Lettera di un’anima bella a Giuliano Ferrara. Sull’azionismo e le sue miserie

martedì, febbraio 8, 2011
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Gentile direttore, la sua invettiva contro le “belle anime azioniste (e la loro miseria)” dovrebbe essere studiata da chi cerca il concetto mancante a catturare il senso o la ragione della spaccatura che divide l’Italia. Che l’ha forse sempre divisa, ma in questi anni e in questi mesi si sta sempre più drammaticamente approfondendo.

La prima, ingenua domanda che affiora è: ma che tipo di odio è questo? Così esplosivo quale un livore raramente è, che per solito sbava o striscia; così gratuito come non è un risentimento generato da una comune invidia, inferiorità, infelicità, frustrazione; così visionario da allucinare addirittura “perfidia” negli occhi miti di Gustavo Zagrebelsky, così accecato da prendere per un senato di “ottimati” e una plutocrazia di “ricchi veri” i dodicimila del Palasharp, nella stragrande maggioranza professori di scuola secondaria, redattori di casa editrice, correttori di bozze, impiegati, blogger, volontari, qualche studente e molti pensionati (questo stupisce particolarmente: almeno l’occhio del giornalista non dovrebbe correggere la fantasia dell’immoralista devoto?). Infine, così lirico da sciogliere un canto emersoniano, sì, su cosa? Sulla trama di lenocinii e ricatti in cui si gonfia e sgonfia l’ossessione senile più tristemente porcina e becca, sera dopo sera. Questa, con figura di amplificazione più ampia ancora dell’ampio suo grembo, lei, l’Elefante, la chiama “una grande ricchezza di vita, sebbene intrisa di grossolanità e di peccato”. Una grande ricchezza di vita, i taccuini in cui Emilio Fede annotava le gnocche da reclutare ai concorsi di veline adolescenti, le telefonate e i negoziati con cui Lele Mora le preparava, il posto a spesa pubblica assicurato alla Maitresse dentale, pronta a prestazioni fuoribusta per salvare tutta questa ricchezza di vita dalle confessioni di una puttanella ladra e minorenne?

Eccolo, il quesito che fa dell’invettiva di Ferrara un oggetto prezioso di ricerca. Che natura ha la spaccatura che divide oggi l’Italia in due? Io avevo cercato di interpretare questa adorante libertà dei servi, questa appassionata adesione al capo, con la tesi di una modificazione con la quale i servi diventano padroni senza smettere di fare i servi. Una modificazione della sudditanza pura – che usava le arti servili per difendersi dal potere – in una sudditanza che le esercita al contrario per partecipare al beneficio del potere, al privilegio al di sopra della legge – sia pure nella forma divulgativa delle deroghe, dei condoni, delle depenalizzazioni, degli scudi e degli accordi con tutte le mafie, tutte le cricche e perfino tutte le chiese, purché apportino sostegni. Ma ora vedo che questa era una spiegazione insufficiente: troppo materialistica. Qui c’è qualcosa di più – di più gratuito, appunto, e perciò enigmatico. Capirlo sarebbe fare un grande passo avanti nella comprensione del nostro presente e futuro.

Si può allargare al massimo l’orizzonte: questa spaccatura c’è sempre stata. Non soltanto in Italia: ma dovunque ci sia una piazza umana. È un conflitto a morte, antico. Da una parte c’è la ricerca pensosa, sgomenta di fronte al potere umano di autodistruzione, attenta alle ragioni che abbiamo per limitarlo e capace di suscitare emulazione e altra ricerca, di ciò che è relativamente migliore invece che peggiore, e di un po’ di verità e di giustizia, piuttosto che di menzogna e immondizia. Queste erano le “banalità” di Saviano, nell’invettiva di Ferrara. E dall’altra, c’è il Sofista. Sì, non vorrei nobilitarlo troppo, ma ricordo a chi non lo sa o a chi l’ha dimenticato che il Sofista ha una versione più alta e una più meschina, esattamente come il male può essere luciferino o banale: ma quanto più si avvicina alla pochezza meschina, il Sofista si avvicina alla sua essenza. Perché la sua essenza è il nulla, il nulla che si dà per qualcosa, ma per ingannare almeno se stesso ricorre, come ben sapeva Gorgia, all’iperbole.

