La banalità del male

martedì, marzo 30, 2010
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Parlo a chi si è svegliato questa mattina con la morte civile nel cuore. La disperazione civile, per essere più esatti. Sotto i nostri occhi il trionfo di uomini e donne il cui massimo ideale morale suona, urlato sulle piazze: “via le mani dalle nostre tasche”. Il cui primo concetto si esprime, in grevi lingue locali: “padroni a casa nostra”. Uomini e donne che plaudono alla libertà del malaffare, che trovano normale distribuire a figli e amanti cariche e risorse pubbliche, normale umiliare il mestiere dell’informazione fino a farne fabbrica di menzogne o di indifferenza alla distinzione fra il vero e il falso, normale sputare sui principi costitutivi di uno stato di diritto, laico e democratico.

Non di questo però voglio parlare, ma di un fatto – se è un fatto – che di tutto questo riassume e concentra in sé la pura essenza, anzi l’impura, mediocre essenza, mista di incoscienza e ignavia: le forze del nulla. Voglio parlare della ragazzina abusata in classe, in una scuola media di Salò, nell’assoluta omertà dei suoi compagni e delle sue amiche, e sotto lo sguardo indifferente del professore. Di questo professore voglio parlare, in primo luogo. Che continuaa fare lezione, come se nulla fosse, fingendo di non accorgersi del trambusto, delle risate, del dolore, dell’orrore lì a pochi metri, in fondo alla classe. Come definire questo comportamento? Lasciamo stare il risvolto penale, l’omissione di soccorso e di esercizio della propria autorità di pubblico ufficiale e di insegnante. Restiamo ai termini morali. Come definirlo? Irresponsabile? Vile? Infame? Gli aggettivi non bastano e non dicono. C’è di più e di meno, c’è quel nulla indicibile che rende inadeguato ogni aggettivo: non so, non vedo, non ci sono, non me ne frega niente. In secondo luogo, dei ragazzi e delle ragazze voglio parlare: che ridevano, o tacevano, e coprivano i violenti. Come definirli? Hanno a tal punto la mafia nel sangue, i ragazzi di questo Paese, a dodici anni? A tal punto l’omertà è nei loro geni, che perfino le amiche della ragazza stanno zitte invece di urlare contro lo schifo, la vergogna, l’orrore? Anche qui gli aggettivi non dicono giusto. Perché non sono fatti per dire il nulla, il non: dell’indifferenza, dell’ignoranza, dell’inconsapevolezza senza fine e senza rimedio. E infine della ragazzina abusata, voglio parlare, che subisce tutto senza rivoltarsi, e poi scrive alla madre: “scusa, ho fatto una cosa schifosa, non voglio più vivere”. Come definire questo comportamento? Silenzio dell’innocente, oscena complicità con il male che si subisce, o tremenda indistinzione fra dolore e colpa, fra impotenza e violenza, fra l’ignobile e il giusto?

No, gli aggettivi non dicono il non che il fascismo rimasto attaccato alla nostra lingua dice invece così bene: me ne frego, ti frego e ne godo, sono fregato. E non ce ne frega niente.

Ma la situazione dice tutto, liscia come uno specchio. Quel professore, siamo noi. Molti di noi che avrebbero sapere e autorità per intervenire e denunciare, e continuano a fare la loro lezione, invece. Quei ragazzi, quelle ragazze, perdutamente inconsapevoli del destino di servitù che ha già divorato l’anima loro, siamo noi, noi che abusiamo della povera vita del nostro prossimo ghignando di soddisfazione, noi che alziamo le spalle per marcare la nostra indifferenza, e di fronte ad abusatori ed abusati diciamo: “sono tutti uguali”. Quella ragazzina violata e sospesa dalla scuola insieme con i colpevoli siamo noi. È questa patria straniera, umiliata, sfigurata dalla vergogna. Che ha fatto una cosa schifosa, e non vuole più vivere.

