Esercizio pratico di filosofia pratica. Che cosa c’è (se c’è) che non va in queste considerazioni di Michele Serra?

mercoledì, maggio 4, 2011
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«Per un miscredente come me, desta una certa impressione accorgersi che nei commenti a caldo sull’esecuzione del genocida Bin Laden la sola voce che senza esitazione ha ammonito a “non esultare” di fronte alla morte di un uomo è stata quella della Chiesa romana. Non sono tra quelli che hanno esultato. Per non farlo, non avevo necessità di altra autorità se non quella del mio giudizio e — non so dirlo altrimenti — del mio imbarazzo. Eppure nei commenti ufficiali, anche quelli dei politici per i quali voto, non ho trovato uguale immediatezza, e forza, nel ricordare che ogni morte, anche quella di Caino, suggerisce di chinare il capo e fare silenzio. Non credo affatto che per vivere umanamente e per provare compassione sia indispensabile essere credenti. Proprio per questo, mi fa specie constatare che la Chiesa abbia così facilmente (e meritatamente) esercitato una sorta di monopolio della pietà e della compostezza. Voci laiche di uguale autorevolezza si sono udite, ma erano sperse e individuali. Né l’umanitarismo socialista né la compostezza borghese possiedono più un pulpito e un’organizzazione culturale e politica tali da essere in grado, in circostanze così decisive, di orientare gli animi, e dare sostanza collettiva ai sentimenti individuali. La voce della Chiesa non è la mia, ma l’ho udita, nelle ore della fine di Osama, con rispetto e gratitudine».

L’articolo è uscito su Repubblica il 4 maggio 2011. Sulla questione si può leggere anche l’articolo di Enzo Bianchi Ma fare festa è sbagliato pubblicato su La stampa del 3 maggio.

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14 commenti a Esercizio pratico di filosofia pratica. Che cosa c’è (se c’è) che non va in queste considerazioni di Michele Serra?

  1. Andrea Zhok
    mercoledì, maggio 4, 2011 at 16:11

    Capisco Michele Serra. Anch’io ho pensato che quella frase, nella sua ovvietà, fosse una delle cose più giuste dette nella fattispecie.

    Il mio problema è solo che purtroppo proprio non mi riesce di provare “rispetto e gratitudine” per la Chiesa, neppure quando dice cose impeccabili. E questo non perché sia un ‘mangiapreti’, ma perché sono certo a priori che le ragioni per cui la Chiesa dice ciò che dice sono più o meno infallibilmente quelle sbagliate. È come quando la Chiesa critica gli eccessi del capitalismo, suscitando ricorrentemente effimeri entusiasmi tra gli agonizzanti ideologi (??) della sinistra nostrana. Il problema è che tutte le ragioni della Chiesa in ultima istanza si radicano in un unica Ragione onnicomprensiva, che suona più o meno: “Perché così Dio vuole”. E purtroppo per tutti coloro i quali nutrono seri dubbi sul fatto che le gerarchie ecclesiastiche abbiano davvero una Linea Rossa riservata con l’Altissimo, tale motivazione è poco più che aria calda. Rispettabile nella misura in cui si rispetti (in modo umano, troppo umano) la persona che la pronuncia, ma davvero niente di più.

