Maurizio Ferraris – Una sinistra finalmente pensosa

sabato, maggio 4, 2019
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Volentieri segnaliamo la risposta di Maurizio Ferraris (il Manifesto, 03/05) all’articolo di Roberta De Monticelli (il Manifesto, 30/04):

Una sinistra finalmente pensosa

Ammiro il pensiero di Roberta De Monticelli, e proprio per questo vedere trattata la mia proposta di un welfare digitale come una provocazione, e l’idea che la sinistra abbia esaurito il proprio mandato novecentesco di socializzazione del capitale industriale (occorrendole ora un nuovo obiettivo) come una freddura, mi è un po’ spiaciuta. Non scherzavo affatto. Quella che propongo non è una sinistra spensierata (lo è stata sin troppo), ma una sinistra finalmente pensosa, e capace di darsi pensiero delle difficoltà che l’umanità attraversa oggi (che non sono quelle di ieri) e di pensare, ragionando e analizzando, delle soluzioni, che devono essere diverse perché diverso è il mondo.

Ciò che, mi pare, non avviene. Roberta incarna l’ala nobile della sinistra, attenta ai princìpi e ai diritti, necessaria e indispensabile, ma facile da ghigliottinare con un tweet contro i migranti. All’altro polo c’è un’ala complottista che parla di sfruttamento e di alienazione come frutto di manovre del Kapitale, con una protesta che è stata capitalizzata dalla destra (in fondo, basta sostituire i diritti umani con quelli degli italiani e basta). In mezzo, c’è un terzo stato volenteroso, quello che abbiamo letto negli articoli sul primo maggio, in cui si denunciava la scomparsa del lavoro, solo che si pensava al lavoro novecentesco.

Ai complottisti del Kapitale dico semplicemente che una cosa del genere non esiste, e che il capitale siamo tutti noi, in quanto parte di un mondo sociale più complesso e interrelato di quanto non lo si pensasse ai tempi di Marx. Agli aristocratici dei diritti umani dico che occuparsi del reale è il solo modo per tutelare i diritti. Al terzo stato preoccupato del lavoro dico che il problema è proprio quello del lavoro, solo che il lavoro non è scomparso, ma è cambiato in un modo radicale, ed è proprio questa radicalità che ora manca nella comprensione del presente.

Visto che si sta parlando del welfare del futuro, conviene partire dal welfare del passato. La semplice intuizione di Keynes, che sta alla base del welfare del Novecento e che ha permesso alle sinistre di socializzare il plusvalore del capitale industriale  è stato il considerare il risparmio e l’investimento come i due volti di una stessa realtà, a livello macroeconomico. Se guardi al capitale (ciò che io chiamo “documentalità”, la somma degli oggetti sociali) come a una totalità, bisogna superare la credenza moralistica per cui chi mette i soldi in banca è premiato con interessi (ai tempi) perché risparmia virtuosamente.

Non è così: è premiato perché rende disponibile dei soldi che saranno investiti, sostenendo nel lungo termine dei consumi che costituiscono il fine ultimo di ogni produzione di beni. E l’investimento costituisce la via regia per ottenere ciò che – in epoca di automazione ancora imperfetta – costituiva l’obiettivo fondamentale del welfare, il raggiungimento del pieno impiego. E perché ciò avvenga scrive Keynes, “gli individui spensierati di domani sono assolutamente necessari per creare la ragion d’essere di quelli seri e ponderati di oggi”. Quanto dire che si risparmia oggi solo per spendere domani, e un risparmio senza spesa non ha senso.

Che cosa è necessario per il welfare digitale? Certo non le demonizzazioni per cui Silicon Valley sarebbe un covo di pirati, ma qualcosa che uno stato comunista (non dimentichiamolo) come la Cina sta capendo molto bene, anche se lo sta attuando a modo suo, cioè con poca attenzione ai diritti civili e alle libertà individuali. L’idea è molto semplice. L’automazione crescente e ben più perfetta rispetto ai tempi di del welfare industriale ha prodotto una disgiunzione concettuale su cui non si è ancora riflettuto: il lavoro umano non è più sinonimo di produzione, perché questa è assicurata in modo crescente dalle macchine – e nella produzione l’intelligenza artificiale, chiamata a eseguire ordini, funziona meglio di qualunque agente umano, proprio come uno sgraziato braccio meccanico fa canestro infaticabilmente e con molto più successo di qualunque campione umano.

Nessun umano, però, sarebbe disposto a guardare una partita di basket tra bracci meccanici. E costruire dei robot spettatori non ha alcun senso. Proprio qui, dunque, diviene indispensabile l’apporto umano, che, come ricordavo nel pezzo del 19 aprile, è chiamato a dar significato condiviso a una attività in sé insensata, e può farlo perché costituisce il fine ultimo di tutto il processo. Proprio qui si nasconde l’intuizione di fondo del welfare digitale. Nel momento in cui il lavoro non coincide più con la produzione, è necessario stabilire a livello macroeconomico che il consumo è il vero lavoro, proprio come negli anni trenta del secolo scorso il new deal si è basato sul fatto che l’investimento è il vero risparmio. I consumatori sono assolutamente necessari per creare la ragion d’essere di quegli individui seri, ponderati e noiosi che sono le macchine, e l’obiettivo del welfare, la piena occupazione, si ottiene molto meglio con il consumo, che riguarda tutti, che non con la produzione, che riguarda una minoranza sempre più esigua.

Ciò non era possibile un tempo, quando il consumo non lasciava tracce e non generava conoscenza. Oggi invece la documedialità (l’enorme potenza di archivio e di calcolo del web) che rende in linea di principio possibile l’automazione perfetta è anche ciò che permette di raccogliere le informazioni di uso e di comportamento che derivano dalla nostra mobilitazione (la propensione ad agire che oggi . Ai giganti del web non importano i nostri segreti (spesso non importano nemmeno ai nostri familiari), importa sapere che cosa vogliamo, che cosa compriamo, che cosa guardiamo, che cosa crediamo e che cosa ci interessa. E importa che ci sia una umanità capace di consumare, costituendo il motore immobile di tutto il processo. Dunque, questa enorme produzione di valore è il vero capitale umano su cui si fonda il welfare digitale, e che va pagato dai giganti digitali. E la sinistra ha di fronte a sé il compito enorme di trovare le vie per far pagare i giganti digitali senza rinunciare ai diritti umani.

Per farlo, però, è necessario pensiero, altro che spensieratezza. Il pensiero che consiste nel riconoscere il consumo come lavoro. Roberta sosteneva che questo mondo di consumatori le ricorda un Brave New World, ma vorrei ricordare che anche Auschwitz è una fabbrica, con probi lavoratori e una morale produttiva impeccabile e novecentesca, purtroppo devoluta allo sterminio. Campi e officine non sono di per sé nobili, lo sono solo se producono la fioritura umana, e, inversamente, il consumo non è l’equivalente di una felicità forzata e idiota, ma costituisce il vero obiettivo di una umanità che si riconosca come portatrice di bisogni, di desideri, e dunque di fini, ossia di ciò che nessun automa potrà mai avere.

 

 

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