Ancora sul cosiddetto “moralismo”. Una lunghissima storia italiana

mercoledì, marzo 16, 2011
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Queste riflessioni sono implicitamente riferite all’analisi molto precisa e utilissima che Giacomo Costa fa dei sensi che ha assunto il termine moralismo (Il moralismo: prima ricognizione di un termine molto in voga, 11/03/11). Non lo seguono però nelle sue articolazioni, e perciò non le presento come commento; partono anzi dall’idea che esattamente quelle analisi mostrano la loro profondità non appena si diventi consapevoli di che cosa sia nel profondo questa “morale” che il termine spregiativo insieme rifiuta e ridicolizza. Ecco: rileggendo alcuni classici italiani, si vede che è precisamente la vita morale, intesa come vita d’esperienza assiologica, vita “seria”, ossia che prende sul serio le priorità di valore che ciascuno scopre qualificanti la sua esistenza e la sua identità. Solo se c’è questa vita, può esserci anche il bisogno di un’etica, cioè stricto sensu di una disciplina universale del dovuto, che possa venire in soccorso nei casi conflittuali, sulla base del rispetto della pari dignità di ognuno e quindi dei pari diritti.

Ma la cosa interessante che si percepisce leggendo quei classici, è che “vita morale”, nel senso che nutre negli anni della raggiunta età della ragione europea le grandi sintesi assiologiche, anche letterarie e filosofiche, le concezioni complessive laiche del bene e del male che si sostituiscono alle vecchie morali religiose, “non c’è”. O molto meno che altrove. Tutta la vita, lamenta Leopardi, “val meno assai che per gli altri” europei. L’indifferenza divenuta cinica, basata su un profondo disprezzo degli altri e di se stessi, che l’unica “conversazione” vigente – cioè la denigrazione reciproca – permette, si traduce in una sorta di apatia esistenziale che lascia libero corso alle voglie più basse e rapaci, non tenute a freno dalla mancanza di “società stretta” e quindi dall’indifferenza in cui ciascuno si trova a riguardo dell’opinione pubblica. Perciò Leopardi dice che la vita in Italia non ha sostanza né verità alcuna, e getta una luce nuova su qualcosa che Dante aveva già visto in profondità – ma confinato in qualche modo al ruolo di un’eccezione, l’anti-inferno degli ignavi. Cioè gli indifferenti: “questi sciaurati che mai non fur vivi” – i terzisti di oggi, i PG Battista, i Massimo Franco e la loro genia.

C’è un bellissimo saggio di Vitaliano Brancati, L’uomo d’ordine (Il tempo, 12 dicembre 1946) che andrebbe esposto nella nostra piccola antologia dei padri, e di cui riporto qua sotto alcuni estratti. Il filo conduttore è quello dell’odio, o meglio dell’istintiva paura, che sarebbe così caratteristicamente nostra, di… riforma morale. Cioè di morale tout court, dato che io non credo possa darsi vita morale, nel senso di cui sopra, se non nella verifica e quindi nel rinnovamento-riforma continui dei propri atteggiamenti e convincimenti, cosa indubbiamente piuttosto faticosa, giorno dopo giorno.

Ne riporto qui alcune citazioni:

«Tuttavia questo popolo rumoroso, litigioso, ribelle, indi¬vidualista, teme profondamente e come per istinto la Rivoluzione e le Riforme morali. Non è la paura della morte, che moltissimi sono pronti ad affrontare anche per inezie, ne tanto meno la paura dei fastidi e disagi, nei quali tutti sono abituati a trascorrere i giorni, ma soltanto la paura di dover sottoporre a una penosa critica personale i propri costumi e atri/e di svegliare un mostro che le campane di migliala di campanili hanno l’ufficio di addormentare col loro canto serotino: la coscienza.»

«L’ordine, che ama un certo uomo d’ordine in Italia, è quello che tiene a bada la coscienza e assicura all’ingiusto il «sonno del giusto»! Non è vero che egli sia esclusivamente un conservatore di beni materiali, un avaro, un gretto, un egoista; in talune regioni e famiglie, lo si trova pronto a cambiare stato e condizione sociale, purché il cambiamento non accada in seguito a un travaglio di coscienza, a una condanna morale, a una controversia faticosa. Anche una società comunistica gli riesce gradita, a patto che l’ordine nuovo sia già un fatto compiuto e non presupponga e includa un’aspra critica a talune forme di vita.»

