Che bisogno c’è di questo Dio? Lettera aperta a Vito Mancuso

giovedì, dicembre 19, 2013
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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera aperta di Milli Martinelli a Vito Mancuso.

 

Caro Vito Mancuso,

con “passione” ho letto il suo libro In principio passione. Com’è che concordo totalmente con lei e con le sue riflessioni sulla teoria dell’evoluzione del cosmo dopo il big bang, che la conduce a marcare tutto il conseguente sviluppo dell’evoluzione anche dell’uomo, sempre in coerenza con le teorie di Newton, Keplero, Copernico, Galileo e Darwin , ma anche di scienziati contemporanei e nello stesso tempo sono totalmente in disaccordo con le sue conclusioni sull’esistenza di dio? Certo, non più creatore del cielo e della terra (occorre che si evolva anche la “nostra chiesa”), ma di quella perfetta aggregazione di materia che attraverso miliardi di anni si è composta nell’universo con una perfetta armonia, di cui il sistema solare è una delle innumerevoli galassie, frutto di un’energia primordiale, fuori dal tempo e dallo spazio, perché l’evoluzione non ha fine. Dopo tutto, è la tesi del suo primo libro (Disputa con Dio) che mi aveva davvero entusiasmata. Forse la ragione del mio disappunto è che per supportare la sua tesi, qui lei sente la necessità di intraprendere una estenuante, coltissima, infinita ricerca di teorie scientifiche e teorie teologiche e rivelazioni bibliche per dimostrare la consequenzialità logica della sua tesi e dunque vere (scientifiche fino a prova contraria o molto attendibili) le sue conclusioni. Che non sono diverse da quelle del suo primo libro, ma proprio per la sua foga esegetica, sono meno credibili. O forse irritanti per una persona agnostica e cristianissima (nella tensione, non nella prassi) come me.

Diceva in quel primo libro che ho tanto amato: Dio “principio ordinatore impersonale”, così lo definiva, che non governa il mondo perché il senso stesso del mondo, della natura, è la libertà – e non si capirebbe il male, l’oltraggio all’innocenza. E dal mondo che “è già in sé ordinato alla crescita dell’armonia e della organizzazione” vengono sempre bene e giustizia che sono il riflesso di Dio, ossia della “primigenia logica evolutiva” in cui lei riconosce la vera dimensione del divino: la sua “sussistenza eterna, in quanto verità ultima dell’essere, è la sola possibilità (…) per riscattare tutto il dolore innocente” che affligge l’umanità. Il quale dolore del mondo, (e questo si chiarisce bene in questo ultimo libro) è prodotto dal caos che l’uomo stesso ha scatenato, divenuto cosciente nell’ultima fase della sua evoluzione e dunque libero, per esercitare la sua libertà di coscienza nella distinzione fra bene e male e nella lotta contro il male.

Se non ho travisato il senso, questo Dio mancusiano a me pare non corrisponda affatto all’immagine del Dio cristiano, unico e trino, nel quale crede il cattolico osservante, ma mi sembra, come sembra a lei, piuttosto espressione dell’ eterna energia cosmica che garantisce un senso e una funzione all’universo e alla perfetta relazione di tutti gli elementi che lo compongono.

