Scene di ordinaria Università. Qualche appunto sul reclutamento universitario

lunedì, luglio 12, 2010
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“Preso atto dell’insussistenza di rapporti di parentela o affinità fino al IV grado tra i commissari e i candidati, o i commissari medesimi, la Commissione procede…”. Un attimo di smarrimento può attenuare la tua residua lucidità, mentre firmi anche quella pagina del poderoso verbale che sta per essere consegnato agli uffici competenti. Cosa si intenderà per affinità di quarto grado? L’interdetto misterioso che potrebbe, come il fulmine di Giove, piombare sulla fittissima trama di scambi, negoziati, accordi, ricordi, ripicche e ricatti che da anni si intreccia intorno a questa Procedura di Valutazione Comparativa (che vuol dire concorso a posti di ruolo nell’Università italiana), e confondere in una gioiosa deflagrazione vincitori e vinti, “cordate” e corde, presidenti e segretari? Il fuoco purificatore che brucerà le novanta pagine di convergenze parallele su cui si fonderanno la cattedra di Tizio e il destino precario e ramingo di Caio e Sempronio? La maestà della Legge si profila per un attimo, misteriosa e sublime, sopra le bassure afose dell’associazione di stampo accademico. Breve sogno. Il plico è chiuso. La procedura di svalutazione comparativa di tutti i valori, consumata. I cellulari ricominciano a trillare festosi.

La cosa che colpisce di più in questo genere di circostanze è la raffinatezza della Legge, il suo occhio di lince che scruta ogni più lontana possibilità di nefandezze e ce ne preserva, l’acuto della grida (manzoniana) che trafigge il nostro cuore impuro. Le affinità, ancorché di quarto grado: eh no perbacco, in nome della Legge!

Ma gli scambi e gli accordi, quelli sì. I voti negoziati ad uno ad uno dai gruppi di pressione che hanno abbastanza potere per promettere posti, ipotecando concorsi futuri, quelli sì. I risultati invariabilmente noti prima, quelli pure – e ci mancherebbe, son cose che ci vogliono anni a preparare: non vorrai lasciar fare al caso, no? Ci sono in ballo i propri allievi, mica noccioline. E se uno è bravo, bisogna pure che ci sia una cordata a sostenerlo (anni di telefonate, negoziati, accordi, scambi), non vuoi mica che perda, no? E allora uno che è bravo ma è solo un individuo, non ha che la sua mente, i suoi lavori, le sue scoperte, e nessuno che lo “porti”? Cambi paese, o mestiere. E poi chi lo dice che è bravo? Se non c’è neppure uno straccio di telefonata che lo raccomandi, come lo valutiamo? Non vorremo mica ridurci a leggere i suoi lavori? Del resto, come diceva un famoso barone, a mettere in cattedra uno bravo son capaci tutti: il tuo potere si vede da quanti cretini sei riuscito a metterci. E poi cosa pretendi: è quell’università lì che paga il posto, non vorrai mica affossare il candidato locale? Fai anche tu del bene, piuttosto: in cambio del voto al tizio per cui hanno chiesto il posto, fatti votare il tuo che è bravo, no? Non vorrai sacrificarlo a un principio astratto di purezza?

Cari colleghi, è vero che bisogna difendere l’università dai tagli, ma è questa l’università che vogliamo? O non sarebbe piuttosto un’università dove nessuno può avere un posto né fare carriera là dove ha studiato, essere promosso e reclutato dal professore che lo ha laureato e addottorato, come nei paesi dove ricerca e merito valgono qualcosa? Dove la dignità anche morale dell’insegnamento viene associata all’eccellenza disinteressata e non al potere delle cordate (cioè mafie), anche di quelle che si credono virtuose? Dove l’idea stessa di fare e ricevere telefonate per raccogliere voti per i propri allievi sia, come è nei paesi in cui l’etica esiste, ragione di vergogna e disonore, e non di paradossale orgoglio?

