Max Scheler: sulla stratificazione emotiva (traduzione)

domenica, giugno 7, 2009
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Potete scaricare in allegato a questo post o dalla Media Library del Phenomenology Lab il testo di Max Scheler sulla stratificazione emotiva (Formalismus IV.8), tradotto da Roberta Guccinelli e ancora in corso di revisione. Osservazioni e commenti possono essere letti o pubblicati nel canale Questioni di traduzione o in calce a questo post. Buona lettura.

Max Scheler – Sulla stratificazione della vita emotiva

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3 commenti a Max Scheler: sulla stratificazione emotiva (traduzione)

  1. roberta de monticelli
    giovedì, giugno 25, 2009 at 11:42

    Sapendo quanto arduo e complesso sia il testo di Scheler in questione (e ogni suo altro testo) – vi prego di considerare suggestioni del tutto provvisorie, quasi pensieri ad alta voce, le seguenti riflessioni. Dovrebbero servire soprattutto a sollecitare un confronto con le autrici delle altre grandi (ri) traduzioni scheleriane in corso: Laura Boella per Essenza e forme della simpatia, Paola Premoli De Marchi per L’eterno nell’uomo, ma naturalmente anche con tutti quelli che si sono occupati di traduzione o se ne occuperanno, e penso in particolare naturalmente a Guido Cusinato, Emanuele Caminada, Lodovica Zanet, Giuseppe Di salvatore, Edoardo Simonotti e certo molti altri che mi scuso di non nominare ma spero interverranno.

    L’orizzonte finale di questo tipo di discussioni sarebbe la creazione e pubbliazione – magari – di un LESSICO DEL SENTIRE, o dei vissuti emotivi, che fosse trasparente e più o meno condiviso dalla comunità fenomnologica, o addirittura da quella filosofica. La seconda fase sarebbe poi la sua ritraduzione in inglese, lingua in cui molti di noi debbono comunque esprimersi a livello internazionale.

    Premetto che sono a Catania per un corso di introduzione alla fenomenologia e non ho sottomano il testo tedesco. Dunque scrivo a memoria.

    La terminologia utilizzata da Roberta per le classi fondamentali della stratificazione: Affezioni sensoriali (Gefuehlsempfindungen), sensi vitali (Lebensgefuehle, che comprendono steiniamente i Gemeingefuehle e le Stimmungen, quelle poi analizzate in dettaglio ma senza molta acribia da Bollnow; puri sentimenti dell’anima (? Non ricordo) e sentimenti della personalità (? non ricordo)- mi sembra globalmente assi adeguata, soprattutto se rileggerte le dettagliate analisi relative. Del resto ne sono in parte responsabile, essendo all’incirca la terminologia che ho usato nel capitolo analogo de L’ordine del cuore (dove ho distinto tre livelli: sensoriale, vitale e personale e, seguendo il filo conduttore dell’italiano, ho riservato a questo solo livello la parola “sentimenti”).
    La questione che vorrei sollevare invece riguarda il termine che compare in tutte le categorie: Gefuehl (mi dispiace non so fare la dieresi da qui).
    In un capitolo precedente – la sez. 2 dello stesso cap. V – questo termine compare al centro del peggior groviglio della terminologia affettiva, che si esprime nel titolo della sezione: Fuehlen und Gefuehl. La traduzione di Caronello, se non ricordo male, era: “percezione affettiva e sentimento”. Ora le questioni sono 2.

    1. Bisognerebbe decidere se vogliamo ereditare “percezione affettiva”. Da un lato mette indubbiamente in luce il carattere recettivo del sentire e la sua apertura intenzionale al mondo (cognizione diretta o esperienza vissuta delle qualità di valore delle cose). Ma dall’altro porta ad assimilare troppo il sentire alla percezione (sollevando una serie di falsi o comunque qui inutili problemi sul carattere oggettivante o no dei vissuti emotivi. Mi piacerebbe avere il vostro parere su questo punto.

    2. Ma la questione più ardua è Gefuehl. Io eviterei davvero l’italiano “sentimento”. In primo luogo perché nella sezione in questione Gefuehl sembra designare il carattere di STATO affettivo, in opposizione all’elemento intenzionale (dunque alla struttura e qualità d’atto)di un vissuto, il modo appunto di “sentire” che quel vissuto esemplifica.
    Ma più in generale perché Gefuehl, un po’ come il francese “sentiment” e l’inglese feeling, del resto, ha la più vasta e generica gamma semantica in tedesco. Si riferisce ai sentimenti propriamente detti, ovvero al livello personale della sensibilità, ma anche alle sensazioni piacevoli e dolorose, agli stati vissuti come stanchezza o fame, agli umori, e naturalmente anche alle emozioni (antecedenti o successive all’instaurazione di uno strato personale di sentimenti in senso proprio, ovvero di disposizioni associate a vere e proprie scale di priorità assiologiche, o etiche.

