Meditazione (post)pasquale su Habemus papam di Nanni Moretti

giovedì, aprile 28, 2011
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Ho udito diverse persone parlare dell’ultimo film di Moretti – e in modi davvero poco illuminanti. Il meno illuminante di tutti fu lo stesso autore, un Moretti tutto rattrappito nell’angolo destro del divanetto che condivideva con una generosa e debordante ospite di talk show televisivo, e più largamente lei si sporgeva con lodi e gesti oltre la sua metà di divanetto, più afasicamente si rattrappiva lui nel suo angolo estremo, balbettando l’imbeccata offerta – a proposito di non so che senso di inferiorità o paura di quello strano papa, della sua umanità, eccetera. Una psicologia da poche lire, blandi rinvii alla sua umana simpatia – che carino però quel papa, e poi si ride e si piange, che bel film…

Mi sono chiesta perché tutti i commenti che mi era capitato di ascoltare fossero tanto poco illuminanti. Io dalla visione del film ero uscita con la sensazione di una limpidezza estrema di idea e di resa, e una gratitudine abbastanza profonda, per questa cosa ben significata e molto vera. Non so se riuscirò a ridirla nel mio linguaggio tanto più povero, che del resto neppure potrebbe né vorrebbe imitare quello del critico cinematografico. Ma mi è parso di capire almeno la ragione dell’opacità dei commenti, e cominciando da questa, allora, mi avventuro a parlare della cosa stessa.

Io credo che quello che impedisce a molte persone di vedere cosa dice il film è quello stesso velo di incoscienza che in altre forme m’è occorso di descrivere a lungo: una sorta di forma mentis scettica, uno scetticismo pratico che si risolve – prima di diventare vero e proprio cinismo – nell’incapacità di prendere sul serio alcunché – ma in particolare l’esperienza morale, l’esperienza del bene e del male, e più in generale l’esperienza di ogni tipo di valori e disvalori, o meglio di quella loro massiccia obiettività che ancora nel secolo scorso faceva apparire un ghiacciaio come qualcosa di maestoso o sublime, e un gestaccio, tanto più se esibito da un uomo con qualche ruolo istituzionale, tipo un ministro, come una gaffe atroce e imperdonabile. Ecco: questo velo di incoscienza o indifferenza che avvolge la mente e il cuore della maggior parte delle persone – forse dovremmo dire: di tutti noi? – conferisce un aspetto piuttosto banale alla maggior parte delle cose. Prendete ad esempio la Chiesa di Roma e il papato. Su queste due cose i più si dividono in due categorie. Ci sono quelli che se ne stanno a una sorta di più o meno ereditata devozione convenzionale, senza fremiti né sconcerti, placidamente ignara di dogmi e guerre teologiche, pazientemente disposta a subirsi la predica della domenica, concedendosi al più qualche dubbio superficiale e un’alzata di spalle (non ci sono apposta i preti per pensarci, a queste cose?). E poi ci sono quelli che irridono i primi: come si fa ad essere così infantili, creduloni, superstiziosi, oscurantisti, eccetera. Certo, poi ci sono anche gli spirituali che si distinguono da entrambe le categorie: ma fra quelli che hanno deciso che il divino non può abitare un’istituzione e quelli che tentano di portarcelo e farcelo stare, sono una piccola minoranza, anche sommati insieme.

E adesso, immaginate un uomo limpido. Un uomo che prende alla lettera quello che la Chiesa di Roma, con più di un miliardo di (più o meno) fedeli, pretende di essere, nel bene e nel male. Andatela a vedere in San Pietro, con quell’enorme trono vuoto e sospeso nel luogo del Supremo, o in Sant’Ignazio, con la sua bella cupola a trompe-l’oeil, che finge alla perfezione un’altezza che non c’è, e il suo trionfo dipinto sul soffitto, che spalanca sopra la chiesa il cielo di un’affollata domenica celeste, tutta santi e beati. Prendete questa incessante e interminabile sacra rappresentazione, che si presenta come la stessa dai tempi degli Apostoli, con la sua Trinità e la Sacra Famiglia e tutti gli angeli e i santi e i padri e i dottori e i papi, che da millenni dipana un senso alle domeniche (noi semplici uditori poi non distinguiamo tanto fra Testamento Antico e Nuovo, Teologia, Magistero, Esegesi e Critica Storica) e tesse dietro il visibile un senso, non granché plausibile ma grandioso, il senso di una storia con un fine, una scena con proscenio e quinte, e le campane a Pasqua e a morto, e dietro, nascosta, una riserva di sostanza e di giustizia, casse e casse di Ruoli e Cerimonie e Forme e Norme, compresa pure una Morale con annessa Analisi di Coscienza, e i preti che un po’ la fanno e un po’ fan giocare a pallone i ragazzi, e le suorine che sorridono fin negli ospedali…