La cosa più triste e irreparabile è che né le personalità autentiche né le vere comunità scientifiche possono allignare in questo brodo. Perché le prime non tollerano le consegne di scuderia e le seconde le logiche locali. E se l’università non serve a produrre né le prime né le seconde, a cosa serve allora? Che maestri saremo stati, che maestri usciranno da tutte le nostre svalutazioni comparative della libertà, del disinteresse e dell’etica? E come facciamo a prendercela contro i conflitti di interessi altrui, se restiamo immersi fino ai capelli nei nostri?

Credo, cari colleghi, che se vogliamo salvare l’università dai tagli dobbiamo essere noi a proporre la prima riforma radicale. Tutti sanno che non sto parlando di un caso particolare, ma di un sistema. Il male di questo sistema è di trarre il peggio anche dal meglio. Voglio dire: è inevitabile credere che alcuni dei propri allievi siano bravi e comparativamente migliori di altri, nostri o (soprattutto) altrui. Spesso ci facciamo questo giudizio proprio dei più docili, di quelli che meglio ci hanno aiutati, che meglio hanno valorizzato il nostro pensiero. Non c’è niente di male in questo, a volte questi giudizi possono anche essere giusti. Sarebbe totalmente innaturale pretendere da ciascuno di non avere queste convinzioni. Ecco perché – come sempre – una regola giusta è quella che non consente alla buona fede dei singoli di operare direttamente (e naturalmente neanche alla malafede, ma io sono disposta a concedere che quelli di malafede siano una minoranza dei casi). Provo allora a immaginare alcune regole per una riforma degna del nome, che i docenti e i ricercatori stessi, e i loro organi di rappresentanza, a mio parere dovrebbero proporre.

La prima regola sarebbe quella che stabilisce l’impossibilità da parte di un bravo laureato di un’università di cominciare la sua carriera, anche già a partire dal dottorato di ricerca, ma a maggior ragione per i passi successivi, in quella stessa università. Il male effettivo, se non assoluto, è che le stesse persone che hanno “allevato” degli studiosi debbano poi “giudicarli”. È questo meccanismo che distrugge qualunque forma, non dico di equità procedurale, ma addirittura di oggettività, perfino nella forma più debole dell’intersoggettività. Per questo fin dalla recluta dei dottorandi dovrebbe valere il principio che il dottorato lo si faccia in un’altra università da quella di provenienza: anche perché l’eccellenza di un’università si misurerebbe proprio dalla sua capacità di attirare i migliori potenziali ricercatori, e non certo da quella di promuovere i propri, che crea fin dall’inizio arrivismo e servilismo. Ma a maggior ragione questa regola dovrebbe valere per ciascuno dei posti di ruolo, a tempo determinato o indeterminato.

La condizione elementare della terzietà del giudicante è precisamente quella che il nostro sistema di scambi è fatto per eludere senza eccezioni: questa prima regola gli toglierebbe un po’ di motivazione iniziale, ma è prevedibile che anch’essa ricomincerebbe ad essere aggirata.

La seconda regola dovrebbe dunque semplicemente abolire ogni forma di legame fra una data università e le commissioni che valutano le candidature. Questo effetto potrebbe ottenersi, nel caso si adottasse un sistema di idoneità nazionali con una commissione di volta in volta appropriata, costituendo le commissioni esclusivamente sulla base di sorteggio fra tutti i docenti della disciplina o gruppo di discipline in questione: sorteggio non preceduto da votazioni che eleggano i sorteggiabili, perché si sa che è nella richiesta e nello scambio dei voti già a questo livello che cominciano a costituirsi i gruppi di pressione.

Ma poiché comprensibilmente debbono essere le singole università, in base alle loro esigenze, alle loro vicende interne, al loro bilancio, a offrire posti a tempo determinato o indeterminato, occorre anche che esse possano attingere, per le loro chiamate, a coloro che questa commissione nazionale avesse giudicato idonei. Qui il rischio da evitare è: todos caballeros. Che cioè si abbondi nel riconoscere idoneità, contando su offerte di posti a venire. Del resto è soprattutto dove ci sono in palio almeno due idoneità, che gli scambi si intensificano: perché ce ne è il materiale.

La terza regola dovrebbe dunque stabilire che per ogni posto bandito venga costituita una commissione (nazionale, e in base alle regole precedenti), la quale possa riconoscere una ed una sola persona idonea (ad occupare quel posto) – e nessun altra idoneità (ad essere per esempio promosso, pur restando nella propria università).