  2. Roberta De Monticelli
    mercoledì, maggio 4, 2011 at 17:09

    Nel mio piccolo, in un’intervista fattami per Repubblica on line lunedì scorso, sostenevo appunto che il tripudio a ground zero era una manifestazione sconcertante, “ai limiti della barbarie”. In quanto espressione di un principio di vendetta che nulla ha a che fare con la civiltà giuridica di cui l’America a suo modo è – dal tempo dei bill of rights – un paradigma (nonostante i cow-boys). Ma allora è opportuno segnalare – e bisognerebbe pubblicare, forse – la Lettera aperta che Roberto Faenza, inviato de Il fatto quotidiano in America e supporter del Presidente Obama, scrive (e pubblica su il Fatto di oggi 4 maggio 2011) allo stesso Presidente Obama, chiedendogli di non nascondere la verità sulle ragioni dell’uccisione di Bin Laden, decisa in luogo di una infinitamente più giusta cattura e sottomissione a processo – dal momento in cui la prima ragione accampata (Bin Laden avrebbe reagito con il fuoco) si sarebbe rivelata falsa (era disarmato). Non c’è domanda di Faenza, in nome della trasparenza e del rifiuto degli arcana imperii, che non sia (a mio parere) impellente e importante. Da fare appunto a chi ci sembra stia dalla parte giusta e la rappresenti con giustezza e onore, appunto. A Obama. Ma di Serra condivido anche lo sconcerto (appena suggerito, è vero) per la relativa indifferenza della maggior parte dei commentatori, anche i più avvertiti, a quelle manifestazioni di tripudio. A me sembra che anche questa indifferenza faccia parte della sempre più massiccia e diffusa tendenza a non prendere sul serio quasi niente dei fenomeni, e dico fenomeni nel senso più lretterale del termine, che avvengono sotto i nostri occhi, e che invece “non appaiono invano”. in fondo una cosa illuminante serra la dice: “Né l’umanitarismo socialista né la compostezza borghese possiedono più un pulpito e un’organizzazione culturale e politica tali da essere in grado, in circostanze così decisive, di orientare gli animi”. Eh già. Ma prima dell’organizzazione culturale e politica c’è la filosofia, il modo di pensare. E lo scetticismo pratico dominante come farebbe mai, se pure lo volesse, a “orientare gli animi”?

  3. Stefano Cardini
    mercoledì, maggio 4, 2011 at 18:09

    Mi giocherò le poche carte residue per un sereno al di là (e forse qualche amicizia), ma queste parole di Michele Serra mi sembrano scritte da una distanza talmente siderale dalle storie individuali e collettive delle masse di persone toccate nei loro corpi e nei loro valori dal terrorismo islamico, da indurmi a chiedermi a che cosa dobbiamo questa nostra straordinaria difficoltà di metterci dal punto di vista del popolo americano in festa. I paragoni storici sono sempre impropri e fatti per lo più a scopo provocatorio, lo dichiaro in anticipo. E tuttavia, è un po’ come se, di fronte allo scempio dei cadaveri di Mussolini e della Petacci a piazzale Loreto, fucilati senza processo per ordine del Cln, qualcuno alzasse il sopracciglio commentando che, qualunque cosa fosse accaduta in quegli anni, lo spettacolo era di un imbarazzante cattivo gusto. Non vi fu nulla di nobile e conforme alla pietas nei fatti di piazzale Loreto; e c’e’ tutta una storiografia dietrologica e revisionista che da anni specula sui “torbidi contorni” di quella esecuzione e sulla decisione, che non fu del Cln, di esporre pubblicamente il corpo del tiranno. Eppure è difficile negare che anche in quella drammatica circostanza una forma di risarcimento morale fosse contenuta; insieme alla comprensibile preoccupazione di fare terra bruciata attorno al nemico catturato e ai nazifascisti – tanti – ancora in armi. L’unica giustizia è quella divina, scrive Enzo Bianchi, una persona di profonda spiritualità che leggo sempre con molta attenzione. Però direi che no, non è così. Quella, semmai, è l’unica non suscettibile di perfezionamento. Altrimenti, su quali basi potremmo ritenere la giustizia che segue a un processo più nobile ed equa della vendetta? E riconoscere che non tutte le vendette sono egualmente ingiuste, sebbene tutte siano più ingiuste di un equo tribunale? E infatti non c’è nulla di più ingiusto di un tribunale iniquo, neppure la peggiore delle vendette. Mi sarei rallegrato di più, certo, se Bin Laden l’avessero catturato vivo e portato, magari, in una delle nostre carceri, dove migliaia di poveri diavoli fanno una vita inutilmente disumana per la grettezza di una classe politica tanto vile in politica estera quanto inumana con la criminalità spicciola e i profughi alla deriva davanti alle nostre coste. Ma mi sono rallegrato egualmente quando ho saputo che era stato ucciso, pensando a quei milioni di arabi che da decenni, grazie anche all’alibi del terrore islamista, sono ostaggio di tiranni non migliori di Osama, complici i manutengoli governi occidentali (come sappiamo, anche americani). Possibile che di fronte a circostanze storiche così dense, straordinarie e tragiche, ci preoccupiamo soprattutto – se non soltanto – di dar conto dei nostri sentimenti (chiedendo un anticipo di rendiconto agli altri) senza spendere una sola parola per tentare di comprendere quelli di quanti – e sono milioni – da oltre dieci anni, impantanati in due guerre ormai detestate, vivono uno stillicidio quotidiano di paura?

