A Proposito di Psicopatologia Fenomenologica

lunedì, luglio 1, 2019
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“Dottore guarisco perché la vedo in ansia”

Le mie 60.000 ore di fronte all’ansia nevrotica

 

Roberto Melloni (1949) inizia l’attività psicoterapeutica alla metà degli anni 80. Attende alla cura degli altri attraverso l’indagine del vissuto psicologico del/della paziente secondo le modalità della Psicologia Esistenziale (Daseinanalyse), il cui scopo è rintracciare il senso di quello che, nella sua vita, la persona ha vissuto e da cui si sono determinati i suoi disturbi psicologici. La stessa metodologia d’indagine è stata proposta, in qualità di CTU, nelle perizie per l’accertamento del danno esistenziale in sede giuridica. Ha pubblicato diversi saggi su riviste specializzate e non. Per il CIPM (Centro Italiano per la promozione della Mediazione) svolge attività di volontariato nei Circoli di Sostegno e Responsabilità.

Dottore guarisco perché la vedo in ansia” è quello che mi sono sentito dire, da una paziente, tempo addietro. Ed era forse vero che c’era troppa pressione da parte mia per la paura che la paziente non afferrasse o non riuscisse ad impugnare quei nuovi paletti comportamentali proposti (anticompulsivi), che possono mettere in salvo (guarire) dai gorghi dell’ansia. Come terapeuta ho naturalmente prescritto e consigliato delle cure a chi già, però, era entrato nell’ottica di prendersi cura di sé, afflitto, senza riuscire a definirlo o ad afferrarlo, dal sintomo psicopatologico.

Una ex paziente, invece, dopo aver letto il libro mi disse: “ho capito ora che cosa abbiamo fatto”. Il libro espone, infatti, le tappe di un percorso reale e pratico per abbandonare il sintomo del disagio psicologico cercandone dietro la condizione esistenziale che lo determina. Per guarire, per raggiungere o ri-raggiungere una linea precisa là dov’è la “salute psicologica”, che non è identificabile con il luogo comune della “normalità”, condizione astratta contrapposta a un’altra usuale indefinibile condizione mentale “scientificamente comprovabile” quella dell’ “anormalità”.

Forse “la salute psicologica” è quella “linea d’ombra” al di qua o al di là della quale si può esprimere più pienamente la propria umana esistenza, o, quella che era detta una volta, candidamente, la propria “filosofia di vita”, oggi più appropriatamente indicata come “visione del mondo”. La letteratura clinica denomina le nevrosi come “coatte” perché costringono e ingabbiano i comportamenti in schemi ripetitivi, privi di libertà e di creatività. Anche se, non tutte le ”visioni del mondo” possono pretendere di essere psicologicamente salubri. Certamente non, quelle nevrotiche ansiose che sembrano come delle impuntature infantili incapaci di gestire o affrontare o comprendere in modo adulto il negativo che la vita non può non presentare.

Una delle ambizioni di un percorso psicoterapeutico è quello di portare la persona a “vedersi”. Rimarco questo termine, come acquisizione confidenziale con il proprio io,  per contrapporlo al “capirsi o conoscersi”, spesso ambito, promesso o dato per acquisito che, però, non rappresenta certamente una meta per sciogliere il sintomo nevrotico. La conoscenza intellettuale biografico causale di sé non ha la forza per determinare del cambiamento, né di per sé corrisponde ad una condizione psicologica salubre.

“Vedersi”è il punto di osservazione o auto osservazione o di lettura dei propri “stili esistenziali”o dei propri “modi psicologici”che li animano e li determinano. “Vedersi”è rintracciare il proprio operativo sguardo sul mondo a partire dagli effetti (comportamenti) relazionali che l’io realizza, mette in opera o forma. Arrivare a “vedersi” ha lo scopo di rintracciare le proprie “intenzioni” che sono i significati che vorremmo dare al nostro fare.  Un processo, che si rivolge alla propria biografia non dalla parte delle radici ma da quella dell’osservazione e valutazione dei propri frutti. Soprattutto per il Disturbo D’Ansia Nevrotico, che è un male nella vita, della vita, più che definibile psichico tout court, è obbligatorio coglierlo vedendolo in opera, mentre è, certamente, sintomaticamente e dolorosamente corporale e insieme mentale. Ed è la forma di vita che deve essere diagnosticata, perché non si tratta di un dolore, quello ansioso, paragonabile a quello di un dente cariato. Ho cercato, nel libro, di proporre una strada per indagarsi fenomenologicamente, per una nuova introspezione anche auto-terapeutica, al fine di osservare quelle che Husserl chiamava le proprieintime causalità del mondo della vita. Nell’osservazione psicoterapeutica è da cogliere l’auto evidenza dei propri segnali interni quando come modi di vivereprendono  forma di sintomo una forma patologica.