Ma lei, da cattolico, vuole dimostrare (scientificamente) l’esistenza di dio, identificando dio con l’energia primordiale o realtà primaria, che poi potrebbe corrispondere al “Primo motore immobile” di buona memoria. Ma che bisogno ha, a questo punto, per affermare l’esistenza di dio, di continuare a considerare Gesù come dio stesso? Io amo come lei la figura del Cristo, la differenza fra noi sta nel fatto che lei assume il principio cattolico che Jeshua sia figlio di dio, cioè dio stesso in un’unica persona e io lo considero un modello perfetto di uomo e non mi pongo neppure il problema della sua divinità, se è vero che la mente umana non può concepire Dio, con il metro della ragione, se non appunto riducendolo a un concetto che coincide con le scoperte della scienza fino a prova contraria. Che bisogno abbiamo della divinità del Cristo, della cui esistenza umana e della cui crocefissione testimonia la storia. Non ci basta, per amarlo e per trovare un senso alla vita, la sua raggiunta perfezione umana e la sua soffertissima morte? Il principio del bene (che io definisco principio divino) esiste in ogni uomo , così come in ogni uomo esiste il principio del male, e ogni personalità sviluppata sa distinguere il bene dal male. E qui sono in sintonia con lei, anche se a questa convinzione sono giunta modestamente per logica e per istinto, senza possedere neanche un filo della sua dottrina né la più piccola possibilità di fondare una teoria sia pure elementare. Ma questo mi basta per trovare il senso della vita (a differenza dei nihilisti negatori di dio) e per considerare la vita un dono. La ricerca della verità, ogni piccola scoperta di verità, nella lotta di ognuno per far prevalere il bene sul male – l’armonia sul caos- ecco, questo è il senso del tratto di vita che ogni uomo ha da vivere, e l’UOMO, nella sua “evoluzione”, attraverso il tempo senza tempo, dovrebbe diventare sempre più simile al suo modello supremo. Questo è il mio modo di essere cristiana, magari un po’ dostoevskijana senza, helas, il sogno di padre Zosima e di Alesa Karamazov di raggiungere l’armonia eterna su questa terra, che presuppone sempre la resurrezione dell’uomo, qui invece che in un altrove. Ma se fossi cattolica, crederei in “DIO” con un atto di fede, senza smentire affatto le mie convinzioni sull’umanità del Cristo e sul tempo di vita di ogni uomo che si innesta nella vita senza tempo dell’umanità. Ma personalmente non sento alcuna necessità di dio, perché ho fede nell’uomo, nella sua perfettibilità, nella sua straordinaria, divina capacità d’amore, al punto da saper sacrificare la vita per alleviare il dolore del prossimo, o per l’affermazione di un’ideale di giustizia e di fratellanza, che è sempre espressione di amore donativo, totalmente gratuito. E per la sua immensa capacità di sopportare il dolore e perfino il martirio. Insomma, per la sua passione, come dice lei . Che bisogno c’è della resurrezione del Cristo per riscattare la sofferenza dell’uomo con la promessa della resurrezione di ognuno? Ma perché l’uomo dovrebbe sopportare il dolore per conquistarsi la vita eterna?

Ecco, alla felicità mentale che la lettura di brani del libro mi procurava, si contrapponevano, come pugni nello stomaco, le sue acrobazie ermeneutiche , rigorosamente consequenziali che lei, Mancuso, traeva dalle premesse , da brani dell’Antico e del Nuovo testamento, dalle analogie, dai dottissimi, innumerevoli riferimenti culturali (testi scientifici e testi teologici) per dimostrare l’esistenza di Dio, creatore – non più del cielo e della terra – ma del caos e dell’armonia. Anzi no, creatore dell’armonia dell’universo in continua evoluzione, su un’infinitesima parte del quale è l’uomo, in continua evoluzione, che scatena il caos. Allora, che bisogno c’è di questo dio? Tuttavia, chi ha bisogno della presenza e della misericordia di Dio per sopportare le sofferenze del mondo e affrontare il mistero della morte, non può che fare un atto di fede, senza garanzie.

La morte, per un cristiano miscredente o semplicemente per un non-credente, è l’inevitabile, e perfino confortante conclusione del nascere e del pro-creare … e insieme la medesima sofferenza. Il senso della vita sta, per ogni uomo “giusto” – abbia o non abbia fede – nel perseguire il bene per quanto gli è possibile, nella necessità di far prevalere l’armonia sul caos.

Ma qui con lei sfondo una porta apertissima.

È il suo nobile tentativo di fondare una nuova teologia “cattolica” giusta per una chiesa rinnovata e di rivelare il mistero con la ragione, che non condivido.