E poi si può di nuovo restringere, l’orizzonte dello scontro, riportarlo all’orizzonte nostro. Ma allora, ampio anch’esso, di secoli. Debbo questo suggerimento a un amico, filosofo attento e giornalista impeccabile, il nostro Stefano Cardini. Il suggerimento risale al Prezzolini di Cristo o Machiavelli, e abbraccia una gran parte della nostra storia. È quello della soffocante alternativa, che purtroppo quasi tutti, anche le anime più limpide, nel nostro Paese, subiscono o addirittura sostengono. O vuoi il rapporto con la realtà, e dunque la politica, e dunque tutte le arti della menzogna, della sopraffazione, dell’inganno – fino al sacrificio dell’anima propria (versione nobile) o al suicidio di uno straccio di coscienza (versione banale): e il fine, poco importa. Per alcuni, il principe è nobile come tale, portando in terra la Sovranità. Ad altri, non importa nulla che sia ignobile. I machiavellici nostri si concentrano sempre sui mezzi, che son quelli suddetti. Oppure, vuoi l’etica: e allora la mancanza di ogni rapporto con la realtà, e la via del monastero e del cielo.

Questa è l’alternativa fallace e soffocante contro la quale da molti anni alcuni di noi combattono – e al Palasharp sabato scorso ce n’erano dodici o quindicimila. Ma non è questo il punto su cui vorrei concludere. È il più diabolico paradosso, invece, nel quale si avvita la nostra storia. Che cioè sia stata accreditata come potenza etica, anzi come potenza cui affidare e delegare la morale, lasciando che ci pensino i preti, a cose complicate come la coscienza, in cambio di quattro avemaria, proprio quella potenza che ha, insieme, più praticato e più deprezzato la politica, come cosa necessariamente infine sporca, perché cosa del mondo e del suo principe – insieme satana e imperatore da assoggettare o da servire. Questo è il paradosso atroce – radicato addirittura nel pensiero di Agostino, il teorico della città del diavolo, con cui quella di Dio si confonde in terra.

Ma questo benché atroce e fonte di sangue e orrore lungo i millenni, è un paradosso tragico. Non gli si addicono i toni in fondo frivoli – è la sola parola possibile, se sono “perfidi” gli occhi di Zagrebelsky e se è “miserabile” citare la lettura serale di Kant. Non gli si addice la speciale tonalità delle pistolettate, né petrine né cristiane, né machiavelliche né esperte di sofismi, con cui mezza Italia spara contro quello che chiama “moralismo” – vale a dire l’altra mezza Italia che aspirerebbe alla decenza elementare di un governo della leggi, sotto la quale, e non al di sopra della quale, a casa propria ciascuno cerchi cielo o inferno come la sua libertà lo richiede. Non si addicono al mio paradosso tragico neppure le pistolettate con cui l’elefantino spara di nuovo sull’inflessione piccolo-dialettale di Zagrebelsky per preferirgli “la banda Cavallero”.

E dunque la mia lunga meditazione dell’invettiva non ha sortito alcun frutto. Ecco, non mi resta che chiederlo a lei, Giuliano Ferrara, all’autore dell’invettiva contro noi anime belle e la nostra “miseria”: di cosa è fatto questo odio contro la legge civile, la legge morale e… il cielo stellato? Che cosa divide l’Italia, infine?

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11 commenti a Lettera di un’anima bella a Giuliano Ferrara. Sull’azionismo e le sue miserie

