Stefan Zweig e l’Appello agli Europei

sabato, febbraio 23, 2019
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Un testo che certamente andrebbe aggiunto al Canone Europeo è l’Appello agli Europei di Stefan Zweig, edito con questo titolo in versione italiana da Skira (2015) e composto in realtà da quattro conferenze tenute dal grande scrittore viennese dal 1916 al 1934 – ma le ultime tre tutte negli anni ‘30: due nel ‘32, in pieno fascismo, in Italia, e  l’ultima nel ’34 a Londra, solo quattro anni prima del capolavoro filosofico politico del fenomenologo ungherese Aurel Kolnai, The War Against the West.

Una sola idea fa da filo alle quattro conferenze: la Torre di Babele, e il suo continuo farsi e disfarsi nella storia del mondo europeo. Dio capisce che quest’opera è sua figlia, è un’imitazione della sua unità e soprattutto è fatta con mattoni di spirito, non di terra: e per questo ne ha paura, e confonde le menti degli uomini. Ma il pensiero, che si dice diversamente in molte lingue, resta lo stesso, e non ha padrone.  Nel 1916 il poeta Stefan Zweig sembra fare il verso al logico Gottlob Frege: la luce della ragione è la stessa, nel buio della guerra.

La seconda conferenza evoca i grandi momenti in cui questa unità prevale: non la potenza romana dell’impero, ma, per la prima volta, quello che vien dietro alle legioni romane: “una città, una lingua, una legge…. secondo un disegno unico… Un unico progetto spirituale si stendeva, simile a un reticolato fatto con arte, dal regno delle nebbie della Britannia ai roventi deserti di sabbia dei Parti, dalle colonne d’Ercole al Ponto Eussino alle steppe sciite” (24-25). Anche qui la vera unità non è nella potenza, ma nello spirito che la potenza sorregge: “un concetto nuovo vede la luce, l’idea di civilizzazione, di un’umanità civile, amministrata secondo parametri morali”. Zweig giunge a suggerire che se non fosse crollato tanto presto, ma durato due o trecent’anni ancora, “l’unità d’Europa, che a tutt’oggi è ancora un sogno, sarebbe diventata già da tempo una realtà duratura” (25).

E così Zweig prende sul serio la teoria dei secoli bui, che forse oggi qualcuno contesta: eppure anche qui, ha una sua straordinaria forza di persuasione l’idea che il vincolo che teneva insieme la civitas romana non era di ferro e violenza, ma di lingua e di legge. “I collegamenti fra i popoli si interrompono, le strade vanno in rovina da quando non c’è più la lingua comune, da quando non c’è più l’organizzazione romana a unire le nazioni” (26).

E quando la Chiesa romana ripristina il latino come lingua universale dei dotti, l’Europa ritrova la sua unità – ma solo come Universitas studiorum. Eppure, pochi hanno più chiaramente espresso il legame fra il concetto di universalità e quello di civiltà. Il poeta Zweig non riesce a credere alla Kulturcome qualcosa che, per essere radicato nelle tradizioni dei popoli, sia irrimediabilmente nazionale e locale. O allora, non esita a preferirgli quello di Zivilisation, che comprende tutte le grandi infrastrutture tecniche, i ponti, le istituzioni e le burocrazie, di cui il crollo dell’Impero Romano d’Occidente aveva tanto repentinamente causato la rovina. In effetti: come può una cultura degna del nome non avere una dimensione universale, cioè un’anima di pensiero? Ma se ce l’ha, allora una cultura – qualunque sia la sua tradizione e lingua – è pronta a nutrire menti che vanno a scuola e creano scuola, cioè insegnamento critico, ricerca, discussione: Universitas studiorum. Cosa sarebbe una cultura senza Università?

Però un’altra cosa ci fa notare Zweig: che la lingua universale dei dotti (il latino scolastico) perde la vita di una lingua viva quando diventa solo linguaggio accademico. E “con questa lingua non è più possibile scherzare, non è più possibile ridere, non è più possibile dire cose affettuose con arguzia e buon gusto…” (28). Non c’è in questo una lezione per noi, per quanti di noi hanno – a ragione – curato il massimo rigore nella professione filosofica, fino ad essere ossessionati – giustamente! – dal dovere di responsabilità nell’uso delle parole, dalla consapevolezza del loro peso o valore di verità, dalla coscienza logica insomma che sta al pensiero come quella morale sta all’azione: ma trascurando, forse, la fatica di comprendere nel pensiero il sapere comune, magari per illuminarne le incoerenze e i vuoti, ma facendo luce, e non buio, sulle esperienze vissute che il linguaggio comune presuppone e convoglia? Già, dove erano i filosofi rigorosi per tutto il tempo in cui – nel secolo scorso – sarebbe stato importante non cedere alle ideologie ma neppure rifugiarsi nei bizantinismi?

E allora capiamo il piacere con cui Zweig evoca il latino risuscitato a nuova vita nel “regno sovranazionale dell’Umanesimo, questa signoria di un’élite internazionale che, indifferente ai contrasti politici e sociali…fornisce la prova che un pensiero comune europeo è possibile…Ogni volta che il mondo si amplia, gli eruditi sono contenti, e si leva l’entusiasmo della forza, della gioia e della fiducia nella vita, che nella forma più grande e intramontabile chiamiamo Rinascimento, una rinascita dello spirito nel senso più vero della parola” (31).