    Insomma per questo termine, ogni volta che compare senza ulteriori pecificazioni, proporrei la traduzione che ne fa la categoria più vasta e più neutra: vissuto affettivo, semplicemente.

    Anche sull’aggettivo però ho dei dubbi. Forse meglio “vissuto emotivo” (tanto le radici latine non si percepiscono più, e il vantaggio di “affettivo” che rinvia all’AFFICI e quindi a questo catrattere fondamentalmente passivo di una delle due principali sfere di atti egologici (vissuti nei quali sperimentiamo direttamente noi stessi come “soggetti”, vissuti di “Meinhaftigkeit”)- è rimangiato dalla prevalenza del significato corrente, qui erroneo: attaccamento)

    O ancora, il più pesante, anglicizzante “emozionale”? Io lo detesto, ma sono pronta a ricredermi se me ne date una ragione…

    Infine, tornando a Roberta: vi prego dfi notare la finezza delle traduzioni del lessico della felicità, difficilissimo da riprodurre. Il mio solo dubbio è la traduzione di Seligkeit (letteralmente “beatitudine”, con riferimento spirituale e mistico, ma anche luterano e goethiano) con “felicità profonda”. Ne condivido i motivi, ma sono un po’ in dubbio sulla resa. Io avevo provato con “gratitudine” (per via del suo nesso con la grazia), ma non è affatto più soddisfacente. Anche qui ulteriori lumi sono benvenuti. Grazie della pazienza,
    RobertaDM

  2. Guido Cusinato
    venerdì, giugno 26, 2009 at 12:07

    Rispondo con qualche breve riflessione a questa stimolante e-mail che certamente coglie nel segno. Anche da parte mia c’è da tempo una grande insoddisfazione verso l’uso indistinto di termini come spirito-spirituale (Geist), persona-Io, ecc.. Ritengo che uno sforzo di chiarificazione in questo senso sia utilissimo in quanto presuppone la capacità di sviluppare una filosofia che impari finalmente a saper distinguere (e a sentire in modo distinto) quello che è stato spesso presentato come un tutto compatto e indistinto (il centro personale che si apre al mondo non è l’Io immerso nella cura del quotidiano, come distinti sono pure le logiche che seguono gli strati affettivi personali ed egologici). Quindi come dice bene Roberta non “dilapidare” spirito e spirituale, ma anche persona e personale, in contesti impropri. Non si tratta, del resto, solo di questione teminologica o di problemi di traduzione ma di un modo di fare filosofia.

    Relativamente alla terminologia scheleriana ho segnalato, in un articolo su Verifiche del 1995 che metteva in discussione la famosa tesi della “rottura irrazionale” dell’ultimo periodo (vedi l’articolo di Cassirer sul “dualismo”), la differenza fra Geist e Person in Scheler: prima del 1922 erano praticamente identici, poi sono concepiti in modo distinto, il primo come attributo impotente e irreale che si compenetra al Drang in tutta la Stuenfolge del reale, il secondo come centro reale dell’ex-centricità dotato di forza controfattuale.

    Ottimo lo sforzo per trovare finanziamenti per traduzioni. Per quanto riguarda la Scheler-Gesellschaft penso a un momento di incontro-confronto per mettere in contatto i vari dottorandi e giovani studiosi italiani in modo da permettere una loro presenza ai prossimi convegni internazionali. Qualsiasi suggerimento in questo senso per formare intanto un elenco di giovani studiosi che si occupano di Scheler è ben accolto. Segnalo inoltre che è già uscita la seconda traduzione commentata di Scheler nella collana “Etica e filosofia della persona” della FrancoAngeli, comprendente gli importanti scritti su Philosophische Weltanschauung con il titolo “Formare l’uomo”. A Ottobre è prevista l’uscita di una ulteriore traduzione del famoso saggio sul Risentimento.

    Un ringraziamento particolare a Guccinelli e De Monticelli e cari saluti a tutti
    Guido Cusinato

  3. venerdì, giugno 26, 2009 at 18:26

    Se posso permettermi, trovo che tradurre il sostantivo “Seligkeit” con l’italiano “beatitudine” sia più opportuno. Altri termini o espressioni, come appunto “felicità profonda” o “gratitudine”, mi sembrano invece portare maggiore vaghezza e indeterminatezza. Risultano meno appropriati, insomma.

    “Beatitudine” ha certamente un forte riferimento spirituale e mistico (ad. es.: “Selig sind die Toten, die in dem Herren sterben…” = “Beati mortui qui in Domino moriuntur”), come giustamente faceva notare la Prof. De Monticelli. Ma è pienamente ammesso e ammissibile anche in un contesto meno elevato (ad. es. “…se ne sta beato….).

    Un saluto a tutti.
    Salvatore Obinu

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