Spirito critico e spirito dogmatico. Alcune riflessioni sul caso Gambaro

martedì, giugno 18, 2013
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La realtà è fatta di persone non di bit. Questi ultimi rispondono a dei comandi, a degli input, le prime rispondono e risponderanno sempre alla loro coscienza libera, fallibile e inviolabile. È un’antichissima verità che risale ai tempi di Socrate, passa per l’insegnamento di Sant’Agostino per approdare all’Illuminismo kantiano e al suo sapere aude. Il principio supremo posto alla base della nostra autentica emancipazione, fondante la nostra dignità di esseri umani e l’unico capace di riempire di sostanza e veridicità il termine libertà. È la bussola preziosa che permette di orientarci attraverso gli intricati meandri della realtà circostante e di formulare giudizi sulle questioni che a noi stanno più a cuore, per le quali abbiamo ”sottoscritto” un impegno, al quale è lecito sacrificare porzioni ingenti di noi stessi meno che quello spirito critico che è lettura ”ad alta voce” della realtà. Ciò che in ultima istanza ci permette di distinguere il bene dal male, essendo tale facoltà radicata nello statuto ontologico della persona in quale tale. Questo vale per tutte le occasioni in cui si è chiamati a compiere una scelta, anche fossimo all’interno di partiti, dove alle volte può capitare di trovarsi in disaccordo sui metodi, sugli obbiettivi e sui mezzi adottati dalla maggioranza. Infatti condividere un’idea o un progetto non significa dover rinunciare a quell’attitudine descritta sopra e che sta, a sua volta, alla base della libera e convinta partecipazione alla realizzazione di quel progetto comune. Si contraddirebbe il senso stesso dello ”stare assieme”.

Mi vengono in mente a proposito le bellissime pagine scritte da Benjamin Constant ne La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, (di cui consiglierei la lettura al leader del M5S e ad alcuni suoi fedelissimi) dove l’autore mette a confronto la libertà degli antichi greci, consistente in una autonomia politica in cui la coscienza del singolo era completamente subordinata all’autorità dell’insieme e la persona sottoposta alla pena dell’ostracismo (espulsione dalla città perchÈ ritenuti pericolosi ovvero per aver esercitato il libero dissenso nei vari contesti della vita sociale) con quella dei moderni, considerata come autonomia individuale, rispondente soltanto ai limiti stabiliti dalla legge, la quale garantisce a tutti il libero godimento di quelle libertà fondamentali quali di pensiero, parola, associazione, di influenza sull’amministrazione di governo ecc. È un prezioso insegnamento che fa parte di quella sterminata letteratura politica che, da Platone in poi, si pone il problema della libertà dell’uno nei confronti dei molti, definendo inequivocabilmente i confini delle rispettive parti.

Ho preso spunto da Constant per tornare a parlare dei giorni nostri e di come gli stessi problemi si ripresentino in forme diverse.

Alla luce dei ragionamenti fatti sopra, al di là dell’esito della vicenda Gambaro, il solo aver parlato di espulsione a causa di alcune critiche rivolte dalla senatrice ai metodi del leader del M5S, che a detta dello stesso avrebbero rovinato l’immagine sua e del Movimento, risulta intollerabile. Né vale la controrisposta secondo la quale la senatrice non avrebbe rispettato le regole interne e la coerenza che l’appartenenza a un partito (?), movimento richiederebbe, poiché, oltre al discorso fatto prima, i Regolamenti Parlamentari riconoscono pienamente la facoltà, per un membro che sia in dissenso rispetto al proprio gruppo di appartenenza, di poter esprimere pubblicamente la propria posizione attraverso una specifica dichiarazione definita appunto ”in dissenso”. Oltre che una sentenza della Corte Costituzionale del 1964 (la numero 14) dove si è precisato che un membro del Parlamento è ”libero di votare secondo gli indirizzi del suo partito ma è anche libero di sottrarsene; nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”. La sentenza richiama l’art. 67 della Costituzione ovvero il divieto di mandato imperativo che sancisce costituzionalmente la piena autonomia del parlamentare, esercitabile dunque anche nel diritto di critica verso gli stessi membri di partito.

