A proposito di identità personale, divenir se stessi e libertà: riflessioni su Ultimo Tango a Parigi – Roberta De Monticelli

martedì, gennaio 22, 2019
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Perché Ultimo tango a Parigi è considerato il capolavoro di Bertolucci? Perché è diventato il film italiano con il maggior numero di spettatori, nel tempo, in assoluto? E perché Carlo Freccero, il direttore della rete televisiva pubblica che lo ha rimesso in onda in versione restaurata e integrale, si è speso in un lungo, appassionato panegirico di questo film, parlandone con toni “struggenti” come la Parigi “decadente” in cui si svolge la storia, esaltandone la profonda bellezza e concludendo, con un singolare passaggio al “noi” che chiama in causa una generazione, che se “saremo pochi” a vederlo, ma “saremo i migliori”? Di chi parlava? Della sua generazione, appunto, o meglio di quei pochi che ancora si lasciano commuovere dal ricordo del mondo che fu, il loro – oppure della minoranza transgenerazionale che lo avrebbe visto, audience subissata da altre, attaccate a un’offerta più ovvia e corriva?

Sono tutte domande sincere, che pongo a me stessa e a chiunque voglia provare a rispondervi. Potrei sollevarne un’altra riassuntiva, che però riguarda forse solo me e quelli della mia generazione, direi appena successiva a quella di Freccero: perché il non avere una pronta risposta a queste domande mi inquieta profondamente? A questa però posso forse rispondere. Ne va dell’idea, o piuttosto della conoscenza meditata oltre il ricordo, della conoscenza fondata, che oggi abbiamo – o non abbiamo – del mondo della nostra giovinezza, delle idee che abbiamo respirato, mangiato, toccato, visto e ascoltato – perché le idee sono la colla del concreto, ciò che lo tiene insieme: e quando diventano immagini, come al cinema, si vede che sono questo, non stanno nelle menti ma nel modo in cui presentano le cose. Della risposta a quelle idee, del grado di consapevolezza che ne avevamo, è fatto il resto delle nostre vite, le vie che abbiamo preso, ciò che siamo diventati.

Avevo vent’anni quando il film uscì nel ’72. Ricordo di averlo visto, ma che strano: la mia reazione (e non so se ricordo bene) non fu quella che si addice a un(a) ventenne. Fu piuttosto compassata. Io non ero molto appassionata di cinema e lo sapevo: ma quel film aveva una sua bellezza formale e una sua maestria attoriale (specie per il volto di Marlon Brando) che non sfuggiva neppure ai meno esperti, e comunque non ebbi alcuna difficoltà a condividere il giudizio degli estimatori, in genere più grandi e più esperti. La censura, gli attacchi della magistratura, la difesa e i dibattiti da cui fu avvolto – tutto questo mi passò accanto senza che quasi me ne accorgessi, dato che non ne ho nemmeno più un ricordo. Insomma: mi era “piaciuto”. Ma non mi ero lasciata per nulla sconvolgere né dalla violenza né dall’amore né dalla morte. Come se fosse stato un vedere “puramente estetico”, totalmente neutralizzato per quanto riguarda le emozioni extraestetiche. Ma proprio questo è strano: perché il suo successo enorme, anche fuori del nostro paese, diceva che una lettura parnassiana non era proprio quella adeguata. A parte il fatto che il vero esperire estetico non è mai parnassiano, appunto perché le sue emozioni si focalizzano sull’essenziale, sulle idee di cui sopra dicevo che sono il collante del concreto, e quindi semmai sono più intense e realistiche di quelle quotidiane, vertendo sulle stesse cose – gli stessi beni e mali, dopotutto – ma come sfrondate dalla loro casualità, contingenza, approssimazione e confusione. Il vero esperire estetico non è mai parnassiano perché coinvolge tutta la persona in tutte le sue ragioni di vita, precisamente come accadde a Freccero, se dopo quarant’anni e più è in grado di parlarne con tanta persuasione.

