Eppure c’eravamo. Gli italiani, la memoria e la sindrome sovrana

martedì, agosto 21, 2018
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Non poteva bastare il crollo di un ponte. Sarebbe stato ingenuo crederlo, anche se per un attimo la speranza si è affacciata. Di ora in ora, anzi forse di minuto in minuto, le dichiarazioni si susseguono, le smentite, le accuse, le controaccuse, selfie ministeriali contro festini di ricconi. Anzi, ci è sembrato quasi che a un certo punto ci fosse chiesto proprio di schierarci su questo: di valutare seriamente se un compleanno milionario fosse più o meno grave di un autoscatto a un funerale. È lì che abbiamo avuto l’impressione che qualcosa ci stesse ancora una volta sfuggendo di mano, come gli stralli logori di un ponte sotto il peso di un’estate troppo affollata.

È difficile resistere all’impressione di trovarsi, con la sciagura del viadotto Morandi, di fronte a un evento nel quale d’un colpo, e non soltanto simbolicamente, tutti i nodi di un Paese vengono al pettine e dopo il quale, con catarsi tanto automatica quanto miracolosa, le cose non possano non cambiare, in meglio certo. Non è forse in carica un “governo del cambiamento”, d’altronde? E quale migliore occasione per dimostrarlo? Ci ricordiamo, però, che molte volte, in Italia, è accaduto di sentirsi così: dopo quasi tutti i terremoti, dopo quasi tutte le stragi, dopo quasi tutte le sentenze di condanna in Tribunale. La nostra non è più una Repubblica così giovane, infatti. Anzi, per la retorica politica, divenuta sciagurato senso comune, di età la nostra Repubblica ne avrebbe addirittura già attraversate due (le Prima e la Seconda) e rapida starebbe per sopraggiungerne la Terza, finalmente capace di dare o restituire, come sancito dalla Costituzione, al Popolo quel che è del Popolo: la sovranità.

Prudenza vuole, quindi, si distingua tra lo spavento, l’incredulità, l’indignazione che per qualche ora fa stringere a “coorte”, e la catarsi vera, che passa attraverso una silenzioso, tenace e doloroso riconoscimento della verità. Non parlo della verità giudiziaria, che, bramoso di consenso, il Governo dice di non poter attendere. Parlo della verità storica in cui questa sciagura s’inscrive. E che è il racconto di un grande tradimento: la modernizzazione italiana, che avrebbe dovuto completare quello che il boom economico non era riuscito a fare, o a fare bene, sulle macerie maldestramente rimosse di una violenza politica che per oltre dieci anni, diciamo dal 1969, aveva terremotato i nostri equilibri sociali, politici e istituzionali.

Lungi da me voler qui tirare le fila di un così complesso e tormentato percorso. Alcune cose, però, credo che debbano essere ricordate, per sottrarci alla sensazione lunare di essere transitati in questo Paese come occasionali passanti.

Si parla di privatizzazioni. Ci si punta l’un l’altro il dito su chi le abbia realizzate, e quando e come. Si discute di nazionalizzazioni. È legittimo e doveroso, man mano che i particolari della concessione via via prolungata e rinegoziata con Autostrade per l’Italia emergono. E tuttavia, prima, sarebbe opportuno ricordare che Stato fosse lo Stato, che a partire dal 1992, con il governo di Giuliano Amato, diede il via al processo di alleggerimento dei bilanci in disperante perdita degli enti pubblici economici che, sulla scia dell’Iri d’epoca fascista, erano proliferati nel Dopoguerra, e delle partecipazioni pubbliche nelle più singolari attività economiche, dalla pescicoltura ai panettoni. Il debito pubblico era al 120%. L’uscita dal serpente monetario europeo, la svalutazione, il prelievo forzoso sui conti correnti, imminenti. Ma il bello doveva ancora venire. Fu Tangentopoli, lo stesso anno, con lo spettacolo del processo in tv dei politici per le tangenti Enimont, a cementare in noi un immaginario criminogeno dei rapporti tra Stato e imprese, i cui mediatori erano i partiti, soprattutto di governo: Dc, Psi, Pri, Pli, Psdi.

