Sulle anime belle e i loro nemici (Il Giornale). Croce e il terremoto de L’Aquila: Saviano s’è inventato tutto?

giovedì, marzo 10, 2011
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A proposito delle anime belle e dei loro nemici, su Roberto Saviano in questi giorni si sta accanendo Il Giornale. Lo scrittore campano è stato accusato di fare un uso da falsario della storia, in ragione di un aneddoto sulla famiglia di Benedetto Croce citato nel suo ultimo libro Vieni via con me (Feltrinelli). Nel volume Roberto Saviano afferma (Il terremoto a L’Aquila, p. 7): «Nel luglio del 1883 il filosofo Benedetto Croce si trovava in vacanza con la famiglia a Casamicciola, a Ischia. Era un ragazzo di diciassette anni. Era a tavola per la cena con la mamma, la sorella e il padre e si accingeva a prendere posto. A un tratto, come alleggerito, vide suo padre ondeggiare e subito sprofondare sul pavimento, mentre sua sorella schizzava in alto verso il tetto. Terrorizzato, cercò con lo sguardo la madre e la raggiunse sul balcone, da cui insieme precipitarono. Svenne e rimase sepolto fino al collo nelle macerie. Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: “Offri centomila lire a chi ti salva”. Benedetto sarà l’unico superstite della sua famiglia massacrata dal terremoto». Da dove l’autore di Gomorra ha tratto la ricostruzione di quella tragedia? Non dalla memoria di Marta Herling, nipote di Croce, come dimostra Il Giornale. Si possono ipotizzare altre fonti? Pare di sì. Ecco un passo, in tedesco, inviatoci da Dario Borso, tratto dal libro di Woldemar Kaden Die Insel Ischia in Natur-, Sitten- und Geschichts-Bildern aus Vergangenheit und Gegenwart, Luzern Verlag 1883, p. 59: «Da ist die Familie Croce, eine reiche Adelsfamilie aus dem apulischen Foggia. Vater, Mutter, eine Tante, zwei Söhne und eine liebreizende junge Tochter sitzen in ihrem Salonzimmer bei der Lampe um den Tisch her, einige lesend, andere scherzend, die Tochter Mandoline spielend… ein Ruck, ein jäher Sturz und alle sind sie auseinander gerissen, hierhin und dorthin. Der eine Sohn, ein achtzehnjähriger; Jüngling, wird zwischen zwei Mauerstücke festgeklemmt, wo er nur den Kopf frei behält; er sieht den Tod seiner Mutter; seiner Schwester, er hat ihren letzen Schrei gehört. Dann war es still geworden. Nach einer Stunde etwa aber hört er es rufen aus der Tiefe unter dem Schutte hervor. Er erkennt die Stimme seines Vaters und antwortet und schildert seine Lage. Frage und Antwort folgen sich hastig. Der Sohn soll um Hilfe rufen… aber kein Laut antwortet als fernes Wehgeschrei, Geheul der Hunde, das Kauschen des erregten Meeres, erneutes Knistern und Knarren in dem beständig rollenden Schutt. Er soll dem Ersten besten hunderttausend, zweihunderttausend Francs bieten, wenn er sie rettet, nur nicht sterben, den Erstickungstod sterben. Es vergehen wieder Stunden, der Tag muss bald grauen, da kommt Jemand im hastigen Lauf heran. Der Jüngling ruft ihn an, verspricht ihm die hohe Summe. Der andere läuft klagend weiter: “Ich suche mein Weib! Mein Weib!” Gegen Mittag erst wurde der unglückliche Sohn mit dreimal gebrochenem Arm und zerschmettertem Schenkel aus seiner entsetzlichen Lage befreit, um nach Neapel transportirt zu werden. Bis gegen zehn Uhr hatte sein Vater noch gesprochen, dann war er verstummt. War er todt, lag er in Betäubung? Niemand hätte ihn retten können, denn die Hilfe war zu jener Stunde noch fern». Del volume esiste anche una recente traduzione italiana: Aspetti naturali, topografici e storici dell’isola d’Ischia (Imagaenaria, 2007). Franchi s’è detto in Italia per lire fino all’introduzione dell’euro in dialetto, veneto o napoletano, ci ha spiegato Borso. E ora chi glielo dice a Il Giornale? Riportiamo comunque, a uso degli storiografi più che dei polemisti più spicci e spiccioli, anche un passo tratto da Memorie della mia vita (10 aprile 1902), di Benedetto Croce: «Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell’alto della città, quando la sera del 29 accadde il terribile tremoto. Ricordo che si era finito di pranzare, e stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza: mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui, mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo l’una accanto all’altra, quando un rombo si udì cupo e prolungato, e nell’attimo stesso l’edifizio si sgretolò su di noi. Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre; io istintivamente sbalzai sulla terrazza, che mi si aprì sotto i piedi, e perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo, e sul mio capo scintillavano le stelle, e vedevo intorno il terriccio giallo, e non riuscivo a raccapezzarmi su ciò che era accaduto, e mi pareva di sognare. Compresi dopo un poco, e restai calmo, come accade nelle grandi disgrazie. Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto. Mio cugino fu tra i primi a recarsi da Napoli a Casamicciola, appena giunta notizia vaga del disastro. Ed egli mi fece trasportare a Napoli in casa sua. Mio padre, mia madre e mia sorella, furono rinvenuti solo nei giorni seguenti, morti sotto le macerie: mia sorella e mia madre abbracciate. Io m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro; ma risentivo poco o nessuna sofferenza, anzi come una certa consolazione di avere, in quel disastro, anche io ricevuto qualche danno: provavo come un rimorso di essermi salvato solo tra i miei, e l’idea di restare storpio o altrimenti offeso mi riusciva indifferente».