11 commenti a La banalità del male

  1. Andrea Zhok
    martedì, marzo 30, 2010 at 13:21

    Condivido tutto e soprattutto il sentimento di fondo. Condivido tutto tranne una cosa. Mi sento di obiettare a quella che, se ho capito bene, è una chiamata generale di corresponsabilità (“Quel professore siamo noi”). Rifiuto di essere in qualunque modo essere considerato corresponsabile dello schifo che mi e ci circonda. L’unica responsabilità che mi sento di assumere è quella di non essere passato a vie di fatto violente rispetto a persone, giudizi, comportamenti che a mio avviso lo meritavano mille volte. Si, sono responsabile di non aver messo bombe, sparato o di non essere andato sui monti in latitanza. Di più, sono responsabile di non aver cambiato paese, non potendo cambiare il paese. Ci sono ragioni per essermi assunto tali responsabilità di omissione, ragioni che forse un giorno verranno meno, ma che per il momento rimangono salde nel giustificare quelle omissioni.
    Ma quanto a sentirmi responsabile moralmente di altro, francamente non sono abbastanza cattolico per sentirmi sempre in qualche modo portatore del peccato universale comune, di sentirmi colpevole per la mediocrità, ignavia, vigliaccheria, per l’opportunismo ed egoismo rivendicati da altri. Sono francamente stufo di fronte al disastro sociale ed umano di avere il riflesso di chiedermi dove ho sbagliato e cosa potevo fare di meglio. C’è un limite anche alla solidarietà di specie.

  2. martedì, marzo 30, 2010 at 13:31

    C’è qualcuno che è in grado di dirmi se queste parole, attribuite a Cicchitto in un articolo di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera di oggi, siano state smentite dall’autore? «La vittoria di Torino è clamorosa — sorride Cicchitto —. Politicamente parlando, uno “stupro”. La caduta della città dell’intellighentsia azionista e comunista segna definitivamente il cambio dell’egemonia culturale nel Paese». Secondo me sono di una gravità assoluta. Un paese che può tollerare simili dichiarazioni da un suo parlamentare ha davvero toccato il fondo.

  3. Stefano Cardini
    martedì, marzo 30, 2010 at 14:14

    Confermo. A p. 11.

  4. Carla Poncina
    martedì, marzo 30, 2010 at 16:40

    Le parole di Cicchitto sono tremende, ferocemente volgari, non nuove da quella parte. Già dopo la vittoria del 2001 si erano lanciati con violenti sberleffi contro l’azionismo, in particolare Ferrara intingeva la penna nel veleno contro Bobbio. Li ho pensati giorni fa, rivedendo un film di Montaldo degli anni ’70, “L’Agnese va a morire”. Agnese appunto, dovendo nascondersi per un po’, viene accolta in casa da uno dei pochi personaggi “borghesi”. Non sa darsi pace dell’agire delle spie fasciste, che il padrone di casa spiega con queste parole: “Non sopportano quelli come voi, perché vi prendete il fastidio di pensare e agire anche per chi non muove un dito. La loro cattiva coscienza ne rimane mortificata, sconvolta”. Non dico niente di nuovo sostenendo che questa non è una destra in senso europeo. La nostra peculiare destra si è espressa e si esprime, al di là del nome che la designa, nel fascismo, che J. J. Linz, in un libro sui totalitarismi uscito a Londra nel 2000, definisce “un totalitarismo arretrato”. La nostra è “una destra arretrata”, specchio di un paese in larga parte culturalmente assai acerbo.
    In Veneto siamo passati dalla valigia dell’emigrante al Suv per portare i figli all’asilo in meno di cinquant’anni. Torna l’eterno problema dell’educazione, della scuola, sempre più trascurata o umiliata.
    Certo si può tentare di capire, ma l’importante sarebbe trovare il modo di modificare un cammino che a volte sembra ineludibilmente tracciato.

  5. Giacomo Costa
    martedì, marzo 30, 2010 at 17:31

    Anch’io ero rimasto molto colpito dal caso citato da Roberta: ovviamente. Pare che la stessa Gelmini voglia fare qualcosa. Speriamo!
    Condivido molte delle cose che Roberta scrive nella sua lettera.
    Io l’avevo ricostruito, nella mia mente, come un episodio di bullismo. Ipotizzo che gli stupratori siano i bulli, ammirati e temuti da tutta la classe. Quasi degli dei. Roberta ha colto l’aspetto più pericoloso, il misto di ammirazione e timore, che porta al servilismo più abietto, e nel caso della vittima, alla completa incertezza su se lo è… Neppure questo resta alla vittima…
    Il comportamento dell’insegnante mi sembra più difficle da spiegare. Forse, puro desiderio di quieto vivere? Ma cosa ci sarebbe di quieto in quel vivere?
    Bisognerebbe sapere qualcosa di più sulla routine di quella scuola. Penso che un episodio così non scaturisca dal nulla, ossia da una normalità accettabile, ma sia la punta toccata da una graduale degenerazione.
    Ecco perché sarebbe importante fare luce su quella scuola.
    Giacomo Costa