L’Ansia Nevrotica si articola, si dipana e proietta i “fatti mentali”, sempre, verso un futuro percepito attraverso l’immaginazione  che andrà a concretizzarsi in una negatività e/o in  perdita imminente, ora della salute o dell’amore o della nostra sicurezza o dell’immagine immagine sociale, o di tutto insieme, a volte. Questo “futuro immaginifico” e inventivo, certamente, è collocabile unicamente nella temporaneità del DaseinDaseinsempre alienato principalmente dall’ impossibilità di  “rimuovere” dalla  più profonda coscienza la propria morte, come angoscia di perdita della vita o, alienato dalla ricerca di un senso della vita.

Tanta attualità recita ancora tutt’oggi :” tutti soffrono d’ansia, allora, uguale, nessuno soffre d’ansia? Il malessere psicologico più diffuso è oggi trascurato e resta ingombrante nella vita della persona che ne è afflitta, come un fardello molto provante, accettato per lo più, poco conosciuto, poco oggetto di cure, molto verbalizzato. Ma cos’è l’ansia nevrotica patologica? E’ una paura lacerante, fuori luogo, che affligge certi aspetti della vita rispetto ai quali ogni prospettiva progettuale diviene negativa perché l’ansia ossessiona il pensiero con la paura di una perdita incombente. Il lavoro, la salute, gli affetti? L’ansia comanda comportamenti che diventano ripetitivi compulsivi, non sono più scelti ma obbligati. Ma si può guarire riguadagnando attraverso nuovi comportamenti la propria salute psicologica.

E’ necessaria una confidenza accurata con il proprio modo di pensare. Non il vecchio conoscersi. C’è un corpo-mente che soffre con l’ansia: una progressiva usura che diverrà cronica nella misura in cui sarà trascurata. Se l’ansia nevrotica è nel modo di vivere, la guarigione richiede un modo di vivere differente. Un cambiamento attento a non rispondere alle paure ansiose con modi compulsivi. La nuova condotta assunta alimenta e incoraggerà un diverso modo di rispondere alle paure mal poste dell’ansia e il nuovo processo diventa così curativo e risolutivo.

La sofferenza psicologica ansiosa che, erodendo risorse, diviene depressiva (ansia-depressiva) non è quindi un male oscuro, perché balza agli occhi, tanto da poter descrivere visivamente, come avviene nel libro, differenti stili e modi nevrotici. Il sintomo dell’ansia nevrotica non nasconde tanto traumi infantili quanto le conseguenze degli urti e degli ostacoli che la vita propone, per i quali servono degli ammortizzatori flessibili. Sono necessarie sospensioni esperte in intelligenza emotiva,che apprendano e si correggano e smorzino, secondo le difficoltà del terreno esistenziale che, via via, incontrano le emozioni patologiche.

L’auto terapia è nuova dimestichezza verso il proprio modo di pensare. E’ necessario superare il ruminante perché penso a questooa quello con l’osservabile, l’individuabile…come penso? Analizzare il proprio modo di pensare non è produrre sterili sensi di colpa, ma nuove azioni che possano predisporre al futuro, che nessuno conosce: nuove armonie, là dove il pensiero ansioso ritorto porta inutilmente a cozzare compulsivamente con la realtà quotidiana destinata da quella immaginata. La mente ansiosa si fa oscura perché immagina sempre il negativo, che crede di non saper affrontare, vivere. Allora, l’ansia precede i fatti, ma intanto soffoca. Bisogna imparare a dipanare questa immaginazione terrorizzata rintracciando il bandolo della matassa di quei comportamenti che la condizione ansiosa impone promettendo tranquillità là dove determina, invece, a breve, una nuova prigionia.

C’è poi l’ansia degli altri, quella ambientale, che richiede tecniche di contenimento per ripararsene. Pensare benenon ha la pretesa di voler entrare nelle valutazioni di quello che è  giusto o sbagliato, quanto di poter svolgere e approcciare un proponimento e quindi un atto, davanti a una scelta di vita, senza le pressioni logoranti dell’ansia che, mentre suggerisce malamente come evitare il negativo immaginato possibile, a cui ogni scelta umana inevitabilmente  espone, porta  solo a vivere molto male e a rischiare che la scelta che si effettuerà, invece di essere nel merito del problema, sia frutto dell’ansia e dell’illusione di liberarsene attraverso i riti compulsivi.

Il libro viene da una esperienza clinica molto lunga (le 60.000 ore), ma quello che interessa proporre è una pratica terapeutica che si è appoggiata, o ha cercato la sponda nel patrimonio nei riferimenti delle analisi filosofiche umanistiche esistenziali costituendosi in daseianalyse.

 

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