In attesa di recuperare la traduzione curata per l’edizione italiana da Nicola Luongo, eccone una del passo saliente fatta molto in velocità:

« (…) Che chiami al soccorso, il figlio: ma non risponde altra voce che lontane grida di dolore, un latrare di cani, il rumore del mare agitato, nuovi schianti e scricchiolii fra le macerie che continuano a rovinare. Che offra al primo possibile centomila, duecentomila franchi, se li salverà, ma morire no, morire soffocati no. Passano ancora delle ore, sta per farsi buio, arriva qualcuno di corsa, affannato. Il ragazzo chiama, gli promette la grossa cifra. L’altro passa oltre lamentandosi: “Cerco mia moglie! Mia moglie!”. Solo verso mezzogiorno lo sfortunato figlio fu liberato dalla sua terribile situazione con un braccio rotto in tre punti e una coscia schiacciata, per essere trasportato a Napoli. Fino alle dieci circa suo padre aveva ancora parlato, poi silenzio. Era morto, era stordito? Nessuno avrebbe potuto salvarlo, perché il soccorso a quall’ora era ancora lontano. (…) ».

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26 commenti a Sulle anime belle e i loro nemici (Il Giornale). Croce e il terremoto de L’Aquila: Saviano s’è inventato tutto?

  1. Andrea Zhok
    giovedì, marzo 10, 2011 at 15:38

    Se il giornalista medio italiano avesse un quarto del rigore di Stefano, saremmo un paese straordinario, e non quella poltiglia di perenne ‘sentito dire’, condito da pregiudizi di convenienza, che di fatto siamo.

    A titolo di illustrazione di cosa intendo per “poltiglia del ‘sentito dire’… ecc.”, riporto, per chi se la fosse persa, alcuni stralci di un’intervista di Luca Telese a Paolo Rossi tratta dal Fatto Quotidiano. Oltre ad essere spassosa, mi ha fatto sentire meno solo, perché di situazioni similmente ‘spassose’ (o tragiche, a seconda dell’ottica) ne incontro oramai con cadenza quotidiana e non riesco ancora a farmene una ragione.

    ————-
    L.T.:
    Mi spieghi questa cosa della comicità? In che senso è cambiata?

    P.R.:
    E´ cambiata perché siamo cambiati anche noi, i simboli di riferimento, i principi, la lingua. Posso raccontarti un aneddoto folgorante?

    Poco giorni prima della mia partecipazione a “Vieni via con me” entro in un bar del centro di Milano. Non ti parlo di un’estrema periferia. Ero a Porta romana…

    L.T.:
    E´ importante?

    P.R.:
    Certo, senti qui. Il barista, che mi conosce, mi dice: “Ma è vero che non ti pagheranno?” E io gli rispondo: “Forse, ma per me non è importante”. E Lui: “Ah…”

    L.T.:
    Non era convinto?

    P.R.:
    No. E infatti mi fa: “Certo, diamo tutti quei soldi a quel pentito di Camorra…” E io, che non avevo capito: “Ma quale pentito, scusa?”

    L.T.:
    E lui?

    P.R.:
    Quello pelato, quel Savino…

    L.T.:
    Meraviglioso. Anzi, terribile.

    P.R.:
    Non è finita. Ancora non avevo preso piena coscienza. E infatti dico: “Ma non è un pentito di Camorra. E´ un giornalista che ha scritto un libro, sulla Camorra. Si chiama Saviano…”

    L.T.:
    A questo punto si arrende?

    P.R.:
    Macchè. Mi guarda, con occhio scettico, e mi fa: “Sì, certo. Si chiama Saviano. Fa il giornalista. Però intanto i nomi li ha fatti!”
    E qui è successa la cosa incredibile che non riesco ancora a spiegarmi.