  6. giovedì, aprile 1, 2010 at 18:05

    Oggi sul Corriere è uscita una versione della mia riflessione sulla scuola di Salò. Avevo tolto l’espressione di un sentimento personale, l’accenno alla disperazione civile, all’inizio. E lasciato il resto. Cioè il nesso almeno simbolico, che la riflessione vuole mettere in luce,fra il fattaccio di Salò e quell’abbassamento della soglia di percezione morale, diciamo pure di quella sordità e cecità ai fatti di valore e disvalore, che si esprime poi nel premio elettorale ai portatori della mentalità esemplificata all’inizio (via le mani dalle tasche, padroni a casa nostra, ammirazione per chi è capace di fregare il prossimo e di restare impunito, di regalare i ministeri alle sue cortigiane e le poltrone milionarie e insieme il delfinato politico ai propri figli (questo è il caso di Bossi, che peraltro non chiama delfino suo figlio, ma “trota”. Appunto)).

    Il pezzo è comparso monco del termine di paragone. E dunque è rimasto privo della sua tesi – che quel fatto sia simbolico di una mentalità oggi purtroppo maggioritaria. E dunque ha praticamente perduto il suo senso.

    Mi assumo piena responsabilità di quello che è successo, perché ieri sera al telefono mi sono lasciata convincere dall’ottimo Gianfranco Schiavi che anche senza quella prima parte il pezzo sarebbe riuscito ad esprimere il mio concetto. Ma chiaramente ho sbagliato a crederlo.

    Oggi rileggendolo ho provato esattamente lo stesso fastidio che spira dal commento di Andrea Zhok, al quale questa mia sciocca autocensura mi dà almeno l’occasione di rispondere. Ne vien fuori infatti un poco sopportabile sermone moralistico, una specie di chiamata di correo SENZA LE RAGIONI che la giustificavano.

    Perché la mia tesi è che la nostra coscienza, la coscienza intellettuale e morale quotidiana di ciascuno, non resta desta, lucida e sensibile, se non in rapporto con la realtà e le esigenze che essa pone, in particolare quelle esigenze che si traducono in doveri per noi. Ma “in rapporto con la realtà” vuol dire, in atteggiamento di ricerca di ciò che è vero e di costante verifica, discussione, critica e miglioramento delle proprie ragioni di fronte alle prove contrarie. E questa ricerca non si fa senza pensiero. Non si fa se non c’è veramente – come non c’è in questo Paese, almeno non c’è a livello universitario e di ricerca, ed è a noi che io mi rivolgo – una VIVA RAGIONE PUBBLICA, nel senso in cui questa espressione era intesa da Kant. Che conferiva ai filosofi il compito di tenere desta ed esprimere tutta l’ansia di evidenza e tutto il dubbio critico in cui l’esercizio della ragione consiste.

    Ecco perché – discutibile quanto vi pare – non era semplicemente una predica “cattolica” la mia tesi e la sua conclusione – il dubbio che sia anche e profondamente colpa nostra, colpa nostra di filosofi che hanno smarrito la capacità di fare un po’ di luce, o che si sono lasciati sedurre dalla montagna di retorica anti-illuministica che ha riempito il secolo scorso, e non ha certo risparmiato l’insegnamento della filosofia. E se pensiamo alla filosofia di molti dei maitres à penser della sinistra, quanto a potere di illuminare la coscienza morale e ravvivare l’esercizio della ragione critica: ecco, non c’è da rimanere sconcertati?

  7. Carlo Conni
    giovedì, aprile 1, 2010 at 19:42

    Da quanto è accaduto in quella scuola di Salò credo che l’insegnamento che può essere tratto non debba concernere solo o soltanto l’evidente perdita di senso di responsabilità morale da parte di molti giovani o quello dei una società alla deriva ma l’impegno filosofico di cercare di individuare le radici della perdita di questo sentimento e di questa deriva. La mia opinione è che alla base di questi fenomeni sostanzialmente di spersonalizzazione dell’agente stia la morte della realtà. Il mondo della vita reale con soggetti reali dotati di sentimenti reali è stato dissolto, virtualizzato, slegato, svincolato dai suoi supporti fondazionali che assicuravano portata referenziale a queste manifestazioni. L’illusione della reversibilità della realtà, della sua inconsistenza ontologica, come accade proprio nei video giochi e nella struttura stessa delle tante nuove tecnologie in gradi di riprodurre, modificare, ricostituire la realtà secondo preferenze personali, gusti e punti di vista peraltro assai fatui, sembra essere la causa della perdità del sentimento di responsabilità delle nostre azioni in un mondo non più reale. Forse stiamo già vivendo nella matrice, non consapevoli di aver perso la realtà, dopo il suo assassinio ad opera delle nuove tecnologie, ma consapevoli di una sua illusorietà costitutiva che ci permette di credere o permette di credere a molti che ogni atto possa essere riproposto, corretto, svalorizzato nelle sue conseguenze e ricadute per la sua indicibile mancanza di sostanza. Come se non ci fosse più nulla che possa essere ritenuto definitivo, trascorso, inappellabile con tutto il suo peso nel tempo. Forse così oltre alla realtà è stato ucciso il futuro e il tempo, il nostro essere individui la cui coscienza è sempre propriettata in un futuro, così in cambio di così poco: un eterno presente, edonista, stupido.

