Per Umberto Chapperon, un olivettiano socratico, a suo modo.

mercoledì, 21 Gennaio, 2026
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Quando se ne va una persona la cui presenza – discreta, a volte più remota altre vicina –  era graziosamente amica, anche se di Umberto era di una generazione, forse, precedente alla mia, c’è come un tonfo, anzi una serie di tonfi, come attutito rumore di crolli nelle colonne di carta della memoria, forse di veri e propri schianti nei suoi disordinati scaffali. Mondi possibili scompaiono, la memoria perde pezzi di futuro e  vede cancellarsi lavagne intere di domande – su ciò che avvenne, quali furono i lari, quali i figli, quali i maestri e gli amici e le città e le speranze, e quali le scoperte, i disinganni, le tristezze. Ma se è uno come Umberto, che se ne va, è molto più di questo  improvviso, già doloroso sfaldamento delle impalcature della mente che accade. E’ quel riso impercettibile come un lampo, quello sguardo di un umorismo candido e bambino, quel piccolo cielo degli occhi che ricorda una felicità immemoriale, impersonale: sono questi segni minimi e acuti, queste brevi dimostrazioni di esistenza dell’anima, ad essere perduti, e non credevi mai che potesse accadere.

Resta tutta l’intelligenza dei giorni, quella delle amare verità cesellate ogni giorno, restano le domande e gli sconcerti e le tracce di letture sconfinate, mai di libri noiosi però – di tutti i classici, invece, che incorniciano di gentilezza e definita consapevolezza ogni nostra sconfitta. Cerco nel fondo dei messaggi – e uno ne trovo, non fra quelli più antichi, già dell’epoca non più cartacea. “D’altra parte non è detto che gli imperi siano immortali . Rileggetelo, se lo avete dimenticato, il poemetto di Rutilio Namaziano: Il ritorno (400 d.C.). E’ una bella fotografia di come può ritornare  ad essere l’Italia all’ insegna della decrescita felice. Umberto.” (2016).

Ciao Umberto. Mancherai ai pensieri di molti. Resterà inquieto, eppure grato, il pensiero di te.

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