    L.T.:
    Cioè?

    P.R.:
    Sono scoppiato a ridere. E non riuscivo a fermarmi. Loro ci sono rimasti malissimo. Ma pure io. Ovvero: non avrei dovuto ridere. Non mi stavo divertendo, anzi, stavo male, però mi veniva da ridere. C´era qualcosa di drammatico, in quel paradosso ma la situazione era anche comica. Era drammatica perché comica, e viceversa: e questa fusione inscindibile sono i tempi in cui viviamo.

    Altro esempio.
    Quando leggo il sondaggio secondo cui i ragazzi del liceo sono convinti che Matteotti sia stato ucciso dalle Brigate Rosse. Se ci pensi è comica anche questa. E´ come scoprire che stiamo vivendo in una strana forma di Matrix. Nulla è serio, ma tutto è terribile

    L.T.:
    Fammi un altro esempio così.

    P.R.:
    Sono tempi feroci. Tempo fa passeggiavo per corso Buenos Aires, tutto transennato per dei lavori. Pensavo allo spettacolo, ero distratto. Ad un certo punto mi ritrovo nel labirinto e non so come uscirne.

    L.T.:
    E allora cosa fai?

    P.R.:
    Sposto una transenna, che mi cade. Fa un gran rumore. E sai che succede?

    L.T.:
    Ti ferma un vigile?

    P.R.:
    Magari. Arriva una specie di banda minorile di Boliviani e – in cinque minuti – sfascia letteralmente tutto. Tut-to, capisci?

    L.T.:
    E tu che fai?

    P.R.:
    Nulla. Arrivano in due, finita l´opera, corrono verso di me, tendono la mano e…

    L.T.:
    Ti picchiano?

    P.R.:
    Mi gridano, entusiasti: “Così si fa, dammi il cinque!!!”

    L.T.:
    Di nuovo tragico e comico?

    P.R.:
    Qui con un sapore diverso, telefonato. Prima mi sono vergognato come un cane. Poi ho cercato di fuggire dalla scena del delitto. E quando ho girato l´angolo mi sono detto: “Cristo, ero diventato il capo di una banda di Boliviani!!” E poi ho avuto un flash.

    L.T.:
    Quale?

    P.R.:
    Hai presente Chaplin quando impugna lo straccio rosso e dietro si forma un corteo perché tutti pensano che sia una bandiera?

    L.T.:
    Al contrario, però.

    P.R.:
    Ecco, è un Chaplinismo con la faccia da Scarface. Ed è la lingua di questo tempo. Però, mentre pensavo al fatto che urtando una transenna ero diventato il capo della gang dei Boliviani, di nuovo… E´ stato più forte di me, mi è venuto da ridere.

    (…)

    L.T.:
    Fammi un altro esempio.

    P.R.:
    Nel mio spettacolo c´è una battuta sul precetto evangelico della cruna dell´ago.

    L.T.:
    Divertentissima.

    P.R.:
    Ebbene, quando faccio gli spettacoli con le scolaresche, a quella battuta non ride nessuno. Allora una volta chiedo, per scrupolo: “Ma voi lo sapete cos´è la cruna dell´ago, vero?” Silenzio.

    L.T.:
    Un secchione si trova sempre.

    P.R.:
    Oh, sì. Ma il secchione mi ha risposto: “Un romanzo di Ken Follet”. Ecco, l´Italia di oggi è anche questa.

  2. giovedì, marzo 10, 2011 at 16:16

    Non saprei che altro dire se non… fantastica! Dal tanto ridere mi si sono dilatati i bulbi oculari. Sembro un rospo.