  1. martedì, febbraio 8, 2011 at 13:30

    Se davvero il tuo cruccio è capire Ferrara, Roberta, oltre a Prezzolini, penso che dovresti scomodare anche Dostoevskij. La categoria giusta è quella dell’odio di sé. Ed è un’affare generazionale. Non c’è dubbio che a far ribollire il sangue di Ferrara è tutto ciò che gli ricorda un sogno, un modello di vita, un’idea di umanità, che ha aleggiato sulla sua giovinezza e probabilmente lui stesso ha coltivato per un po’, finendo poi per odiarlo. Odiare visceralmente, come si possono odiare solo le parti di noi da cui ci siamo emancipati a fatica, ma che periodicamente si rimaterializzano davanti ai nostri occhi nelle vesti di un perturbante “doppio” in cui, come in una figura bistabile, le irraggiungibili virtù di un tempo si tramutano in vizi esecrabili: la morale in moralismo, la modestia in lagna, la cultura in saccenza, l’altruismo in vanità, l’educazione in ipocrisia, la mitezza in perfidia, il rigore in rigor mortis.
    Tutto questo suona serio enough. I problemi cominciano quando si tenta di immaginare la reazione di Ralph Waldo Emerson di fronte a Berlusconi e alla sua idea di “ricchezza di vita”. Qui, in effetti, i sensi vacillano e sfido chiunque a far tornare i conti. Sicuramente è un’impresa che va al di là delle mie misere capacità…

    P.S. Ho un ultimo quesito che mi ronza nella testa da giorni e che vorrei sottoporvi: ma come può una persona che ha basato tutto il proprio successo politico sulla proposta di una certa immagine “eroica” di sé sostenere seriamente che quello che fa nella sua vita privata dovrebbe riguardare solo lui e la sua coscienza? Che paradosso appellarsi al diritto alla privacy per chi non sa far altro che spandere ovunque il proprio mastodontico “io”!

  2. Alberto Bottini
    martedì, febbraio 8, 2011 at 21:08

    Ferrara dovrebbe fidarsi meno di certi amici se gli propongono Emerson in questa salsa rancida e scaduta: questo attribuire “una grande ricchezza di vita” alle serate di un paio di vecchietti ricchi e potenti, inesorabilmente al loro tramonto, che pagano giovani prostitute per esibirsi in piuttosto squallidi porno-spettacolini è veramente patetico. Quale miglior esempio di grande ricchezza di vita allora del Marquis de Sade! Perchè non proporre il sadismo come modello nelle scuole?
    E invece ovviamente Sade era, e Silvio è, semplicemente un triste omiciattolo esageratamente gonfio di sè, che amava avvolgersi in una mortifera atmosfera per incapacità di godere realmente della vita e della sua bellezza, nel disperato tentativo di darle un supplemento d’anima. Il nulla che acceca e con cui Ferrara si balocca ormai da tempo.

  3. Corrada Cardini
    mercoledì, febbraio 9, 2011 at 02:13

    E mentre le misere anime belle, si indignano e cercano risposte a quesiti che hanno senso solo in un altro mondo, diverso da quello in cui vivono LORO… LORO, i cattivi, i corruttori,il sultano e la sua corte, continuano ad essere per i loro sudditi le icone di una concezione barbarica, tanto più arbitraria quanto più suggestiva, del potere, LORO con la loro sfrenatezza, e la loro arroganza sono la manifestazione tangibile dei desideri di quanti pur non invitati al banchetto, si beano della possibilità di guardare, e di dividersi gli avanzi.
    Quanto a Ferrara, credo che ci sia un problema a monte. La sua facondia, che non è esattamente frutto di una limpida capacità di argomentare, ma di una affinata (seppur non raffinata) abilità nell’arte dei sofisti, appare da sempre al servizio del suo odio, in parte autodistruttivo, per tutto ciò che rappresenta l’origine, forse, del suo “male oscuro” (qui ha ragione, credo, Paolo).
    Condivide comunque col padrone il disprezzo per i servi “sciocchi” (lui, servo ma non sciocco) e si scaglia rabbioso contro quelli che considera i perdenti e minoritari per vocazione, gli idealisti, gli intellettuali “disorganici”, pensatori perniciosi, i “grilli parlanti” che si oppongono al mefitico (ma non per lui) flusso vitalistico coincidente a suo avviso con la “deregulation” anarcoide che coltiva nelle sue sfrenate fantasie, quel clima da basso impero dove tutto è possibile per chi sa aggirare i limiti imposti dal quel sistema di regole che vorrebbe garantire leggi uguali per vincitori e vinti, per chi è riuscito ad arrivare in alto nella scalata al potere e al denaro e chi striscia nella mediocre quotidianità del cittadino qualunque, dell’uomo della strada, nullità utili solo se si prestano alla manipolazione di rito. Ferrara che, come come molti, tra cui parecchi suoi compari, è privo di autoironia, evita accuratamente, quando può, un confronto alla pari (chi non ricorda come fosse effimera, a “Otto e mezzo” la vita al suo fianco degli “antagonisti” più agguerriti?). Come il suo padrone, non tollera di essere messo in ombra, di uscire sconfitto da una competizione. E usa con la necessaria spregiudicatezza le strategie per evitare che ciò avvenga.
    Ma con certa gente, più di quanta sarebbe per lui auspicabile, a quanto pare non funziona: il re è nudo – lo si dice – e lui perde le staffe. Sembra convinto che può emergere solo se sta in squadra con chi fa il gioco sporco, non avendo in mano buone carte.
    Tutto ciò, in fondo, è solo il peggio di una fase storica di decadenza… neppure nuovo od originale. Mi dispiace per Ferrara; posso immaginare che ogni tanto percepisca con reale disagio in che razza di compagnia di mezze calzette, sciacalli e saltimbanchi da fiera si è imbarcato.