Milli Martinelli

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10 commenti a Che bisogno c’è di questo Dio? Lettera aperta a Vito Mancuso

  1. mercoledì, dicembre 25, 2013 at 09:52

    Un commento natalizio, che è piuttosto un augurio per tutti: è una poesia di Davide Turoldo, che mi pare di contenuto assai “mancusiano”, benché espresso in forma lirica e non filosofica. Forse accontenterebbe l’esigente autrice della Lettera aperta? Però spero che non sostituisca una risposta di Vito! E’ solo un augurio di Natale… benché esprima uno stato d’animo che ben pochi di noi oggi – forse – riusciranno a condividere. Perché lo spirito del tempo un po’ acciacca anche le anime. E quanto a gioia, oggi… Mah. Buon Natale a tutti.

    E la gioia che nessun tempio ti contiene,

    o nessuna chiesa t’incanta:

    Dio sparpagliato per tutta la terra,

    Dio vestito d’umanità.

    Sei la fonte dello stesso pensare e stai

    nel più intimo del mio intimo,

    respiro del mio respiro

    e vento che cavalca i marosi.

    Gemito sei dell’intera natura

    il desiderio che ci fa verticali

    passione di esistere di tutte le vite.

    Sei tu l’anima dell’atomo

    la forza di coesione della pietra

    il principio dell’unità dei mondi,

    o pastore di costellazioni.

    Ti invocano i fiumi e non sanno,

    ti cercano le radici e non sanno,

    ti cantano gli uccelli nel bosco e non sanno,

    solo questa coscienza sa che tu sei

    e sei fin da principio, e nulla

    esiste se tu non sei: noi soli

    coscienza di questo splendere di astri:

    noi la coscienza di quanto

    narrano i cieli e il giorno

    tramanda al giorno e la notte alla notte.

    David Maria Turoldo

  2. Elisa Merlo
    giovedì, dicembre 26, 2013 at 11:41

    Le forzature di Mancuso per adattare il cristianesimo alle proprie tesi. Nel suo ultimo libro “Il principio passione”, Mancuso scrive: “Nel processo di incarnazione-passione-morte-risurrezione di Gesù si manifesta la logica complessiva mediante cui si dà, in ogni istante, la relazione Dio-mondo” (pag. 89). E a pag. 90: “Tale logica conosce, anzi produce il negativo (passione-morte), ma in modo tale da ospitarlo in una dinamica complessivamente orientata alla generazione di vita nuova (risurrezione). In questo senso io penso siano da interpretare i numerosi testi evangelici che affermano la necessità della morte di Gesù… (per esempio Marco 8,31: «E cominciò a insegnare loro che era necessario che il Figlio dell’uomo soffrisse molto… e dopo tre giorni risorgesse»… Giovanni: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»… La morte di Gesù non va ricondotta a una decisione prestabilita da parte di Dio Padre… per redimere il mondo, ma a una logica inscritta da sempre in tutte le cose, visto che ogni forma di esistenza partecipa della passione primigenia e inestirpabile della vita”. Una bella forzatura per adattare il cristianesimo alle proprie tesi. In tutti i passi delle Scritture, e sono molti, in cui si parla dell’inevitabilità della passione e morte di Gesù, non c’ è il minimo accenno a “una logica inscritta da sempre in tutte le cose”. Gesù stesso parla di necessità per sé, ma non per tutti gli uomini: «È necessario che il Figlio dell’uomo soffra molto» (Cfr Lc 9,22). Il suo sacrificio era necessario per la nuova alleanza e la remissione dei peccati: “Bevetene tutti: questo infatti è il mio sangue dell’alleanza, che sarà versato per molti in remissione dei peccati” (Mt 26,28). Vito Mancuso è persona intelligente e coltissima, però, come accade alle volte a persone intelligenti e coltissime, è anche ingenuo. Lui non vuole rinunciare a definirsi cristiano, cattolico, e poiché le sue teorie su Dio e sulla creazione non si conciliano col cristianesimo, che fa? Cambia il cristianesimo e lo adatta alle sue teorie. Ma si può?