Comunque si possano migliorare queste proposte, mi sembra che non possiamo più rinviare il momento di proporre noi stessi una riforma del reclutamento che estirpi ogni radice di corruzione, e ci assicuri almeno per l’avvenire giustizia e riconoscimento esclusivo al merito, all’intelligenza, alla creatività. Invece di continuare a mantenere un sistema di cui molti di noi si lamentano, come se non fossimo noi che accettandolo e facendolo funzionare ne siamo infine responsabili. Solo a questa condizione, mi sembra, sarà giustificata una lotta senza quartiere ai tagli indiscriminati che l’attuale maggioranza vuole imporre. Invece senza questo nostro nuovo impegno “virtuoso”, che sconvolga e distrugga dall’interno i meccanismi della servitù mentale e del potere di consorteria, ogni nostra resistenza darà soltanto argomenti sempre più forti a quei politici per i quali la cultura, la scienza, l’arte e il pensiero sono solo fastidiosi impedimenti sulla via della conformazione totale del Paese alla libertà dei servi.

L’articolo di Roberta De Monticelli sarà pubblicato anche su Micromega e su il Fatto quotidiano.

* Per gentile concessione dell’Autore, mettiamo a disposizione due articoli di Mauro Visentin, professore ordinario all’Università degli Studi di Sassari, usciti su Inschbolleth, sulla riforma del sistema di reclutamento universitario (in formato Pdf): Ancora sull’Università: una (modesta) proposta, La missione dell’Università e l’attuale maggioranza di governo.

* Per gentile concessione degli Autori, è disponibile l’articolo di Claudio Ciancio (Università del Piemonte Orientale), Mario Dogliani (Università di Torino), Federico Vercellone (Università di Torino) In difesa dell’Università.

* Per gentile concessione dell’Autore, pubblichiamo l’articolo Un (quasi) manifesto per un’Università che non si vergogna di Tommaso Greco (Università di Pisa)

9 commenti a Scene di ordinaria Università. Qualche appunto sul reclutamento universitario

  1. Paola Premoli De Marchi
    martedì, luglio 13, 2010 at 22:37

    Ho appena finito di rivedere il film “Tutti insieme appassionatamente”. Nel sentire l’unica canzone che è rimasta in lingua originale (se non erro perché nella prima edizione italiana era stata tagliata) non ho potuto evitare di pensare al sistema di reclutamento dell’università italiana. La canzone è “Climb every Mountain” ed è un inno alla speranza. Anche se è cantata dalla madre badessa che, per l’abito che porta, richiama ad una speranza di lassù che non delude mai, ho pensato che la pretesa di cambiare le logiche di potere del mondo accademico dal di fuori è umanamente senza speranza, così come lottare contro i mulini a vento. Poco dopo leggo l’articolo chiaro e provocatorio di Roberta De Monticelli, e devo dire che l’ho trovato consolante. Di fronte alle esperienze degli ultimi anni stavo iniziando a pensare che tra i professori di filosofia non ce ne fosse nemmeno uno disposto a dire le cose come stanno. Che ce ne sia almeno uno, anzi, una, per me è molto. La prima volta che ho pensato di presentarmi ad una valutazione comparativa, cinque giorni PRIMA di spedire la domanda ho ricevuto una telefonata nella quale mi si consigliava “per amicizia” di desistere dalle mie intenzioni, altrimenti un certo professore “lo avrebbe ritenuto un affronto personale e mi avrebbe rovinato la carriera”. Quel “per amicizia” mi ha sconcertato più di ogni altra cosa, perché mi è parso il segnale del sovvertimento di ogni criterio di bene e di male. Da lì ho cominciato a capire che se la maggioranza di chi ha ottenuto un posto lo ha fatto seguendo certe regole, mai accetterà di violare le stesse regole in nome di idee astratte come “avere veri maestri”, “garantire una università di qualità”, “anteporre il bene comune al proprio tornaconto”. Ma anche mi sono diventati evidenti sia il perché nell’università italiana i maestri sono così pochi, sia la ragione per cui, dentro e fuori dall’università, è così difficile oggi trasmettere il senso etico alle nuove generazioni. Ad uno sguardo disincantato le premesse sono pessime, dunque. Però se c’è anche solo una voce contro, non perdo la speranza. Grazie.