  8. Giacomo Zeni
    venerdì, aprile 2, 2010 at 12:49

    Gentile Roberta, francamente non riesco a capire il nesso tra il professore di Salò ed il risultato delle elezioni. Possiamo nasconderci che così com’è la scuola non funziona? Possiamo anche dirci, sinceramente, che il ruolo dei sindacati nella scuola non è certo quello di esaltare la meritocrazia ma un “dentro tutti” bravi e non che poi porta a simili tragedie? Perchè confondere un professore menefreghista con il 60% degli italiani che scelgono, democraticamente, i loro rappresentanti. Perchè ridurre tutto al berlusconismo ed esentare da colpe, come al solito, la sinistra e i sindacati e la scuola stessa con i suoi dirigenti incapaci di dare risposte concrete e, quando servono, prendere decisioni severe ma giuste? Non sono forse anche loro parte di “… questa patria straniera, umiliata, sfigurata dalla vergogna. Che ha fatto una cosa schifosa, e non vuole più vivere.”? O ne fanno parte solo coloro che dicono “Padroni a casa nostra”? Vogliamo scommettere se questo professore continuerà ad insegnare, magari nella stessa scuola, noncurante dell’enorme responsabilità di aver rovinato non una famiglia (della ragazzina), ma tutte le famiglie degli altri bulli di quella classe e anche di tutti gli altri presenti. Continuerà a fare l’insegnante… ai nostri figli, al nostro futuro, al futuro del nostro Paese. Cordialmente.

  9. sabato, aprile 3, 2010 at 14:50

    Lo sconcerto che provo di fronte a notizie come quella richiamata nell’articolo è pari a quello che mi suscita la nuova, ennesima, polemica sulla Ru486. Ma è il silenzio,l’indifferenza, o la difficoltà ad intervenire, degli intellettuali che mi feriscono di più.

    Prendiamo per esempio la notizia (fonte: il sole 24 ore, 1 aprile):
    *
    “Sul tema della pillola abortiva RU486, da registrare che il presidente della pontificia accademia per la vita, mons. Rino Fisichella, ha espresso apprezzamento per la decisione del neogovernatore del Piemonte, Roberto Cota, il quale ha dichiarato che il farmaco «rimarrà nei magazzini». «Sono atti concreti che parlano da sè» e al «primo atto compiuto» dal neo governatore della Regione Piemonte, «va il mio plauso», ha detto Fisichella. ”
    *
    Ora è chiaro a tutti che, sul piano giuridico, le dichiarazioni di Cota e Zaia (e a maggior ragione di Fisichella) non valgono nulla: c’è per fortuna una legge (la 194), ci sono delle direttive da applicare e, soprattutto, loro non hanno voce in capitolo.
    Ma come si fa a non sentire l’esigenza di dire (e le voci autorevoli qui servirebbero: precise e circostanziate) che c’è una linea da non passare? Che non va oltrepassata, nè da Cota nè tantomeno da Fisichella?
    Perchè se nessuno lo dice e quella linea non viene indicata con precisione, qualcuno passerà oltre.
    In nome del pragmatismo e del calcolo, magari.