E allora cosa fu, questa indifferenza relativa: fu forse l’equivalente civilizzato della pistola di Maria? Di quella pistola che in un solo colpo ammazza Paul, e con lui la trasgressione, l’ambiguità distruttiva e palingenetica di eros, il fato che è un bambino che gioca e insieme è la morte di Dio, il tragico caprone che danza sulle rovine dell’ipocrisia borghese e ne svela il fondo omicida e suicida (la pistola aveva accoppato anche un po’ di arabi al tempo della guerra d’Algeria, in mano al papà della ragazza dolce e remissiva… come il burro)? Quanta paccottiglia nietzscheaneggiante (scusatemi, anche se oggi è troppo facile da dire, questo), quante pagine dei Deleuze-Derrida-Lacan-Foucault bucate da quel colpo d’indifferenza! Magari senza averle veramente lette o sofferte…

Forse sì, fu questo. Ma l’entusiasmo di Freccero e la logica del film allora non lasciano scampo: con quella ritrovata indifferenza, con quella pistola silenziatrice, ecco ripristinate le regole del “Potere”, e tacitata la confusione violenta sì ma perché disperata, vitale, amorosa, utopica – dello sconfitto Sessantotto. Proprio in quegli anni Foucault e molti altri inventarono questa teoria del potere diffuso e impersonale, non per questo meno classista (“borghese” e “capitalista”) e difensore puro e semplice di interessi brutali a danno delle altre classi anzi della Classe, tuonava Toni Negri (che però le pistole le faceva usare in altro modo, il Sistema si azzoppa nelle gambe dei colleghi se non si può cambiare). Però Negri non solo è vivo, ma ha molti fan anche fra i democratici più insospettabili. Dunque quella logica – la logica del film – no, non è solo un ricordo di gioventù. C’è ancora.

Eppure, rappresenta esattamente quel gigantesco errore che ha finito per uccidere l’intera sinistra europea. Quell’alternativa, era l’errore. O con il Potere o con il Tragico-Dionisiaco, che cambiava nome a seconda delle letture. E non sto a rifare la storia dei connubi fra Nietzscheanesimo, filosofie del destino, attacchi alla modernità che poi era la civiltà democratica – ma secondo “loro” conduceva ai campi di sterminio.  Un altro best seller che resta tale, Giorgio Agamben, vi confermerà. L’errore era  proprio lì: che la cognizione del dolore non potesse essere cognizione del valore. E che non a questa cognizione, che è luce fatta sull’ingiustizia e su chi la difende, oltre che sommessa e dolente consapevolezza della condizione umana, andasse affidata la ricerca su quello che non va a questo mondo e sui modi per farne un luogo meno infelice. Che non all’esperire, sentire, soffrire e gioire in prima persona, sesso compreso, con un io e con un nome, andasse affidata la scoperta della banalità del male, dell’ipocrisia “borghese”, dei mali della “famiglia” e di tutto il resto. No: ma al caprone tragico, all’Es, al bambino che gioca e distrugge e crea mondi, senza io e senza nome – alla violenza arcana del negativo che (è la solita storia, in fondo, dai tempi di Hegel) – sempre vuole il male e sempre crea. Vive. Fa vivere. Esse est bonum.

Però poi non ci si può lamentare se, alla fine, e a dispetto della dolorosa catarsi di Paul, che lo riconduce all’amore e al possesso e alla richiesta di un nome – quello che resta in mente ai più (tanto fra i censori quanto fra gli estimatori, i quindici e più milioni di estimatori) – è la scena del burro.

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3 commenti a A proposito di identità personale, divenir se stessi e libertà: riflessioni su Ultimo Tango a Parigi – Roberta De Monticelli