  2. Francesco Saverio TRINCIA
    giovedì, luglio 15, 2010 at 09:18

    Cara Roberta,
    ti sono molto grato per aver dato voce forte e chiara al disagio di molti di noi attualmente occupati in Valutazioni comparative, certi per un verso in piena coscienza di fare ed aver fatto delle scelte corrette, giuste ed eque, e tuttavia inquieti, anzi profondamente disturbati, dall’atmosfera complessiva in cui il nostro lavoro si svolge. Un’atmosfera, concretantesi in comportamenti e in atti, che sollecita una rapida a radicale correzione proprio nella direzione che tu indichi. Alla cui base v’è la tesi, che dovrebbe essere ovvia, ma non lo è per troppi, del dovere di non interferire nel libero lavoro delle commissioni, sempre e comunque, ma a maggior ragione quando sia condidato un nostro allievo. È sbalorditivo come non ci si renda conto del vulnus che tale prassi (e il garrulo squillare dei telefoni che le si accompagna) dequalifichi il solo valore che deve essere salvaguardato: quello della difesa pura e semplice del merito obiettivo. Solo agendo in questo modo , ossia solo introducendo un correttivo morale, potremo batterci contro il processo di distruzione dell’Università pubblica che varie forze politiche da anni, cone maggiore o minore lucidità, perseguono.
    Un caro saluto
    FSTrincia

  3. Isabella Cesareo
    domenica, luglio 18, 2010 at 14:06

    Vorrei in prima battuta ringraziarvi per la possibilità che date a tutti indistintamente di poterVi seguire. Ma soprattutto vorrei portare un piccolo esempio di come scelgono in Germania, oggi come oggi, i loro professori. A Napoli, all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, ho seguito un seminario, peraltro molto interessante, del prof. MARKUS GABRIEL dell’università di Bonn. Gabriel ha trent’anni, non si è laureato perchè lo hanno scelto per due dottorati di ricerca, che ha superato con lode. Dopo aver studiato due anni in America, a Lisbona e non ricordo più in quale altro posto del mondo, il tutto a carico della sua università, ha ottenuto la cattedra a Bonn. È di certo un ‘ragazzo speciale’ ma in Italia non sarebbe MAI potuto accadere. Ho trascorso con lui e con altri ragazzi molto tempo, la maggior parte a ‘tavola’, al ristorante o a casa di amici, e ci ha detto che la ‘rigida’ Germania, sta diventando più flessibile ed aperta della nostra ‘Napoli’ e che amerebbe vivere in Italia… ma che guadagnerebbe la quarta parte di ciò che gli danno a Bonn. È solo una mia piccola esperienza personale recentissima che ho pensato di raccontarvi. Grazie ancora per la vostra apertura e accoglienza.

  4. Mauro Visentin
    mercoledì, luglio 21, 2010 at 12:06

    Cara De Monticelli,
    ho letto con interesse il tuo contributo a proposito dei concorsi universitari. Una delle cose che proponi (vietare ad un “interno” di concorrere per un posto di fascia superiore nella propria università – come avviene, per quello che so, negli atenei tedeschi) la sostengo da tempo anch’io. E mi sembra condivisibile (sebbene, forse, più difficile da realizzare sotto il profilo giuridico) la tua idea di estendere questo divieto anche ai laureati che concorrono per un posto di Ricercatore. Sono intervenuto su questo e su altri temi riguardanti l’università e l’attuale progetto di riforma l’anno scorso in due occasioni su InSchibboleth – un portale on line cui collaboro saltuariamente (e mi pare che lo faccia, di tanto in tanto, anche tu). Ti allego i due testi, nella speranza che la diffusione di opinioni orientate in questo senso tra i colleghi favorsisca l’apertura di un dibattito sul tema anche nel mondo accademico (di solito molto reticente al riguardo).

    Ancora sull’Università: una (modesta) proposta, La missione dell’Università e l’attuale maggioranza di governo.