Prendete quest’uomo che è limpido, non nel senso che creda lui stesso, ma nel senso che tutto questo lo prende alla lettera, come si dà. Perché è un artista, dunque un uomo dalla percezione esatta, insieme dettagliata e globale. E ora quest’uomo limpido inventa il suo personaggio. Un uomo di Chiesa: ma un uomo di Chiesa che eredita proprio tutto questo sguardo limpido, obiettivo come quello dei bambini e sapiente come quello degli artisti, lo sguardo degli esseri che prendono alla lettera le cose, proprio come appaiono. Ma anche un sincero uomo di Chiesa, appunto. Sarà Melville, il papa che farà “lo gran rifiuto”.

È curioso come non appaia mai, nei commenti della gente normale che ho sentito, il ricordo del Gabbiano, il dramma di Cechov che Melville ritrova sulle labbra di un povero, pazzo attore, durante i tre giorni della sua fuga nel mondo: e che riconosce e resuscita dalla profondità della sua memoria. Se non rileggete il Gabbiano, come potrete capire un acca di questo film che ne è una sorta di geniale trasposizione? Può darsi che Melville si faccia uomo di Chiesa per disperazione, per non finire come il Sorin del Gabbiano. Ma questa sarebbe inutile psicologia, non ne sappiamo niente. L’essenziale è che questo Melville – come Sorin – ha creduto nel gabbiano, nel goffo e tuttavia – in volo – maestoso uccello bianco. Nell’anima. In Nina, la ragazza-anima, l’anima del gabbiano. Se ne è anche innamorato. Sì, il papa di Nanni Moretti è Sorin. Chi più credente di lui, dunque. È l’uomo inutile, e insieme limpido, oggettivo. Voleva diventare attore – ma non ne aveva il talento. Sua sorella sì, la vacua ed egoista Arkàdina, lei ce lo aveva, il talento. E lui capisce. Capisce lo stesso suo tormento di uomo inutile negli altri, nei bambini, nei ragazzi… Capisce l’eterna delusione di chi crede, il vanesio egocentrismo di chi ha successo. E nel capire tutto è come Cechov: divino per obiettiva pietà, cristiano senza neppur saperlo, data questa sua tenerezza per il gabbiano ucciso in ciascuno di noi.

È uomo di teatro, questo novello Sorin. E senza saperlo affatto, capisce. Capisce che questa religione enormemente sapiente e fastosa è una grande Rappresentazione, nel senso vero e divino del termine. Capisce che quando il teatro funziona, qualcosa di veramente divino accade. Capisce tutto ma non lo sa – oh non è un critico Melville, è un cardinale! Capisce che questa enorme Rappresentazione, se riesce, è esattamente la magìa realizzata, il riscatto di ognuno, la resurrezione del gabbiano in noi, il teatrino dell’Infanzia che si riaccende nel boschetto sul lago, le estati spensierate che tornano: e non in una lingua, in una vita, per un’infanzia sola – ma in tutte le lingue e le vite, e per tutte le infanzie.

E poi, il grande momento. Lui, rifiutato all’Accademia drammatica, lui: l’eletto. A regista e protagonista del gran Teatro di Dio.

Attenzione, questo è il punto delicato. Non c’entra qui la paura, il senso d’inadeguatezza. Non c’entra esplicitamente neppure tutto quello che ho scritto, la sapienza di Cechov e il Gabbiano: tutto questo, a frammenti, viene a galla dopo, in quei tre giorni (tre giorni! Come dal venerdì santo alla Pasqua…) di discesa agli inferi. No: il protagonista qui è un semplice cardinale, un cardinale limpido, tranquillamente cattolico (Si può esserlo? Forse sì. Purché si sia anche un po’ un Principe Miskin, un Idiota). Non è affatto colpa del cardinale quello che succede. È la cosa stessa, quella che gli si rivela in quell’urlo che erompe, strozzato, dalla sua gola – con il quale rifiuta la tiara. La cosa stessa è che il divino – l’indicibile vero, l’ineffabile bene – non c’è. Non è lì. Lì non c’è niente.