  3. Elisa Merlo
    giovedì, gennaio 2, 2014 at 10:44

    Posso aggiungere un altro commento? Sa di cucina, ma a mio parere non è da buttar via…

    Unde malum? La risposta illusoria di Vito Mancuso
    Vito Mancuso, nel suo libro “Il principio Passione”, scrive: “Il Catechismo… insegna che Dio si serve del male permettendone l’esistenza per operare il bene, sennonché nella parte morale lo stesso testo scrive per ben tre volte che «non è lecito compiere un male perché ne derivi un bene», specificando che «il fine non giustifica i mezzi». Ne viene un’incoerenza imbarazzante, perché il Catechismo attribuisce alla divinità esattamente la stessa logica condannata negli articoli sulla morale… In realtà l’origine del male non è da collocarsi né nella necessità divina né nel peccato dell’uomo… La causa del male, a livello sia fisico sia morale, è il caos inerente all’essere originario, posto così dal Creatore quale unica condizione per il darsi della libertà. Il male appare come il lato oscuro del bene e dell’amore, la condizione inevitabile perché nel mondo nascesse la mente libera”. Il fine nobilissimo quindi della creazione è la “mente libera”; il mezzo è il “caos originario” e il male che ne consegue. Ma «il fine non giustifica i mezzi»! Dio per creare la “mente libera” avrebbe condannato alla sofferenza un’infinità di creature innocenti. Oppure creando non sapeva quel che faceva?
    Fingiamo che un pasticciere sia la “Realtà primaria, detta tradizionalmente Dio” e che le magnifiche torte che crea siano la “mente libera” (le parole tra virgolette sono di Mancuso). Il pasticciere mette nell’impastatrice e poi nel forno il “caos”, vale a dire farina, acqua, burro, lievito e uva passa e pinoli, che immaginiamo abbia creato lui dal nulla. E fingiamo che uva passa e pinoli abbiano sensibilità e che soffrano da matti sbatacchiati nell’impastatrice e cotti al calore tremendo del forno. Non per volere preciso del pasticciere, ma per caso molti pinoli e molti chicchi d’uva passa finiranno sulla superficie delle torte o sul fondo della teglia e a loro, sempre per caso, sarà riservata una sofferenza maggiore e morte prematura. Ora, se il pasticciere (Realtà primaria) sa a quale sorte condanna esseri innocenti, e le torte le crea ugualmente, direi che è un uomo crudele, se sa solo che vuole creare torte (menti libere) e non sa a quali sofferenze condanna esseri innocenti, direi che è un uomo poco previdente; se si accorge della sofferenza atroce di pinoli e uva passa solo nel momento in cui soffrono e non fa nulla per porvi rimedio, pure direi che è un uomo crudele, e se gli fanno pena e soffre con loro, direi: chi è causa del suo mal (nonché del male altrui), pianga se stesso.

