
Questo articolo è stato pubblicato sul “manifesto” del 18 febbraio 2026
Si è spenta il 13 febbraio nella sua casa di Vitolini, dove si era ritirata dopo una vita trascorsa negli Stati Uniti, come docente di letteratura italiana all’University of Illinois di Chicago, Margherita Pieracci Harwell (1930-2026). Era la Mita delle Lettere a Mita di Cristina Campo, curatrice quasi dell’intera sua opera, luminosa interprete di Simone Weil che con la Campo stessa e Gianfranco Draghi fu fra i primi a tradurre e introdurre in Italia (La Grecia e le intuizioni precristiane, 1967). E’ autrice di saggi memorabili su Leopardi (I due poli del mondo leopardiano, 1987), Ignazio Silone, Primo Levi, Mario Luzi, Margherita Guidacci (Un cristiano senza Chiesa e altri saggi, 1991) , amica e grande esegeta di Anna Maria Ortese, Anna Banti, Maria Zambrano, Ernst Benhard, Alessandro Spina. Fu guida per gli smarriti della generazione di chi scrive, cui aperse un varco di luce verso gli spiriti liberi della sua generazione (Cristina Campo e i suoi amici 2005).
Conviene al lettore di oggi cominciare dall’ultimo libro pubblicato da Margherita, Si apriva il balcone sull’amata Parigi. Lettere e memoria della madre di Simone Weil (2017), che, chiudendo il cerchio, racconta come tutto cominciò. Con l’amicizia fiorita fra lei e la madre di Simone Weil fra l’estate del 1958 e l’anno della morte di quest’ultima, il 1965. La corrispondenza che ne resta è un fragile e inestimabile tesoro di memoria, appeso a un filo che stringe e annoda in un unico disegno molte vite, note e ignote, come nel “rovescio del tappeto” di cui parla uno dei più bei testi della Campo. Qui il tappeto è la trama fittissima e lucente che si andava in quegli anni tessendo nell’appartamento al numero 3 di rue Auguste Comte, affacciato sul Jardin du Luxembourg, nel cuore di Parigi: il pensiero di Simone Weil. Salvato e ritrascritto, pagina dopo pagina, dall’attenzione devota della madre e dei più intimi amici di casa Weil dopo la morte di Simone, nel ’43. E’ questa l’officina spirituale dove la giovane Margherita, affilando le armi del mestiere, crebbe al suo destino, sia personale sia intellettuale: nel fuoco di quell’attenzione pura alla sostanza di cui vive chi scrive, che trasformerà ognuno dei grandi saggi critici della futura autrice in un confronto in cui “mentalmente conversare sul vivere, e sperarne qualche indicazione”.
Il pensiero weiliano è il vero filo che tiene insieme le molte voci e vite sommerse e anche quelle salvate in quest’opera d’attenzione, limpida come lo sguardo della ragazza non ancora trentenne che lungo quel filo vede maturare il suo difficile destino, e insieme obiettiva, come solo la cognizione del dolore e la profondità di sguardo della maturità vera consentono. Perché sono queste due note intrecciate a fare fin dalla prima pagina il fascino del libro. Sono le pagine del diario della ragazza di allora, capaci di restituire con pochi cenni l’emozione e la freschezza delle grandi scoperte intellettuali e morali delle anime vive di quella generazione. Con le annotazioni sapienti dell’autrice che le riscopre dopo una vita, si direbbe, trascorsa inseguendo nelle pieghe più riposte della grande letteratura moderna le beatitudini del Discorso della Montagna. Annotazioni che “fanno ordine” (e con assoluto rigore filologico, anche questo è una componente dell’attenzione) nella massa dei fogli e foglietti, degli appunti e delle cartoline, delle lettere e dei messaggi, dei cenni, dei sussurri – delle parole infine in cui si dispiega in quegli anni la speranza e la vita dei giusti. O almeno di quelli fra loro di cui troviamo menzione in queste pagine. Trascegliamo i più noti – non i più importanti forse nella misteriosa economia del bene – per aiutare il lettore a orientarsi. Ci sono fra loro ricercatori di giustizia fra i più limpidi dell’intelligenza europea e americana del secolo scorso: da Albert Camus a Jeanne Hersch a Czesław Miłosz, al gruppo di “Politics” e di “Partisan Review” a New York – Dwight Macdonald, Hannah Arendt, Mary McCarthy –, con cui fu in stretto contatto, oltre a Nicola Chiaromonte, Ignazio Silone, cofondatore di “Tempo presente”. Era stato del resto proprio Nicola Chiaromonte a portare a New York, nel 1941, il fascicolo di “Cahiers du Sud” in cui era uscito il saggio L’Iliade, ou le poeme de la force di Simone Weil, che successivamente, nel 1945, fu pubblicato nella traduzione di Mary McCarthy su “Politics”. E fra gli italiani ancora Adriano Olivetti, e naturalmente Mario Luzi, Cristina Campo, la stessa Margherita Pieracci Harwell con Dwight Harwell, Gianfranco Draghi federalista europeo della prima ora con Spinelli, Colorni, Rossi, Luciano Bolis, e poi Danilo Dolci, Padre Vannucci…e altri ancora che il lettore incontrerà in queste pagine. Fanno pensare a una comunità ideale o interiore, del tutto spontaneamente cosmopolitica, talmente libera da includere monaci e miscredenti, pastori evangelici ed esploratori di rivolte esistenziali, cattolici osservanti e razionalisti voltairiani. Fra loro ci sono esuli e resistenti ai totalitarismi, teorici della democrazia ed esperti di gerarchie angeliche, poeti e imprenditori, castellane e anacoreti. Eppure sono accomunati da un’aria di famiglia inconfondibile: il pensiero di Simone Weil, di cui furono traduttori, commentatori, editori o almeno appassionati lettori.


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