Austerità europea e questione morale italiana

sabato, aprile 27, 2013
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Sembra che le basi teoriche su cui si è basata la politica di austerità europea degli ultimi anni comincino a vacillare. Gli studi di Alesina-Ardagna avevano ipotizzato che le politiche fiscali restrittive possano conciliarsi con fasi di ripresa economica, mentre quelli di Reinhard-Rogoff stabiliscono una correlazione fra basso indebitamento e crescita economica. Pare che uno studente di Harvard abbia rivisto i calcoli del secondo studio e abbia scoperto un clamoroso errore. Del resto i fatti sono noti: i paesi che hanno applicato con virtù queste teorie economiche, come ad es. il Portogallo, non riescono a ottenere risultati soddisfacenti. Qual è in sostanza la questione? Politiche fiscali sempre più aggressive invece di ridurre il debito pubblico sono accompagnate da una decrescita del PIL. Questo determina un circolo vizioso che non riesce a far diminuire il disavanzo pubblico. Gli Stati Uniti invece, seguendo una politica economica che punta alla crescita, ottengono un risultato positivo. È chiaro allora che la strada da seguire è quella imboccata da Obama e non dal Portogallo.

Nonostante questo ho qualche dubbio che la politica di austerità europea sia completamente da buttare. O meglio: non penso che i problemi di paesi come l’Italia e la Grecia si possano miracolosamente risolvere semplicemente aumentando il debito pubblico. Perché? Se è vero che non c’è una correlazione automatica fra debito pubblico e decrescita economica, non è vero neppure il contrario. Tutto dipende da come vengono spesi i soldi del debito pubblico. In altri termini l’economia cresce se aumenta un debito pubblico che finanzia investimenti produttivi e fa aumentare i consumi, non se questo debito pubblico serve a aumentare gli sprechi, i costi della politica, il finanziamento a industrie che sono comunque già fuori dal mercato o anche la rigidità del mercato del lavoro. Faccio due esempi arrischiati: 1) meglio il reddito minimo di cittadinanza che l’Ilva al centro di Taranto o il salvataggio dell’Alitalia: 2) invece degli esodati perchè non tagliare tutte le pensioni e vitalizi che superano i 5.000 euro al mese? Perché uno stato sociale deve garantire qualcosa come una pensione che supera i 5000 euro? Uno stato sociale non ha la funzione di garantire a qualcuno 10.000 euro al mese fra pensione e cumulazioni varie. Se qualcuno vuole una pensione di 10.000 euro al mese non si rivolga allo stato sociale, ma a un istituto privato.

Che cosa è successo in Italia? La politica economica europea ha imposto una riduzione progressiva del debito pubblico, lo scorso parlamento italiano invece di diminuire gli sprechi e tagliare drammaticamente i costi della politica ha imposto una riduzione del potere d’acquisto alle classi medio-basse. Corruzione, evasione fiscale, tangenti, burocrazia, sprechi, consulenze milionarie alle amanti e nipoti, stipendietti alle varie Minetti, tutto è rimasto come prima. Se l’aumento della spesa pubblica deve servire a riempire un otre forato allora non produce nessun effetto sulla crescita, serve solo da palliativo.

È qui che a mio avviso va individuato l’errore di una cultura economica facilona che ha unito destra e sinistra nell’anti-europeismo: non basta distribuire i soldi o stampare carta moneta perché l’economia riparta. È necessario che quei soldi vadano nella direzione giusta. Se i soldi del debito pubblico servono, come in parte è avvenuto negli ultimi dieci anni, a comprare il consenso elettorale di Berlusconi, a tenerci buoni e farci credere che i ristoranti sono pieni di gente, allora prima o poi una mattina ci si sveglia disoccupati e in piena crisi. In altre parole: in questa critica anti-europeista c’è anche molta retorica che è stata spesa non per il bene dell’Italia, ma per permettere la prosecuzione dello spreco e il rinvio di una nuova cultura dello sviluppo, che non è possibile a questi livelli di corruzione e di evasione fiscale.

Ora che le politiche economiche europee sono diventate più flessibili – il rinvio di due anni concesso ieri alla Spagna docet – non dimentichiamoci di quanto è successo: per ripartire non è sufficiente spendere di più, è necessario spendere meglio e soprattutto determinare nel paese una svolta che non è solo politica, ma anche culturale e che riguarda i nostri stili di vita, perché richiede una maggiore corresponsabilità di tutti verso quelli che si potrebbero chiamare i beni comuni. In questa ottica ben venga anche la decrescita di certi consumi indotti, ma purché sia compensata dalla crescita produttiva in altri settori.

Un commento a Austerità europea e questione morale italiana

  1. Guido Cusinato
    domenica, giugno 23, 2013 at 09:18

    Le recenti proteste in Brasile mi spingono a scrivere una breve postilla: lo scorso anno il governo di Dilma Rousseff ha deciso un aumento della spesa pubblica di ben 66 miliardi di dollari, come mai allora queste proteste? La colpa non la si può dare di certo all’euro! A me sembra che i brasiliani hanno capito che bisogna cambiare registro: finora il modello era quello che una montagna di soldi pubblici venivano disseminati senza criteri razionali e con pratiche opache, l’opinione pubblica era però accondiscendente in quanto l’impressione era che comunque a ciascuno un piccolo tornaconto individuale sarebbe arrivato. Questo modello oggi è in crisi: i Brasiliani stanno protestando perchè in questi anni di sviluppo economico eccezionale al servizio sanitario nazionale sono andate le elemosina, le briciole, mentre il grosso delle risorse si è perso nei meandri della corruzione e del malaffare. In pratica dopo 10 anni di sviluppo economico da BRIC il Brasile si ritrova con lo stesso servizio sanitario di prima, con una spesa pubblica che è dieci volte quella precedente. Dove è andata a finire questa marea di soldi? Il problema dello sviluppo oggi è prima di tutto un problema di trasparenza delle pratiche di utilizzo della spesa pubblica e di eliminazione della corruzione e degli sprechi. Cioè, come dimostra anche la Turchia, altro paese che negli ultimi anni ha aumentato vertiginosamente la spesa pubblica a fronte di uno sviluppo economico eccezionale, il problema non è solo economico o di quantità spesa pubblica, ma è anche politico e culturale: riguarda l’essenza della democrazia stessa.

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