    Un saluto cordiale,
    Mauro Visentin

  5. Redazione
    mercoledì, luglio 21, 2010 at 12:26

    Sullo stesso argomento, in questo sito, si può utilmente leggere e partecipare dell’iniziativa del Gruppo di Lavoro dei Ricercatori dell’Università Statale di Milano: Un modello d’Università: partecipa al sondaggio dei Ricercatori della Statale.

  6. giovedì, luglio 22, 2010 at 11:37

    Quando nel 1989 ho conosciuto Stefano Cardini e Andrea Zhok, due pilastri del nostro blog fenomenologico, nei cortili della Statale di Milano, abbiamo passato giorni e notti a discutere animatamente su come fosse possibile riformare l’Università italiana. Sulla scia di quelle interminabili discussioni andai a parlarne anche col compianto Corrado Mangione, la cui onestà intellettuale appariva evidente anche a noi giovani ribelli della “Pantera”. Mangione accolse le mie riflessioni con un’attenzione, uno stupore e una rassegnazione che non ho dimenticato. Soprattutto il senso di rassegnazione, che a un certo punto lo spinse a soggiungere con la sua consueta bonaria ironia: “Caro Costa, sa che le dico? Che se Kant facesse un concorso universitario ai nostri giorni avrebbe le sue belle gatte da pelare per vincerlo”. Devo confessare che quel senso di rassegnazione si è impadronito di me da un pezzo e mi spinge a stare il più possibile alla larga da qualsiasi informazione, aneddoto, dibattito che riguardi il reclutamento universitario. Non posso però non manifestare a Roberta tutta la mia ammirazione per la sua integrità e la sua tempra da lottatrice, di cui sta dando l’ennesima prova anche in questi giorni, combattendo non contro i mulini a vento, ma – se mi permettete la battuta un po’ scontata – contro delle ben più temibili pale eoliche! Ci vorrebbe un altro Cervantes per immortalare le tue gesta, Roberta. Ma, amaramente, temo che faticherai persino a trovare un Sancho Panza nella nostra amata Terra dei Cachi. :-(

  7. domenica, luglio 25, 2010 at 13:41

    Gentile professoressa, mi chiamo Igor Salomone, conosco purtroppo molto bene dall’interno ciò di cui lei il 24 luglio scorso ha, molto coraggiosamente, pubblicato sul Fatto. Condivido totalmente le sue riflessioni e mi sono detto che vorrei sentir parlare così decine di docenti universitari.
    Non sono sicuro, naturalmente, che un gigante feudale come l’Università possa essere trasformato radicalmente dall’interno. Ma voglio continuare a credere sia possibile e la lettura delle sue parole, ha rinnovato la mia fiducia. Credo però che ci voglia un bel po’ di pressione dall’esterno. E siccome io sono anche e molto “esterno”, spero di poter fornire il mio piccolo contributo a questa battaglia comune.
    Assisto intanto al levarsi di voci di varia natura. Leggo sui giornali le reazioni scomposte alla sua presa di distanza dai fatti connessi alla laurea di Barbara Berlusconi, reazioni che confermano ovviamente tutto ciò che lei ha pubblicamente denunciato. Leggo anche delle voci isolate ma crescenti di chi si affianca alla sua per dire che così questa Università non solo non può andare avanti, ma non ha neppure il diritto di lamentarsi per gli enormi passi indietro che il Governo le sta predisponendo per il futuro prossimo.
    Non so quali potranno essere i passi successivi. Forse occorrerebbe dedicarsi a un libro bianco nel quale far convergere le decine, probabilmente centinaia di storie di esclusione, di ostracismo, di esilio forzato che costellano trasversalmente la biografia di tante persone capaci e titolate, prive però dei prerequisiti fondamentali per la carriera accademica, ovvero la disponibilità a fare decenni di anticamera coltivando nel frattempo gli appoggi giusti, con tutto il carico di lavoro e di umiliazioni che questo comporta.
    Sono costretto anche a far notare che la “fuga dei cervelli” resta dopotutto una strada per pochi privilegiati. Occorre infatti essere veramente bravi e, sopratutto, eccellere in discipline apprezzate e ricercate nelle Università estere. Per tutti gli altri, non resta che mollare il colpo o rassegnarsi a invecchiare ai margini.
    Se potesse essere utile, anche la mia storia personale, culturale e professionale credo si presti a illustrare il profondo disagio del quale stiamo parlando.
    Un caro saluto
    Igor Salomone