È proprio la moralità dunque, che che è per definizione Riforma (o Rinnovamento) la bestia nera di questo italiano. A questo Brancati riconduce il suo machiavellismo, per cui “la politica deve stare il più lontano possibile dalla moralità”. La conclusione di questa analisi rovescia quella di Bertrando Spaventa, recentemente fatta propria da Ermanno Rea (La fabbrica dell’obbedienza, Feltrinelli 2011). Non è la Controriforma o la Chiesa cattolica causa ultima di tutto questo:

«Non credo che quest’ultima diffidenza per la riforma morale sia da imputarsi alla Chiesa cattolica, la quale ha prodotto solitari moralisti e accoglie nel suo seno l’incitamento di san Francesco, il più forte che abbia dato l’Italia nel campo della moralità! Piuttosto alia società italiana stessa è da imputarsi la Chiesa cattolica quale massima rappresentante di questa diffidenza contro il Pensiero, la Critica, la Riforma.»

E non vi suona singolarmente familiare la conclusione?

«Quando poi la ripugnanza per la riforma morale si unisca all’avarizia (cosa che accade oggi a parecchi possidenti), e nell’ordine che difende l’uomo d’ordine vengono inclusi le ballerine, il gioco d’azzardo, il diritto di far valere la propria ignoranza più della cultura, il proprio ozio più del lavoro, la propria arte d’imbrogliare più del genio, quando al timore della moralità, l’uomo d’ordine cessa di essere qualificabile e finisce a meravigliare e quasi incantare le menti che s’inchinano a tutto quanto è contraddittorio, mostruoso e inspiegabile: talmente in lui la mollezza del locale notturno si mescola e confonde con la bestialità delle selve preistoriche.»

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8 commenti a Ancora sul cosiddetto “moralismo”. Una lunghissima storia italiana

  1. Carlo Conni
    mercoledì, marzo 16, 2011 at 16:39

    La vita morale di un popolo, di una maggioranza o minoranza di una comunità è un insieme di pratiche, valori, abitudini, ma anche una forma mentis costituita di atteggiamenti e modalità di azione e reazione a comportamenti. La psicologia sociale ha sviluppato notevoli ricerche e sperimentazioni sulla formazione degli stereotipi comportamentali e cognitivi all’interno di una comunità. Non possiamo prescindere da questi studi se è una prassi riformatrice dello stato delle cose quello che più ci sta a cuore. La dimensione sociale è costituita di operazioni concrete, di azioni e giudizi interni ad un campo, un contesto secondo delle regole strutturali. Nella scuola italiana la cultura delle ricerche socio-economiche,psicologiche e comunicazionali è la grande assente. Manca una consapevolezza totale dei reali meccanismi cognitivi e sociali che determinano la formazione delle opinioni e dei giudizi, la loro diffusione, il loro prevalere o declinare. Prevale invece nella cultura italiana, nel fare della politica e nella educazione scolastica un atteggiamento di tipo spiritualistico, idealistico che rende inspiegabile e oscuro, direi misterioso il formarsi di atteggiamenti e prassi morali. Questo pensiero, giudizio ma anche realtà obiettiva di popolo condannato ad un certo modus vivendi e operandi morale e non solo è anche il prodotto di una cultura eccessivamente letteraria di stampo spiritualista che non ha mai facilitato il diffondersi di life skills positive basate sulla consapevolezza direi scientifica e razionale di chi siamo come persone ed esseri umani.

  2. Claudio
    mercoledì, marzo 16, 2011 at 23:16

    “sulla consapevolezza direi scientifica e razionale di chi siamo come persone ed esseri umani”…

    Non a caso, in un 3D sulla possibilità di una fondazione razionale dell’etica, ponevo personalmente l’idea che una base poteva individuarsi a livello sociale, nella comunità, nell’insieme di pratiche e comportamenti,praticamente, una visione sociale, antropologica, del piano etico.Pero’ ponevo anche un altro aspetto assieme ad esso, ossia, quella razionalità basata sul senso comune, come a dire, il continuo esercizio critico sulle scelte morali. C’è da dire che nelle mie considerazioni manchi forse l’aspetto diacronico, quello cioè del piano dello sviluppo storico-sociale, e di come l’etica risenta di tale aspetto diacronico, insomma, proprio perché l’etica risente anche dell’aspetto diacronico, forse si potrebbe anche dire che è vita ma in un senso storico-sociale, legata cioè alla vita della comunità, della società, che non è insomma una specie di monolite granitico, anche se all’interno del piano etico, proprio dall’aspetto diacronico sono venuti fuori “principi” riconosciuti oggi sul piano universale. Il fatto che dall’aspetto diacronico si siano prodotti principi dal valore universale, mi fa pensare che sia per l’appunto possibile arrivare a definire un’assetto razionale e strutturale del piano etico grazie alla continua opera di limatura, di sviluppo e di crescita (ma anche grazie alle crisi di questo sviluppo, in qualche maniera,grazie cioè anche ai “conflitti”).