  4. Paolo Migliaro
    mercoledì, febbraio 9, 2011 at 06:57

    Ferrara stamani scrive sul Foglio che malgrado Berlusconi e le sue pupe, siamo in mutande, ma ancora vivi, meglio dunque un corrotto che lascia vivere che un falso moralista che per restaurare l’ordine e la purezza arriverebbe pure a reprim…ere addirittura la vita altrui.
    Lo stesso tema, la stessa affinità elettiva della Compagnia delle Opere.
    “Meglio essere vili che esser ritenuti tali”, dice il prosseneta intellettuale, laureato in Filosofia e prestato al giornalismo con un fine che ora più che mai, al di sopra della collina, e come chi si appresta a vedere lo scenario della battaglia finale, si capisce perfettamente…
    E che sarà mai, egli scrive ancora… “Perché più viziose spie dovrebbero giudicar male quel che io ritengo un bene?”, citando il sonetto 121 di Shakespeare….Sobbalzo, caspita che rivelazione! ma è la stessa risposta che dette un demone all’esorcista più famoso d’Italia, Padre Amorf:
    “E’ inutile che tu mi scacci dicendomi di non fare il male, per me il male è bene!”. Paradossale per uno che va a braccetto con i devozionanti.
    Dunque Ferrara e il demone sarebbero entrambi d’accordo, anzi Ferrara diventa addirittura il demone-ateo di Berlusconi ed istiga e arringa i suoi alla mobilitazione contro il movimento iniziato dal Palasharp e continua a intessere le trappole sofistiche scrivendo che non può essere mai giudicato il gusto e il piacere privato di ognuno.
    Il fantastico Ferrara è riuscito, lui l’ottimato superbo, l’ateo-devoto per eccellenza, ad ottenere l’ascolto dei cattolici che si è curato per anni per benino entrando furbescamente dentro nelle battaglie contro l’aborto, contro il diritto all’autodeterminazione nel testamento biologico! L’astuzia non è arte di angeli e ingenui, lui ha offerto una sponda culturale, un riferimento per dare nerbo e forza a quello della destra, endemicamente afflitta da un complesso di inferiorità, cercando di fare sponda contro la sinistra. Il nostro elefantino salta fuori a sgambettare quando si deve riparare a qualche cialtroneria dei suoi oppure quando deve brandire qualche libello… Lui sa bene che non c’è una libertà assoluta dell’uomo e che si deve pur obbedire ai codici! Ma ecco immediata nel sonetto, e alla bisogna la sequenza shakespeariana: “ma i miei fatti non vanno giudicati dai loro sospetti”, come dire che quindi bisogna aspettare il giudizio del Tribunale per ciò che concerne i reati…magari di quello dei Ministri se mai verrà a capo di qualcosa! L’elefantino non può darsi certo pena e resipiscenza per il suo Signore di tutto quello che c’è nelle intercettazioni, di tutto lo schifo che è ormai assodato da audizioni peraltro già chiarissime anche se frammentate, anche se da ricomporre nella loro interezza, dalle dichiarazioni già esaustive fatte da diverse pupe, da tutto un contesto inoppugnabile con personaggi come Lele e Fede. Non c’è reato, certo. Questo è solo gusto. Siamo in un Paese liberale.
    Ma ecco l’apice dell’attacco portato al tentativo di ristabilire la moralità, l’unità tra la politica, il diritto e l’etica: “questi virtuosi talebani, che però rischiano niente e hanno un mondo da guadagnare, devono essere messi in discussione da un’Italia che non si sente superiore e non pretende per sé il crisma della purezza virginale. Perché non diamo vita a una campagna di passione e denuncia pubblica? Che ne dite? Vi sentite di far parte di una minoranza che non ha niente da insegnare ma non accetta prediche da pulpiti privi di decenza e di senso del limite?” Purtroppo questa battaglia coinvolge anche le nostre contraddizioni, il nostro coraggio e la nostra determinazione alla coerenza con quel che spesso diciamo e professiamo. A nulla servirebbe scalzare il centro destra se la rivoluzione culturale non iniziasse anche nel resto del Paese.

