Élites e populismo, ovvero, la democrazia allo specchio. Attorno all’ultimo libro di Vincenzo Costa

lunedì, maggio 20, 2019
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«Voi vedete bene che il popolo è dovunque buona giuria e cattivo tribunale».

Così scrive Alessandro Manzoni in una lettera del 1814 allo storico francese Charles-Claude Fauriel, rievocando il pubblico linciaggio del conte Giuseppe Prina, vicino di casa della famiglia dello scrittore. Questi era stato scelto da Napoleone come Ministro delle Finanze del Regno, ricoprendo l᾿incarico in modo inflessibile e attirando pertanto su di sé l᾿odio del popolo, che non appena il regime napoleonico entrò in crisi, se ne vendicò, istigato forse da avversari politici forse dagli austriaci medesimi, desiderosi di riconquistare il Lombardo-Veneto. Il passo è citato nel libro di Salvatore Silvano Nigro La funesta docilità (Sellerio, 2018), mentre l᾿episodio cui allude offrì al Manzoni, che vi assistette con la famiglia, materia per i capitoli de I promessi sposi nei quali si racconta il famoso “assalto ai forni”, durante il quale Renzo aiuta il cancelliere Ferrer a soccorrere il vicario di Provvisione in procinto, come Prina, d᾿essere linciato dalla folla inferocita a causa della carestia.

In quel giudizio manzoniano, lucido e rattristato al contempo, sono racchiuse molte delle questioni che l᾿ultimo libro di Vincenzo Costa, Élites e populismo (Rubbettino, 2019), cerca di dipanare. Si tratta di un volume insolito per un filosofo teoretico come l᾿Autore, ancor più se fenomenologo, peraltro di lunga esperienza e comprovata competenza. La fenomenologia, nella sua accezione più aderente allo stile del fondatore, Edmund Husserl, nonostante l᾿epoca in cui prese corpo − l᾿intorno della cosiddetta Guerra dei Trent᾿anni del ’900 (1915-1945) − non è mai apparsa particolarmente incline a lasciarsi applicare alla stretta attualità, men che meno all᾿attualità politica in senso proprio. Costa si cimenta tuttavia nella prova, con quella generosità che Enzo Paci considerava requisito fondamentale della filosofia, raccogliendo una sfida che probabilmente i tempi esigono e nella quale forse alcuni, incluso chi scrive, confidano, contro una tendenza sempre latente di questa metodologia d᾿analisi filosofica a dividersi tra quanti, inseguendo la tradizione analitica, circoscrivono in volute così strette il loro campo di ricerca da correre il rischio dell᾿irrilevanza, e quanti invece la irrigidiscono in una sorta di eterno commentario ai sacri testi del suo caposcuola.

Sin dal titolo, l᾿obiettivo è chiaro. Offrire un contributo di articolazione, approfondimento e chiarificazione concettuale di due espressioni ricorrenti nel dibattito pubblico, élite e populismo, ognuna delle quali presenta una complessa tradizione soprattutto nell᾿ambito della letteratura sociologica e politologica. Da buon fenomenologo, tuttavia, Costa, pur non trascurando quei contributi ormai classici di repertorio, non approccia la questione in termini storico-filologici, sforzandosi piuttosto di portare alla luce la logica che lega quei due termini con ciò che essi realmente rappresentano. Non si tratta quindi tanto di offrire strictu senso una nuova “teoria delle élite”, quanto di mettere in luce una dinamica reale delle società liberal-democratiche contemporanee, con una particolare attenzione, comunque, al “caso” italiano.