Era almeno dalla metà degli anni 60 che la capacità d’innovazione e propulsione economica dell’industria di Stato aveva iniziato a battere in testa. Ricordo un libro di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, Razza padrona, in cui già a metà anni 70 si raccontavano gli abusi dei manager di Stato e il livello di collusione e corruzione tra poteri pubblici e interessi privati sul quale si reggeva la sovranità italiana. Ma fu l’esplosione di Tangentopoli, in quella Milano che negli anni 80 si era fatta vanto di guidare la modernizzazione del Paese, a rendere impraticabile, anche a sinistra, un discorso equilibrato, realistico, serio, sul ruolo che lo Stato poteva e doveva svolgere in un’economia avanzata. Impraticabile, come impraticabile si era rivelata pochi anni prima l’elaborazione di una legislazione che rompesse il monopolio pubblico del sistema radiotelevisivo senza trasformarlo, grazie alla mediazione politica, in un duopolio tra Stato e un privato che di lì a poco sarebbe sceso in campo per gridare Forza Italia a furor di Popolo, spaventato dall’irresistibile ascesa dei “comunisti”. Ci sarebbe costato un Ventennio, quella paura. Era immaginaria, ma vissuta. D’altronde, crisi economica, crisi giudiziaria, crisi politica: sarebbero stati i referendum maggioritari di Mario Segni ad aprire, nel 1992, le danze di un ambiziosissimo, interminabile processo istituzionale che non sarebbe mai compostamente avvenuto fino a delegittimare se stesso, suscitando la “reazione” che ha schiantato le ambizioni della meteora Renzi, “riformatore” piccolo piccolo. Con un Partito Comunista, dal 1989 emendato in Pds dal passato “di classe”, a vincere le elezioni amministrative del 1993 grazie al primo esperimento maggioritario e a una troppo disinvolta ricerca di un accreditamento “liberale” e “socialista” in Europa.

Europa, sì. L’Europa proprio negli anni in cui si privatizzavano le utilities pubbliche cominciò ad apparirci “il sogno”, non un’occasione tra le altre, ma l’unica chance per un Paese in cui i magistrati saltavano in aria con le loro automobili, non senza aver lasciato dietro di sé sospetti e lacerazioni nel corpo dello Stato di cui nessuno avrebbe quasi più parlato nelle successive commemorazioni. Questa Grande Aspettativa Escatologica nei confronti dell’Europa fu rilevata per anni nei sondaggi, dove gli italiani, di qualunque appartenenza politica, risultavano “i più europeisti” tra i cugini dell’Unione. Perché? Perché ammiravamo l’organizzazione, l’efficienza, il senso della legge e dello Stato dei Tedeschi. Come ammiravamo la burocrazia, la cultura, le istituzioni e il senso della legge e dello Stato dei Francesi. Degli altri poco sapevamo. Ma ci bastava. “Loro” ci avrebbero resi migliori. “Loro” ci avrebbero insegnato l’autogoverno. Quanto orgogliosi ci rendeva l’idea di essere Stato fondatore del Mercato Unico e dell’Unione Europea, allora. E quante volte abbiamo invocato, scherzando, ma non troppo, d’esserne “commissariati”. Era perché la nostra fiducia in noi stessi, nella nostra capacità di autogoverno, nella nostra sovranità, aveva raggiunto un livello talmente basso che ben poco potevamo sperare di ottenere da un politica che stava ormai per portare il vizio nazionale del conflitto d’interessi direttamente nel cuore del suo sistema: a Palazzo Chigi.

Era il 1994 quando Silvio Berlusconi annunciò in diretta televisiva a reti unificate il suo esordio in politica. Avrebbe giocato da protagonista per oltre vent’anni, complici la Lega Nord e gli epigoni dell’estrema destra via via più epigonali, professando a suo modo un’altra forma, pur paradossale, di sovranismo, leaderistica, antistatalista, antiparlamentarista, alle cui trame, in seguito, sia la politica sia l’antipolitica si sarebbero, per metodi e contenuti, ispirate. Due anni prima il Parlamento, senza troppo clamore, aveva ratificato il Trattato di Maastricht, dando inizio al processo di unificazione economica dell’Europa ora in crisi. Soltanto Rifondazione Comunista e il Movimento Sociale avevano votato contro, con ragioni che oggi paiono profetiche, ma che allora non lasciavano intravedere altra prospettiva per un Paese in crisi. Europa o che altro? Questa fu la domanda. E lasciava spazio a una sola risposta. Ora il sogno è finito. Gli italiani insorgono tra le macerie di un ponte. Furiosi come i braccianti cui prima hai promesso la terra e poi l’hai negata. Vogliono sapere perché il ponte è crollato, di chi è stata la colpa. Tornare “padroni a casa loro”. Padroneggiare la memoria sarebbe già un inizio promettente.

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Un commento a Eppure c’eravamo. Gli italiani, la memoria e la sindrome sovrana

  1. Stefano Cardini
    mercoledì, agosto 22, 2018 at 11:46

    Stato, Regioni, Province, Comuni, Imprese, privatizzare, nazionalizzare. Questa inchiesta mostra come non esistano soluzioni valide in ogni circostanza. E come, laddove un’etica pubblica manchi, le soluzioni semplicemente non esistano, qualunque partito sia al governo:

    http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-afc8ab60-37ad-42e1-bfc2-9d0322299ad0.html

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