  1. Stefano Cardini
    mercoledì, gennaio 23, 2019 at 15:05

    Ho dovuto rileggere più volte, ogni volta con più interesse, questa sorta di commento autobiografico alla visione, presumo, della versione restaurata di Ultimo tango a Parigi, che ammetto di non avere rivisto. Sono anche io inesperto di cinema. Mi sono sempre considerato un non appassionato, a dire la verità, per una sorta di senso di inadeguatezza nei confronti di un’arte così complessa da apparirmi indecifrabile. Quel che scriverò, quindi, apparirà probabilmente banale o scarsamente informato a molti. Mi sembra di capire, Roberta, che tu veda nel film un esempio pregnante di un fallimento: quello della ideologia del ’68, che sarebbe anche il fallimento della sinistra tutta, stregata dalla falsa alternativa tra la forza bruta di un mondo borghese indifferente al valore (la Pistola di Maria) e l’illusione palingenetica di una generazione votata al “dionisiaco” (il Burro di Paul). Una terza via, tutt’altro che anonima e insensibile al valore del mondo, sarebbe invece quella che purtroppo non abbiamo imboccato oppure non abbiamo percorso o abbiamo smarrito, ragion per cui anche il film non sembra oggi dirci quasi più nulla: puro e semplice feticcio (con il suo “burro”) di una generazione che ha divorato tra la violenza o la trasgressione edonistica i sogni di libertà e di giustizia. In effetti, personalmente, ho sempre pensato che il film fosse proprio la rappresentazione tragica di quella alternativa, che certamente ha fatto parte di quella stagione politica e culturale. Ne ha fatto soltanto parte, però. Perché molte altre cose ne hanno fatto parte, e forse più importanti, che in alcun modo possono essere distribuite su quella linea di trincea (di qui la Pistola, di là il Burro). Non l’ho ancora visto (sono proprio uno spettatore pigro), ma forse Santiago, Italia, l’ultimo film di Nanni Moretti, potrebbe darci un angolo visuale molto diverso di quella stagione, che in alcun modo può essere riassunta nella linea di pensiero, ammesso che esista, che va da Mario Tronti a Giorgio Agamben, passando per Toni Negri ecc. Ma che neppure può essere risolto nell’ortodossia storicistica “di Partito” dei Galvano Della Volpe e dei suoi allievi più “eretici”, Lucio Colletti ecc. Sono cose, credo, che a stento chi sia nato dopo il 1980 può intendere e che forse è anche inevitabile e forse giusto siano dimenticate. Tuttavia, a difesa del film di Bertolucci, di quello che racconta ma soprattutto di quello che non racconta, mi è premuto ricordarle, non per rivendicare una stagione che peraltro non mi ha potuto anagraficamente coinvolgere, ma per evidenziare che molte cose dopo il ’68 e il ’77 sono accadute, cose che hanno riguardato ancor prima del mondo delle idee, l’economia, la politica, la giurisdizione, di qua e di là dall’Oceano, nel nostro Paese e in quelli con i quali negli anni ’80 abbiamo iniziato a stringere un patto per un’Unione Europea ora in una crisi drammatica, una crisi che non a caso coincide con quella della “sinistra”. Forse è questo il terreno sul quale dovremmo impegnare una riflessione. La “strage di valori”, che oggi assume talvolta il volto ambiguo e torvo del loro reazionario recupero, quando è cominciata? Quali scelte economiche e politiche, non solo filosofiche, l’hanno innescata, favorita, alimentata? Perché non l’abbiamo avvertita in tempo? Abbiamo forse anche noi qualcosa da rimproverarci, noi che ci rammarichiamo? Non avendo mai avuto né dimestichezza né passione per i vari Deleuze, Derrida, Lacan, Foucault, credo dovremmo da questo punto di vista usare loro più indulgenza. A loro, come al Bertolucci di Ultimo tango a Parigi, la cui vicenda comunque ci ricorda quanto opprimente, violenta, cinica, ipocrita, sessista e sessofobica fosse la società dominata da benpensanti che lo misero al rogo privando il suo autore del diritto di voto, società tutt’altro che uscita sconfitta da quella stagione. Inoltre, quanto ogni Regno olimpico richieda il suo Baccanale, e ogni persona un io del desiderio, anonimo e nascosto, che nessuna luce può del tutto illuminare. I Greci, nella loro saggezza, lo avevano capito.

