicono “qui si produceva e si faceva ricerca: ora non più- e non ci sono prospettive per il futuro”; o quando le stime dicono che la disoccupazione si aggraverà ancora e per tutto il 2014: cosa rimane prima della disperazione? Qualcuno ha parlato di Grillo come di un “guaritore”…

    C’è una questione sociale (va chiamata col suo nome) e non la si affronta con l’austerità.
    Disoccupazione di massa e impoverimento di interi ceti sociali.
    (tra l’altro anche il FMI ha segnalato che le politiche di restrizione fiscale hanno aggravato la crisi: un errore di previsione dei moltiplicatori -so di parlare arabo- ha spinto le manovre di aggiustamento dei conti pubblici oltre il sostenibile e ha depresso le poche forze sane dell’economia, rinviando la ripresa. In soldoni: chi ha sofferto di più nella crisi, soffrirà ancora di più e per più tempo. Parola di Olivier Blanchard, capo economista del FMI)

    Non può essere descritta solamente come un problema di distanza fra le esigenze dei lavoratori e la politica. E’ riduttivo.

    E hai ragione: nemmeno io penso che il buon senso sia sufficiente- nè per vincere le elezioni, nè per uscire dalla crisi.

    Proviamo ad ascoltare Hollande?

    Proviamo a dire che le politiche di austerità così come sono state condotte sono non solo sbagliate, ma cozzano con i principi democratici? Che non puoi fare a meno di equità e giustizia sociale, altrimenti chi ti ha dato il consenso e il mandato vorrà riprenderseli.
    (Vogliamo parlare per esempio di come è distribuito il peso fiscale? Di come è distribuita la ricchezza di questo Paese-il 10% delle famiglie più ricche possiede il 50% della ricchezza?)

    Proviamo a dire che i governi tecnici hanno allargato il solco fra politica e popolo. Che la presentabilità apparente di Monti ha messo sotto tensione il rapporto -che in democrazia conta- fra mandato politico e azione di governo. Che la torsione cui sono stati sottoposti i partiti, li ha stritolati.

    Occorre discontinuità, sono d’accordo: ma la prima discontinuità deve essere quella di recuperare la distanza, ricucire lo strappo fra azione di governo e mandato. Escludendo tecnicismi e arzigogoli.
    E insieme a questo occorrono misure per affrontare le emergenze delle persone senza più reddito e prive di prospettive di lavoro -percorsi professionali irrimediabilmente spezzati; per affrontare la questione dei giovani, ormai drammatica. Affinchè nessuno possa speculare sul dolore.
    Se per far questo, occorre recuperare fiducia, nei primi 100 giorni si facciano le riforme auspicate sui partiti, sulla legge elettorale, sulle istituzioni ecc…cose già dette e condivisibili, che non ripeto.
    Ma non si scambi la causa con l’effetto.

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