La Diciotti, il Loggione e la Platea. La retorica sovranista e i suoi nemici / II

mercoledì, settembre 5, 2018
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Non basta fischiare dalla Platea l’Opera che eccita il Loggione, scrivevo in chiusura della prima parte di questo post. L’incapacità di fare qualcosa di diverso che rivendicare il proprio operato o esorcizzare il Governo in nome dell’antifascismo più retorico o dei Diritti dell’Uomo, infatti, rischia di trasformarsi in un cappio che la sinistra si stringe al collo. Un cappio, aggiungo, che potrebbe assumere la forma di un ressemblement “europeista” che si opponga genericamente ai “populismi” senza analizzare a fondo nè le ragioni del loro successo continentale nè la crisi degli schieramenti che si sono alternati alla guida dell’Italia e dell’Unione Europea dalla metà degli anni 90 a oggi.

D’altro canto, però, si resta non meno perplessi di fronte allo svilupparsi attorno a questo Governo, anche tra intellettuali, militanti ed elettori che almeno in passato si sono riconosciuti nella sinistra, di una sorta di area di non-aperto, non-radicale o addirittura non-sostanziale dissenso. Se ne riconoscono magari i limiti e le contraddizioni programmatiche, del resto evidenti. Si riconosce la brutalità comunicativa, in particolare del leader della Lega Nord e Ministro dell’Interno, come pure la strumentalità, grossolanità o superficialità di molte “soluzioni” escogitate da Lega Nord e M5S e sbandierate nel famoso “contratto”. E tuttavia ci si mantiene estremamente timidi e prudenti, se non addirittura indulgenti, nel giudicarlo, certamente molto più di quanto si ritenga di doverlo essere con i governi precedenti, dei quali peraltro la Lega Nord è stata, nel centrodestra, perno pluridecennale. In parte questo avviene constatando la fragilità della coalizione e minimizzandone la sua capacità operativa nel tempo. In parte sottolineando le maggiori responsabilità delle coalizioni che l’hanno preceduta e constatando che, in ogni caso, l’alternativa a oggi, data la radicale crisi d’identità, unità e consenso delle sinistre, non potrebbe che essere un centrodestra delle “élite” peggiore di qualunque cosiddetto “populismo”.

Non si tratta soltanto di questo, però.

C’è qualcosa che va oltre le pure e semplici considerazioni di opportunità. Ed è il tema del cosiddetto “sovranismo”, di cui s’intende dare una lettura strategica da sinistra, come argine e antidoto all’egemonia culturale, economica e politica di un “neoliberismo globalista” cui si imputano le politiche che negli ultimi decenni, grazie a ricette economiche basate su una combinazione di privatizzazioni, contenimento o abbattimento del debito pubblico e deregulation del mercato del lavoro, hanno accresciuto povertà, diseguaglianze e senso di insicurezza non soltanto economica e sociale ma identitaria.

Si giunge per questa strada, al fine di contrastare il sovranismo nazionalistico e sciovinista della destra, a porre al vertice delle priorità della lotta politica proprio il tema dell’interesse nazionale, recuperando da sinistra, in modo peraltro coerente con la tradizione politica comunista italiana, l’idea di Patria (Si veda Stefano Fassina, Patria e Costituzione per ricostruire una sinistra di popolo), anzitutto come capacità di indirizzo autonomo della politica economica e monetaria.

In forza di questi argomenti, in alcuni casi, si deplorano non soltanto come tatticamente inutili o controproducenti ma come distorsivi della realtà e strumentali gli attacchi al Governo in nome dell’antirazzismo e dell’antifascismo, attacchi il cui vero obiettivo sarebbe quello di delegittimare, complici i cosiddetti media mainstream, un Esecutivo comunque espressione della volontà popolare, reo di avere messo in discussione le politiche “antipopolari” fino a oggi condotte dalle “élite” neoliberiste e globaliste, a sinistra non meno che a destra. (Si veda, per esempio, Carlo Galli, Sulla sinistra rossobruna, La guerra delle parole. Inoltre: Sergio Cesaratto, su Il Fatto quotidiano: Sovranità democratica e internazionalismo autentico).

Questo approccio può infine essere svolto all’estremo, oscillando ambiguamente tra anarchismo e comunitarismo, così da vedere ogni possibile unificazione economica e politica dell’Europa un progetto per sua natura funzionale agli interessi del capitalismo finanziario e contrario a quello dei “popoli”, nella misura in cui accettino di essere asserviti alle logiche neoliberiste. In questa chiave, anche delle politiche migratorie attualmente in discussione nell’Unione Europea si tende a dare analoga lettura, come pure e semplici forme d’importazione nel nostro Continente, diciamo così, del dumping sociale già praticato dai Paesi ricchi nei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo”. Una sorta di doppia depredazione, insomma. In cui i veri “fascisti” sarebbero le “élite” affamatrici dei popoli.