Con il crollo dell’unità della religione cattolica comincia quella che Montale chiamava “la rissa cristiana”: ma questa è in qualche modo connessa al ri-particolarizzarsi della cultura. Con gli splendori delle letterature nazionali nasce la prima e sola forma non nefasta di nazionalismo: quello letterario. E allora, l’unità europea si rifugia nella musica. “Come i tedeschi e gli stranieri di ogni parte del mondo vengono in Italia, così maestri italiani migrano elle città d’Europa. Porpora a Londra, e a Dresda, Piccinni e Cherubini a Parigi, Jommelli a Stoccarda, Caldara e Salieri a Vienna, Cimarosa a Pietroburgo,  e la sua indimenticabile opera, Il matrimonio segreto, è stata scritta a Vienna, in quella stessa Vienna in cui Metastasio compose i testi per le opere dei musicisti di ogni lingua” (34). Ci voleva il genio di Goethe, però, a sintetizzare quello che la miopia degli hegeliani, per tutto l’Ottocento e poi, tramite i loro epigoni, per molta parte del Novecento, non riuscirà a vedere: anche il benessere della mente esige la rottura delle barriere doganali e dei protezionismi, non solo quello dell’economia.  (E viene un brivido se si pensa a quanto sia tornato di moda oggi esaltare ciò che è nazional-popolare e disprezzare ciò che è cosmopolitico).

Ecco Goethe: “Il mercato libero dei concetti e dei sentimenti, al pari del traffico dei prodotti, crea un aumento generale di ricchezza e di benessere per l’umanità. Se finora non è accaduto, è solo per mancanza di leggi severe, ma il fondamento sono i contatti internazionali” (37). Il mercato è ovunque un’entità normata o non è che forza dell’arbitrio in luogo di governo della legge. Ma il governo della legge dovrebbe già poter esistere dove c’è ora la selva geopolitica degli equilibri di potenza.

E’ un altro passo verso l’incarnazione dell’idea di universalità che in fondo è già nel mito della torre di Babele, e che dal cielo platonico Zweig fa discendere nella città del mondo, indicando una tendenza e una possibilità segreta che corre lungo i due millenni e mezzo di storia d’Europa. Ragione, o richiesta e ricerca di giustificazione, non è velo di decenza e falsa razionalizzazione del nudo potere, come ancora oggi in maggioranza si crede, ma il solo vincolo a ciò che è arbitrario e il solo rimedio all’accidente della nascita. L’universalità, che include l’eguaglianza in dignità e diritti, è il solo fondamento possibile di un ordine internazionale duraturo.  E non è,  viceversa, l’ordine dei potenti che fonda la sua pretesa razionalità.

Zweig dovette abbandonare l’Europa, e non vi fece ritorno. Ma in quegli anni bui aveva cominciato a sognarla. E, in perfetta coerenza con l’idea madre di tutta questa sua riflessione…. inventò l’Erasmus. Come via agli Stati Uniti d’Europa. Sono le pagine più commoventi, le ultime, in cui dispiega quella che negli anni Trenta, incredibilmente, era ancora una lontana utopia – eppure da quanto tempo la scienza, anzi tutte le scienze, fisiche e psicologiche, economiche e politiche, filologiche e religiose, avevano cominciato a ignorare il confine delle nazioni? Nel Novecento siamo rimasti quasi solo noi filosofi alla retroguardia, attaccati all’assurda distinzione fra un metodo e un continente, il nostro – meno le stirpi anglosassoni seguaci di quel metodo. Zweig ne trae  le sue conclusioni educative – la storia che si insegna a scuola non dovrebbe affatto essere storia nazionale, ma storia della civiltà, quindi di ciò che accomuna e unisce le nazioni, con i vincoli delle leggi, dei ponti, delle istituzioni e delle obbligazioni, della scienza e della tecnica. Ma osserva poi che conoscere il passato non basta senza il contatto “davvero creativo del lavoro comunitario”, cioè delle comunità di ricerca. E allora conclude:

“Parte di questo lavoro potrebbe avvenire all’interno delle università… E’ da molto tempo che reputo necessario un patto tra gli Stati e le università che conceda agli studenti il riconoscimento a livello internazionale di un semestre o di un anno di studio presso un ateneo straniero…” (63).

Sono pagine bellissime queste lungo le quali il poeta svolge la sua concretissima utopia. E tanto più stupore suscita leggerle oggi, quando ti accorgi – come è capitato a me, durante la discussione seguita a una lezione – che proprio i ragazzi che hanno goduto del privilegio di Erasmus – a Lisbona c’era una scritta: Erasmus non è un anno di vita, ma la tua vita in un anno – proprio loro, alcuni di loro, parlano dell’Unione Europea come fosse un’oscura potenza vessatoria, anzi peggio: parlano della Commissione Europea come di una conventicola che nessuno ha eletto. Denunciando un’ignoranza addirittura sui principi basici (è sulla base della maggioranza ottenuta in seguito alle elezioni dal Parlamento europeo che viene nominato il Presidente della Commissione). E peggio, ancora: parlano delle decisioni “antidemocratiche” dell’Unione Europea come se la maggior parte delle decisioni contestabili o delle non-decisioni di ciò che chiamiamo Europa non si dovessero semmai all’altro componente dell’esecutivo, il Consiglio, e quindi agli interessi nazionali ancora e sempre prevalenti.

Eppure questi ragazzi parlano la stessa lingua, ascoltano le stesse canzoni  e magari a Bruxelles manifestano contro i governanti del mondo che ignorano il climate change.  Loro hanno ormai tutti gli strumenti per fare del Parlamento europeo l’espressione vera di una democrazia sovranazionale, e li hanno assorbiti senza accorgersene in virtù dei sogni e della tenacia di alcuni poeti e sognatori dell’età dei loro bisnonni e trisavoli. E’ tempo, veramente, che la scuola italiana li liberi da questa ignoranza. Ed è tempo per noi di ripensare all’universalità costitutiva della nostra ragion d’essere di universitari. Di ripensare la profondità e l’altezza della torre di Babele.

 

 

 

 

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