La condanna di Google: è giustizia o censura? I pareri di Rodotà e Formenti

domenica, febbraio 28, 2010
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Dopo la sentenza, prima e unica al mondo, che ha condannato Google per la messa on line da parte di alcuni utenti di YouTube (di cui Google è proprietario) di un video in cui veniva maltrattato un ragazzo Down, si riaccende il dibattito sulla regolamentazione dei social network e, più in generale, di Internet. Ecco due autorevoli interventi. Il primo è di Stefano Rodotà, professore emerito di Diritto civile all’Università La Sapienza di Roma, già Garante per la privacy, intervistato da Repubblica. Il secondo è di Carlo Formenti, giornalista e docente di Teoria e tecnica dei nuovi media all’Università del Salento, autore di Se questa è democrazia. Paradossi politico-culturali dell’era digitale (Manni), intervistato da Il Foglio. Curioso: dopo anni di prediche sulla fine del ruolo di mediazione di editori, giornalisti e quant’altro, ora si parla di un codice deontologico (come minimo) per tutti i mediatori di contenuti. E chi lo scriverebbe? Sulla base di quali norme? Non è facile, nonostante giustamente sia Rodotà sia Formenti ne richiamino l’urgenza e in passato il progetto sia approdato persino alle Nazioni Unite. Il video di un pestaggio immesso in rete senz’altra manifesta intenzione che esibirlo, è la notizia di un fatto (reato) o un fatto (reato) esso stesso? E basta manifestare (o fingere) l’intenzione di darne soltanto notizia per non essere imputabili di alcunché? Non bastano i codici penali, civili, deontologici che abbiamo a identificarlo come fatto (reato) o come notizia? E, se no, chi ne impone il rispetto? E a chi? Ai big player, monopolisti o oligopolisti della Rete, o a chiunque? Non è semplice. E il rischio è che lo sdegno per il ripugnante esibizionismo di quei piccoli picchiatori contro un ragazzo inerme, porti soprattutto acqua al mulino di chi invoca “finalmente” una disciplina degli Stati su Internet. Si legga Il Foglio e si noti come confeziona la (giusta) critica di Formenti alla retorica, ormai stucchevole, sulla Rete democratica che, dis-intermediando ogni contenuto, realizzerebbe naturaliter il progresso dei diritti umani. Malgrado le cautele di Formenti, che mette bene in guardia dal considerare la sentenza del tribunale di Milano come un puro e semplice atto di giustizia, il giornale in questa come in altre occasioni, sembra soprattutto interessato a soffiare in favore del solito vento ostile al cosiddetto generalizzato laissez faire morale, dimenticandosi di quello selvaggiamente economico (di Google come di altri incumbent del mercato globale dei nuovi media e non), e del fatto che in questo Paese i pestaggi mediatici avvengono regolarmente, anzitutto, sulle prime pagine dei giornali amici di Giuliano Ferrara, mentre la deontologia non è un deterrente sufficiente neppure a inibire il Tg1 di Minzolini dal chiamare assoluzione una prescrizione. In queste condizioni, benché l’idea di un Bill of Rights della Rete sia suggestiva e condivisibile, viene quasi da pensare sia meglio non toccare nulla e soprattutto non lasciar toccare nulla.

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