  4. Andrea Zhok
    mercoledì, maggio 4, 2011 at 18:38

    Beh, Stefano, sono due cose piuttosto diverse. Una cosa è ritenere che sia cosa giusta uccidere il Cattivo. Questo, nel momento in cui sono certo di aver individuato il Cattivo, posso capirlo perfettamente. Ma una cosa molto diversa è gioire per la sua morte.

    Non essendomi, grazie al cielo, mai capitato di uccidere nessuno, faccio un esempio per analogia: mi è capitato di dovermi difender fisicamente e di fare del male (non poco) a qualcuno nel corso dell’autodifesa. In questa circostanza, a bocce ferme, c’erano due sentimenti morali molto diversi e non contraddittori: l’essere felice di aver prevalso ed essermi conservato incolume, ma poi anche il dispiacere per il manifesto dolore altrui (mi astengo da dettagli pulp).

    Questa situazione credo che possa essere traslata nel caso di Bin Laden o parimenti in quello di Mussolini. Non ho alcuna difficoltà a ritenere giusta l’uccisione di Mussolini, e, per quel che mi è dato di sapere, probabilmente lo stesso discorso può essere fatto per Bin Laden. Però, sì, senza alcuna tentazione revisionista, credo che anche se avessi vissuto gli anni del fascismo da antifascista, con tutte le sofferenze connesse, non avrei avuto alcuna tentazione di prendere a calci un cadavere ed anzi credo che, se vi avessi assistito, ne avrei tratto un giudizio morale severo verso chi lo faceva.

  5. Stefano Cardini
    mercoledì, maggio 4, 2011 at 22:08

    Neppure io riesco a immaginarmi mentre prendo a calci un cadavere, sinceramente. A esultare per la morte del duce, invece, sì. E non avrei avuto scrupoli, credo, anche in seguito, a ricordare quello come un giorno di festa: perché, dopo infiniti torti subiti – e non un’aggressione in prima persona, a opera magari di uno sconosciuto – i Buoni hanno prevalso sui Cattivi (e la loro hybris). Tutto qui. Ma al di là di quello che ognuno di noi può asserire che farebbe in certe circostanze, esercizio difficile, il punto è che cosa fa prevalere in noi oggi l’imbarazzo o l’indignazione di fronte all’espressione collettiva di un sentimento di liberazione da una prevaricazione lungamente subita da parte di un intero popolo (liberazione peraltro per una parte transeunte e illusoria) rispetto ad altri sentimenti di compartecipazione, comprensione ecc. Faccio un altro esempio: se domani Gheddafi fosse ammazzato da un raid della Nato o da un’azione dei ribelli o da un suo sodale, di fronte all’esultanza della gente nelle strade, come la giudicheremmo? Non riesco a immaginare l’applicazione di uno stesso severo metro. Mi chiedo se il fatto che gli Stati Uniti abbiano scritto il Bill of rights, e siano una superpotenza, basti a giustificare la pretesa che dimostrino sempre un contegno così superiore. Non dico che non si debba chiedere conto di come sono andate effettivamente le cose, figurati!, se alternative non fossero possibili ecc. E neppure che non vada messa in questione la decisione, a quanto si dice forse deliberata, di non andare a processo (processo che, per inciso, temo sarebbe stato giudicato da molti – come è già accaduto – una farsa, uno show e così via). Dico che nulla, ma proprio nulla, la nostra sensibilità qui ha concesso. E a me questo non è parso affatto ovvio.

  6. Andrea Zhok
    giovedì, maggio 5, 2011 at 08:35

    Si, capisco il punto. Per come la vedo io la questione è che ci sono veramente due livelli diversi in gioco di fronte alla morte del Nemico. Il primo è legato a ciò che esso rappresentava, al suo significato ed anche alle conseguenze pratiche del suo venir meno. Su questo punto gioire per la morte del Nemico è sensato e comprensibile. Sì, anch’io avrei gioito il giorno della morte di Mussolini. Il secondo punto, credo, sia legato al fatto che, UN ISTANTE DOPO CHE IL NEMICO E’ MORTO, esso ridiventa un uomo, vorrei quasi dire, con un po’ di retorica, un compagno che ha sbagliato in questa caotica avventura umana. E di fronte alla morte di un uomo, che è nato, è stato bambino, ha fatto esperienze, maturato e poi, anche, ha commesso errori ed infine, certo, ha perseverato in uno stato di ottusa e criminale disposizione d’animo facendo molto male a molte persone, ebbene di fronte a questa morte individuale non riesco a gioire. Vorrei dire che è un fallimento dell’umanità che quell’individuo sia divenuto la porca figura che è diventato. (Ciò, per inciso, non significa affatto che sia colpa di tutti i singoli uomini, ma questa è un’altra storia).