  5. Andrea Zhok
    mercoledì, febbraio 9, 2011 at 16:39

    Che bella pagina quella di Roberta De Monticelli; spero trovi una collocazione adeguata in una luogo di maggiore visibilità.

    Visto l’altissimo livello dei commenti, mi piacerebbe abbassare un poco il tono e dare una lettura più semplice e ‘psicologica’ del rinnovato patto di stronzio (l’acciaio era finito) tra Ferrara e Mr. Banana. Ora, in due parole, per di più povere.

    Chi è Ferrara? E’ un uomo intelligente, affetto sin dalla giovinezza da una grave disfunzione ormonale, e sposato con una donna che è l’immagine vivente dell’infelicità.

    Chi è Mr. Banana? E’ un vecchietto ributtantemente ricco, operato di prostata alcuni anni fa, ed aduso a gratificarsi ammiccando alle barzellette sui nani.

    Cosa hanno in comune? Niente, salvo l’essere entrambi individui infinitamente e costitutivamente RISENTITI.
    Senza citare celebri analisi sul risentimento nell’edificazione delle morali, è sufficiente ricordare che il risentimento è caratterizzato da un rancore profondo e dominante di fronte al se stesso che si sarebbe voluto essere, ma non si è. Il risentito è l’unico essere più dannoso dell’egoista radicale: l’egoista radicale è disposto a fare male agli altri purché lui ne tragga giovamento; il risentito è disposto anche a danneggiare se stesso, purché altri non ne traggano giovamento. In questo senso il risentito, diversamente dall’egoista, non può mai raggiungere APPAGAMENTO, donde una tendenza all’ambizione fine a se stessa, spesso incomprensibile per gli altri. Il risentito è inoltre caratterizzato da IPERSENSIBILITA’ ALL’ADULAZIONE, giacché la frustrazione di fondo è una ferita lenita solo dalla parvenza di riconoscimento: ucciderebbero per un complimento, anche mercenario. Il risentito, infine, non ha oggetti di desiderio specifici, ma solo specifici oggetti d’odio, in particolare sono oggetto elettivo d’odio tutti coloro i quali manifestano le qualità intrinseche che a loro mancano e tutti coloro i quali hanno il cattivo gusto di mostrarsi appagati di ciò che sono (non di ciò che hanno).

    Va notato come il fatto di essere mossi in fondo sempre solo ‘contro’ qualcuno o qualcosa, e mai per un risultato positivo, ne fa dei polemisti naturali, promotori delle ben note argomentazioni ad personam cui assistiamo ogni giorno:

    chiamiamo A un risentito e B un suo occasionale avversario

    di fronte all’asserzione da parte di B che 2 + 2 = 4, il riflesso argomentativo di A è di ricordare come B, una volta, si sia scaccolato in pubblico, il che evidentemente ne inficia ogni autorevolezza.

    La medesima tendenza a misconoscere ogni valore di oggettività si estende alle valutazioni di ragion pratica, dove il concetto di ‘giustizia’ risulta impenetrabile, e viene automaticamente tradotto nel suo equivalente viscerale, cioè l’invidia: ogni qualvolta qualcuno esplicitamente o implicitamente si appella a istanze di giustizia, i risentiti non possono che tradurlo nell’intuizione a loro più prossima: “Aha! Tu vuoi sminuire chi si fabbrica eccezioni perché ‘non sopporti quelli eccezionali’.” Oppure: “Tu hai denunciato che la partita era truccata, solo perché non sopporti i vincenti!” Ecc.