A questo scopo, è interessante, e gravida di implicazioni, la prima mossa dell᾿Autore: introdurre nel discorso sulle élite il concetto di mondo della vita (Lebenswelt) reso famoso da Husserl grazie alla tarda opera La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale (1936) e impiegato poi da molti altri autori in diversi contesti. Fedele all᾿approccio fenomenologico, in Costa tale espressione rimanda all᾿idea che il nostro presente vissuto non sia una traccia temporalmente puntuale, isolata, senza storia e memoria e priva di un orientamento al futuro fondato nel passato, bensì una stratificazione di senso che intreccia retaggi, motivi, ragioni non meno di nuove possibilità, le quali tuttavia tendono inerzialmente a essere vissute in modo pre-riflessivo, routinario, senza che la luce dell᾿esperienza e della conoscenza provvedano cioè a illuminarle. Il mondo della vita, però, oltre che l᾿opaco regno dell᾿antepredicativo, è al tempo stesso il necessario fondamento di ogni operazione concettuale che voglia rintracciarne e articolarne linguisticamente la struttura di senso per restituirci la possibilità, essenzialmente umana, di scegliere lucidamente e consapevolmente l᾿orientamento dare al nostro futuro. Si tratta di un modo, non l᾿unico, di concepire il cambiamento. Il solo razionale, però, se, come l᾿Autore, intendiamo mantenerci nel solco metodologico aperto dalla fenomenologia.

La democrazia d᾿ispirazione liberale e democratica, secondo Costa, sta attraversando globalmente una crisi di legittimità, una crisi che nel volume è assunta come un dato sostanzialmente ovvio, che non merita d᾿essere discusso. Pur nella loro diversità, i movimenti e i partiti politici comunemente definiti “populisti” sono il sintomo, più che la causa, di tale crisi. E precisamente il sintomo del distacco delle élites di governo dal mondo della vita, ovvero, dalla pre-comprensione emotivamente situata in cui la gente comune conduce ordinariamente la propria esistenza, un distacco che ha reso le élites cieche rispetto ai bisogni, alle aspettative, alle frustrazioni, ai timori che da tempo percorrono la società.

A questo proposito è significativo che l᾿Autore introduca nel suo lessico un termine, questa volta, che non ha una matrice specifica nella letteratura fenomenologica: “moltitudini”. A memoria di chi scrive, questa espressione è entrata nel dibattito politico contemporaneo, e infine anche nell᾿uso giornalistico, a partire dalla pubblicazione di Impero, il ponderoso e fortunato volume dedicato alla sfida della globalizzazione scritto da Antonio Negri e Michael Hardt, edito in Italia da Rizzoli nel 2003. Tuttavia, né quest᾿opera né la successiva di Negri, Moltitudine: guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale (Editore Negri, 2004), scritto insieme a Alessandro Pandolfi e allo stesso Michael Hardt, sono mai citati. E giustamente. Perché pur usando questa espressione, Costa si muove esattamente in direzione opposta a Negri. Lungi, cioè, dall᾿enfatizzare le potenzialità liberatrici del singolo della società “imperialmente” globalizzata del capitalismo immateriale a trazione tecnologica e finanziaria, le “moltitudini” per Costa sono semmai l᾿esito tendenziale di una democrazia disfunzionale: il perfetto contrario di quello che le Costituzioni liberali nominano “popolo sovrano”.

In estrema sintesi, tale disfunzionalità consiste in un vizio di comunicazione del potere e dell᾿informazione − oggi più che mai la più sottile, pervasiva e decisiva forma di potere − che ha comportato il tradimento delle aspettative e dei presupposti logici e ontologici alle base del patto democratico tra popoli ed élites del secondo Dopoguerra. Questo patto, i cui semi sarebbero già rintracciabili già all᾿alba del liberalismo moderno, è il patto per la giustizia sociale come presupposto logico della libertà dei singoli e non come sua mera e presunta conseguenza economicistica.