  4. Emilia Martinelli
    giovedì, gennaio 2, 2014 at 13:11

    Io avevo scritto il commento seguente prima che comparisse il suo secondo cui non vorrei rispondere: la sua idea di un dio antropomorfizzato è ancora fedele al catechismo. Un atto di fede mai messo in discussione si rispetta ma non si discute. Tuttavia invio ugualmente la mia prima risposta, per confermarle la mia stima e condivisione con la visione del mondo di Mancuso, che è profondamente cristiana e “religiosa”, ma non mi pare (e qui lo contesto) possa essere una rifondata teologia cattolica. Non dovrei essere io a rispondere a Elisa Merlo, che non con me discute , ma con Mancuso, anche se lo spunto è il mio scritto. Elisa Merlo dice cose sacrosante da credente e praticante (suppongo) rifacendosi alle sacre scritture senza alcun accenno alle teorie evoluzioniste, da cui parte Macuso, con le quali del resto anche la Chiesa confessionale ha trovato un compromesso. Io parlo da”non credente” (che non signiìfica atea) , e concordo con Mancuso sulla “passione” dell’uomo (e del Cristo in quanto uomo) nel duplice significato della parola e sulla sua evoluzione fino all’assunzione di coscienza grazie alla quale sa distinguere il bene dal male a prescindere da dio; ma da lui, dall’uomo e dalla sua evoluzione dipende il caos (male) sulla terra che contrasta con l’armonia dell’universo (e con la sua infinità temporale e spaziale – aggiungo io). Fin qui io concordo. È la sua pretesa di voler dimostrare scientificamente l’esistenza di Dio in quanto forza primigenia (energia, non creatore del cielo e della terra ) e di dichiararsi cattolico che io contesto, facendo piazza pulita dei fondamentali dogmi della chiesa. Dio è un concetto che la ragione umana non può raffigurare. Si può solo credere, in Dio, senza garanzie o dimostrazioni razionali. Personalmente non ho bisogno di credere per dare un senso alla vita umana e al ciclo vitale di ogni individuo.

  5. Elisa Merlo
    giovedì, gennaio 2, 2014 at 19:26

    Gentile dottoressa Martinelli, i miei due commenti non volevano essere un giudizio sulla “verità” del cattolicesimo, dei suoi dogmi, delle Scritture e via di seguito. E neppure sulle “verità” in cui crede Mancuso.
    Nel primo mi limitavo a rilevare la contraddizione di Mancuso che cambia cristianesimo e cattolicesimo e disinvoltamente continua a definirsi cattolico. Ci si può definire cristiani, nel senso di “seguaci di Cristo”, ma non mi sembra corretto continuare a chiamare cristianesimo le religione mancusiana (derivata dal cristianesimo). Nella dottrina cristiana della salvezza, Dio ha salvato il mondo attraverso Cristo (Giovanni 3,17). Gesù con la morte sulla croce e la sua resurrezione ha compiuto la salvezza degli uomini (Romani 5,10; Efesini 1, 7). Mancuso cambia il senso del sacrificio di Cristo (pag. 91), e quindi cambia il cristianesimo.
    Nel secondo commento volevo semplicemente far notare che il pensiero di Mancuso d’aver risolto il problema della teodicea, è un’illusione, a mio parere ovviamente, giacché la “responsabilità” resta del Creatore. Il prezzo pagato, e da pagare, per “il darsi della libertà”, per la “creazione dello spirito libero”, è troppo alto. E a farne le spese sono stati, e saranno, soprattutto i bambini, le donne, le persone più deboli. Ha letto la notizia recentissima della ragazza indiana di sedici anni stuprata e bruciata? Se fosse dipeso da me, al Creatore avrei suggerito di lasciar perdere…
    Detto questo, ho trovato il libro di Mancuso interessante e affascinante.

  6. Elisa Merlo
    domenica, gennaio 12, 2014 at 10:24

    Mi rendo conto che, da quella ignorante che sono, non dovrei osare ancora una volta di fare capolino in questo colto laboratorio, però, considerata l’indulgenza generosa del moderatore, provo ad inserirne un altro su un passo del libro di Mancuso, anche se vana è la speranza che il teologo si degni di una breve risposta. È un commento semplice come quello che odora di cucina. Di che cosa odora questo?