    Ultima questione: cosa c’azzecca una tale caratterizzazione psicologica semiseria con il dato politico che pure accomuna anch’esso i nostri eroi? In fondo le distorsioni psicologiche saranno plausibilmente distribuite in modo indifferente all’appartenenza politica, o no? E qui viene il punto: se è vero che non c’è un nesso a priori tra tratti psicologici e politici, è anche vero che vi sono letture politiche della realtà che sono costitutivamente destinate a produrre e riprodurre risentiti. Una delle frasette più caratterizzanti del liberalismo americano è stata per molto tempo: “If you are so smart, why arent’ you rich?”. Una frasetta del genere, dove al posto di ‘rich’ si può forse mettere un più generoso ‘successful’, si trova nei breviari per la catechesi del piccolo squalo, in tutte le culture politiche di una certa destra (la destra che preferiva la Thatcher a Tolkien). Questo tipo di chiave interpretativa spicciola, dove solo il ‘vincente’ può essere contento di sé, è costitutivamente generatore di frustrazione e risentimento, giacché in ogni gioco competitivo i vincenti sono sempre (per necessità logica) pochi e provvisori rispetto ai (relativi) perdenti. In quest’ottica, coloro i quali sono inclini ad interpretare la realtà secondo questo tipico canone destrorso generano un atmosfera in cui il risentimento prospera. Sciaguratamente ometti come Mr. B. e Ferrara possono contare su ampie e crescenti truppe di fanti del risentimento, formate alla bisogna dalla storia italiana più e meno recente.

  6. Claudio
    mercoledì, febbraio 9, 2011 at 19:37

    ” Perché la sua essenza è il nulla, il nulla che si dà per qualcosa, ma per ingannare almeno se stesso ricorre, come ben sapeva Gorgia, all’iperbole ”

    Sulla scorta di questo trafiletto della lettera che ho quotato,vorrei citare di come oggi certa politica vorrebbe soggiogare completamente l’etica, se non addirittura stravolgerla, sino ad annientarla, si potrebbe definire questo atteggiamento come “nichilismo etico”, penso di aver trovato una giusta definizione dell’atteggiamento etico di molti seguaci di MR.BANANA (mi e’ piaciuta questa definizione di Andrea Zhok su Mister B.), quello di ricorrere ossia ad una sorta di relativismo etico spinto all’estremo, come quando si spinge all’estremo il relativismo cognitivo sino a far cadere molti nella trappola retorica di dire che “tutto è opinione”, sino a liquefare o ad annientare definitivamente in campo etico la distinzione tra ethos ed etica. Non sono molto esperto di filosofia come invece lo siete voi, ma mi sta a cuore che non si arrivi in questo paese alla distruzione dell’etica ad opera di forze nichiliste (come quelle politiche incarnate dal berlusconismo). E, come alcuni di voi, anche io sono alla ricerca di un certo valore di “verita’” in ambito etico, come ho descritto in altro 3D, al fine di evitare il riduzionismo estremo del valore all’opinione.