  10. Carla Poncina
    lunedì, aprile 5, 2010 at 16:40

    Ho potuto leggere solo oggi quanto della riflessione di Roberta è uscito sul Corriere, e capisco il suo disagio per aver accettato di veder ridotto il testo originario. Ma se l’alternativa era non far sentire per nulla la propria voce, bene ha fatto ad acconsentire alla “censura”, poiché da quanto pubblicato veniva fuori l’istantanea di una società, o di una parte della stessa, che appare priva di consistenza, “gelatinosa” tanto da non suggerire punti di riferimento, solidi appigli, forme definite di convivenza cui fare riferimento, per cui un professore è un professore, un amico è un amico, la violenza ”consiste” in gesti e parole precise. Nebbia, nulla, in questo sembrano immersi molti, giovani e meno giovani, nonostante l’incessante agitarsi e vociare.
    Anch’io dopo queste ultime elezioni mi sono sentita non solo prostrata, ma umiliata da risultati che, votazione dopo votazione, sembrano premiare sempre il peggio. E tuttavia, a ben guardarsi intorno, non è così. Tutti noi –credo- conosciamo molta gente, di tutte le età e condizioni, che condivide il nostro sentire, ma è come se fosse afona. Le voci che riconosciamo arrivano soprattutto attraverso la rete o i rapporti personali. Ciò che sta in mezzo, i “media” appunto, non le raccolgono, parlano d’altro. Al massimo lanciano segnali di non immediata comprensione a tutti, e quindi tagliano o abbassano il tono di chi vuole con le parole dire qualcosa di vero, di aderente alla realtà. I Media sono diventati qualcosa di scontato in cui siamo immersi come nell’aria che respiriamo ma della cui qualità non ci curiamo abbastanza, nonostante il gran parlare che se ne fa.
    Riflettevo su questo ascoltando questa mattina a “Prima pagina” le risposte di Stefano Folli ai radioascoltatori, piene della “stolta avena del fastidioso buon senso” (A.M.Ripellino). Solo poco tempo fa, quando sembrava che le cose sarebbero andate in modo diverso, lasciava trasparire qualche timida critica ai governanti. Ora, visti i risultati, si è prontamente, quasi impercettibilmente riposizionato. Quanto dico di Folli vale per la gran parte degli opinionisti italiani, incapaci di proporre un pensiero critico, eternamente “cortigiani” seppure con modalità sapientemente varie. Con questo intendo dire che, qualora i filosofi avessero tutti la forza e la volontà di Roberta di intervenire nel dibattito pubblico, e purtroppo sappiamo che non è così, bisognerebbe potessero disporre di una piazza virtuale in grado di far risuonare lontano la loro voce, prendendosi spazi maggiori nei media. Certo per far questo avrebbero bisogno del sostegno di un giornalismo meno vile e di forze politiche più illuminate, in grado di capire che la battaglia politica si fa anche, come dice Vendola, costruendo “narrazioni” più affascinanti di quelle proposte dalla destra e imperniate sull’egoismo e la paura, capaci di conquistare le menti e i cuori delle generazioni più giovani. Proviamo a crederci.

  11. Andrea Zhok
    martedì, aprile 6, 2010 at 15:59

    Ho solo ora notato il messaggio di Giacomo Zeni, che mi detta la seguente riflessione, a rischio di sembrare l’avvocato dei sindacati: è un dato storico che nel corso degli ultimi quarant’anni il punto di equilibrio tra forze di governo (DC prima, Berluscones poi, con brevi episodi di centrosinistra) è consistito spesso nell’usare componenti di lavoro pubblico, scuola inclusa, come attività di sostegno sociale, rivolta a far avere uno stipendio a qualcuno (spesso intellettualità del sud Italia, altrimenti a rischio di disoccupazione e, che è peggio, di radicalizzazione), senza curarsi particolarmente del buon funzionamento delle strutture. In questo gioco la responsabilità dei sindacati c’è, ma è stata essenzialmente quella di fare ciò per cui sono nati, cioè i tutori di una parte con la consegna di utilizzare la propria forza contrattuale per ottenere condizioni migliori per i propri iscritti. In questo gioco non è il compito dei sindacati quello di guardare in modo lungimirante al bene dell’istituzione: questo è il compito del governo e della politica parlamentare, che ne hanno sempre tutti i mezzi legali (rischiando al massimo l’impopolarità). Quanto al caso di Salò, considerando che tutti quanti noi abbiamo solo accesso a resoconti di seconda o terza mano su quanto accaduto, e considerando che io (come certo molti altri) so per esperienza diretta che gli articoli di giornale in Italia sono spesso l’occasione per esprimere le virtù poetiche frustrate dei giornalisti, solo marginalmente moderate da istanze fattuali, ci andrei molto piano a chiedere la testa di chicchessia e ad accusare di ignavia persone specifiche. Posso immaginarmi almeno un paio di scenari in cui la docente in questione avrebbe la sola responsabilità di non aver avuto il polso della situazione o di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Magari si tratta davvero di una persona meschina o peggio, ma ciò che so per certo è che noi non siamo nella posizione cognitiva (non morale) di giudicare.

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