Il dovere di dirlo. Forse, di gridarlo.

martedì, 21 Febbraio, 2023
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Oggi, 21 febbraio 2023, nel silenzio assoluto dell’Europa, due discorsi incendiari, di Putin e di Biden, annunciano una svolta epocale. Meglio sarebbe chiamarla tombale – ma la pace della tomba non arriverà,  senza l’orrore di milioni di morti ammazzati. E noi “filosofi” non diciamo nulla?

Riprendo la mia parte del confronto PRO e CONTRO che il direttore del Domani ha voluto aprire ieri sulla desiderabilità continuazione della guerra fino alla “vittoria”. Scarica qui i due pezzi affiancati. 

Il 15 febbraio del 2003 oltre 100 milioni di persone scesero nelle piazze delle principali città del mondo per opporsi all’imminente guerra che sarebbe stata poi scatenata in Iraq. Si trattò della più grande manifestazione pacifista della storiae la società civile che la animò fu definita dal New York Times “la seconda potenza mondiale”.

Certo, le manifestazioni non fermarono la guerra. Eppure avevamo ragione, e averlo creduto fa di quei cento milioni di persone che eravamo i custodi di una verità che oggi pochi sarebbero disposti a disconoscere. Menzogne, interessi inconfessabili, politiche di potenza tanto ciniche quanto blasfeme nei confronti degli ideali di democrazia di cui ammantavano i loro cannoni, calcoli sbagliati e catastrofici nelle loro conseguenze. Queste erano le basi morali di una guerra che ne scatenò altre, destabilizzando indefinitamente un’intera regione del globo.

Vent’anni dopo molte delle associazioni di allora, coordinate in Italia  da Europe for Peace – Rete Italiana Pace e Disarmo (https://retepacedisarmo.org/2023/europe-for-peace-un-anno-di-guerra-e-troppo/) sono pronte a dare inizio alla marcia straordinaria Perugia-Assisi, nella notte fra il 23 e il 24 febbraio, uno dei momenti più simbolici delle centinaia di manifestazioni che hanno già cominciato a svolgersi nelle città italiane ed europee, e culmineranno a Roma il 25 febbraio. Fermeremo la guerra in Ucraina? Certamente no. Sono manifestazioni inutili, allora?  No, altrettanto certamente.

“Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare” (Einstein). Risvegliarci dall’inerzia della mente e del cuore è la prima utilità sperata. Stiamo vedendo crollare uno dopo l’altro gli ideali che hanno dato un po’ di senso alla vita di tutte le generazioni postbelliche, in Europa. La stessa Unione europea è stata il più grande progetto politico del Novecento, e la sua parziale realizzazione costituiva un unicum nella storia politica del mondo: uno stato che prova a nascere non per via di guerra, di conquista imperiale o coloniale, e neppure di concentrazione di poteri tradizionali e diffusi, e nemmeno dal dubbio entusiasmo nazionalistico dei popoli. No: ma per unione pacifica e cessione parziale di sovranità di stati con una loro storia, una loro potenza, una loro gloria. Per graduale costruzione di istituzioni normative ispirate a valori riconosciuti più alti di quella storia, quella potenza e quella gloria, che nei secoli avevano prodotto  sacri macelli, risse cristiane, imperi feroci e razzisti, e finalmente una guerra civile europea 1914-1945, con le due esplosioni  più violente e assassine dei millenni di precedente (in)civiltà.  L’esperienza morale dell’intera prima metà del secolo e delle sue tragedie aveva fatto fiorire nelle menti migliori il vecchio ceppo dell’albero dei Lumi, coi rami delle sue istituzioni normative, cresciute a raddrizzare il legno storto dell’albero umano: un embrione di democrazia sovranazionale, parlamento, governo, corte di giustizia, concepiti per elevare la politica al di sopra delle logiche di dominio, dell’arroganza dei potenti, del servilismo dei deboli. Per fare che, almeno nella patria dei diritti umani, l’impero della legge, la voce del diritto rimpiazzassero la selva geopolitica degli equilibri di potenza, sempre pronti a spezzarsi e a rovesciare la civiltà umana nel suo opposto assoluto, inesistente in tutto il resto del mondo animale, estremo per stupidità, violenza e barbarie: la guerra. Quel poco che fu realizzato, sotto la corona di stelle di quella bandiera azzurra, nel commosso largo beethoveniano dell’Inno alla gioia, era l’ultima fioritura del ceppo kantiano, era il sospiro di speranza della pace perpetua – era davvero il fiore delicato dell’umana età della ragionevolezza, aveva la dolcezza della maturità forse raggiunta.

Questa immensa speranza è stata ferita a morte. Lo ha fatto la stessa Ue, con la sciagurata decisione di dimenticare tutto, le promesse del futuro e gli impegni presi in passato – fra cui gli impegni presi nei confronti di una Federazione Russa che con Gorbaciov aveva sciolto l’impero aprendosi all’Occidente; di rinnegare il proprio stesso DNA di potenza del diritto sovranazionale e della pace, la sua vocazione di ponte fra Occidente e Oriente; e di cedere di schianto la guida di se stessa al pugno inaffidabile degli Stati Uniti e del loro stridulo presidente, a sua volta guidato da preoccupazioni totalmente altre da quelle europee. E’ nostro dovere gridare alta al cielo la nostra delusione, la nostra volontà che almeno ci si fermi sull’orlo del baratro. Soprattutto noi lo dobbiamo, che abbiamo qui il più grande arsenale mediterraneo della Nato. Io spero che a ad arrivare stanca sui colli di Francesco d’Assisi, il 24 febbraio mattina, sia l’Italia intera.

 

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Un commento a Il dovere di dirlo. Forse, di gridarlo.

  1. Stefano Cardini
    mercoledì, 22 Febbraio, 2023 at 08:59

    La camicia di forza culturale dell’egemonia a tutti i costi

    DOV’È LA VITTORIA. Le classi dirigenti degli Stati uniti sono ossessionate dal mantenere il ruolo egemone del loro paese sul pianeta. L’attuale presidente americano sembra non capire la forza del nazionalismo altrui. Né Putin né Xi sono bravi ragazzi e sicuramente i loro popoli starebbero meglio senza di loro. Né l’uno né l’altro però, vogliono bombardare la California e neanche la Polonia o la Germania: quello che vogliono è riconoscimento, non umiliazione (di Fabrizio Tonello, da il manifesto, 21 febbraio 2023)

    «Dalle frontiere d’Ungheria al cuore della Birmania (…) il demonio russo assilla e turba il genere umano e perpetra diligentemente le sue perfide frodi» scriveva il Times di Londra nell’anno di grazia 1838 ma potrebbero benissimo essere uscite sul New York Times di ieri, in coincidenza con la visita di Joe Biden a Kiev. L’impero inglese non c’è più, sostituito da quello americano, ma il linguaggio, 185 anni dopo, è tornato lo stesso. L’Occidente è «industrioso ed essenzialmente pacifico» (ancora il Times del 1838) mentre Putin è assetato di sangue.

    Che Vladimir Putin sia un satrapo orientale non cambia nulla a una questione fondamentale: questa narrazione manichea è sbagliata e pericolosa. Viene da lontano, dalla russofobia inglese dell’Ottocento, ma oggi rischia di condurre l’Europa e il mondo a un conflitto generalizzato. (…)

    (https://ilmanifesto.it/la-camicia-di-forza-culturale-dellegemonia-a-tutti-i-costi)

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