  7. Peandola Andrea
    mercoledì, febbraio 9, 2011 at 21:34

    Io personalmente non abbandonerei la prima risposta, quella “troppo materialistica” per intenderci, alla domanda proposta nella lucida e intelligente lettera della professoressa De Monticelli. Secondo il mio modesto punto di vista non c’è nulla di enigmatico né tantomeno gratuito nell’atteggiamento di Ferrara. Non c’è nulla di argomentato nell’articolo di Ferrara, evidentemente non è razionalmente sostenibile la sua posizione quindi l’unica alternativa, tolta la violenza fisica, è la violenza verbale, il disprezzo (immotivato) espresso attraverso l’uso retorico di aggettivi e sostantivi con una forte connotazione emotiva (rozzo, finto, orrore, fosco, saccente, falsamente mite, peerfidia, folle, totalitario, disgusto, tremendo, ipocrisia… potrei andare avanti ma mi sta venendo la nausea). Evidentemente se le ragioni per cui sostiene questa invettiva non sono espresse non è perchè non ci siano ma perchè non può dirle esplicitamente, sono ragioni di convenienza, di opportunismo, ragioni di “partito” nel senso poco nobile del termine. D’altronde Ferrara non è nuovo in questa attività di sostegno fazioso di qualsiasi posizione assunta dai suoi padroni, dagli anni ottanta con i suoi articoli sul Corriere della Sera con lo pseudonimo Piero Dall’Ora in sostegno della politica estera degli Stati Uniti, fino agli attacchi nei confronti della magistratura nei primi anni novanta durate le inchieste che portarono a tangentopoli… Cercare risposte antropologiche più profonde, a mio parere, può essere un esercizio nobile, dal punto di vista filosofico, di ricerca delle radici ultime di una mentalità e di una cultura che legittima anche queste più banali e strumentali prese di posizione ma son convinto che a posizioni invertite, ovvero se Ferrara fosse assoldato da un partito dell’opposizione o realizzasse interessi economici e professionali con la caduta di Berlusconi non farebbe nessuna fatica (e forse lo sentirebbe anche più congeniale) a schierarsi contro i comportamenti eticamente squallidi di Mr. Banana e utilizzerebbe tutta la sua abilità retorica nell’inveire contro i costumi degenerati del Premier. Ricordiamoci che i sofisti vendevano per denaro il loro sapere apparente.

  8. Saracino
    venerdì, febbraio 11, 2011 at 09:39

    Mai vista una Italia più unita e più provinciale. Tranquilli c’è ancora chi non si nasconde dietro le gonnelle e gli elefantini. L’aria fresca viene dal sud. Ce la facciamo. Avanti con Obama e la globalizzazione.

  9. Elio Matteo Palumbo
    venerdì, febbraio 11, 2011 at 18:43

    Càpita talvolta che ti vengono sotto gli occhi o ascolti frasi come le seguenti :
    “L’uomo non è né angelo né bestia, e disgrazia vuole che chi vorrebbe far l’angelo fa la bestia” che ieri l’altro ho riletto sulla copertina di uno dei libri con i Pensieri di Blaise Pascal e “La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni degli altri”, che stamani, mentre mi accingevo ad uscire di casa, per caso ho sentito da Unomattina Rai1, e che sarà sfuggita evidentemente ad una censura preventiva, ormai in atto.
    E ti accorgi come esse siano rilevanti rispetto a quanto sta accadendo da noi, dove c’è una spaccatura, un solco profondo che ci separa e ci può comportare rischi molto gravi.
    Auspicheresti allora un canto del cigno e devi sentire frasi senza senso e sguaiati vituperi.
    Leggi articoli e vorresti replicare a tutti. Guardi la tv e vedi gli stessi volti e ascolti sempre le stesse parole, dette in modi diversi a giorni alterni. Poi assisti ad un “pezzo” dell’intervista di Giuliano Ferrara al TG1 e ti rendi conto a che punto siamo arrivati. Vai su Internet e scopri che ancora una volta c’è uno scambio piuttosto “forte” fra la filosofa Roberta De Monticelli e il direttore de Il Foglio, a proposito della manifestazione al Palasharp di Milano.
    Leggi i relativi commenti esaustivi e autorevoli e pensi che quel Ferrara – figlio di un senatore comunista, che ho ammirato da giovane, pur non essendo io un comunista, per la sua ferma passione ideale, comunista anche lui, transitato poi dal Psi di Craxi al ricco imprenditore Berlusconi “sceso” in politica – stia consumando la sua intelligenza e la sua cultura (per quanto concerne quella filosofica sembra che non solo travisi quanto gli scrive la professoressa De Monticelli ma sia pure troppo pieno di sé per potersi con lei confrontare), mettendo entrambe comunque al servizio (almeno così pensa lui) dell’ultimo suo mito.
    E per quanto concerne l’intervista alla Rai egli lascia intendere che conosce il pensiero di Kant meglio di Eco, asserendo che secondo il Filosofo non si può raddrizzare quel legno storto di cui è fatto l’uomo (invece, sappiamo che Kant dice che “non si può costruire niente di perfettamente dritto”); poi, sempre Ferrara, sostiene che, volendo, “ci si può arrivare per gradi, piano, cercando di cambiarsi ma non si può usare la legge, lo stato per raddrizzare moralmente l’umanità” (e questa sulla legge e sullo stato deve essere tutta una idea sua).
    Ricordo, peraltro, che Barbara Spinelli nel dicembre 2009 su La Stampa scriveva in un articolo dal titolo Il legno storto dell’umanità, a proposito del premio Nobel per la pace a Obama: “Perché il perfezionamento funzioni occorre che le istituzioni prendano il posto degli uomini e dei politici, perché solo le istituzioni hanno continuità nel tempo, edificano nel lungo periodo, non dipendono né dai sondaggi né dal voto”.
    Su assist della conduttrice del tg1 (che ha dedicato ben 6 minuti al grosso suggeritore del premier) Ferrara parla anche di “neo puritanesimo per sovvertire gli equilibri” e termina addirittura con espressioni dense di livore, ma sicuramente con ampia soddisfazione per il tg e per B., definendo “progetto più che eversivo, pazzotico” (coniando un vocabolo che “il Gabrielli” – ma non solo – non elenca) quel collegamento posto in essere da un “partito mediatico giudiziario”, costituito da magistrati, intellettuali, giornalisti, editori, che avrebbe (tale partito – si badi bene! – e non lo stesso B. con il suo comportamento) fatto venir fuori quanto in realtà è accaduto, e di cui si legge e si sa abbastanza perché ciascuno possa formulare un giudizio, come una valutazione sull’operato della magistratura; parla, poi, di peccati (come dire: Siamo tutti peccatori! Così fan tutte … e tutti!) e non di reati, di cui chi è indagato è chiamato a rispondere per legge, perché ad essa siamo sottoposti tutti, nessuno escluso; adde art. 54 della Costituzione: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