Questo ventaglio di suggestioni “sovraniste”, se non di opzioni strategiche, meriterebbe una risposta analitica che non possiamo dare qui. Non c’è dubbio, infatti, che la questione Che ne è della sovranità?, è questione relativa all’idea che abbiamo di modernità molto seria, soprattutto nella prospettiva di una unificazione politica dell’Europa, questione a lungo sottovalutata, fraintesa o manipolata dalle attuali leadership. È anche vero, d’altronde, che ben difficilmente un’opzione sovranista, in qualunque senso s’intenda il termine, potrà a questo punto essere sottratta al campo delle destre e alle derive nazionaliste o peggio nell’ambito delle quali si è imposta. In questa sede, comunque, ci limiteremo a discutere alcuni atteggiamenti non di rado conseguenti a tali prese di posizione, in particolare in merito all’operato di questo Governo, e segnatamente riguardo all’immigrazione e ai diritti di minoranza.

Partiamo proprio dall’affaire Diciotti.

In Italia ci sono circa 5.000.000 di cittadini di origine straniera residenti regolarmente, di cui 3.500.000 non comunitari (8,4% e 5,8% della popolazione italiana rispettivamente). Inoltre, circa 400.000 stranieri con permesso di soggiorno, ma non residenti. Quindi temporanei, di passaggio. La stima degli stranieri irregolari, invece, è tra i 300 e i 500.000 (il 6-9% rispetto alla popolazione straniera regolare, lo 0,5-0,85% dell’intera popolazione). Vi sono poi 150.000 rifugiati regolari, cioè 2,4 ogni 1.000 abitanti: lo 0,24% della popolazione. Tutti insieme, per intenderci, stanno in due stadi di calcio. L’Italia, d’altronde, è sedicesima in Europa per la percentuale di rifugiati: la Svezia ne ha il 2,34%, la Germania 0,8%, la Francia 0,46%. E anche volendo sommare rifugiati regolari e migranti economici, accostamento peraltro improprio, arriviamo al più alla cifra di 550.000. Meno dell’1% della popolazione. Meno degli abitanti di Genova, sempre per intenderci. (Dati: UNHCR, Istat, Inps).

Eppure il 70% degli italiani stima gli immigrati fino al 25% degli abitanti del nostro Paese.

Ora, quale atteggiamento possiamo assumere, su questa base, di fronte alla logica “emergenzialista” coltivata e alimentata dalla stampa di destra in questi anni e i cui frutti il leader della Lega Nord, nonché Ministro dell’Interno, sta raccogliendo con una campagna elettorale permanente condotta da una posizione di Governo? L’emergenza riguarda i barconi nel Mediterraneo o l’incapacità italiana, prima ancora che europea, di governare un fenomeno per ora assolutamente gestibile in un quadro di ordinaria Legalità? È possibile, come d’altronde abbiamo argomentato, che invocare retoricamente l’antifascismo un giorno sì un giorno no, come pure gridare al razzista, non sia granché producente. E tuttavia concedere all’avversario anche solamente delle attenuanti generiche in nome del “sovranismo”, come se tali provvedimenti avessero in qualche modo seriamente a che fare con un recupero di sovranità del popolo sull’indirizzo del Paese, assomiglia a una pericolosa sottovalutazione.

Chiediamoci, infatti: l’Italia, grazie a questi gesticolazioni “sovraniste” del Governo, esce più o meno credibile, più o meno forte nei rapporti con le altre nazioni del Continente nell’ipotesi di volere davvero modificare l’indirizzo politico europeo, non escluso quello sull’immigrazione? Per come si sta svolgendo la vicenda, in un continuo oscillare dentro e fuori dai limiti dei ruoli istituzionali, delle Leggi e dei Trattati, ma senza nè affrontare nè tantomeno risolvere la contraddizione che vede i sovranisti di ciascun Paese uniti contro l’Unione Europea, ma in conflitto d’interessi fra di loro, non mi pare vi possano essere dubbi: il solo obiettivo a cui tale strategia sembra realmente funzionale, in Italia come in altri Paesi, è la crescita del consenso interno come leva per correggere verso destra a partire dalle prossime elezioni europee la rotta fin qui seguita dal Ppe, scaricando dapprima sugli immigrati, quindi su ogni sorta di minoranza, i costi di una politica economica e sociale che, se “neoliberista” era, si può stare certi che “neoliberista” rimarrà, ma con la benedizione e il sostegno di Stati più autoritari, seppur in nome del “popolo sovrano”. D’altronde, il Ministro dell’Interno sta egemonizzando il centrodestra e logorando giorno dopo giorno i 5S (il Pd ci pensa da solo), e tuttavia porta con la sua parte politica la massima responsabilità della situazione italiana, economica e sociale. Sorprende che, nel valutarne l’operato, si minimizzi la circostanza sotto la vernice antiglobalista della sua propaganda.

