
Questa è la versione più completa di un articolo uscito in versione ridotta sul “manifesto”, 30 dicembre 2025. Dove lo studio si fa preghiera. E il libro di studio e preghiera è Genocidio: la verità dell’Onu su Gaza, Edimedia Firenze 2025, cioè l’analisi giuridica della condotta di Israele a Gaza secondo la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato, a cura e con un’introduzione di Domenico Gallo che ricostruisce, passo dopo passo, la genesi del dell’umanità a partire dal 1941. Da studiare, tanto nella parte storica che in quella dell’analisi giuridica del genocidio. E si vorrebbero dedicare agli analisti della Commissione e al cutratore del libro questre parole di Anna Maria Ortese, avvero un augurio per tutti: “Per quelli che videro il cielo e mai lo dimenticarono, che parlano al di sopra dell’emozione, dove l’anima è calma, che non credono, o credono poco ai partiti, alle classi, ai confini, alle barriere, alle armi, alle guerre, che nel denaro non hanno posto alcuna parte dell’anima e quindi sono incomprabili. Per quelli che vedono il dolore, l’abuso, vedono la bontà o l’iniquità, dovunque siano e sentono come dovere il parlarne. Per i cercatori di silenzio, di spazio, di notte che è intorno al mondo, di luce che è intorno al cuore. Per quelli che attraversano questa vita lieti come fanciulli e vigili come madri…La libertà è un respiro”
A Natale, nel cuore dell’inverno, il sole che si era fermato sul punto più basso dell’orizzonte terrestre (sol-stitium) comincia a risalire. E a Capodanno festeggiamo Giano, il dio bifronte delle porte e degli inizi, che dà il nome a gennaio.
Traggo un respiro profondo. Il sole sosta sul fondo che abbiamo toccato. La mia generazione l’ha certamente toccato – mai una bambina dimezzata, senza un braccio e una gamba, aveva levato verso di noi il suo sguardo stupito, chiedendoci come farà a giocare. Mai i padroni del mondo si erano gettati sulle spoglie di un genocidio che continua per fame e desolazione, e deborda in Cisgiordania, annichilendo il poco che restava di futuro palestinese. Mai si erano stretti la mano intorno al loro bottino di gas, petrolio e ricostruzioni miliardarie, chiamando pace la loro gozzoviglia sopra 68 milioni di quintali di macerie delle vite degli altri. Mai l’UE era arrivata a stravolgere a tal punto le sue carte istitutive da correre alla militarizzazione della vita civile e alla conversione bellica delle industrie nazionali, e addirittura a sanzionare pesantemente il dissenso fin nella libera Svizzera. Mai i governanti erano arrivati a sputare letteralmente e pubblicamente sul diritto internazionale, in particolare sulle sue funzioni di garanzia penale, a coprire di sanzioni e chiamare “criminali” le corti, le commissioni d’inchiesta, i relatori. E mai quelli europei erano arrivati a proporre la cancellazione di diritti umani vigenti, come quelli relativi ai diritti di migrazione e di asilo.
Toccato il fondo, si comincia a risalire: così dice la metafora cosmica. Ma la tenebra storica sembra più profonda di quella cosmica. La dismisura del male non si lascia capire. Al più si può definire questa tenebra attraverso le tre pugnalate inferte al po’ di ragione pratica che si era incarnata nelle istituzioni e nelle norme. E cioè: non solo la violazione su larga scala dei principi di civiltà cosmopolitica che l’umanità aveva iscritto nelle sue Carte. Ma anche il loro ostentato ripudio (da parte di molti governi occidentali) e, infine, l’attivo tentativo di scardinarne l’impianto normativo.