    La parabola di Luca e le teorie di Vito Mancuso

    Alle pagine 423 e 425, Vito Mancuso, riferendosi alla parabola del padre misericordioso (Luca 15, 11-32), scrive: “Qui il padre non sa dove se ne andrà e che cosa farà il figlio, semplicemente lo lascia libero, libero per davvero, e il figlio va dove neppure lui sa e che gli accadono cose che nessuno aveva previsto e tanto meno voluto. Però il padre sta sulla soglia e attende, costituendo per la libertà del figlio un forte potere di orientamento e di attrazione, e quando vede il figlio in lontananza è pronto a corrergli incontro per perdonarlo e festeggiarlo. Dio concedendo al creato una parte della sua potenza e cessando di essere onnipotente (unica condizione perché la libertà del creato sia effettivamente reale e non una beffarda illusione) sta sulla soglia e attende che l’energia uscita da lui ritorni a lui sotto la forma della consapevolezza acquisita, della relazione di figliolanza, sotto la forma della gioia di essere figlio, energia diventata veramente «a sua immagine e somiglianza» in quanto spirito santo. Il suo «stare sulla soglia» però non è pura inattività perché egli nella sua pienezza ontologica di Realtà primaria costituisce un forte potere di attrazione per la realtà secondaria del mondo, esattamente come il ricordo del padre attraeva il figlio lontano”.

    Bello, no? Bellissimo questo dono della libertà del padre ai figli. Ma proviamo a cambiare un po’ la parabola.

    “Un uomo aveva dieci figli. Un giorno decise di dare ad ogni figlio l’eredità che gli spettava. Due di quei figli si comportarono come nel bel racconto di Luca. Diversa sorte ebbero gli altri. L’uno era invidioso dell’altro. Due si misero d’accordo, sottomisero gli altri, s’impadronirono dei loro beni e li obbligarono a lavorare per loro. Tolsero loro la libertà, e la tolsero alle loro mogli e ai loro figli. Maltrattarono donne e bambini. Vendettero donne e bambini. Commisero azioni terribili e innominabili. Non sentirono mai l’attrazione del padre. Si dimenticarono del padre. Alcuni bambini morirono anzi tempo, senza neppure sapere dell’esistenza del “padre sulla soglia”. Alcuni uomini sottomessi, diventarono cattivi e violenti e a loro volta maltrattarono donne sottomesse e bambini sottomessi”. Brutto, no? Quella libertà andò a vantaggio di pochi e a svantaggio di molti.

    Ma possiamo anche pensare ad un’altra versione. Immaginiamo che il figlio che torna al padre non si limiti a sperperare i beni e a vivere in modo dissoluto, ma si comporti peggio di Caino, che uccida uomini, donne e bambini, e che dopo essersi comportato da delinquente, senta l’attrazione del padre e torni a lui. Che fa il padre? Si limita ad accoglierlo in casa con un po’ di schifo, oppure fa festa e fa ammazzare il vitello grasso, pur sapendo che quel figlio ha seminato morte e sofferenza?

  7. Stefano Cardini
    domenica, gennaio 12, 2014 at 11:36

    Non ho letto il libro di Mancuso. Non sono cattolico. Ma la risposta a quest’ultima domanda credo l’abbia data Philomena, nelle ultime battute dell’omonimo film di Stephen Frears, che consiglio di andare a vedere.