  3. giovedì, marzo 17, 2011 at 17:18

    Temo che rispetto alla psicologia scientifica di cui parla Carlo Conni la mia fenomenologia dell’indifferenza morale sia ancora molto approssimativa, intuitiva, soggettiva. E tuttavia registro conferme dall’ultima battaglia. Questa mattina a Class c’era Massimo Fini che diceva: “io non ho niente contro i bar”. Si parlava dell’ignobile messa in scena, anzi fuoriscena, con cui il gruppo leghista ieri, col Trota in testa, ha abbandonato la sala dove si eseguiva l’Inno nazionale per “andare al bar”. A tutti coloro che condiovidono questo nobile atteggiamento di rispetto verso i simboli della Repubblica vorrei dedicare due citazioni. La prima è tretta dal Diario di Pietro Calamandrei: “E’ orribile questa persuasione…. angosciosa di aver ragione, e vedere gli eventi che sembrano dar ragione giorno per giorno a tutti i cialtroni, a tutti gli avventurieri, a tutti i farabutti”. La seconda è di Benedetto Croce, scritta nel 1924: “Ci sono popoli, come ci sono individui, che hanno tratto forza di rinnovamento dalla nausea di se stessi, cioè del loro passato”.

  4. Stefano Cardini
    giovedì, marzo 17, 2011 at 19:14

    Si deve avere molto contro i bar; e Massimo Fini – se non lo capisce – si comporta (gli accade spesso) da polemista sciocchino, affetto da quel puerile gusto della provocazione tipico del narcisetto intellettuale con la smania dell’anticonformismo. Se sei al governo di un Paese, se hai giurato sulla Costituzione, se hai il Ministero degli Interni e ambisci a riformare la Carta nel nome del popolo italiano, allora semplicemente non è serio, nel senso profondamente etico dovuto a questa parola, comportarsi come se il tuo fosse un gruppuscolo senza potere, marginale, che vive della provocazione, anche futile e sopra le righe, della protesta in caccia di visibilità e consenso piccino. Lo scandalo non è che la Lega disprezzi il Tricolore (la Costituzione riconosce la libertà di pensiero e di parola, per fortuna), ma che lo faccia dalla posizione che da tempo occupa nelle istituzioni. E più scandaloso è che qualcuno sulla base di un cinico calcoletto politico e di convenienza personale, le abbia dato agibilità istituzionale, da destra e da sinistra. Che quell’aborto di riforma federale glielo facciano ingoiare, ora. P.S. Ad Annozero Paolo Mieli ha fatto peggio di Fini, comunque. Ha invitato alla sobrietà il sostituto procuratore di Palermo Ingroia che aveva parlato dal palco della manifestazione in difesa della Costituzione, mentre non ha trovato nulla da ridire sul boicottaggio della festa dell’unità nazionale da parte di un partito al governo. Evidentemente disertare il Parlamento in occasione del discorso commemorativo del Capo dello Stato gli era parso un comportamento sobrio.

  5. Carmelo
    venerdì, marzo 18, 2011 at 18:27

    se “rispetto alla psicologia scientifica di cui parla Carlo Conni la mia fenomenologia dell’indifferenza morale sia ancora molto approssimativa, intuitiva, soggettiva” in che modo ciò condiziona o indebolisce la battaglia al relativismo? La fenomenologia si sviluppa a partire necessariamente da un contesto dato, immagino. il tentativo di salvare i fenomeni si compie cercando le cose stesse, cioè un’idea valida per tutti, che essi mostrano in qualunque parte del mondo? E la messa tra parentesi di pregiudizi e/o precomprensioni, non è inumano?non occorre piuttosto implicarsi nei fenomeni e contesti ed interagire con essi per comprendere l’ethos?