Non si trattava, cioè, come spesso hanno sostenuto trasversalmente le forze politiche, semplicemente di sviluppare le forze produttive per garantire un sufficiente benessere per il maggior numero di cittadini, bensì di assicurare al massimo grado la permeabilità di governanti e governati, l᾿interscambio materiale e simbolico tra di essi, offrendo l᾿opportunità ai secondi di non essere meramente, per acquiescenza, cooptati dalle élites, ma di trasferire esperienza e conoscenza del mondo della vita nel discorso pubblico, così da sintonizzare tempestivamente l᾿arte del governo con la realtà storica in trasformazione. Solamente questo processo di osmosi tra moltitudini ed élites, basato non sulla cooptazione ma sull᾿esperienza illuminata dalla reciproca conoscenza, dà, letteralmente, corpo e sostanza alla democrazia, perché, scrive Costa, quest᾿ultima «Ha senso in quanto rende possibile la giustizia. Questo è il fondamento di una concezione universalistica dei diritti di cittadinanza, una visione inclusiva, grazie alla quale tutti possono rappresentare pubblicamente le proprie ragioni e gli altri possono comprenderle in quanto hanno la capacità di assumere il loro punto di vista». In un regime democratico, infatti, la legittimità di una legge non consiste semplicemente nell᾿essere stata promulgata da una maggioranza comunque ottenuta. Ma nel processo sulla base del quale, ben oltre il rituale elettorale, tutti abbiano potuto prendere parte alla sua emanazione: «Perché essa tiene conto della molteplicità delle aspirazioni e ha potuto unificarle in una sintesi in quanto tutti i punti di vista di tutti possono riconoscersi». Solamente questo percorso partecipativo «Trasforma la moltitudine in popolo, ossia in soggetto capace di una volontà generale e quindi di darsi una legge che abbia come riferimento esigenze universalizzabili di giustizia» (pp. 37-38). Altrimenti, che “A nessuno sia fatto torto”, imperativo che per Costa dovrebbe stare al cuore di ogni ordinamento democratico, presto o tardi sarà valutato sterile e ipocrita.

Non basta, dunque, la retorica del pluralismo di partiti, associazioni, media, pluralismo peraltro non di rado tutt᾿altro che garantito: serve custodire e coltivare un orizzonte sufficientemente condiviso di senso che abbia nella giustizia il suo valore guida. Senza questa tensione ideale, nella speranza, o nell᾿ideologica convinzione, di consentire al maggior numero di partecipare della ricchezza sociale, si finisce con l᾿accettare di ridurre via via gli spazi di partecipazione politica. E non appena la prima mostri di non essere garantita, diventa inevitabile prenda piede la rivendicazione della seconda. Laddove, a causa dell᾿autoreferenzialità delle élites, viene meno il popolo, infatti, avanzano le moltitudini: sono quanti non capiscono più a che cosa serva la democrazia se l᾿esercizio della libertà è vieppiù condizionato dai “soliti noti” a causa della precarizzazione del lavoro, della ridotta forza di contrattazione salariale, del crescente degradarsi dei servizi pubblici, della difficoltà di accesso al credito e ai servizi dell᾿amministrazione statale, e infine per il moltiplicarsi dei vincoli burocratici e legislativi che finiscono con lo scaricare a valle il rischio e il costo di uno sviluppo distruttivo di risorse naturali e umane di cui non ci si sente, in fondo, che gli ultimi e più minuti ingranaggi.

I “populisti”, a questo punto, hanno gioco facile a intercettare il consenso: basterà mostrarsi in sintonia viscerale con la frustrazione che sale dal basso, adottarne il linguaggio, dare a esso forma di un J᾿accuse. Ma è un᾿illusione elitista anche quella. Chi vive nel mondo della vita, dice Costa, non cade realmente nell᾿inganno: “sa” l᾿identità, la storia, le amicizie, le connivenze di chi si propone come il nuovo, l᾿alternativa. «Per lui il consenso è soltanto un “controdono”» per chi fino ad allora ha calcato la scena politica da protagonista. Ma non dura. Anche i leader a vario titolo “populisti”, benché assumano la posa da outsider in lotta contro le nomenclature, si affermano, ma non reggono alla prova del tempo: perché in loro è sempre percepita la tensione verso il potere, non verso la giustizia. La stessa odierna e oggi “popolare” riduzione dell᾿ideale di giustizia a un mero problema di sicurezza, d’altronde, è frutto di tale disfunzionalità, benché abbia radici profonde nella modernità: risalgono a Hobbes, a Spinoza, a tutti gli autori che dello Stato hanno fornito una legittimazione basata sull᾿imperio della forza in una società, quella umana, altrimenti destinata al conflitto. Antropologie pessimistiche, funzionali in genere a rafforzare il potere politico, economico, sociale di chi già lo detiene.