    In questo senso credo di condividere i tratti generali dell’intervento di Michele Serra quantomeno collocandolo nel contesto della comunicazione mediatica di questi giorni, dove abbiamo visto sfilze di interviste ad americani che ballavano di gioia, resoconti entusiastici di quanto sono fighi i Navy Seals, dimenticando un poco che, alla fin fine, erano state ammazzate un certo numero di persone, della maggior parte delle quali, tra l’altro, nessuno degli americani danzanti sapeva né saprà mai nulla. In questo contesto ricordare che la morte di un uomo non è qualcosa per cui gioire continua a sembrarmi la cosa giusta da dire.

  7. Stefano Cardini
    giovedì, maggio 5, 2011 at 09:57

    Sono d’accordo. Infatti festeggiamo il 25 aprile 1945, non certo il 28 (posto sia la data della fucilazione di Mussolini). Mentre Piazzale Loreto fu considerata da Parri, senza esitazione, una vergogna, nonostante ben sapesse dell’ordinaria fucilazione per rappresaglia da parte dei nazifascisti (in Loreto, al Giuriati ecc), di partigiani e non, prigionieri. Purtroppo, però, tutti questi e altri distinguo non mi pare vengano fatti. A sinistra si dubita di tutto o si storce molto sicuri di sé il naso di fronte alle inevitabili opacità, anche morali, di frangenti così al limite. A destra si stabilisce una grossolana ineluttabile consequenzialità tra le torture di Guantanamo e l’uccisione di Bin Laden, riducendo come sempre i criteri della giustizia alle strategie vantaggiose per la propria parte. Si dimentica che se un ordine invariante di valori c’è – come io credo, benché oggi a destra e a sinistra si dia in genere per scontato il contrario – le regole della loro applicazione, come già Aristotele insegnava, non lo sono, variando in relazione alle circostanze più o meno anomale del loro esercizio (per questo dilemmatico). Cito Leo Strauss: «Ciò che non può essere deciso da prima mediante regole universali, ciò che nel frangente critico può essere deciso sul momento dagli statisti di più alta intelligenza e di più ferma coscienza, può retrospettivamente essere reso a tutti manifesto come giusto. La oggettiva discriminazione tra le azioni estreme che erano giuste e quelle che erano ingiuste è uno dei più nobili doveri dello storico». Ma “storico” deve sempre farsi ognuno di noi, se intende agire e giudicare secondo giustizia. Che sia questo abito a mancare nelle discussioni odierne, come manca la convinzione che comunque un ordine di valori morali guida razionali esiste?

  8. Paolo Migliaro
    giovedì, maggio 5, 2011 at 14:53

    Mi ha fatto molto piacere l’intervento del Vaticano. È finito il periodo delle guerre giuste; ogni guerra e ogni assassinio è profondamente ingiusto e non solo perchè così Dio vuole perchè la Chiesa, per quanto ne so io che seguo e leggo le encicliche più interessanti sul mondo contemporaneo, ormai ha elaborato una evangelizzazione che non prescinde più dalle conquiste laiche, anzi le menti più illuminate possono finalmente intessere un excursus tra fede e ragione, tra carità e verità. Ho notato con altrettanto piacere una conciliazione tra il pensiero di Reale e di Severino, un cattolico e un laico, sempre su questo tema in un articolo apparso sul Corriere l’altro giorno. La Chiesa pone ancora una gravosa vigilanza morale su alcuni temi di natura etica e solo su questi non riesce ancora a confrontarsi. Ma sulla questione di Bin Laden è somma maestra di pietà, è figlia e sponsale di quel Gesù Cristo, a cui ognun di noi è libero di credervi come gli pare e piace o di non credervi affatto, di quel Gesù che preferiva i peccatori, i malati, i diseredati, che giunse alla croce senza scomporsi nell’odio, nel risentimento, che predicò due cose di incredibile novità per l’essere, amare il nemico e perdonare molte volte. Quindi la Chiesa ha un fondamento teoretico inimitabile e originale anche solo considerando il punto di vista esclusivamente letterario, filologico della sua tradizione. Credo che di accecamenti assiologici ve ne siano stati storicamente anche da questa parte, ma questa Chiesa bene o male ha un campionario di esperienze tali e millenarie che si può permettere ogni tanto di tirare fuori dal cilindro anche la saggezza. Che ci possa indicare anche a noi di non essere accecati dalla presunzione, di farci notare che oltre alle capacità del cervello ci sono anche quelle più spirituali che spesso non coltiviamo, quelle delle famose virtù che stempererebbero la dinamica a voler sempre avere ragione di tutto e su tutto. Quelle che eliminano alla radice la capacità dell’ascolto e dell’umiltà. Cose che hanno un valore eminentemente umano, filosofico. Neanche io avrei preso a calci un cadavere, seppur quel corpo l’avessi odiato in vita, ma nemmeno, a ragion avveduta (perchè l’emotività e il furor di popolo giocano scherzi talvolta ingovernati) avrei giubilato. Perchè ognuno di noi, tolto l’accecamento assiologico, è un poveretto anche se è un genio, anche se è il papa, anche se è chissa chi, cosa volete voi che sia. Questo è il mio ordine di valori morali.