Il rapporto UNHCR registra una drastica riduzione di partenze e sbarchi tra gennaio e luglio, largamente dipendenti dai provvedimenti del Governo precedente, ma capitalizzato elettoralmente da questo grazie a una strategia ostentata di comunicazione xenofoba. Parallelamente, sono morte o disperse in mare 1.600 persone, 1 ogni 18 rispetto a 1 ogni 42 dello stesso periodo del 2017.

Alla luce dei dati e delle considerazioni svolte, come giudicare l’azione del Governo? Equilibrata nel rapporto tra fini e mezzi? Pragmatica e in un qualche modo risolutiva? Oppure cinicamente opportunistica e controproducente? Non si comprende una certa timidezza nel giudizio, tanta prudenza lessicale. Se il terreno è stato colpevolmente o anche dolosamente lasciato arido, non per questo ha senso sottovalutare chi lo dissemina di torce accese per intascare la polizza antincendio. Se non altro perché è difficile prevedere per quanto tempo, e con quali conseguenze, esso avrà interesse, da una posizione di Governo, a fare in modo che nulla realmente cambi. D’altronde, è stata questa la politica sull’immigrazione perseguita dagli Esecutivi a cui il Ministro Dell’Interno ha dato per anni il suo voto. Va ricordato.

Non c’è alternativa tra l’ipocrisia di Macron e l’esibizione muscolare di Salvini e di Orban? Non credo si possa sostenere. Ma senza prese di posizione decise e prive di ambiguità non la faremo certamente emergere nel “popolo”. Anzi, l’affosseremo culturalmente prima ancora di averla espressa politicamente.

Al di là di queste considerazioni più d’ordine pragmatico, è non meno pericoloso sottovalutare gli effetti anticostituzionali di uno stile di governo, comune sia alla Lega Nord sia al M5S, che si pone al di sopra della Legge, stile che viene da lontano (per citare i nomi più importanti: Craxi, Cossiga, Berlusconi, ma nel suo piccolo anche Renzi), come pure la deriva autoritaria, revisionista, sciovinista e razzista che fa da coda al linguaggio e agli atti.

Trasformare le Ong in “taxi del mare”, come li definì Luigi Di Maio nonostante il non luogo a procedere dell’indagine sul loro operato della Procura di Catania, e gli immigrati in “poveri schiavi/delinquenti” è stata una mossa retorica vincente, a destra ma anche a sinistra. Ma è un tema svilito, questo, se ridotto alla sterile disputa “se gli italiani siano o meno razzisti”, che un qualunque manuale di sociologia e un minimo di conoscenza storica rivelerebbe come assurda: nessun ordinamento razzista ha mai avuto bisogno, per imporsi gradualmente, di un popolo consapevolmente, integralmente, apertamente razzista. Una discussione del genere, d’altronde, fa il paio con l’altra discussione lunare: quella se questo Governo sia o meno “fascista”. Sappiamo perfettamente, che il termine ha da tempo vasta accezione. Può indicare la dittatura instaurata in Italia quasi cent’anni fa, al culmine di scontri e violenze seguite a una guerra sanguinosa, che aveva reso familiari le armi e la morte. Altrove può indicare un regime più genericamente autoritario, repressivo, con tendenze totalitarie. O più sottilmente e capillarmente uno stile politico mediaticamente e spregiudicatamente leaderistico, mimetico, istrionico, ostentatamente incolto, anti-intellettuale, rozzo e brutale nelle parole d’ordine e nei provvedimenti esibiti. È qualcosa che può essere definito anche per opposizione: allo stato di diritto, ai diritti delle minoranze, anche economiche e sociali, al ragionevole pragmatismo, al rispetto del principio di proporzionalità tra mezzi e fini, dell’equilibrio dialettico.

Oggi in Italia non è all’orizzonte alcuna violenza attiva di massa, certamente. Ma il disprezzo quotidiano per le istituzioni da parte di chi le dovrebbe rappresentare, il vittimismo, la sobillazione xenofoba, il vociferare nazionalista, il mancato confronto con i fatti, la loro falsificazione e manipolazione, il quotidiano “me ne frego”, l’additamento costante di nemici esterni, gli attacchi alla stampa, ai cosiddetti media mainstream governati dagli immancabili poteri forti, il fastidio per gli intellettuali, la disinvolta e compiaciuta scorrettezza linguistica, il rovesciamento retorico sugli avversari di ciò di cui si è accusati, sono un grumo in Italia a lungo coltivato, da Craxi, a Bossi e Berlusconi, a Renzi, a Grillo. E il fatto che Salvini e Di Maio, quando dicono “Lo Stato siamo noi”, arrivino per ultimi, li rende soltanto più pericolosi. Dopodichè, se il termine “fascismo” fa scattare un “antifascismo” di maniera, come ho già sostenuto, definiamolo altrimenti. Purché questo non distolga dal riconoscere, designare e denunciare le cose per quello che sono. Nessuno può negare che oggi la percezione distorta del fenomeno migratorio sia degradatissima rispetto a 20 anni fa, quando erano gli “albanesi”, oggi partner del Governo nel “risolvere” l’affaire Diciotti, gli irriducibili “criminali”. Ma lo è anche rispetto a pochi anni fa. Chiediamoci di questo passo come saranno le cose tra 5 anni.