Chiarito il vincolo di dipendenza reciproca − celato sotto le reciproche accuse di superficie − che lega la logica delle élites con la logica del populismo, la sola via che resta per restituire senso a una democrazia liberale, altrimenti perduta, è il recupero della funzione dei corpi intermedi. Non c᾿è democrazia che non degeneri se non è sostenuta da corpi intermedi ben funzionanti: partiti, sindacati, associazioni, media indipendenti. Costa prende le distanze da qualunque retorica della democrazia diretta, tanto nelle sue varianti storiche quanto in quelle oggi propagandate attraverso il ricorso alle nuove reti digitali. Se l᾿ampliarsi di forme di comunicazione orizzontali, accessibili e diffuse consente un più facile smascheramento dei miti e delle strategie di mistificazione della realtà delle élites, esso resta uno strumento ambiguo sino a quando non sia sostenuto da un ideale condiviso e perseguito di giustizia. Ma questo ideale è reso possibile soltanto dal lento e continuo attrito con l᾿Altro, che non escluda bensì medi il conflitto essendo capace di rivelare a me stesso e all᾿Altro le nostre differenti opzioni come possibilità di uno stesso mondo. A questo servono i corpi intermedi, oggi purtroppo relegati al ruolo di interpreti di interessi corporativi o di minoranze trasversali alle classi sociali, incapaci d᾿incarnare un᾿ideale di giustizia generale e solo per questo democratico.

Molte sono le osservazioni di dettaglio, ricche di esemplificazioni tratte dalla recente storia italiana, con cui l’Autore cerca di dare evidenza alle logiche sottostanti al processo di divaricazione tra élites e moltitudini che sarebbe alla base dell’odierna crisi della democrazia liberale. Non potendo in questa sede entrare troppo nel merito, ci limiteremo a segnalare alcune criticità metodologiche, tra loro interconnesse, che a nostro giudizio si ripercuotono sulla concettualizzazione del problema offerta dal volume.

La prima riguarda l’idea che le élites, per certi versi anch’esse vittime dei loro dispositivi di elaborazione simbolica della realtà, tendano quasi fatalmente ad allontanarsi dal mondo della vita, al quale resterebbero al contrario quasi ontologicamente più aderenti le moltitudini. È un’ipotesi legittima, ma che andrebbe maggiormente argomentata. In realtà varrebbe la pena di soffermarsi sull’intreccio tra elaborazione simbolica delle élites e immaginario delle moltitudini, talvolta non meno alienato dal mondo della vita della prima e in ogni caso con quella fortemente interagente. La seconda riguarda la nozione stessa di élites, di cui non si dà una vera e propria definizione. Così, a seconda dei luoghi, a queste potrebbero appartenere il broker come il manager, l’imprenditore come il consulente d’impresa, il self-made-man come il politico in carriera, il notabile di provincia come l’avvocato metropolitano, il notaio figlio di notaio come il professore universitario e così via. Che cosa hanno realmente in comune queste figure che le distingua dalla moltitudine? Ed è sufficiente ciò che hanno in comune per identificarle come élite? Sono domande che, a nostro avviso, richiederebbero un supplemento di analisi. La stessa nozione di moltitudine, d’altronde, complementare a quella di élites, rischia di soffrire degli stessi limiti. Così, si tende a proiettare più vizi che virtù sulle élites e, al contrario, più virtù che vizi sulle moltitudini, ma senza una chiara giustificazione. All’origine di queste criticità, infine, temiamo si trovi un problema più generale. Benché l’analisi delle logiche che legano élites e populismo non manchi di acume e talvolta di intuitiva aderenza all’esperienza di molti, essa lascia del tutto inevasa la domanda sui motivi storici che hanno portato le liberaldemocrazie e socialdemocrazie del Dopoguerra a tradire il loro mandato. Manca, cioè, un ragionamento su come e perché le economie di mercato, sociali o liberiste, abbiano dissolto le identità di classe delle società industriali in una sterminata varietà di identità basate su stili di consumo che, comunque la si pensi, fanno parte in un senso eminente del mondo della vita. E che il mondo della vita a gran voce continua in fondo a reclamare, anche quando si scaglia contro i fantasmi di Giuseppe Prina.

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