  10. sabato, febbraio 26, 2011 at 10:24

    Solo un piccolo commento forse finale (forse no), mentre ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutata a fare un po’ di luce sull’incomprensibile (“Peccata enim quis intelligit?”Agostino), che in definitiva ha, come anche i commenti qui sopra hanno in generale messo in luce, una “causa deficiente”. L’Elefante occuperà lo spazio sul TG1 che fu di Biagi – solo, con un senso opposto. Non la voce interrogativa, curiosa dei fatti, ma la voce del padrone. Così la smette di fare il ventriloquo e parla direttamente con la sua pancia. Bella immagine dell’enorme abbuffatta di risorse pubbliche che “un potere enorme” ha fatto e continuerà a fare. Fino a quando? Se non disobbediamo ora, quando? Oh potessero quelli che hanno vent’anni e riuscirono in certi momenti anche recenti a smuovere i milioni formare un’onda che travolga anche la paralisi dell’opposizione. Per poca voce che possiamo avere, chi di noi non si sentirebbe allora in dovere di dar parola a quell’onda?

  11. Stefano Cardini
    sabato, febbraio 26, 2011 at 14:26

    Apprendere che, a quanto pare, lo spazio de Il Fatto di Enzo Biagi stia per essere assegnato a Il Pacco di Giuliano Ferrara, mi ha messo, lo confesso, di buon umore. Quando la famigerata struttura Delta (questa Spectre in camicia di raso rosa, sulla quale si potrebbero scrivere comics esilaranti) chiama il suo più ingombrante intelletto organico in prima squadra, si può essere certi che: 1) le cose per B. stanno andando male 2) le cose per B. andranno presto ancora peggio. Ma il buon umore s’è addirittura tramutato in una irrefrenabile ilarità scoprendo che Mr Privilege to serve avrebbe ripescato il brand con cui esordì in quota Craxi sulle reti Mediaset sul finire dei favolosi (dice lui) anni 80: Radio Londra, la voce dal mondo libero degli antifascisti durante la seconda guerra mondiale! Di quali mirabili paradossi non è capace quest’uomo straordinario. Corro il rischio di lasciar sconfinare la mia ammirazione in idolatria, andandomi a rivedere il video della famosa lite televisiva tra Vittorio Sgarbi e Roberto D’Agostino del 1991, piccolo gioiello di televisione “ferraresca”, ovvero, colta e intelligente: un salto di specie della comunicazione italiana per il quale ancora lo ringraziamo. Santoro, impara!

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