Non vorremmo che, una volta adottata l’equivalenza che tutto comprende Europa = neoliberismo-globalista-tecnocratico da combattere e punto, le domande vere sul come e sul che cosa fare per mutare davvero l’indirizzo politico dell’Europa diventassero superflue. È un vecchio modo di tradizione marxista (non della migliore) per leggere la realtà e intervenirvi, o meglio, avere e dare l’impressione di farlo. Di solito porta le più sgradevoli sorprese.

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Un commento a La Diciotti, il Loggione e la Platea. La retorica sovranista e i suoi nemici / II

  1. Roberta De Monticelli
    martedì, settembre 11, 2018 at 16:53

    Questo articolo è estremamente utile per le distinzioni che fa – ovvero per il discernimento, il bene oggi più raro nel dibattito pubblico. Ma è utile anche perché ci ricorda che esiste una sinistra sovranista, totalmente ignara del pensiero più innovativo, anche per la sinistra, che nell’antifascismo, nella Resistenza e dopo è stato elaborato a proposito delle idee di nazione, di sovranità, di democrazia. È incredibile, a leggere gli articoli utilmente linkati da Stefano Cardini, ma vero: “cosmopolitismo” è ridiventato un insulto, come era ai tempi e nella mente di Togliatti, che gli opponeva l’internazionalismo! A Stefano Fassina, che vuole rifondare la sinistra su queste basi, consiglio un manuale sul pensiero civile-politico di Kant, o almeno la voce Wikipedia sull’Illuminismo. “ Si dovrebbe, infatti, prendere atto che la via della sovranità democratica europea è illusoria”. Una tale indifferenza alle più elementari distinzioni è sconcertante. Neppure quella fra Consiglio – l’organo intergovernativo – e Parlamento -e-Commissione: se la Sinistra ragiona così, poi non ci sarà da lamentarsi per il risultato delle elezioni europee di maggio. Certo che è illusoria, caro Fassina, se votiamo contro quelle forze che possono prevalere nel Parlamento e quindi nella Commissione, e imporre la prevalenza di questo sul Consiglio, per predisporre i necessari trasferimenti di sovranità – quelli appunto preconizzati dalL’Art. 11 della nostra Costituzione.
    Com’è strano che questa sinistra ignori tanto radicalmente le ragioni del nuovo paradigma politico di democrazia che – non certo dall’ 89! – il pensiero federalista ha dispiegato. È legittimo discuterle: non ignorarle. E non è solo il continente Spinelli, che questa sinistra ignora: ma il cuore stesso della miglior Resistenza italiana ed europea, il pensiero dei Rossi, dei Valiani, dei Chiaromonte, dei Silone, degli Olivetti, dei Camus, dei Milosz, di S. Weil… . Il pensiero degli spiriti più liberi e giusti. E a posto dell’ignoranza il messaggio qual è?
    “Poiché il regime di “libera concorrenza”, costruito sul paradigma individualista del liberismo, ha reciso ogni legame sociale e generato solitudini impoverite e domanda di protezione, ritorna di straordinaria attualità la ricostruzione di comunità politica.”
    Sì, eh? È la libera concorrenza che ha deciso l’intreccio di responsabilità fra pubblico e privato talmente confuso che i giudici faticheranno a individuare i responsabili dei mancati controlli e delle mancate manutenzioni sul ponte Morandi? È la libera concorrenza che decide gli appalti in tutte le cosiddette Grandi opere dello Stato italiano? È la libera concorrenza che impedisce allo Stato di costruire un sistema legale, umano e dignitoso di accoglienza dei migranti anche solo paragonabile a quelli degli Stati che abbiamo accusato di lasciarci soli? È la libera concorrenza che ha fatto di Taranto un luogo extra-lege, dove le disposizioni della Magistratura per decreto governativo non valgono più?
    Ma questo è un altro capitolo. Constato solo che alla pochezza di argomenti politici corrisponde una tale cortina ideologica nell’eloquio e nella scrittura che perfino una nel cui ordine di priorità di valore la libera concorrenza occupa un posto assai modesto non può che restarne basita…

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