Eppure mai s’era vista accendersi più sfolgorante la luminaria del vero, dall’uno all’altro capo della terra. Perché i vincoli che diamo alla nostra ferocia e idiozia hanno questo di divino: che più sono violati, più accendono luci sul vero. Se verità è uno dei nomi di Dio in tutte le fedi, mai fu più vero l’annuncio che viene da Betlemme, mai tanta luce è venuta dalla Palestina. Mai tanta verità s’era accesa sul sangue di una strage degli innocenti. Il male non s’aggroviglia più col bene in spire serpentine, la sua immensità non si acquatta più coi vermi nei cunicoli del male minore, niente è nascosto, niente è più rimosso. Dal Polo Sud al Polo Nord, dalla Cina al Perù ognuno vede il vero, pienamente svelato.
A questo si era preparata a lungo, la giurisdizione della nostra fragile ragione, che per tutta la sua storia è stata sopraffatta, abusata, asservita dall’arbitrio del volere che è potere e detta legge. Ma una svolta ci fu, quando i più vecchi di noi nascevano. Qui, sul fondo del solstizio, oggi la mia preghiera è lo studio di quella svolta. Cominciò su una nave al largo delle coste di Terranova, nel 1941, quando Roosvelt e Churchill scrissero in una Carta atlantica la promessa di un assetto del mondo basato sulla giustizia e non più sulla logica della forza. Divina è la scrittura, che di una promessa violata fa una lampada per illuminare il dolore e articolare il grido in limpide domande, in esigenze esatte. E la scrittura proliferò, con un suo vertice il 26 giugno 1945. Per la prima volta nella storia universale, la Carta delle Nazioni Unite mette fuori legge la guerra e la sovranità di chi la comincia. Il 10 dicembre del 1948 viene approvata la Dichiarazione Universale dei Diritti umani, ma il giorno prima era stato approvato il suo preludio e il suo vero fondamento: la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio. E questa, fra le promesse non mantenute, è quella che sprigiona più luce: non solo sull’immediato presente della Nakba del 1948, che si ricorda simultaneamente alla nascita dello Stato ebraico di Israele, ma sull’intero atroce passato coloniale dell’Europa dei diritti, seduta sul sangue dei suoi genocidi in tutti i continenti. Cresce la luminaria del vero: dalle Convenzioni sul diritto bellico (Ginevra 1949, 1977), a quelle sullo status dei rifugiati (1951), contro le discriminazioni razziali (1965), contro la discriminazione della donna (1979), contro la tortura (1984), per i diritti del fanciullo (1989). E siccome la verità non è che il cuore della giustizia, il corpus iuris dell’umanità ha trovato i suoi giudici, oltre che nella Corte internazionale di giustizia (1945), nella Corte penale internazionale istituita con la Conferenza di Roma nel 1998.
Splendide pagine ci raccontano questa storia, introducendoci con l’acuminata penna di Domenico Gallo all’analisi giuridica della condotta di Israele a Gaza secondo la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato, che documenta la dismisura del male a Gaza (Genocidio: la verità dell’Onu su Gaza, Edimedia Firenze). Leggendola, la nostra preghiera si trasforma in un esperimento mentale: cosa succede se l’apocalisse, cioè lo svelamento del vero, diventa seme universale di rivoluzione? Lascio la risposta all’ultimo visionario capitolo de La fine di Israele (2025) di Ilan Pappè, dove un ultranovantenne racconta come nacque Isratina, il neonato stato di Israele-Palestina, inizio di una palingenesi del mondo.
“Tutto è scoppiato in quell’anno favoloso, il 2040, l’anno della Wathba, alla lettera ‘balzo in avanti’…Per tutto quell’anno non ho potuto scrivere una parola. Dovevo elaborare la rivoluzione, la trasformazione, l’eccitazione, il trauma, la paura e la speranza. Che vortice! Come su un aereo intrappolato a lungo in una turbolenza, che sobbalza su e giù, a destra e a sinistra, e non sai se questo sarà il tuo ultimo giorno sulla Terra o se sarai la persona più felice al mondo a cui è stata data una seconda opportunità di vita”.


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