Invito alla (ri)lettura del “Diario fenomenologico” di Enzo Paci

mercoledì, gennaio 12, 2011
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Il termine fenomenologia è stato usato per la prima volta da J.H. Lambert nel 1764 e poi da Kant, da Hegel e da Husserl. Così come oggi noi lo intendiamo il fenomeno è ciò che appare, ciò che vediamo così come lo vediamo e come possiamo fedelmente descriverlo, senza giudicarlo prima di vederlo proprio così com’è. Giudicare prima vuol dire dare un giudizio prima di vedere le cose, vuol dire, in altre parole, sottostare a un pre-giudizio. Perciò è stato detto che la fenomenologia è un ritorno alle “cose stesse”. (Introduzione 1973, p. 5)

La fenomenologia non è una contemplazione, ma una ascesi, nel senso etimologico di un esercizio. (Introduzione 1973, p. 9)

Tutta la nostra vita, come presenza evidente, è il risvegliarsi e il chiarirsi del passato: è temps retrouvé. La verità che dormiva si trasforma, diventa verità tipica, figura essenziale. Ma continua, risvegliandosi, a cercarsi, a correggersi nelle reciproche relazioni che la costituiscono, a cercare un compimento, un telos. (Milano, 12 aprile 1956, p. 13)

Nell’universo c’è qualcosa che sembra resistere, che si oppone al risveglio. Un sonno profondo. Tenersi alla coscienza sveglia, all’intenzionalità della verità, alla ragione che supera sempre se stessa. Ma la ragione non è una parola o un insieme di operazioni meccaniche inconsapevoli. E’ la vita stessa, è il logos. L’intenzionalità è il logos che vive. (4 maggio 1956, p. 17)

Riflessione. La riflessione vive nel tempo e si proietta davanti a sé, intenziona sempre qualcosa al di là di sé. Ciò che scopre è la verità, una verità che era in me, ma addormentata, obliata. Lo sguardo proiettato nel futuro è lo stesso sguardo che risveglia il passato e scopre il senso della realtà nel presente. (Milano, 22 settembre 1956, p. 21)

Il filosofo: non solo pensa sempre di nuovo il mondo, ma lo vive, lo percepisce sempre di nuovo con tutti i suoi sensi, come un problema incombente. Parole e grida che vogliono una soluzione impossibile? Poi viene il silenzio. Un silenzio pieno, vibrante. Uno sfondo sul quale le cose si disegnano vergini, nate proprio ora, in questo momento. Ed acquistano un significato, diventano traslucide, lasciano intendere il loro senso di verità. Perciò stai tranquillo. Non forzare le cose. Lascia che si presentino. Non sei il loro padrone. (Milano, 18 maggio 1957, p. 25)

La gloria non ha senso, la potenza non ha senso, il tuo successo personale non ha senso. Vanità. Quella vanità che Husserl ha sempre combattuto. Ed era sincero. Amava davvero la verità e viveva per la verità. La gloria è il mondano e il senso della vita si rivela solo nella negazione del mondano, in un operare nel mondo che non è prigioniero del mondo. Credo fermamente a questo. Non è rinunzia a operare nel mondo, a vivere nel mondo: è desiderio di un operare che abbia un significato di verità. Bisogna essere capaci di questo, bisogna voler vivere così, bisogna tentare di vivere così. (30 maggio 1957, p. 33)

Quante poche cose sappiamo dire, quanto poco sappiamo scrivere che valga la pena di essere scritto. (…) Arriveremo un giorno a capire che sono le cose più semplici quelle che ci donano il senso della vita? Bisogna credere che questo sia il nostro cammino, che il cammino spesso terribile dell’umanità tenda a questo, che la vita sia vita per questo, che le cose, le pietre, i fiori, gli animali, gli uomini, ci siano per il significato di verità che attende di essere svelato, per la verità intenzionale. (Roma, 11 giugno 1957, p. 34)

Nell’atteggiamento fenomenologico c’è un continuo intrecciarsi della riflessione filosofica con la vita quotidiana, con la vita del corpo, con la comunicazione, con il rinnovarsi dell’angolo visuale dal quale si considera l’esperienza che si vive, con il passato che si scioglie e si riannoda: immanenza profonda, intenzionale, della riflessione filosofica nel tempo. (Segni, 4 agosto 1957, pp. 37-38)