  2. Roberta De Monticelli
    giovedì, gennaio 24, 2019 at 14:28

    Sai Stefano, ho dovuto rileggermi anche io una volta oggettivata sul Lab per capire bene cosa avevo voluto dire – a volte l’accavallarsi dei pensieri e delle inquietudini agita troppo la prosa. Meno male che lo hai ridetto tu esattamente: “che tu veda nel film un esempio pregnante di un fallimento: quello della ideologia del ’68, che sarebbe anche il fallimento della sinistra tutta, stregata dalla falsa alternativa tra la forza bruta di un mondo borghese indifferente al valore (la Pistola di Maria) e l’illusione palingenetica di una generazione votata al “dionisiaco” (il Burro di Paul)”. Anche se più che il ’68, che, soprattutto in Italia, è stato molto più dottrinario che dionisiaco, la mia inquietudine riguardava i fondamenti filosofici dei nostri vent’anni (ma quelli dei tuoi che sei molto più giovane sono senza dubbio un po’ diversi…). Mi ha colpito Freccero che appassionatamente, come accade con le cause che si credono giuste, difendeva il significato non tanto estetico quanto “morale” del film e della sua apparente amoralità. Non tanto tragedia passione amore e morte, no, ma proprio la sfida, la trasgressione, il suo connubio con la disperazione, insomma il nulla (Zhok tu dici cita gli esistenzialisti, no?) di fronte al quale soltanto si diventa autentici (e denunciatori dell’ipocrisia borghese etc. etc.) e si fa saltare l’esile brachetta della civiltà mostrando ciò che la buona coscienza o la malafede nascondono, infine: es, dioniso, il tragos-caprone e il burro. Non sembrava forse a leggermi, ma infine se come tu dici è vero che anche Zhok alla fine vede schelerianamente nell’ordinamento dell’esperienza assiologica il modo in cui si costituisce la propria identità personale (ciao Andrea, se ci sei batti un colpo) – ecco che la mia riflessione ripercorreva, approvando di cuore, questa via che appunto non fu imboccata allora. Completo: l’errore che ha distrutto la sinistra non fu la sbornia dionisiaca, che semmai era solo un rivolo dello scetticismo assiologico (c’è la ragione, e quella è ideologia e maschera del Sistema, e la ribellione è per definizione irrazionale). Ciò che ha lasciato la sinistra in mutande è una conseguenza di questo scetticismo (che di facce ne aveva e ne ha tante altre, meno letterate) – e cioè negare la natura essenzialmente morale e ideale dell’impegno per più giustizia (la cognizione del dolore è cognizione del valore) per farlo discendere da fantastiche dottrine della storia, dell’economia e delle classi. Il paradosso – questo sì che è veramente tragico – lo si vede appunto anche dal documentario di Moretti: la nobilissima figura di Allende accende dal Cile all’Europa una fiammata di ammirazione e di speranza civile proprio con la nobiltà essenzialmente morale del suo sacrificio, dopo che Pinochet e i suoi supporter atlantici avevano potuto approfittare per la loro campagna assassina del disastro economico venuto fuori (anche) dall’applicazione di quelle dottrine sbagliate. Del resto, ci accendiamo mai per altro, in chiave civile o politica, che per motivi morali? E allora guai a non poterle approfondire cognitivamente, le nostre ragioni, o che è lo stesso i nostri sdegni, studiando come potrebbe funzionare una società più giusta, o anche solo una persona più decente… A furia di dismettere le dottrine fantastiche senza approfondire il contenuto delle nostre ragioni (dei valori e delle relative priorità, dei beni che le realizzano e del loro funzionamento effettivo) si arriva presto all’altro estremo del caprone tragico: il caprone comico. Lino Banfi patrimonio dell’umanità.