  9. Andrea Zhok
    giovedì, maggio 5, 2011 at 17:30

    Già, Paolo, il punto è tutto nella tua penultima frase, che condivido: ognuno di noi rispetto al mondo che ci accoglie provvisoriamente è un poveretto, anche se è un genio ed anche se è un papa. Peccato che su questa ultima asserzione la Chiesa Cattolica Romana non sia d’accordo con noi.

    Il papa è vicario di Cristo in terra ed interprete infallibile del messaggio divino incarnato nelle fonti che la tradizione cattolica ha consacrato come autorevoli. Sciaguratamente, io come molti altri, tra cui molti credenti cristiani, crediamo che papa, cardinali, vescovi, e via via discendendo attraverso le gerarchie, siano uomini con capacità cognitive e morali proprie degli uomini. Così, di fronte ad un uomo che mi dice di essere un diretto ed divinamente ispirato interprete di Dio, se porta un abito talare di solito mi limito ad abbozzare con un poco di irritazione; se invece non è altrimenti riconoscibile sono incline a chiamare la guardia medica per un T.S.O.

    Che la tradizione millenaria della Chiesa contenga un sacco di pensieri belli, argomenti buoni e persone pregevoli e fuori di dubbio. Il problema di fondo, tuttavia, resta: per quanto ‘aperta’, ‘conciliante’, ‘moderna’, ecc. sia la dottrina cattolica, essa dipende da un principio fondamentale dove tutte le argomentazioni naufragano, quando vi arrivano nei pressi. Esso potrebbe essere messo in parole più o meno così:

    “Noi cattolici sappiamo ciò che Dio vuole, che è ciò che la relativa gerarchia ecclesiastica ci dice essere la Sua volontà, e quando qualcosa contrasta con tali contenuti essi risultano essere semplicemente irricevibili”.

    Purtroppo, nella misura in cui qualcuno aderisce a tale principio (ed ogni cattolico osservante sarebbe tenuto ad aderirvi) le sue argomentazioni saranno sempre al di sopra o al di sotto delle tue, ma non giocheranno mai la tua stessa partita.

  10. Riccardo Bonadonna
    venerdì, maggio 6, 2011 at 01:06

    Può un cristiano interloquire?

