I casi di Twitter e Alibaba. Digital transition, sovranità, democrazia

domenica, 10 Gennaio, 2021
By

In questi giorni assistiamo a due crisi speculari che meritano molta attenzione e giudizio ponderato. Negli Stati Uniti, a seguito dellʼassalto senza precedenti al Campidoglio da parte di un manipolo di facinorosi “trumpisti”, una società privata, la Twitter, Inc. con sede a San Francisco, Stati Uniti, e filiali a San Antonio e Boston, ma operante sotto la giurisdizione dello Stato del Delaware, ha sospeso a tempo indeterminato lʼaccount del Presidente degli Stati Uniti nonché Capo delle Forze armate americane, Donald Trump, votato alle ultime elezioni da circa 75 milioni di cittadini e ancora in carica fino al 20 gennaio. Qualunque opinione si abbia sul Presidente uscente, che certo non da ieri ha fatto uso a dir poco spregiudicato dei social network, la questione solleva più di un problema democratico, come ben evidenziato tra altri da commentatori come Francesco Costa, vicedirettore de Il Post, e Roberto Saviano. Dallʼaltra parte del mondo, in Cina, Jack Ma, fondatore di Alibaba Group, multinazionale concorrente di Amazon con sede ad Hangzhou e leader mondiale dellʼe-commerce, sembrerebbe scomparso dopo che il governo cinese aveva sospeso la quotazione in Borsa della sua nuova creatura, la Ant Group. La nuova società di Ma, che come tutte le grandi imprese private cinesi si è sviluppata grazie al robustissimo sostegno finanziario del governo tramite la sua rete di banche pubbliche, integra come nessuno al mondo le attività di banca commerciale, broker, gestore di attività, società attiva nel campo delle carte di credito, società di assicurazione, il tutto gestito tramite una sola app attualmente usata da quasi tutti i cinesi (il solo concorrente, sempre cinese, è Tencent). In sostanza, è la piattaforma fintech più integrata del mondo, con alle spalle il fondo monetario di gruppo più grande del mondo, oltre che la prima ad applicare gli strumenti dellʼintelligenza artificiale – settore questo in cui la Cina è allʼavanguardia – alle sue attività di business. Le ragioni di attrito tra governo cinese e il fondatore della fintech sono ben ricapitolate in questo articolo pubblicato su Sbilanciamoci.info, che diversamente dalla maggioranza della stampa italiana sta prestando la dovuta attenzione alla vicenda. Riguardano, in sostanza, il regime di concorrenzialità, il rapporto tra poteri pubblici e poteri privati e in definitiva quello generale tra economia e politica. Volendo riassumere in maniera un poʼ sbrigativa, se negli Stati Uniti una Big Tech si prende la libertà di tacitare a sua discrezione il Presidente in carica, in Cina scompare o – chissà – viene fatto scomparire il fondatore della più strategica del Paese, con invito governativo ai media a non occuparsi dellʼargomento. Naturalmente si potrebbe leggere i due episodi come simbolo del contrasto tra democrazia e autoritarismo. Ma credo sarebbe imperdonabilmente semplicistico. La realtà è che le due crisi mettono in luce il problema del potere senza precedenti assunto ovunque dalle Big Tech e dellʼormai spaventosa commistione tra interessi pubblici e interessi privati di queste multinazionali, commistione che mette in questione la sovranità politica in quanto tale indipendentemente dal sistema politico e istituzionale attraverso il quale essa si esplica. A riprova della natura cruciale del problema, al quale la riflessione filosofica non mi pare stia ancora dando il giusto rilievo, mi permetto di segnalare anche un mio articolo a proposito della guerra commerciale e insieme geopolitica che si svolge sui fondali oceanici, articolo tratto da una mia intervista a Maurizio Mensi, docente di Diritto dellʼinformazione e della comunicazione allʼUniversità Luiss Guido Carli e Professore di Diritto dellʼeconomia alla Scuola Nazionale dellʼAmministrazione. Lʼintervista, in versione estesa, si può anche leggere su bizdigital.it e illustra come la transizione digitale sia un processo globale che – al di là della chiacchiera ideologica sulla smart economy e i giovani e talentuosi start-upper (per un piacevole e arguto racconto fuor di retorica del modello Silicon Valley, si può leggere Steve Jobs non abita più qui di Michele Masneri, pubblicato da Adelphi) passa anzitutto attraverso immani investimenti in materialissime e pesantissime infrastrutture come le dorsali di rete transoceaniche dalle quali transitano ogni secondo i dati dei 5,1 miliardi di persone che nel 2019 hanno posseduto un telefono mobile e dei 4,4 miliardi che hanno utilizzato Internet. Sono investimenti nellʼordine di centinaia di milioni di euro a cavo, appannaggio di consorzi in cui centrale è sempre il ruolo del cosiddetto Gafam (Google, Amazon, Facebook, Microsoft). Deve essere messo in evidenza il livello di integrazione verticale senza precedenti di queste corporation che, da un lato rilevano, tracciano, interpretano e gestiscono algoritmicamente e commercialmente i dati dei loro cittadini-clienti, dallʼaltro sviluppano con un ruolo di primo piano lʼinfrastruttura globale che ne consente il trasferimento su scala planetaria, infrastruttura sulla quale oggi non esiste alcuna chiara giurisdizione a garanzia della vulnerabilità, sicurezza, manipolabilità delle informazioni. Nessuna società di telecomunicazioni o di qualunque altro genere di infrastruttura, pubblica o privata, ha mai goduto di un tale potere su scala globale. Una discussione accurata attorno a queste nuove potenze e attorno ai loro antagonisti asiatici è qualcosa da cui non si dovrebbe prescindere se vogliamo dare credibilità a un ideale come quello “illuministicoˮ, che certo allo sviluppo di un sapere scientifico e tecnologico al servizio della prosperità dei popoli e dellʼemancipazione degli individui dalla soggezione materiale, intellettuale e morale ha assegnato grandi responsabilità e aspettative. A chi dovrebbero rispondere, tuttavia, e come, queste concentrazioni senza precedenti di potere tecno-scientifico? Fino a che punto può essere tollerato lʼimmane intreccio dʼinteressi pubblici e privati che, seppure in modi opposti, vediamo allʼopera in questi due sconcertanti casi riguardanti le due superpotenze che si contendono il mondo? LʼUnione Europea ha una propria visione del problema? E ancora prima: lo vede, il problema? Si dice spesso che i problemi globali richiedono una governance, se non addirittura un governo, globale. Ma nel nome di chi e verso chi dovrebbe esplicare un tale governo la propria azione? E come? È chiaro, infatti, che né gli Stati Uniti né la Cina hanno minimamente intenzione di rinunciare in nome della “democrazia” o del “libero mercato”, parole che come dimostrano questi due casi non sono che vuota retorica, alla corsa per la supremazia nella digital transition. Come dʼaltronde è chiaro che questa corsa pone problemi di equilibrio e separazione tra interessi pubblici e privati senza precedenti per dimensione e ricaduta sulle nostre vite, nei quali ancora prima che la democrazia, a repentaglio è la sovranità stessa delle istituzioni rappresentative. Né i consigli di amministrazione, né le istituzioni politiche, liberali o meno, ma neppure le attuali organizzazioni di ricerca pubbliche e private dedite allo sviluppo scientifico e tecnologico assomigliano lontanamente a consessi socratici eticamente orientati al vero, al bene, al bello, come talvolta la nostra paideia filosofica ci induce a credere o sperare. Conoscere e ammettere questa deludente realtà nulla toglie allʼideale. Semmai può contribuire a rafforzarlo nella sua capacità di restare al passo con questi tempi disumanamente veloci e rischiosi.