  3. Stefano Cardini
    giovedì, gennaio 24, 2019 at 15:51

    Cara Roberta, mi chiedi in chiave retorica: «Ci accendiamo mai per altro, in chiave civile o politica, che per motivi morali?». Direi di no. Ci s’indigna per motivi morali. Bisogna vedere però che cosa intendiamo per motivi morali. E qui ho l’impressione si debba essere più radicali di quanto tu stessa sia disposta a esserlo. Per spiegarmi meglio, muovo da questa tuo passaggio riguardante il Cile: «Il paradosso – (…) – lo si vede appunto anche dal documentario di Moretti: la nobilissima figura di Allende accende dal Cile all’Europa una fiammata di ammirazione e di speranza civile proprio con la nobiltà essenzialmente morale del suo sacrificio, dopo che Pinochet e i suoi supporter atlantici avevano potuto approfittare per la loro campagna assassina del disastro economico venuto fuori (anche) dall’applicazione di quelle dottrine sbagliate». Allende figura nobile sul piano morale. E tuttavia corresponsabile della propria rovina a causa delle sue “dottrine sbagliate” in ambito politico ed economico. Sbagliate in che senso? Non dal punto di vista morale, a meno che si ritenga “giusto” che l’80% delle terre coltivabili di un paese siano nelle mani di meno del 10% dei cittadini. O che le preziose risorse naturali siano giacimenti di profitti per multinazionali straniere corrotte e corruttrici. S’intende allora, forse, da un punto di vista economico? Non sono un esperto, ma vorrei capire meglio perché. L’impressione è che tu sia convinta che esista una “scienza economica” che non implichi tacitamente assunzioni d’ordine etico e politico. Una scienza economica come mero “fatto tecnico”, la quale, per esempio, ritenga “giusto” quello che va nella direzione di una cosiddetta, benché spesso comunque apparente, “libera concorrenza”, sbagliato tutto quello che vada, come le famose nazionalizzazioni delle miniere di rame cilene, in direzione contraria. Io penso invece che i nostri ordinamenti assiologici penetrino fino al midollo nella cosiddetta “scienza economica” e che qualunque politica economica al suo fondo risponda a una domanda semplice e brutale, che implica sempre un ordine assiologico di riferimento, magari rovesciato: “chi paga?”. È lì che la nostra riflessione sembra non voler arrivare, arrestandosi sdegnati di fronte alla figura “nobile” del Presidente dall’apparenza mite asserragliato nel Palazzo della Moneda. È lì invece che, certo inadeguatamente, negli anni 70 ancora si pretendeva arrivare. Io credo che, oggi come allora, si debba di nuovo di andare a fondo della cosa. Per comprendere perché certe scelte di politica economica, oggi come allora, possono rivelarsi “sbagliate”. Per rimanere sul Cile. Quali forze contribuirono al loro fallimento? Da quali ordinamenti assiologici furono mosse? Mi riferisco al boicottaggio economico statunitense che portò al crollo del prezzo internazionale del rame. All’embargo di altri Paesi latino-americani, preoccupati dall’estensione del modello cileno. Al blocco della concessione di prestiti al Cile da parte della finanza internazionale. Del disimpegno economico delle classi dirigenti cilene, per le quali la libertà di massimo profitto era la sola libertà che valesse la pena di salvaguardare, secondo un copione europeo anni ’20/’30. Non sto dicendo che non furono prese anche decisioni sbagliate dal governo cileno. Sto dicendo che la questione economica è una questione in radice sempre anche morale, altrimenti è ideologia mascherata da scienza. In ultima istanza la politica economica decide attraverso quali leve presentare il conto a chi si è deciso lo debba pagare. E quest’ultima decisione non è mai una scelta “tecnica”. Eppure non è forse in nome di questa “tecnica” che oggi si vincolano le scelte in ambito di politica economica degli Stati europei? Non sono forse le “ricette” alla Cottarelli a essere presentate come i consigli del bravo commercialista al buon padre di famiglia, come se il sistema di regole per il “buon funzionamento dell’economia” che dal prinicipio degli anni 80 hanno trovato applicazione non fossero state il frutto anzitutto di decisioni su una certa idea di “bene pubblico” a tutela degli interessi particolari di minoranze sempre più minoranze. Ma si è andati persino oltre: non è forse per ragioni “morali”, prima che economiche e politiche, che si è gonfiata in questi anni la retorica sui PIGS, gli europei del Sud “fannulloni, pigri, disonesti ecc ecc”, rovesciando addirittura dalla parte di chi paga l’onere di dimostrarsi moralmente all’altezza? Ecco, di quella stagione divisa tra la Pistola di Maria e il Burro di Paul, credo dovremmo non dimenticare il generoso e variegato tentativo, a sinistra, di andare al fondo della realtà delle cose. La lezione di Scheler, alla base anche della direzione di marcia di Zhok, è che questo nocciolo è in linea di principio assiologico. Una lezione che allora non fu affatto condivisa. Mi chiedo, però, se anche oggi la si applichi con la radicalità dovuta. O se il nostro sdegno non si arresti alla superficie delle cose per paura di antichi mostri ideologici.

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