    Sono sorpreso che, non il commento, ma addirittura la provenienza (Chiesa Cattolica) del commento, a un certo punto, sembri diventare quasi il nocciolo autentico su cui concentrare la riflessione. In spirito di amicizia, questo mi pare svelare nostri tormenti per nostre vicende, importantissime, ma un po’ troppo italiane rispetto alla dimensione e alla portata di questo evento, l’uccisione di Osama Ben Laden.
    Le scene di giubilo: motivatissime, è vero. Ma esse, e ciò che le ha innescate, restano un’occasione perduta, al pari di innumerevoli altre.
    L’occasione, il kairos, di poter cominciare un giorno nuovo e una storia nuova.
    L’opportunità, unica, di dimostrare che si può scegliere di non esercitare tutto il potere, tutta la forza a nostra disposizione, in nome di principi di cui riconosciamo, anche unilateralmente, l’universalità. (Per Simone Weil, era proprio di Dio la rinuncia all’uso dell’onnipotenza).
    La sfida di mostrare, nei fatti, che si è alfieri di un mondo nuovo in cui il rispetto non è dato dal fatto di brandire il randello più grosso (ricordate il presidente Theodore Roosevelt nel bellissimo film “Il vento e il leone”?).
    Sarebbe stato troppo attendersi questo da chi nella carne porta e porterà sempre i segni della violenza e della ferocia di Al Qaeda (ma sulla pelle di noi cristiani brucia la parola del Nazareno: “amate i vostri nemici”).
    La speranza che a questo potesse arrivare il Presidente che, anche visivamente, è simbolo di eccezionale novità, l’uomo insignito del Nobel per la pace, non per quello che aveva fatto, ma per la speranza di quello che poteva fare – la speranza, io dico, non era proprio campata in aria.
    È questa speranza tradita ad aggirarsi nelle coscienze e nelle menti di molti.
    Immaginate la fortezza insita nel gesto simbolico di toccare quel nemico, quel malvagio, non con la vis dei Navy Seals, ma con lo ius di un grande popolo, di una grande comunità, che in quella circostanza sarebbe stata parte a rappresentare il tutto della famiglia umana.
    È tutta la differenza fra una virtù e una pura forza.
    Quando si avrà il coraggio di scrivere una pagina di storia con questa differenza?

    Sulla Chiesa, e le nostre troppo italiane cose – qui posso solo confessare la mia fede.
    Piaccia o non piaccia (sospetto che ad alcuni esponenti della gerarchia possa non piacere), noi siamo cristiani, non papisti, né vescovisti, fermi restando per ciascuno di noi ruolo e importanza della gerarchia.
    Ma la sfida della mia esistenza è di renderla tale che, un giorno, Gesù – non la gerarchia – mi riconosca come uno dei Suoi. È all’Evangelo di Gesù che abbiamo dato tutti noi stessi, è il Risorto la nostra guida. La misura di quanto sia difficile – per noi – conoscere la Sua volontà negli eventi reali della nostra vita e farla diventare la nostra prassi sta nella preghiera, nella meditazione, nella contemplazione – incessanti – che dalla comunità dei credenti si alzano verso il Cielo.
    La descrizione di Andrea Zhok (“Noi cattolici sappiamo ciò che Dio vuole ecc.”) rappresenta correttamente molte situazioni e molti cristiani, ma non tutti, insisto, non tutti; soprattutto, laddove esiste, bisogna dire, con mitezza ma senza giri di parole, che è sbagliata, per il semplicissimo motivo che al cristiano da Gesù stesso viene insegnato che la propria coscienza, come la propria vita, non si dà via a nessuno (qui può annidarsi anche la tentazione della superbia, dell’autoreferenzialità; infatti, non è per nulla facile provare a essere cristiani… ). Esemplarmente, Dante ci ha lasciato questa condizione del cristiano – ma, permettetemi, dell’uomo – scolpita nel canto XXVII dell’Inferno, il canto di Guido da Montefeltro. Mi sorprende notare come certi settori della gerarchia e molti non credenti si trovino curiosamente d’accordo nel non riconoscere la legittimità di questa condizione del credente…
    Infine, sulla conoscenza dei contenuti e sull’irricevibilità di ciò che contrasta con essi. Noi siamo (pessimi, troppo spesso) testimoni di una Parola viva: perciò stesso, tuttora risuona – e non come un disco rotto, che ripete incessantemente lo stesso motivo. Lo Spirito e il Logos continuano a soffiare e a parlare. La conoscenza nostra dei “contenuti” del cristianesimo è in continua espansione, c’è un dinamismo che nessun documento ufficiale potrà mai racchiudere interamente. E non dovrebbe esistere irricevibilità: siamo chiamati “a rispondere a chi ci domanda ragione (ragione!) della nostra speranza, con dolcezza e rispetto” (1 Pt 3: 15). Non è giocare la stessa partita?

