Origini d’Europa/8 – Libertà e appartenenza

martedì, febbraio 17, 2015
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Libertà e appartenenza

Se e come conciliare libertà personale e appartenenza è una questione che continuamente si ripresenta, anche se in forme di volta in volta diverse, nella storia dell’umanità. E’ di essa che si parla nel memorabile attacco del Manifesto di Ventotene (1): La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero. Questo visionario documento fu scritto da Altiero Spinelli ed in parte da Ernesto Rossi, frutto delle conversazioni con Eugenio Colorni e pochi altri nel loro periodo di esilio nell’isola. Fu pubblicato nel 1941 (più di settanta anni fa) una volta evaso cucito nelle vesti di Ursula Hirschmann. E nell’analizzare tutti gli aspetti di crisi della civiltà moderna, con particolare riguardo ai germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali, emerge come filo conduttore la capacità di chi gestisce il potere di sfruttare il senso di appartenenza proprio del modello dell’uomo in consorteria per trasformare i cittadini in sudditi. La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. È invece divenuta un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo “spazio vitale” territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti. […]La stessa etica sociale della libertà e dell’uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz’altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.

E Zagrebelsky nel suo articolo “Antigone e la legge che smarrisce il diritto” (2) sottolinea che quando la legge disconosce il diritto essa diventa strumento dell’uomo in consorteria perché la forza di legge, di per sé, non distingue diritto da delitto. Avventurieri del potere e perfino movimenti criminali, organizzati con tecniche efficaci per la conquista spregiudicata del potere, hanno preteso legittimità per le loro azioni alla stregua di leggi fatte da loro stessi per mezzo del controllo totale, da essi acquisito, delle condizioni della produzione legislativa: consenso sociale, opinione pubblica, fattori tecnici parlamentari e governativi.[…] Antigone ci ammonisce ancora: senza ius, la lex diventa debole e, al tempo stesso, tirannica.

(1) http://www.italialibri.net/contributi/0407-1.html

(2) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2003/06/25/antigone-la-legge-che-smarrisce.html

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