  3. db
    giovedì, marzo 10, 2011 at 16:53

    Riporto qui la lettera critica su Roberto Saviano di Marta Herling, nipote di Croce, pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno: «Da dove l’autore di Gomorra ha tratto la ricostruzione di quella tragedia? Dalla sua mente di profeta del passato e del futuro, di scrittore la cui celebrità meritata con la sua opera prima, è stata trascinata dall’onda mediatica e del mercato editoriale, al quale è concesso di non verificare la corrispondenza fra le parole e fatti, o come insegnano gli storici, fra il racconto, la narrazione degli eventi, e le fonti, i documenti che ne sono diretta testimonianza. Uno scrittore che vuole riscrivere quello che altri hanno scritto non con le sole parole ma con l’esperienza vissuta: dal terremoto di Casamicciola, ad Auschwitz, al gulag, alla Kolyma. Dove Saviano ha orecchiato la storia che racconta nell’incipit del suo monologo? Certo non dalla lettura del testo del suo protagonista principale poiché sopravvissuto, Benedetto Croce, testo che si è tramandato intatto senza una parola in più di commento o di spiegazione, nella nostra memoria famigliare e nelle biografie del filosofo, che lo riportano a illustrare quella pagina tragica della vita sua e dei suoi cari. Non è necessario, né opportuno, sottoporre i due testi a un confronto per evidenziarne le discrepanze, che balzano agli occhi di chiunque li legga l’uno dopo l’altro. Fra tutti i particolari che riporta Saviano, e che non corrispondono alla testimonianza di Croce, uno colpisce: non solo perché inventato dallo scrittore (licenza inaccettabile quando si parla di fatti realmente accaduti), ma improponibile in sé. «Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: ” Offri centomila lire a chi ti salva”». Quel parlare nell’agonia, separati, soffocati e sepolti dalle macerie…; quella cifra inimmaginabile per l’anno 1883, perché non bisogna essere economisti per sapere che il valore della lira a quell’epoca impedisce di supporre una simile offerta dalla mente e soprattutto dalle tasche degli uomini di allora. Forse Saviano ha orecchiato la testimonianza di un turista tedesco in vacanza a Casamicciola nel 1883, il quale in un libretto di recente pubblicato dichiara di aver ascoltato la voce di chi identifica con Benedetto Croce, dalle macerie, offrire una certa somma per essere liberato? Ma come può essere credibile nella foga del suo monologo? Perché nel messaggio che Saviano ci vuole comunicare e imporre, questo fa intendere: «mazzette» allora per i terremoti, «mazzette» oggi, la storia si ripete e soprattutto si perpetuano i grandi mali del nostro Mezzogiorno, mali atavici dai quali non può essere immune nessuno di noi, che abitiamo queste terre e abbiamo vissuto i loro terremoti – ultimi quelli dell’Irpinia del 1980 e dell’Abruzzo del 2009 – proprio perché non ne sarebbe stato immune, anche se inconsapevolmente per la necessità imposta dalla tragedia, uno dei loro più illustri figli. Caro Saviano, mi dispiace, c’è anche chi non offre e non riceve «le mance e le mazzette»: questa è mistificazione della storia e della memoria.»

  4. db
    giovedì, marzo 10, 2011 at 17:13

    «Il morto aveva i calzoni tutti stracciati, una giacchetta di fustagno logora, le scarpe tenute insieme collo spago, e una polizza del lotto in tasca. Cogli occhi spalancati nella faccia livida, guardava il cielo azzurro. La giustizia cercava se era il caso di un assassinio per furto, o per altro motivo. E fecero il verbale in regola, né più né meno che se in quelle tasche ci fossero state centomila lire.»

    da G. Verga, L’ultima giornata, 1883.

  5. venerdì, marzo 11, 2011 at 00:04

    In tutta onestà. Mi sembra spropositato anche il J’accuse della nipote di Croce. L’ultima cosa che viene in mente a chi legge è associare le mazzette mafiose a qualunque cifra, anche assurda, gridata da un uomo che si sente morire e chiede di essere salvato. Mah.

  6. db
    venerdì, marzo 11, 2011 at 10:55

    Lo Zingarelli dà per mazzetta: «Serie di banconote di un unico taglio tenute insieme da una fascetta ‖ gerg. Somma di denaro pagato da chi vuole corrompere qualcuno o da chi è vittima di un’estorsione». Il collegamento alla mafia e alla camorra è dunque secondario, facoltativo – e incongruo se riferito all’episodio. Secondo me la Herling (forse perché parte in causa) è assai più acuta e realistica di RdM e di Saviano stesso nell’avvertire il significato intimo dell’episodio. È da vedere se e quanti spettatori l’hanno colto. In casa mia sì, e questo spero basti a discuterne anche qui. Poi, a parte, avrei da obiettare sui criteri storiografici sottesi alle obiezioni della Herling, e infine su vere e proprie scorrettezze della stessa: ad esempio, Woldemar Kaden non era un turista per caso, ma il preside della scuola tedesca di Napoli, che già nel terremotino del 1881 si era precipitato a Ischia per soccorrere…

  7. db
    venerdì, marzo 11, 2011 at 13:40

    Kaden definisce i Croce una “ricca famiglia di Foggia”. Ricchi erano, ma un po’ più a nord, di Pescasseroli. Un po’ più a nord ancora, di Fermo, era Luigi di Ruscio, che 70 anni dopo, nel 1953 (anno della legge-truffa), pubblicava il suo primo libretto, di cui riporto l’incipit (parla di mazzette) e l’excipit (parla di morire):