Dipingere è vedere i fenomeni. La visione pittorica, perfino la visione di ciò che non è normalmente visibile, è preziosa per la conoscenza. C’è quindi una specie di reciprocità fra la visione del fenomeno e la scienza, tra l’azione che nella tecnica realizza la visione e il sapere. (…) La pittura attua fisicamente la forma: nella pittura c’è la prova della possibilità di una sintesi tra il sensibile e l’ideale. (20 ottobre 1957, p. 40)

Il selciato sul quale cammino… La durezza, la compattezza, l’impenetrabilità delle cose. Per il filosofo, per l’uomo che vive nel filosofo, tutto questo può diventare enigmatico, diventa enigmatico. Tutto: la città, la propria casa, il tavolo sul quale si lavora. E tutti gli eventi nei quali vive e le persone. Sono lì. Ma in qualche modo io nego gli eventi e le persone e le cose. Questa negazione è fondamentale. Non posso negare quello che c’è, non posso negare il mondo nel quale vivo. Eppure dico di no. Non accetto l’impenetrabilità, l’opacità delle cose. Dire di no è, fenomenologicamente, “porre tra parentesi”, esercitare l’epoché, la sospensione del giudizio. (…) Il mondo è là: è stato creato, si diceva. Il mondo è là e finora io credevo che fosse naturale, che fosse ovvio il suo essere là. Ora so che questo suo essere là è oscuro, enigmatico, coperto. Il mio no è il no ad un mondo senza significato per me, anche se ha avuto significato per altri, anche se il suo terreno porta le tracce dei passi altrui ed è carico delle sedimentazioni degli innumerevoli significati che ha avuto per gli altri. Ma questi significati sono cristallizzati, dormono. Devo risvegliarli. Per risvegliarli devo dire di no a tutto ciò che dorme, che è oscuro, nascosto. (…) Così ho compiuto una rivoluzione. Ciò che era là, il mondo che era già là, è ora davanti a me: non è più un mondo già fatto ma un mondo da fare. E’ diventato un compito, un fine che dà significato alla vita, alla mia vita e a quella degli altri. L’epoché mi ha fatto scoprire una vita che va al di là di ciò che ho già vissuto, una vita che continuamente si supera, che sempre si trascende trasformando il già fatto in un compito, in un significato di verità. Questa vita nella quale davvero vivo è la vita intenzionale. L’intenzionalità risolve continuamente l’oscuro e l’impenetrabile in una chiara visione, in un orizzonte significativo, in una forma essenziale della verità. Non è dunque la ricerca dell’essere, di un essere che sarebbe dietro le cose, ciò a cui tende la fenomenologia. Il suo fine è la verità che non è dietro a noi ma davanti a noi e che nelle cose già fatte del mondo è già presente, ma addormentata. Risvegliare le cose, diventare noi stessi questo risveglio nel quale tutto si risveglia, è ritornare alla vita autentica dell’io, al suo continuo trascendersi, al paradosso dell’intenzionalità. (…) Svegliarsi continuamente nello stupore del paesaggio del mondo. (8 gennaio 1958, pp. 41-43)

Il cieco nato in Giovanni. Senso della visione: l’eidos husserliano. Stupefacente il versetto 39 del capitolo IX: “Son venuto in questo mondo… perché (…) coloro che vedono diventino ciechi…”: si accorgano, dunque, che non vedono e comprendano che non hanno mai visto, che sono nati ciechi. Il peccato dei Farisei è la loro convinzione di non essere ciechi, di vedere. E si chiedono: siamo ancora noi ciechi? E Gesù (IX, 41): “Se voi foste ciechi non avreste alcun peccato, ma voi dite vediamo, e perciò il vostro peccato rimane”. Aprire gli occhi. Imparare a vedere. Non credere di vedere già. (14 marzo 1958, p. 45)

L’atteggiamento fenomenologico talvolta ti fa pensare, ti fa vivere la filosofia, ma non ti dispone a scrivere, a “fissare” le tue idee. In questo senso, anche in questo senso, è socratico. (25 marzo 1958, p. 48)

La fenomenologia tende ad avvicinare ciò che è vero a ciò che è vivo (“la verità e la vita”). La convergenza intenzionale della vita e della verità è probabilmente il senso più profondo dell’intenzionalità husserliana. È solo se mi trascendo nell’essenza che io scopro, nel particolare reale, presente, l’incarnazione dell’esemplare, del tipico, dell’eidetico, del vero.