  8. Elisa Merlo
    sabato, gennaio 18, 2014 at 12:42

    Gentile moderatore, prometto che è l’ultimo…

    L’angelo, il Signore, e il “Principio passione” di Mancuso
    «Signore mio, la situazione sulla terra è tragica. L’umanità soffre troppo e si lamenta e a patire maggiormente sono le donne e i bambini. Signore mio, su quella disgraziatissima terra ogni otto minuti viene uccisa una donna. Non puoi fare niente, Signore, non puoi fare niente?»
    «Fijo mio bello, no, nun posso fa’ propio gnente pe’ ste creature. Gli omini nun so’ burattini che li posso manovrà comme me pare e me piace. Io li attraggo, li attraggo, ma che posso fa’ si loro l’attrazzione nun la sentono? Eppoi, nu so’ più onnipotente, nun hai letto er libbro de Mancuso?”
    «Signore mio, su quella disgraziatissima terra ci sono più di undici milioni di bambine schiave… »
    «Pòre creature, porelle davvero, me dispiace assai, soffro co’ loro, c’ho er pathos, c’ho la passione… »
    «Signore mio, su quella disgraziatissima terra un miliardo di persone nel mondo non hanno abbastanza cibo per nutrirsi»
    «Fijo mio bello, è la loggica de passione che er bene deve pe’ forza attraversà pe’ dà frutto in quer monno… è toccata a li debboli, a le donne, a le creaturine, ma che ce posso fa’?»
    «Signore mio, su quella disgraziatissima terra milioni di bambini nascono con malformazioni, e alle volte, te lo devo proprio dire Signore mio, gli uomini se la prendono con te »
    «Ma non è corpa mia, fijo mio bello, la corpa è der caos, senza caos come po’ nasce la libbertà?»
    «Scusa Signore, se mi permetto, ma il caos chi l’ha creato?»
    «Sì, sì, a creallo er caos so’ stato io, però… »
    Elisa Merlo

  9. Elisa Merlo
    martedì, febbraio 11, 2014 at 10:35

    Non mantengo la parola…

    Affaritaliani 10 febbraio 2014

    Mancuso vuole dare una spiegazione a tutto

    “Unde malum? La risposta illusoria di Vito Mancuso”; “La parabola di Luca e le teorie di Vito Mancuso”; “L’angelo, il Signore, e il ‘Principio passione’ di Mancuso”. Questi miei tre brevi articoli sul libro di Mancuso «Il principio passione», da più di un mese ormai sono usciti su Affaritaliani e da qui sono passati su diversi siti internet. Aspettavo un cenno di risposta da parte del teologo, che però non è arrivata. Un paio d’anni fa il teologo si mostrò più generoso. L’11 febbraio 2012 gli scrivevo: “A pagina 220 del suo libro «L’anima e il suo destino», lei scrive: «Una volta i miei figli mi hanno chiesto come sono ora il nonno Marko e il nonno Paolo visto che sono andati in Paradiso… Ho detto che le anime dei nonni sono come delle luminose note musicali… coscienti e felici di sé, che sono se stesse in quanto in totale comunione con le altre». Le chiedo: “Queste anime coscienti e felici di sé, hanno coscienza del dolore immenso di tante creature innocenti sulla terra, del passato, del presente, e del futuro? Hanno coscienza del male immenso che affligge l’umanità? Queste luminose note odono la musica della sofferenza terrena? Assistendo ai patimenti di una persona cara lasciata sulla terra, tormentata da una tremenda malattia o da un perfido suo simile, soffrono anch’esse, oppure la “visione” di Dio fa perdere memoria e sentimenti?”. Rispose così: “… Quale tipo di relazione tutto ciò comporta con il mondo del divenire e quindi anche della sofferenza? La medesima di quella di Dio. Se Dio, nella sua beatitudine, soffre nella carne dei sofferenti (non: “assistendo” ai loro patimenti), lo stesso faranno i beati; se Dio non soffre, neppure vi sarà sofferenza per i beati. Personalmente propendo per la prima ipotesi, che Dio soffra (perché il suo essere è intrecciato con il farsi del mondo) e che quindi lo facciano anche i beati, di quella sofferenza particolare però che non ha nulla a che fare con la disperazione ma più con la passione, il pathos, il lavoro creativo. La grande musica del resto (come ogni altra grande creazione spirituale) nasce dall’intreccio di gioia e di sofferenza”. Insomma, le note musicali non erano più pienamente felici! Ma è interessante il fatto che un paio d’anni fa il teologo “propendeva”, non aveva ancora ben deciso. Poi, nel recente libro «Il principio passione», ha stabilito con assoluta certezza che “Dio soffra”. E questo perché vuole dare una spiegazione a tutto, anche all’esistenza del male nel mondo.