    Avevo cinque anni
    una vecchia mi fece capire
    perché nessuno mi teneva sui ginocchi
    mia nonna che mi teneva per mano non mi
    difese
    né per consolarmi mi strinse la mano
    per questo sono andato solo sui fiumi
    l’acqua non mi è servita per specchiarmi
    ritornavo a casa per non dormire sul greto
    a quell’età la fame fa essere pazzi
    fa divenire presto adulti
    e tutte le erbe che le capre hanno brucato
    ho imparato a cogliere
    ho preso il gusto del sapore amaro
    questo è stato il mio latte
    e perché rubavo con calma
    avevo i frutti più belli
    andavo solo per non essere scoperto
    al mio odore i cani non hanno abbaiato
    e nessuno può condannarmi
    se presto mi sono adoperato a negare iddio
    sulle mura che l’acqua gonfiava
    avevo visto solo le immagini di carta
    ho scoperto i libri nel mucchio dello
    stracciaio
    ancora oggi mi incanto a guardarli
    cercavo tra le carte la pagina scritta

    Non possiamo abituarci a crepare
    neppure un asino che da noi si racconta l’ha
    potuto
    siamo gente paziente
    ma non possiamo abituarci a morire
    noi vogliamo vivere
    perché la vita ci piace
    abbiamo il gusto della vita
    con le mani che hanno tirato su tutto.

  8. venerdì, marzo 11, 2011 at 16:32

    È una poesia molto bella. Da figlio di contadini che ha conosciuto, pur tangenzialmente, quel mondo di fatica e miseria, devo dire che la strofa finale è allo stesso tempo straziante ed euforizzante.
    Grazie!

  9. db
    venerdì, marzo 11, 2011 at 17:52

    1. Kaden scrive: «mit dreimal gebrochenem Arm und zerschmettertem Schenkel» (braccio rotto in 3 punti e femore fracassato)

    2. Croce scrive: «rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro»

    Ovviamente, quanto a esattezza, facciamo fede alle “Memorie” di Benedetto (aprile 1902): ma NB, il librino di Kaden ha prefazione datata *Napoli, settembre 1883*, ossia due mesi dopo il terremoto (ed esce alla fine del 1883 stesso). Ergo: Kaden è testimone attendibilissimo.

  10. db
    venerdì, marzo 11, 2011 at 20:59

    Il terremoto a Casamicciola avvenne verso le h. 22 del 29 luglio 1883.

    Croce scrive 20 anni dopo: Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo … Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano; malgrado ogni sforzo, non riuscii da me solo a districarmi. Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto. Mio cugino fu tra i primi a recarsi da Napoli a Casamicciola, appena giunta notizia vaga del disastro. Ed egli mi fece trasportare a Napoli in casa sua.

    Kaden 1 mese dopo scrive che:
    1- padre e figlio si parlarono durante la notte, e il padre ordinò al figlio di offrire cento/ duecentomila lire al primo che passasse, se li salvava.
    2- solo poco prima dell’alba passò un uomo di corsa, che rifiutò l’offerta urlando: “cerco mia moglie!”
    3- verso mezzogiorno Croce venne estratto e poi trasportato a Napoli.

    Kaden, che giunse all’alba, può essere stato testimone diretto di 3-, e aver saputo di 1- e 2- dal passante/corrente.

    Saviano rispetto alla sua fonte-Koden opera due variazioni in “Offri centomila lire a chi ti salva”: centomila invece cento/duecentomila (che comunque Kaden giustamente, “d’accordo” con Verga, definisce eine grosse Summe – per niente assurda), e “ti” invece di “ci”.

  11. db
    venerdì, marzo 11, 2011 at 22:28

    da “Libero” di ieri:

    dove l’ha pescata, Roberto, la questione delle centomila lire? L’ha semplicemente trovata su Internet, ricopiandola in bell’italiano. Lo conferma a Libero la Herling: «Quella vicenda si trova su un sito web, non è provata, non trova riscontri da nessuna parte. Qualcuno l’ha citata anche in passato, ma è sempre stata contestata. Saviano l’ha utilizzata come fonte, ma io mi domando: internet può essere una fonte affidabile? Forse Saviano avrebbe fatto meglio a verificare, andandosi a leggere le biografie di Croce e controllando quello che scrisse Benedetto in persona». Siamo andati a vedere che dice il web. Digitando su Google le parole «Benedetto Croce terremoto», il primo risultato è il sito http://www.cronologia.leonardo.it, che riassume per sommi capi gli eventi salienti della storia italiana. Una sorta di bigino computerizzato, dove si racconta l’aneddoto dei soldi. Viene fatto risalire a una intervista concessa da Croce a Ugo Pirro per il giornale Oggi del 13 aprile 1950. Troviamo questa citazione: «Benedetto era sepolto fino al collo nelle pietre, aveva però il capo fuori di esse. Il giovinetto fu estratto dalle rovine verso mezzogiorno, poco prima che il padre avesse cessato di parlare. Si racconta che con gran senso pratico dicesse al figlio “offri centomila lire a chi ti salva”». Capita consultando la Rete: si può incappare in falsità. E non succede soltanto a noi semplici cronistuccoli, ma anche ai grandi maestri di giornalismo. Successe a Corrado Augias, illustre collega di Saviano a Repubblica. Nel libro Disputa su Dio e dintorni, scritto a quattro mani con Vito Mancuso, il prestigioso editorialista si attribuì un lungo brano frutto, in realtà, della penna dello studioso Edward O. Wilson e contenuto in un testo uscito per Adelphi anni prima. Parlando con Libero, Augias si difese così: ho preso da internet, non mi è stato possibile verificare la fonte. Certo, il caso di Saviano è un po’ diverso: lui non ha fatto copia e incolla. In ogni caso, fino a ieri non ha contattato la signora Herling per chiarire o scusarsi. Lei, Marta, oltre che nipote di Croce, è figlia di Gustaw Herling, il grande scrittore polacco autore di Un mondo a parte, capolavoro che racconta l’orrore dei campi di prigionia in Unione Sovietica. Un autore molto amato da Saviano. Marta conclude con un pensiero rivolto a lui: «Se Saviano ha letto le opere di mio padre, dovrebbe aver compreso che le parole sono importanti, sono un po’ come il sangue. Non vanno utilizzate a sproposito».

  12. db
    venerdì, marzo 11, 2011 at 22:35

    *Nelle Memorie della mia vita (10 aprile 1902), Benedetto Croce scrive: “Nel luglio 1883 mi trovavo da pochi giorni, con mio padre, mia madre e mia sorella Maria, a Casamicciola, in una pensione chiamata Villa Verde nell’alto della città, quando la sera del 29 accadde il terribile terremoto”.*

    Così la nipote: solo che era il 28, non il 29…

  13. db
    venerdì, marzo 11, 2011 at 22:52

    Nell’articolo-intervista di Ugo Pirro a Benedetto Croce su “Oggi” del 3 aprile 1950, si legge:

    «Un cronista, girando fra le corsie degli ospedali napoletani, lo intervistò e così riferì ciò che il giovane Croce raccontò di quella terribile notte: “Ieri fu trasportato a Napoli anche il figliuolo primogenito del comm. Croce; egli è gravemente ferito a una gamba e ad un braccio. Perirono il comm. Croce, la moglie e una figlioletta. Il giovinetto superstite di questa ricchissima famiglia foggiana, stabilita da lunghi anni a Napoli, conserva una memoria precisa dell’accaduto. La madre e la sorella sparirono nel vortice del crollamento, né si udì di loro alcuna voce. Egli, che era seduto ad un tavolino insieme col padre, precipitò. Il padre fu coperto tutto dalle macerie, ma parlò dalle nove e mezzo del sabato fino alle undici antimeridiane della domenica successiva. Benedetto era sepolto fino al collo nelle pietre, aveva però il capo fuori di esse. Il giovinetto fu estratto dalle rovine verso mezzogiorno, poco prima che il padre avesse cessato di parlare. Si racconta che con gran senso pratico dicesse al figlio ‘offri centomila lire a chi ti salva’”.»

    Quindi l’urfonte è il minorenne Benedetto stesso che raccontò la sua vicenda al cronista napoletano nell’agosto 1883, da un letto d’ospedale. Da questa cronaca deve avere attinto poi Kaden, e Saviano… Ora, perché all’uscita di “Oggi” Croce non smentì? Eppure visse ancora 3 anni.

  14. db
    sabato, marzo 12, 2011 at 13:19

    Secondo me codesta faccenda mette in campo in più modi e a più livelli il fattore *verità*: ad es. il rapporto cronaca-storia.

    Il cronista scrive (in un quotidiano napoletano del 30 o 31 luglio 1883):
    *Ieri fu trasportato a Napoli il primogenito Croce; gravemente ferito a una gamba e ad un braccio.
    Perirono il comm. Croce, la moglie e una figlioletta.
    Il giovinetto superstite conserva una memoria precisa dell’accaduto.
    La madre e la sorella sparirono nel vortice del crollamento, né si udì di loro alcuna voce.
    Egli, che era seduto ad un tavolino insieme col padre, precipitò.
    Il padre parlò dalle nove e mezzo del sabato fino alle undici antimeridiane della domenica successiva.
    Benedetto era sepolto fino al collo nelle pietre, aveva però il capo fuori di esse.
    Il giovinetto fu estratto dalle rovine verso mezzogiorno.*