C’è uno scarto enorme tra spirito critico e dogmatismo ingombrante che soffoca il pensiero libero, quel dogmatismo che, secondo Simone Weil, fa abdicare lo spirito dalle sue profonde prerogative e che provoca il modo di funzionamento dei partiti, nei quali ”il movente del pensiero” è ”non più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito”.

6 commenti a Spirito critico e spirito dogmatico. Alcune riflessioni sul caso Gambaro

  1. Andrea Zhok
    martedì, giugno 18, 2013 at 20:04

    Ogni paese ha i rivoluzionari che si merita.

    Il M5S è un esercito di rivoluzionari di professione protesi verso una palingenesi della contabilità.

    Ciò che supera anche le più disincantate previsioni è la loro mirabile sintesi di una presunzione escatologica che neanche l’Antico Testamento e di un’irrilevanza politico-ideale assoluta.

    A loro modo sono esemplari: la loro funzione storica sarà di convincere una volta di più gli italiani (come se ne avessero bisogno) che i ‘cavalieri dell’ideale’ sono utili alla politica quanto una maschera con boccaglio ad uno squalo.

    I migliori alleati possibili dell’eterno andreottismo italico.

  2. mercoledì, giugno 19, 2013 at 11:40

    La conclusione di Andrea rischia purtroppo di essere realistica. La premessa ironica e carica di disprezzo invece – è una domanda che pongo ad Andrea – ci si potrebbe chiedere se non rientri in quel modo tutto nostro, tutto italiano, di svalutare irridendo qualunque espressione di “ingenuità” nei campi dove l’ingenuità può essere invece una virtù – diciamo uno stato di non ancora avvenuta corruzione. Leopardi lo diceva: noi ridiamo degli altri (e di noi stessi) in modo tanto amaro e feroce che questo “realismo” è in definitiva una manifestazione di cinismo: che ci possa essere idealismo (nel senso buono del termine) è a priori da escludere. Ma perché? C’È a mio avviso un’istanza pienamente condivisibile del M5S che è poi quella fondamentale, ed è la tesi dell’assoluta necessità di una moralizzazione della politica, o se preferite del fondamento non eludibile che ogni democrazia ha nell’etica pubblica (è il pensiero politico repubblicano, e non mi sembra che nessuno l’abbia ancora confutato). Molte persone hanno votato M5S per sincera convinzione che spetti a ciascuno esercitare la virtù “rivoluzionaria” di dire le cose come stanno, assumersi la responsabilità di dare evidenza alle sue tesi, ed elaborare sulla base dell’informazione condivisa progetti d’azione deliberati nel faccia a faccia democratico e non nel consenso anonimo a un leader o a un’oligarchia. Io non sono fra questi, ma solo per decisa antipatia nei confronti di quell’elemento tragicamente contrario a questi principi che è il leaderismo becero di Grillo. Però in Sull’idea di rinnovamento ho tentato di argomentare il perché questo paradosso ha tanto un possibile esito veramente tragico quanto uno positivo, essendo nato da una situazione in cui il linguaggio pubblico È STATO COMUNQUE DISTRUTTO. È PRECISAMENTE QUESTA LA TRAGEDIA, CHE ESSI VENGANO MENO TANTO PALESEMENTE ALLE RAGIONI D’ESSERE DEL LORO MOVIMENTO. Perdonate, vi prego, quest’ultima autocitazione: ma nell’ultimo libretto, proprio su questo paradosso ho cercato di riflettere. E vi ho ritrovato qualcosa che ha essenzialmente a che fare con i modi dell’associazione umana in collettivi, non con la volontà o l’inadeguatezza o l’ideologia dei singoli. Mi pare che – giusta o sbagliata che sia la mia analisi, che ho riassunto sotto il nome di “l’enigma dell’ontologia sociale” – se non teniamo conto di questo per proporre soluzioni alternative, ma partiamo da una posizione apriori di sfiducia e scetticismo nei confronti di chiunque provi a innovare qualcosa dentro il meccanismo bloccato e putrido della democrazia italiana, allora non vederemo la tragedia, ma ci auto-gratificheremo, come sempre, soltanto di una sonora, sarcastica e in ultima analisi nichilistica risata.