  8. Emilio Baccarini
    lunedì, luglio 26, 2010 at 17:31

    Cara Roberta,
    dopo aver letto il tuo intervento che condivido profondamente ho fatto qualche riflessione che rendo pubblica attraverso il tuo sito che, da fenomenologo, apprezzo e frequento. Ho partecipato, come ultima chance data la mia età, alla prima tornata 2008 dei concorsi per M-Fil 03 Filosofia Morale in tutte le sedi, una delle quali la tua, Università S. Raffaele Vita-Salute. Attualmente sono presidente di un corso di laurea al secondo mandato, direttore di due master filosofici di secondo livello, fondatore e direttore della rivista di filosofia on line, Dialegesthai (http://mondodomani.org/dialegesthai), apprezzata per la sua serietà e rigore a livello internazionale e attualmente il più antico strumento di filosofia on line in Italia; direttore della omonima collana cartacea presso l’editrice Aracne giunta all’undicesimo titolo e dove sono pubblicati anche lavori di dottorato da me seguiti e giudicati di livello pubblicabili, alcuni con mia prefazione. Ho organizzato convegni nazionali e internazionali di prestigio (gli ultimi su Levinas 2006 e su Husserl 2010) e naturalmente ho anche partecipato con mie relazioni a molti convegni: su Google se ne può vedere una traccia. Le cose che ho scritto non sono giudicate delle scemenze e normalmente citate. Sono circa vent’anni che insegno Antropologia Filosofica a Tor Vergata, dove ho guidato centinaia di tesi; sono stato chiamato a tenere corsi presso le Università pontificie Lateranense e Gregoriana, per 6 anni ho insegnato Etica sociale alla LUMSA su loro chiamata, o cicli di lezioni presso enti privati di ricerca.
    Bene credevo di essere pronto a fare il professore di prima fascia invece ho scoperto che ci sono colleghi più giovani con alle spalle profondi studi di filosofia morale o di antropologia filosofica. Naturalmente, pur con l’amaro in bocca, mi sono profondamente rallegrato e mi sono detto: finalmente l’università comincia a funzionare sul serio! Il futuro lascia ben sperare, onore al merito.
    Non ho padrini!
    Cara Roberta, scusami lo sfogo, megli trovarsi intorno a Husserl e alla fenomenologia.
    Emilio Baccarini

  9. Guido Cusinato
    lunedì, agosto 9, 2010 at 12:30

    E’ chiaro che se non ci sarà a breve un sussulto, una reazione propositiva interna l’Università italiana verrà gradualmente trasformata in un “gruppo Cepu”. Con quale autorità morale si possono criticare i tagli del governo se poi anche nelle ultime commissioni valutative si antepone il peggiore al migliore? Se si danno giudizi “stroncanti” nelle valutazioni orali dei candidati che hanno le pubblicazioni migliori e più numerose, per far passare davanti i propri protetti? Se si accettano scambi sottobanco per dare le due idoneità a Tizio e Caio? E’ miope non rendersi conto che il ripetersi di questi esempi negativi provoca all’Università un danno infinitamente maggiore dei tagli del governo. Anzi i tagli del governo sono possibili esclusivamente perchè questo andazzo ci ha screditato di fronte all’opinione pubblica. In Germania in questo periodo di crisi il governo non ha tagliato ma al contrario aumentato i finanziamenti all’Università. Certamente le tre regole proposte da De Monticelli non risolveranno tutti i problemi ma, per esperienza personale, mi sembrano ragionevoli ed efficaci, perchè non farle proprie e applicarle subito? A mio avviso sarebbe inoltre da ipotizzare per i nuovi docenti di filosofia un periodo obbligatorio di almeno due anni di ricerca all’estero e di altrettanti di insegnamento al liceo (molto più formativi che tenerli in loco a fare fotocopie e correggere bozze). Inoltre proporrei una verifica triennale di tutti i docenti, con retrocessione e infine licenziamento per chi non ha pubblicato nulla o viene costantemente valutato negativamente dai propri studenti.

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