    Croce scrive (il 2 aprile 1902):
    *La sera del 29 accadde il terribile terremoto.
    stavamo raccolti tutti in una stanza che dava sulla terrazza:
    mio padre scriveva una lettera, io leggevo di fronte a lui
    mia madre e mia sorella discorrevano in un angolo
    Vidi in un baleno mio padre levarsi in piedi e mia sorella gettarsi nelle braccia di mia madre
    perdetti ogni coscienza. Rinvenni a notte alta, e mi trovai sepolto fino al collo.
    Chiamai al soccorso per me e per mio padre, di cui ascoltavo la voce poco lontano
    Verso la mattina, fui cavato fuori da due soldati e steso su una barella all’aperto.
    m’ero rotto il braccio destro nel gomito, e fratturato in più punti il femore destro.*

    Bene, risaltano da sé i punti di contatto tra i due resoconti. Dove stridono su dati di fatto, sostengo che è più veritiero il cronista. Ad es. sulle date: Croce nelle sue memorie sostiene che il terremoto avvenne il 29 luglio sera e che fu salvato *verso mattina* del 30. Invece il cronista sostiene che il terremoto avvenne il 28 luglio h. 21,30 e che Croce fu salvato *verso mezzogiorno* del 29.
    Siccome poi la fonte del cronista è il giovane Croce stesso, sostengo che il giovane Croce è più veritiero del vecchio.
    La nipote Marta Herling sostiene invece il contrario, e anzi d’accordo con “Libero” definisce bufala la cronaca del 1883, da cui Saviano ha attinto.

    Il guaio vero, per me almeno, è che Marta Herling ha le chiavi dell’Archivio Croce.

  15. db
    sabato, marzo 12, 2011 at 20:03

    *Il giovinetto fu estratto dalle rovine verso mezzogiorno, poco prima che il padre avesse cessato di parlare. Si racconta che con gran senso pratico dicesse al figlio ‘offri centomila lire a chi ti salva’”.*

    L’anonimo cronista, fidedignissimo nel riportare le parole del giovin Croce, è anche onesto nel cambiar registro alla fine, dove dalla testimonianza diretta dell’interessato passa alla notizia raccolta altrove – “si racconta che…”. Prima di poter affermare che il cronsta mente, o che la voce è infondata, ce ne corre, stante il quadro attendibilissimo in cui essa voce è riportata.

    In tutto ciò la Herling accusa prima Saviano di essersi inventato tutto, poi il cronista, poi la zecca di Stato ecc. ecc. Non so se questa è macchina del fango, di certo è stalinismo (avrà mica la sindrome del torturatore per interposto papà?). NB La Herling ha funzioni pubbliche importanti a Napoli, e si professa storica… Povera Italia?

  16. db
    sabato, marzo 12, 2011 at 20:09

    Marta Herling, 54 anni, napoletana, è laureata in Lettere moderne all’Università di Napoli ed è autrice di saggi e traduzioni sulla storia della storiografia e della cultura polacca. Dal 1988 è segretario generale dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici fondato da Benedetto Croce (suo nonno). E’ anche responsabile dei progetti di informatizzazione dell’archivio di Benedetto Croce e degli archivi dell’Istituto italiano per gli studi storici. Infine coordina l’edizione dei “Carteggi di Benedetto Croce”, cura l’archivio di Gustaw Herling (suo padre) e i programmi di edizione delle sue opere in Polonia e in altri paesi. Inoltre è consigliere diplomatico del Consolato di Polonia a Napoli. Marta Herling è uno dei componenti del comitato scientifico voluto da Gianni Lettieri per discutere dei problemi della città e fornire indicazioni strategiche per il suo futuro.

  17. db
    sabato, marzo 12, 2011 at 23:09

    Marta ha più coscienza dell’aneddoto, del suo significato, che non tutti gli altri: Croce stesso, il cronista, il crucco, Saviano e RbD.
    Esso aneddoto può collocarsi a un duplice livello: capitalistico e precapitalistico.
    - capitalistico: si avvera la profezia del duo Shakespeare-Marx, che tutto sarà monetizzabile, a partire dalla vita stessa (Manoscritti del 1844).
    - precapitalistico: il latifondista che può comprare gli straccioni.
    Forse si può dire che tuttora nel sud i due livelli si incrociano a formare un costume (un po’ come in Cina).
    [ Nella versione di Kaden l'intreccio non si compie per il rifiuto del passante (che stranamente, preferisce la moglie alle 100.000, ohibò!).]
    Marta capisce tutto ciò, profondamente, anche troppo, poiché la comprensione va a toccare le corde famigliari. Perciò Marta si vergogna dell’aneddoto, e istericamente lo nega.
    Così dimostra quanto forte sia in Italia ancora lo zoccolo familistico, così potente da schiacciare senza pietà la verità o almeno il dibattito su essa. Ciò ha dei costi – sul giovane Saviano. Il quale per salvarsi, non avendo le 100.000, puntò tutto a suo tempo sulla scrittura, e sulla storia/cronaca a modo suo. Non credergli, ed anzi accusarlo platealmente di bugiardo, è togliergli l’aria – al corpo casomai penseranno i sicari.