Vivere la nostra vita cercando di realizzarla, e vivere scoprendo, in essa, l’esperienza del vero, dell’essenziale, è un modo di vivere che si fonda sul tempo. La ricerca di questa vita appariva a Proust come ricerca del tempo perduto. (11 giugno 1958, p. 56)

La fenomenologia è anche un modo di sentire, di vivere, e di scoprire, nella vita, la verità. E’ l’esperienza continua della verità nella vita e della vita nella verità. (…) La fenomenologia è l’esperienza della vita come movimento verso la verità, come scoperta e riscoperta continua che si pone tra l’oscurità dell’infinito del non percepire e la luce dell’infinito del vero. (Bellaria, 12 agosto 1958, p. 65)

Il mio tentativo è quello di influenzare la filosofia e la cultura italiana con la fenomenologia. La mia è una fenomenologia relazionistica che vorrebbe tener conto di tutta la storia del pensiero fenomenologico e superare l’esistenzialismo. (Milano, 10 settembre 1958, p. 77)

Come insegnare la fenomenologia? Come e in che senso è trasmissibile? Certamente molti avvii sono possibili. Ma forse quello che è stato più usato è l’invito alla descrizione. Quando, dopo aver letto senza sufficiente comprensione le Meditazioni cartesiane, nel 1933, ho chiesto a Banfi di aiutarmi, non mi parlò del contenuto di un libro. Questo fatto è significativo. I libri per la fenomenologia sono mezzi per la viva comunicazione orale. Le parole scritte (mito di Theut nel Fedro di Platone) hanno il loro lato negativo se non producono un discorso nuovo, se non vengono ridestate e rese presenti. Banfi disse qualcosa di molto semplice. Eravamo nel suo studio. “Vede questo vaso di fiori? Provi a dire, a descrivere quello che veramente vede.” Io non volevo accettare questa proposta. E riproponevo i problemi tradizionali della filosofia. Ora so molto bene cosa Banfi voleva dire e so che cosa vuol dire per me. (…) La descrizione del vaso contiene in sé il significato del mondo, della mia vita, della vita di tutti. L’ha in sé come verità che deve essere vissuta, progressivamente realizzata, costituita secondo un telos infinito. Infinito ma tuttavia potenzialmente presente in ogni mia esperienza, se mi preoccupo di esaminarla, di farla diventare fenomeno. Ciò che vedo come mi si dà, ciò che è evidente, è pronto ad offrirmi un dono. Io posso e debbo prepararmi ad accoglierlo. Questo dono è il sempre rinnovato e sempre rinnovabile significato della mia vita, della vita degli altri, della vita del mondo. La verità è qui e ora (nell’evidenza, nella presenza), vicina, più che vicina. E’ in ogni fatto, anche nel più umile. E’ qui inviluppata, nascosta, potenziale. E’ limitata, ma è presente. E’ finita, ma è indice di un compito infinito. Io, io stesso, con tutte le mie stanchezze e i miei errori, non posso negarmi in nessun modo come presenza. Ogni negatività, ogni tristezza, ogni male, è male perché presuppone il bene, un bene che tutti possediamo se soltanto vogliamo riconoscerlo, che nessuno può comprare, che non si può e non si deve ridurre a merce, a oggetto feticizzato. E’ un bene che non si può vivere che nell’attuazione di un dono. (30 ottobre 1958, pp. 84-88)

Colloquio con Merleau-Ponty dopo la mia conferenza alla Sorbona. Non è disposto a dare un’importanza decisiva al problema del tempo. (2 aprile 1960, p. 97)

Passeggiata con Ricoeur al Bois de Boulogne. Non è convinto del mio modo di ricostituire la fenomenologia. (3 aprile 1960, p. 97)