Ma anche questo è molto impreciso. Quello che non c’è è il talento di impersonare il regista e protagonista del Gran Teatro di Dio, quello che non c’è è lo spirito, l’ispirazione – e la forza e la speranza. È come se dio avesse chiamato ma… senza il soffio ravvivante, come se avesse chiamato sì, ma solo per svergognare ancora una volta lui nella sua pochezza di aspirante attore rifiutato dall’Accademia…

E ancora, non è preciso questo. Quello che non c’è è proprio il divino. Manca. Come nell’incubo dell’attore che deve salire sul palcoscenico. Manca perché lo Spettacolo non decolla. E non lo fa, perché in quel momento tutta la Rappresentazione millenaria si scopre vuota e vana. Vuota e vana si scopre, perché lo è divenuta ora, per colpa sua, dell’attore mancato! C’è modo peggiore di uccidere ancora una volta il gabbiano? Di essere (chissà se Melville ha studiato Nietzsche, come ormai tutti i cardinali e i papi) di nuovo l’ultimo uomo, l’assassino di Dio?

Eppure tutto questo non è ancora del tutto preciso. Perché quello che accade è insieme molto più semplice. Una depressione acuta, con attacchi di panico. Il dato di una depressione – è il nulla. Ma quella depressione dice il nulla che è insieme di Dio e mio – “mio” ovvero del protagonista. Perché solo insieme, nella Rappresentazioine, avrebbero potuto vivere.

E di nuovo: non è affatto una questione di avere “problemi con la fede” (secondo la domanda che lo psicanalista impersonato da Moretti fa a Melville durante il consulto). No, risponde sinceramente il papa disertore. Che c’entra. La fede è cosa soggettiva, abito e convinzione, non c’è niente che necessariamente debba cambiare in questo abito e nelle sue abitudini. La rivelazione dell’impossibilità, è cosa oggettiva. Può darsi che non possa enunciarsi al modo della coscienza, perché diventerebbe una rivelazione banale, una semplice e normalissima e diffusissima professione di ateismo. No, la depressione sta di fronte al nulla senza dargli parola e pensiero, e questo nulla non è del mondo ma è di sé e di Dio insieme, della persona che l’impersona.

Eppure, questa depressione non è affatto la rivelazione di un’assenza del divino in assoluto – perché tutto il mondo cecoviano, tutta l’infinita pietas che l’avvolge e ci consola, fluisce anche nel film. Per le strade del mondo, le strade di Roma, sotto gli occhi del protagonista che vi cerca scampo. Si accende negli occhi dell’improbabile psicanalista, Margherita Buy, con la sua piccola ossessione professionale e la sua vita sgangherata. Scorre nelle schermaglie dei due bambini, fratello e sorella, in cui tutta la storia del Gabbiano annuncia che si ripeterà una volta ancora. Balza nell’umile campionato di palla a volo durante il quale i porporati, in attesa che lo Spirito riprenda in mano la regia, ritornano bambini.

Ma nella Grande Rappresentazione no, il divino non vuole più tornare. Tutto alla fine sembrava ancora possibile, la piazza gremita, le bandiere festanti, la cerimonia di benedizione papale che può ancora avere luogo. E invece no. I tre giorni della discesa agli inferi hanno portato frutto. Una verità è raggiunta. Si può dire. L’uomo limpido con grande tristezza la dice. Il Teatro di Dio non può rinascere – qui. Il divino ha scelto l’uomo limpido, l’attore rifiutato dall’Accademia, per chiudere baracca e burattini. Le bandiere festose calano, la folla si disperde. La vita continua – altrove.

L’articolo Meditazione (post)pasquale su Habemus papam di Roberta De Monticelli è stato pubblicato anche su Il Manifesto (giornale), il primo maggio 2011.

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9 commenti a Meditazione (post)pasquale su Habemus papam di Nanni Moretti

  1. giovedì, aprile 28, 2011 at 08:07

    Grazie per il commento ispirato, Roberta. Non ho ancora visto il film di Moretti, ma le tue parole mi hanno fatto venire voglia di vederlo (e di rileggere Cechov!).

