Lettere da Parigi I. Pippo Delbono e la filosofia. Una sera al Théâtre du Rondpoint

mercoledì, ottobre 16, 2019
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Un dolce paradosso, in una notte di luna piena come un occhio allucinato e candido, demente, molto alto nel cielo. In un teatro magnifico, di una modernità sontuosa, nella parte più monumentale di Parigi, la sala è gremita, ma il pubblico è quasi tutto in piedi. L’élite più raffinata d’Europa, la gente più colta, beneducata e felice del mondo sta tributando una standing ovation a una fila di pagliacci che impersonano i fragili, i dementi, gli sconfitti, gli scarti di manicomio. E succede da vent’anni o giù di lì. Nei teatri d’Europa e d’America, ma anche degli altri continenti.

Chi è Pippo Delbono? A Parigi, una star.  Una volta perse un portafoglio imbottito di denaro e di carte di credito, se ne accorse il giorno dopo, e mentre stava facendo la denuncia in qualche commissariato, gli telefona una signora:  una psicoanalista junghiana, che aveva visto tutti i suoi spettacoli. L’aveva trovato lei, da ore cercava il suo numero di cellulare. Voleva scrivere un libro su di lui, perché « à travers vos spectacles, vous créez un phénomène de catharsis collective ». Illuminante, e inquietante al contempo. Catarsi in che senso, se ogni emozione invece di ordinarsi si avvolge intorno alle viscere (ma anche al cuore, bisogna dirlo) come in una spirale di musica ossessiva, danzata ora da un lieto e surreale clown azzurro con la crinolina e le gambacce maschie, ora subita da un immobile clown bianco e muto, ora un crescendo chaikowskiano che ti trascina ossessivo ma da nessuna parte? Catarsi in che modo, con quelle immagini vivide come in un’allucinazione, che vanno a controsenso del respiro, con fiumi di fiori intrecciati a liana  che cadono dall’alto come corde d’impiccato invece di crescere verso il cielo, con quel grido che dice gioia e scandisce angoscia? E quel vagito, quel vagito stridulo e rauco insieme, ma anche vigoroso come lo è il vagito, il primo: è registrato, ed è ciò che resta del fedele compagno di vent’anni di teatro, Bobò che è morto e di cui La gioia (titolo dello spettacolo) fa il lutto, Bobò che dicono fosse microcefalo ma nelle foto ha un’aria normalissima, espressiva e sorridente come forse è la vita allo stato più elementare – anche se Bobò ha quel grido profondo, animale e infantile – e forse era solo sordomuto, e Pippo Delbono lo rapì a un manicomio di Aversa, nel Sud italiano. Dove la vita non doveva esser migliore che all’inferno, anche se Bobò non pare serbasse alcun rancore ai suoi custodi, prima di diventare un divo sulle scene teatrali del mondo.

E alla fine è questo grido, che sembra un coltello cacciato nella gola al pubblico più viziato e chic del mondo, a suscitare l’applauso della gratitudine, più ancora degli stracci variopinti che in un attimo sono mare e naufraghi, più della preghiera al “Mare nostro che non sei nel cielo”,  di quei versetti che preservano intatto l’arcano nostro moto di adorazione  - e lo affidano al profondo del naufragio, invece. Più della flotta di barchette di carta-farfalle che silenziosamente ricopre tutto il grande palcoscenico, e magnifica ogni infanzia e la dilata e l’assapora  fino a farne una visione mistica, precisa, nitida e poetica. C’è molto surrealismo, molto romanticismo parigino, le Mime Marceau più che Pina Bausch che fu maestra di Del Bono, come lo furono Eugenio Barba e i guru dei teatri danzanti  di Bali o gli sciamani d’altri mondi…. C’è una scrittura scenica insieme precisa e di sicuro, misterioso impatto emotivo. C’è un uomo che il segreto più arcaico del teatro non solo lo deve conoscere bene, ma quasi senza farsene accorgere lo distilla in immagini leggere e in fondo care e familiari come la fila dei clowns giulivi e tristi che senza fine salutano il pubblico.

Chi è Pippo Delbono? Non so nulla di teatro contemporaneo e non azzardo giudizi né ipotesi, ma ora so cosa mi ha colpito del suo spettacolo: che è l’opposto della filosofia. Di più e più esattamente: magnifica, ovvero rende grandemente evidente l’opposizione, che forse era costitutiva della tragedia, della forma teatro alla filosofia. Quella di cui sofferse un tempo Platone. Con la differenza che nel suo teatro non c’è più la tragedia, solo il meccanismo misterioso, “tragico” proprio nel senso arcaico dell’animale antichissimo forse rimasto in noi – che nel vagito strozzato di Bobò trovò forse la sua più tagliente immagine sonora. Eppure, tutto questo era questa sera patinato, a tratti scintillante, come in certi sogni sapienti, al limite dell’enigma e della follia, eppure eleganti. Uno squilibrio dell’anima eseguito con perizia di maestro yoga.

Era per questo, la standing ovation? Era questo, che la psicologa junghiana intendeva per “catarsi collettiva”? E in che senso, “il contrario della filosofia”? Il senso superficiale lo racconta il solo aneddoto comico e un po’ corrivo che l’attore racconta, e di cui gli spettatori parigini ridono cordialmente: quello del tedesco che durante una tournée in Germania si impuntò, alla fine dello spettacolo, a volere tutto spiegato, perché voleva “capire tutto”: e Bobò e il suo grido di infante e la danza tragica  e il dolore e la gioia…. Facile far ridere i francesi sul tedesco ingenuamente razionale.

Ma me il senso più profondo in cui questo teatro sta al capo opposto di Socrate, che pure era un grande umorista, sta in questa frase trovata nel libretto di commento allo spettacolo: “Credo, in fondo, di parlare sempre delle stesse cose. Di mia madre, della paura della morte, dalla paura dell’abbandono, dell’amore del dolore, di me, di me, di me.”

Certo, la frase che segue dà il senso morale della frase, ma in certo modo ne offusca un po’ la verità profonda: “E poi, degli altri. E delle persone più fragili. E delle mie ossessioni: i muri, i cerchi, i miei sentimenti d’amore”.

Torna in ultimo anche il “di me”. La verità dell’attore, che davvero può offrire molto allo spettatore e meritarsi l’applauso “catartico”. Perché senza dubbio de te fabula narratur. Giustamente quel libretto è stato intitolato “Pippo Delbono – Le don de soi”.

Socrate era anche un umorista, ma soprattutto era ironico: la sua ironia gli serviva a distogliere da sé gli occhi dell’interlocutore, a fare di sé un nulla, una trasparenza attraverso cui l’occhio che cerca possa distinguere il profilo più vero delle cose – o la loro essenza – e il rapporto dell’interlocutore alla verità. Più importante forse del dolore e della gioia, anche se per nulla ignaro dei muti fondamenti del nostro discorrere adulto, che sono il pianto e il riso, più antichi della nostra mente. E per nulla ignaro del pianto muto dell’adulto, serrato in gola ai sillogismi. Ma perciò forse più rasserenante.

L’occhio enorme della luna, all’uscita, s’era fatto più lucente e più pensoso, e come più alto il suo silenzio. La luna di Parigi era d’accordo con me, questa sera.

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