  18. db
    sabato, marzo 12, 2011 at 23:29

    Marta nel frattempo ha dato un’altra intervista, al Corriere della sera edizione meridionale. E Il Riformista dirime a modo suo (affumicando cioè il tutto) in http://www.mascellaro.it/node/49242 (dove si dice che Marta è scesa in campo per difendere l’onore del nonno – ma le 100.000 le sganciava il bisnonno!)

  19. db
    sabato, marzo 12, 2011 at 23:44

    un’ultima volta ancora sulle 100.000, che Marta per ridicolizzare Saviano definisce

    *quella cifra inimmaginabile per l’anno 1883, perché non bisogna essere economisti per sapere che il valore della lira a quell’epoca impedisce di supporre una simile offerta dalla mente e soprattutto dalle tasche degli uomini di allora.*

    Sappiamo che Saviano ha trovato le 100.000 in rete (c’è forse qualcosa di male? avete visto quante edizioni originali sono ormai in rete?), nell’articolo del cronista napoletano del 30-31 luglio 1883, dove si legge:

    *Si racconta che con gran senso pratico dicesse al figlio ‘offri centomila lire a chi ti salva’”.*

    Ora, fosse vero quello che sostiene Marta, il cronista sarebbe stato subito licenziato e poi forse internato in manicomio: o che, sarebbe gran senso pratico offre una cifra inimmaginabile?!

    Marta marta …

  20. db
    sabato, marzo 12, 2011 at 23:53

    Ringrazio lo staff dell’ospitlità sperando di non averne abusato. Mi sia concesso chiudere con una citazione (oltre che con un Buona domenica):

    «Se Marta Herling ha letto le opere di suo padre, dovrebbe aver compreso che le parole sono importanti, sono un po’ come il sangue. Non vanno utilizzate a sproposito».



  21. Marco Rovelli
    domenica, marzo 13, 2011 at 07:33

    Chi si rivede… Ma la domanda è: perché la tua domanda? Quanto alla vicenda linkata non ne sapevo nulla, personalmente.

  22. PM
    domenica, marzo 13, 2011 at 14:04

    Forse a casa Croce dovrebbero solo capire che la grandezza dell’uomo Croce non viene punto scalfita dal tentativo del padre di salvare la vita al suo figliolo diciassettenne. Casomai sono i soccorritori che potrebbero offendersi.
    Forse in casa Croce dovrebbero ogni tanto leggere Croce, che sapeva benissimo che la verità non si cristallizza e che la storia è sempre storia contemporanea.

  23. db
    domenica, marzo 13, 2011 at 19:00

    Qui trovate una sintesi più decente del caso: http://www.ilprimoamore.com/testo_2205.html

  24. Stefano Cardini
    lunedì, marzo 14, 2011 at 16:27

    Mi limito a segnalare che quanto sopra scritto a proposito delle fonti di Roberto Saviano è stato segnalato dal sottoscritto via e-mail, dapprima a Nicola Porro, vicedirettore de Il Giornale, giovedì 10 marzo, quindi a Francesco Borgonovo di Libero, venerdì 11, infine ad Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, domenica 13. Com’era facile prevedere, non ho ricevuto nessuna risposta Nè riscontrato, che mi risulti, alcun segnale di ravvedimento (non dico di rettifica). La “macchinetta del fango” s’è infranta soltanto ieri sera al Tg de La 7 sull’ intervista di Enrico Mentana a Roberto Saviano. Per chi l’ha vista, ovvio. Non per i lettori de Il Giornale, non per quelli di Libero, né per i telespettatori del Tg 1 di Minzolini. Piccola lezione di giornalismo, propedeutica al debutto di Giuliano Ferrara in prima serata sulla Rai.

  25. Claudio
    lunedì, marzo 14, 2011 at 18:36

    Non riesco a vedere il filmato dell’intervista di Mentana,in sintesi, cosa asserisce Saviano nell’intervista in merito alla questione su Croce?

  26. Stefano Cardini
    lunedì, marzo 14, 2011 at 22:12

    Saviano spiega: 1) che nel suo monologo non parla mai di mazzette 2) che la sua fonte – di cui ha mostrato copia – è stata l’articolo di Ugo Pirro, giornalista autorevolissimo, uscito su Oggi nel 1950 3) che spiegherà agli eredi di Croce il senso della sua citazione.

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