  10. Antonio Schiavano
    lunedì, dicembre 7, 2015 at 13:02

    VITO MANCUSO

    DIO E IL SUO DESTINO Novembre 2015

    Caro Vito,

    ti dico subito che, come sempre, apprezzo il tuo sforzo di novellare la ricerca teologica, anche in questo caso, nel tuo ultimo “Dio e il suo destino”.

    La disamina delle citazioni scritturistiche, spesso in evidente contrasto; il concetto di potere espresso dall’archetipo teologico Deum, i caratteri tipici dell’agire del medesimo Deum, soprattutto veterotestamentario, sono tutti spunti degni di continua ricerca teo-logica, che fanno del tuo libro un prezioso contributo.

    Ho solo, se posso, da obiettarti, in un clima di sana dialettica costruttiva, la mia non comprensione di questi punti:

    1. Logos-caos

    Mi chiedo e chiedo a te, se l’essere sorgivo della creatio continua è impasto di logos+caos, CHI e in base a cosa, seguendo QUALE CRITERIO viene stabilita la “misura” che tocca ai viventi di caos (malattie, tumori, handicap vari, incidenti… ) e di logos? Capisci bene che interessa soprattutto comprendere la natura del caos più che delle “cose che vanno bene”, diciamo, del logos! In altri termini PERCHÉ io, faccio per dire, dovrei avere molto più “caos” di un altro essere vivente? In base a cosa?

    2. Origine del male

    Riguardo a questa eminente e classica aporia, nonché vexata quaestio… tu, giustamente, evidenzi l’infondatezza logica e soprattutto etica della presentazione del sofisma, lo chiami, espresso nel Catechismo della Chiesa cattolica agli articoli 311, 412 ( pag. 326 del tuo libro ), secondo cui, l’origine del male di cui stiamo parlando, deriverebbe dalla permissione di Dio che, lasciando che esso sia, ne ricaverebbe un bene maggiore mentre, in perfetta contraddizione dello stesso testo magisteriale, più avanti, all’art. 1756 si dichiara che non è lecito ed etico compiere un male perché ne derivi un bene! Tu, quindi, argomenti affermando, a pag. 408 del tuo libro, che all’origine del male vi sia il CAOS originario, posto in essere dal Creatore QUALE CONDIZIONE NECESSARIA PER IL DARSI DELLA LIBERTÀ, come prezzo da pagare per la nascita, ripeti, della libertà! Vengo alla mia riflessione: non credi che, al netto della difficoltà argomentativa “de malo”, apprezzando il tuo indagare, non vi sia molta differenza tra questa tua tesi e il testo del su citato Catechismo che tu critichi? Voglio dire, mi sembra che il CAOS ( il male…) è posto in essere all’origine da Dio ed è il prezzo da pagare…per ricavare ( quando?come?) un bene maggiore, LA LIBERTÀ!!! È analogo, il tuo discorrere ( sic mihi videtur, nisi fallor ) al sofisma catechistico che tu stesso critichi: Dio permette un male…per ricavarne un bene maggiore! Cito testualmente, terz’ultimo rigo di pag. 408: “Il male, quindi, è il prezzo che paghiamo per la nascita della libertà”.Come dire: Dio lo permette…per un bene maggiore, la libertà!!!

    3.Dio personale?

    Tu argomenti ( pag. 409 ) quasi annullando il dettato secondo cui Dio sarebbe un individuo. Io argomento dicendo che, secondo la cristologia classica e la posizione teologica trinitaria da te condivisa nel libro, dal momento che Gesù è vero uomo, persona, indivuo concreto, soggetto individualmente e concretamente relazionabile, ma anche Dio… ergo, lo è! Dio è persona, personale, trinitariamente personale ed indivuo, non un “principio universale”! Per ciò stesso resta vero il dettato genesiaco secondo cui, noi uomini, siamo stati creati a Sua “immagine e somiglianza”, individui personali, con la prerogativa di essere “capax relationis” individuale.

    Grazie per questo tuo nuovo libro!

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