Tags: , , , , , , ,

4 commenti a I casi di Twitter e Alibaba. Digital transition, sovranità, democrazia

  1. Stefano Cardini
    lunedì, 11 Gennaio, 2021 at 09:24
  2. Maurizio Mensi
    venerdì, 15 Gennaio, 2021 at 11:20

    Condivido appieno le riflessioni contenute nell’articolo: il sonno della politica ha generato mostri. Per troppo tempo sono state più o meno consapevolmente affidate a corporation private scelte strategiche destinate a incidere sulla società e la vita dei cittadini senza che vi fosse una chiara consapevolezza delle conseguenze. Illuminanti al riguardo le considerazioni di Robert Reich in audizione al “Senate Judiciary Committee Subcommittee on Antitrust, Competition Policy and Consumer Rights” degli Stati Uniti il 5 marzo 2019, in cui i problemi derivanti dalla concentrazione di potere in capo a pochi soggetti sono evidenziati con lucidità. Al riguardo un segnale confortante arriva dalla nostra vecchia Europa. Il cantiere normativo in corso in tema di dati e intelligenza digitale, con il Digital Services Act, il Digital Markets Act e le iniziative in tema di cybersicurezza, è destinato a creare standard normativi globali a presidio di diritti e valori, come già avvenuto con il GDPR.

  3. Redazione
    venerdì, 15 Gennaio, 2021 at 21:23

    Jack Dorsey, il cofondatore e CEO di Twitter, ha scritto una serie di tweet per riflettere sulla sospensione definitiva dell’account del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sulle sue conseguenze e su come da quello che è successo in questi giorni dovrebbero nascere nuove regole, per Twitter e per internet.

    https://www.ilpost.it/2021/01/14/dorsey-twitter-trump/

  4. Redazione
    venerdì, 22 Gennaio, 2021 at 12:24

    Jack Ma è tornato ma la repressione continua. Nuove misure contro Ant

    https://www.ilsole24ore.com/art/jack-ma-e-tornato-ma-repressione-continua-nuove-misure-contro-ant-ADvBLtEB

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*