  3. Andrea Zhok
    mercoledì, giugno 19, 2013 at 12:19

    Proprio perché ritengo che questo paese abbia un terribile bisogno di istanze morali credibili, credo che l’avventura del M5S sia una disgrazia nazionale: le loro incongruenze, il fritto misto di istanze libertarie e ortodossia alla Berja, l’assenza di una linea ideale e programmatica che vada al di là delle battute di Grillo (preso per Giovanni Battista), la presunzione spinta fino al ridicolo di rappresentare l’unica componente onesta del paese, ed infine l’incompetenza e marginalità del loro contributo politico sta producendo il peggiore dei risultati possibili: sta facendo rivalutare figure inguardabili come Andreotti e Craxi, che, si dice, certo non erano stinchi di santo, ma almeno qualcosa di concreto facevano. Solo così si possono interpretare i sondaggi che ci dicono che la maggior parte della popolazione è contro “le larghe intese”, ma che contemporaneamente una simile maggioranza è a favore della sopravvivenza del presente governo: idealmente contro, pragmaticamente a favore (puro Guicciardini).

    Quanto al riso, sarcastico o meno, serve a sopravvivere spiritualmente a dispetto di tutto.

  4. Stefano Cardini
    mercoledì, giugno 19, 2013 at 17:49

    L’altro ieri sera ho partecipato a un interessante incontro organizzato dall’associazione di amici La sinistra per Israele. Il tema era Il M5S e l’antisemitismo. Grazie alla mediazione di Nicola Morra, avrebbe dovuto partecipare anche un parlamentare del M5S, ma purtroppo non è stato possibile. Tra i relatori c’erano David Bidussa, Enrico Deaglio e Stefano Gatti, quest’ultimo di ritorno da una Conferenza Internazionale sull’antisemitismo tenutasi a Gerusalemme. L’antisemitismo è ovunque in crescita (in Venezuela arriva a minacciare gli ebrei fin dentro le sinagoghe, in Grecia Alba Dorata non solo è, ma si rivendica “nazista”, in Ungheria l’odio antiebraico allarma, seppur per il momento a parole, i docenti nelle Università, diffondendo elenchi di accademici ebrei…) e si inserisce in un fronte più ampiamente razzista. Il fenomeno ha come volano la Rete, ovviamente, sui cui modi di dar forma a collettivi o pseudo-collettivi bisognerebbe riflettere seriamente prima di chiamarli “soggetti”, e a maggior ragione “soggetti politici”. A preoccupare, però, in Italia – non solo ma non poco – è il linguaggio banalizzante (Romiti ha gasato più persone di Eichmann), cospirativista (il Mossad manipola l’informazione mondiale, l’Aspen e il Bilderberg governano la politica con l’economia), radicalmente se non estremisticamente comunitarista (lo ius soli va sottoposto a referendum perché mette in questione l’identità italiana) di Grillo. Si possono avere vari atteggiamenti al riguardo, e anche i relatori non erano tutti concordi. Ma nessuno negava che, almeno per quanto fino a oggi è stato possibile registrare, tecnicamente si tratti di antisemitismo, seppur, almeno nelle parole del leader, non negazionista. D’altronde non è necessario negare la Shoah per praticare razzismo e antisemitismo. Scrivo questo, perché non vorrei che ci facesse difetto una visione non solo sufficientemente ampia ma anche profonda di questo fenomeno, le cui ipotetiche ragion d’essere (così tante e genericamente espresse che ognuno, in fondo, vi può trovare la propria) potrebbero non dare conto delle vere ragioni del suo successo. Inoltre, non parlerei