  6. Claudio
    venerdì, marzo 18, 2011 at 18:29

    Roberta de Monticelli:”Temo che rispetto alla psicologia scientifica di cui parla Carlo Conni la mia fenomenologia dell’indifferenza morale sia ancora molto approssimativa, intuitiva, soggettiva”

    Professoressa, non direi approssimativa, nella sua fenomenologia esiste un profondo richiamo verso il vissuto esperienziale anche quando si affronta il discorso dell’etica, quando pone l’accento sulla “vita etica”, “vita morale”, “esperienza assiologica”.

    Personalmente, un tale richiamo non lo ritengo affatto approssimativo, anzi, tutt’altro, è solido e concreto.

  7. Andrea Zhok
    venerdì, marzo 18, 2011 at 19:21

    Ora, premesso che so bene che non è questo il luogo per svolgere lezioni o lezioncine di storia del pensiero, qualche notazione cautelativa agli interventi di Carlo Conni e di Carmelo temo sia inevitabile.

    In primo luogo, a Carlo temo sia necessario precisare che c’è una differenza non trascurabile tra idealismo e cartomanzia.
    L’idealismo, tanto nella sua forma classica, avente per massimo rappresentante Hegel, che nella sua forma trascendentale, sotto cui vengono spesso collocati Kant e Husserl, non è affatto una forma di irrazionalismo. Al contrario, se un difetto costitutivo può essere ascritto all’idealismo (ma solo nella sua forma classica) è una tensione verso l’IPER-RAZIONALISMO, con il rifiuto sistematico di ammettere la almeno provvisoria impossibilità di operare soddisfacenti sintesi razionali per certe aree del reale.

    Detto questo, bisogna rimarcare che Hegel e Husserl sono tra gli autori che hanno dato il maggior contributo allo sviluppo delle riflessioni sul nesso tra psicologia, società, abitualità e storia nell’ambito del pensiero occidentale. Il fatto che il neoidealismo italiano abbia manifestato una riprovevole sufficienza nei confronti delle scienze della natura non va esteso all’idealismo tout court (che peraltro con lo spiritualismo di Blondel e Lavelle c’entra né poco né punto).
    Quanto infine alla deprecabile carenza di psicologia sociale, sociologia ed economia dal curriculum liceale, posso condividere il dispiacere, ma per capire ciò che viene fornito in un corso elementare di queste materie l’abbinamento gentiliano di storia e filosofia potrebbe essere più che adeguato, in presenza di un buon insegnante. Mentre in presenza di un cattivo insegnante, psicologia sociale, sociologia ed economia si prestano facilmente a divenire collezioni di etichette fuorvianti.

    Quanto all’osservazione di Carmelo per cui l’indagine rivolta alle ‘cose stesse’ sarebbe una ricerca di verità a-prospettiche e per cui l’epoché, in quanto mette tra parentesi i pregiudizi, sarebbe una pratica inumana, di primo acchito non so davvero cosa rispondere, in quanto ho difficoltà a capire da quale punto si dovrebbe cominciare a smontarla. Mi limito a rassicurarlo che se c’è una visione filosofica che si prende cura del ‘prospettivismo’, senza farne un sinonimo di relativismo, questa è la fenomenologia husserliana. Inoltre, l’epoché non è in competizione con l’engagement, semplicemente perché si collocano su piani diversi ed incommensurabili: ciò che lei dice suona un poco come se qualcuno rimproverasse ad un matematico di essere umanamente misero in quanto si occupa di cose prive di poesia ed esangui (laddove suppongo che l’alternativa sarebbe macellare quarti di bue recitando Baudelaire).
    Peraltro l’Epoché non è una semplice predica postilluminista intorno alla necessità di non avere pregiudizi, ma è, semmai e tra le altre cose, un modo per comprendere i propri pregiudizi; il che non significa affatto che poi non si possa decidere di farsene carico ed agire sulla loro scorta.

  8. Carmelo
    sabato, marzo 19, 2011 at 01:16

    Grazie per le piste di riflessione e preziose indicazioni che mi aiutano a vederci più chiaro. La frase che dice “se c’è una visione che si prende cura del “prospettivismo” senza farne sinonimo di relativismo, quella è la fenomenologia husserliana” mi sembra una chiave da cui ripartire. Come si mostra questa cura? In che modo l’epochè aiuta a comprendere i propri pregiudizi rispetto ad esempio a una cultura straniera, priva dei riferimenti a cui si è abituati?

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