Sono completamente preso dallo slancio dell’analisi husserliana. Le cose mi si mutano tra le mani, il mondo rivela volti nuovi, prima mai visti. Io stesso mi trasformo, mi faccio un altro. E tuttavia c’è in tutto ciò qualcosa che non controllo: una affinità profonda, una Einfühlung tra me e questi Manoscritti, che è poi Einfühlung tra me e Husserl che ritorna vivo, in un modo che mi stupisce e un po’ mi spaura. (Lovanio, 7 aprile 1960, p. 99)

(Enzo Paci: “Diario fenomenologico”, Bompiani 1973)

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2 commenti a Invito alla (ri)lettura del “Diario fenomenologico” di Enzo Paci

  1. domenica, gennaio 16, 2011 at 12:24

    “La fenomenologia tende ad avvicinare ciò che è vero a ciò che è vivo”.

    Vorrei solo ringraziare Claudio Fontanari per questo regalo di alcune scintille, che da giorni frequento, in attesa di trovare il tempo di fermarmi sul libro da cui provengono, e di cui avevo solo un vago, infedele ricordo. Una sola osservazione troppo rapida, che rinvia ogni approfondimento, purtroppo – ma almeno serva da espressione di gratitudine. Come avviene che la consapevolezza, direi quasi la lucida intensità con cui Paci vive l’atteggiamento mentale, emotivo e morale che la fenomenologia rappresenta, sia QUI, e soprattutto qui, così chiara e felice? Qui così più chiara e felice che altrove? Forse è solo un altro falso ricordo: ma la fenomenologia fatta in questo Diario, dove Paci parla veramente del mondo della (sua) vita (quotidiana), mi sembra espressa in modo tanto più vivido, convincente e direi fedele alle cose stesse e al metodo, di quanto non lo sia in molte pagine dei saggi di Paci. Intendo dire, soprattutto, in quelle certo così ricche e traboccanti di umanità e cultura, ma anche così … piene di cose non essenziali, ad esempio di riferimenti ad altri autori e altre correnti… Come se Paci fosse stato sempre alla ricerca di una sintesi e di una conciliazione di cose disparate, il che dà a alla sua opera una superficie un po’ eclettica, un po’ sincretistica – che invece queste pagine di fenomenologia viva e limpida (mi pare) smentirebbero completamente! Pur nel loro essere quel che sono, impromptus, improvvisazioni e occasioni, i cui materiali sono ancora una volta disparati, sul filo dei giorni e dei minimi incontri. Ma ognuno di questi minimi incontri è una specie di angelo – come dovrebbe essere per il fenomenologo qualunque cosa appaia, spontaneamente o per riduzione f., in qualche suo tratto essenziale (“angeli enim dicuntur qui minima nuntiant”, dice Tommaso).

    Scherzi e considerazioni domenicali, un po’ sognanti, a parte, questi estratti mi convincono sempre di più che dovremmo fare qualcosa per trascrivere nella lingua del mondo (l’inglese) – capitolo per capitolo, una selezione delle opere migliori dei nostri maestri. Dei nostri maestri italiani. Rileggetevi Zahavi e Gallagher. Io sono loro gratissima per aver sdoganato la fenomenologia nel mondo dove ricerca si fa ancora, trovando semplicemente i giusti equivalenti delle nostre domande e delle nostre indagini nei linguaggi della filosofia della mente (molto resta ancora da fare, tuttavia, soprattutto per quanto riguarda l’ontologia analitica, la filosofia del linguaggio, la filosofia pratica tutta intera,etica filosofia del diritto e filosofia politica, e infine l’estetica e la filosofia della religione). Anche in QUESTO senso l’opera di “traduzione” è da fare, e questo è lavoro quotidiano di molti di noi, comunque. Ma in un senso più letterale bisognerebbe tradurre le cose buone che abbiamo: un giovane in Europa o in America (o in Giappone)che comincia oggi a praticare il metodo – e supponiamo che Zahavi e Gallagher gli abbiano dato le basi – perché non deve poter accedere a qualche piccolo gioiello di fenomenologia italiana, che pure c’è e può riiprendere a scintillare? Perché confermiamo sempre l’odiosa verità – nemo propheta in patria?

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