di ingenuità. Non solo perché è un alibi che non può essere più invocato quando si ricoprono cariche pubbliche e si detiene un potere. Ma anche perché non c’è nulla d’ingenuo nelle forme e nei contenuti sopra espressi, come non era ingenuo il linguaggio di Bossi e non era e non è ingenuo quello di Berlusconi. L’enfasi che talvolta poniamo sulla questione morale, che pure esiste a vari livelli, può far sì, infatti, che strani compagni di viaggio si siedano accanto a noi. Senza che ci si renda conto che il logoramento del dibattito pubblico e con esso dell’etica pubblica, ha avuto e ha tra i suoi primi responsabili in Italia anche molti dei suoi più esibiti sostenitori. Ricordo, infatti, che la veemente denuncia della “corruzione” del sistema politico “sedicente” democratico e parlamentare, l’insoddisfazione per la modernità accompagnata dall’esaltazione della competenza non solo morale ma tecnica degli “esclusi” dal potere, la svalutazione delle procedure “burocratiche” ed “elitarie” della politica, la rivendicazione di un ruolo palingenetico da ultimi pretoriani del “vero” spirito della Costituzione (che un tempo si sarebbe detto della Nazione o della Razza), come pure l’evocazione a origine della propria impotenza individuale e collettiva di caste, corporazioni, cricche, entità di privilegiati manipolatori, a partire dai partiti politici, è un sottile e pervasivo veleno civile pre-politico e sub-culturale, trasversale a schieramenti di idee, ideologie, partiti politici. Come sa chiunque abbia seguito questo blog, non m’ha mai fatto difetto la capacità d’ascolto o di dialogo anche e soprattutto con il M5S. Allo stesso tempo, però, non vorrei che la lettura in chiave “ri-moralizzatrice” perché “de-berlusconizzante” della società italiana finisse con l’oscurare il nostro sguardo, con effetti a dir poco paradossali. Il “leaderismo becero” di Grillo, se vogliamo chiamarlo così (e io non lo definirei così, perché sarebbe minimizzarlo) non è la pagliuzza nell’occhio di un’inevitabile, sacrosanta e auspicabile seppur purtroppo scarsamente attrezzata rivolta morale e civile contro il degrado nazionale e costituzionale. Ma il suo frutto più maturo. A nulla vale, come sempre, semplicemente stigmatizzarlo, indisponendosi al dialogo. Ma ancor più rischioso sarebbe non prenderlo nei suoi vuoti ma anche nei suoi “pieni” di idee, assolutamente sul serio.

  5. Guido Cusinato
    lunedì, giugno 24, 2013 at 19:31

    Onestamente sono stupito: per decenni avevo riflettuto sulle purghe staliniane degli anni Trenta, sulla logica e la psicologia dei processi, di Bucharin ecc.. Certo non si può paragonare, ma inevitabilmente (non me lo nascondo), oggi è come se mi vedessi sfilare davanti agli occhi la stessa dinamica, come se non si fosse imparato nulla. Immagino solo cosa sarebbe successo se Grillo avesse preso il 100%.

  6. domenica, ottobre 6, 2013 at 23:26

    “La realtà è fatta di persone non di bit. Questi ultimi rispondono a dei comandi, a degli input, le prime rispondono e risponderanno sempre alla loro coscienza libera, fallibile e inviolabile”

    Dove sta la loro coscienza libera?
    Perché è inviolabile?

    “È un’antichissima verità”

    Sì, certo, come il fatto che il sole gira attorno alla terra, su un cocchio trascinato da…

    Ma che bisogno c’è di partire da queste premesse? Mah…

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