  2. leonilda
    giovedì, aprile 28, 2011 at 11:56

    Gentile Professoressa,
    leggerla è prendere una boccata d’aria fresca… La ringrazio, semplicemente.
    Leonilda Candotti

  3. Divinangelo Terribile
    giovedì, aprile 28, 2011 at 12:07

    Rappresentazione di una impensabile rivelazione sul soglio di Pietro che nega crudemente la Rivelazione. E così sia.

  4. Sandra
    giovedì, aprile 28, 2011 at 18:36

    Il primo commento utile che ho avuto modo di leggere su Habemus Papam. Tutti gli altri spocchiosi non sense di disappunto, sono stati un esercizio di stile che non conduce a nulla. Curiosamente, quest’ultima caratteristica è proprio quella contestata al film da questa massa di critici che scrivono in espertese parole poco costruttive, e che solo per questo pretendono spesso di essere rispettabili.

    Il Gabbiano, la metafora dell’animo di ciascuno, la limpidezza del personaggio ed il mondo visto attraverso la lente dei suoi occhi. L’articolo di Roberta De Monticelli, mi pare faccia ritrovare tutto questo. E’ un senso ovunque esistente, eppure quasi a tutti difficile da cogliere, o quasi in ogni momento introvabile per tutti. Curiosamente, non viene trovato da molti “esperti” guardando il film. Che ci voglia uno sguardo limpido per decifrare una allegoria limpida dell’universo?

  5. venerdì, aprile 29, 2011 at 01:42

    Non ho (ancora) visto il film, ma AMO Cechov – per i motivi anche qui detti: se c’è tutto questo, la fine delle apparenze, della pompa scenografica, della messinscena di cartapesta e oro (cartapesta per il Cielo pirandelliano, e oro per il potere temporale degli uomini del clero cattolico), se la Chiesa chiude per seminarsi finalmente nella vita come da sempre dicono anche solo i vangeli canonici, beh allora il film merita non solo di essere visto ma proprio vissuto.

  6. Annalisa Santiano
    lunedì, maggio 9, 2011 at 14:35

    Ho appena letto l’articolo di Roberta De Monticelli. Oh, finalmente. Qualcuno che cerca nelle scene stesse del film il senso di esso, (e non nella sua ideologia personale), senza trascurare ciò che viene detto, e che noi, per ignoranza, non teniamo in conto! Parlo di Cechov, che neanche io conosco molto, ma che adesso ho una gran voglia di andarmi a leggere, o vedere rappresentato.
    Io ho un’altra idea sul senso del film, l’ho letto a partire dal morire delle certezze, in conseguenza del venir meno del “padre”, dei ricordi, delle radici, e quindi dello smarrimento dei “cardinali-bambini”… e della folla, orfana, nella piazza…
    Ma ecco qui un commento che mi stimola a cercare anche altra lettura, e che tiene conto delle scene sul teatro, che io non avevo capito. Grazie.

  7. Brian
    domenica, luglio 24, 2011 at 11:08

    Bellissima recensione, complimenti! In effetti trovavo iperbolica l’ambientazione ecclesiale, ma tu ne hai dato una spegazione soddisfacente. Manca forse, a voler cercare il proverbiale pelo, un maggior accento sull’evoluzione dell’uomo, innestata da un caso che sarebbe riduttivo definire di sincronicità Junghiana: dall’essere vittima dal mostro depressione/senso di inadeguatezza, all’averne preso serena coscienza. Per la chiesa le cose non cambiano, per l’uomo sì.

  8. Corrada Cardini
    lunedì, luglio 25, 2011 at 20:09

    Ancora una volta… felice di essere qui e di poter leggere quello che scrive… anche se io sono una di quelle persone che si dichiarano banalmente atee, e non credono che il divino coincida con lo spirito e la spiritualità… Credo comunque che la nozione di divino sia una necessità per la comunità umana… nel bene e, temo, troppo spesso nel male.

  9. Stefano Cardini
    martedì, luglio 26, 2011 at 12:01

    Proprio se e perché si è convinti che “la nozione di divino sia una necessità per la comunità umana… nel bene e, temo, troppo spesso nel male” tutto è possibile tranne che essere atei “banalmente”, temo. L’ateismo è una delle più serie prese di posizione che io conosca in merito alla questione del divino, forse la più seria in assoluto. Ma bisognerebbe intendersi meglio sulle nozioni di ateismo e di dio. E purtroppo, oggi atei devoti e atei militanti, impegnati nelle loro accese e ripetitive diatribe, spesso il senso di quelle nozioni neppure lo sfiorano.

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