  11. Paolo Migliaro
    venerdì, maggio 6, 2011 at 07:29

    Andrea, ci troviamo d’accordo. Ci sono sempre più cristiani adulti che posseggono l’autonomia del discernimento anche facendo i conti con la Tradizione e la Dogmatica, che faranno sempre parte del corpus ecclesiale. La capacità culturale di reintepretare la storia ed i significati ha segnato anche il periodo modernista che inizia il nuovo percorso dei Lumi e che approda fino a noi con il Concilio E.V.II. Che ci siano oggi molti credenti cristiani, immagino colti, altrimenti non capirei con quale surplus di spirito possano sottrarsi all’imperio principesco, non mi può che far piacere, anzi mi allarga il cuore questo nostro confronto che diventa perciò conforto. Ma alla larga dai discorsi retorici. Vengo al sodo. Bin Laden se si fosse preso meno sul serio non avrebbe fatto quella fine. La mia considerazione sulla miseria e povertà dell’essere è tipicamente pascaliana, non intende affatto offendere il papa, e nemmeno il genio. Anzi per converso voglio affermare che l’uomo, chiunque sia diventa grande e grandioso, se fa diventare grande il suo prossimo. Perchè, Andrea, tu mi insegni che io percepisco me stesso, conosco me stesso quanto più spesso conosco ciò che è diverso da me, altrimenti resterei un selvaggio senza nemmeno avere la capacità strutturale del pensiero e della parola. Chi è capace di sollevare questa mia natura umana, di farmi crescere, di darmi dignità individuale, soggettiva anche del diritto, questi è un gigante, ed è un santo se getta le basi per una mia redenzione spirituale autentica e profonda, capace con il suo afflato, il suo gesto quotidiano di profonda coerenza al cristianesimo di muovere anche le sfere celesti dentro il mio cuore. Non mi stupisce che Serra e altri si siano stupiti. Su queste cose la Chiesa è assolutamente sensibile. Su altre crescerà come è sempre avvenuto, ma con dei tempi molto lunghi e questo anche a causa di ovvie cose e cause antropologiche, molto umane.

  12. Andrea Zhok
    venerdì, maggio 6, 2011 at 18:50

    Se la platea dei cattolici fosse significativamente rappresentata da Riccardo Buonadonna e Paolo Migliaro, il cattolicesimo sarebbe una religione illuminata e l’Italia una vetta della cultura e del civismo. Ho come il sospetto che così non sia.

    Due brevi note. A Paolo Migliaro: condivido tutto quello che dici, ma quando nella chiusa manifesti fiducia nei confronti dela crescita, lenta ma certa della Chiesa (l’Ippopotamo di Eliot), questa mi pare un’ammirevole prova di fede, non facilmente condivisible. La Chiesa cattolica è sempre tre o quattro generazioni indietro rispetto al mondo circostante. Se ha fortuna e il mondo sta andando a catafascio, come oggi, essere indietro può non essere così male, ma ciò è del tutto incidentale. La lettura benevola è che si tratta di saggia prudenza. La lettura meno benevola è che, trattandosi di una struttura di potere autoperpetuantesi, ha semplicemente, necessariamente ed involontariamente meccanismi di trasmissione interni lentissimi. In questo senso la Chiesa tendenzialmente si esprime sui problemi del proprio tempo sempre con risposte fuori tempo, il che non produce effetti di saggio conservatorismo, ma contribuisce attivamente ad ostacolare soluzioni possibili.

    A Buonadonna vorrei solo dire che di fronte alla domanda con cui chiudi l’intervento a me viene da rispondere con un cortese, ma fermo NO. Perché? Beh, perché forse sbaglierò nell’interpretare la nobile citazione cui fai riferimento, ma quando sento parlare di “dolcezza e rispetto” nel dare le proprie ragioni, mi vengono degli sfoghi sulla pelle. Non riesco a non pensare che, almeno di norma, il rispetto di cui si parla è tradotto con ‘buona educazione’, e non è in alcun modo il tentativo di concedere alle idee dell’altro pari dignità. La dolcezza, mitezza e rispetto degli interlocutori cattolici si risolve con grande frequenza in esasperante paternalistica sufficienza, dove argomenti e ragioni dell’altro rimbalzano su di un mite e sorridente muro di gomma, dalla voce perennemente velata, capace di un’escursione umorale (e morale) di pochi gradi, pena la disintegrazione. Di persone credenti, miti e rispettose dell’altro nella sua alterità ne conosco puttosto poche (la maggior parte stanno nei romanzi di Dostoevskji). La realtà circostante invece mi regala il sottosegretario Eugenia Roccella…

  13. sabato, maggio 7, 2011 at 11:17

    Sì Andrea, ho fiducia in un lento e progressivo cambiamento. Confido che ci siano intelligenze perspicaci anche dentro le tonache o i clergymen che comprendano quanto noi il problema che si combatte tra l’esigenza della razionalità della fede e quella di dover tener bastione allo sbaraccamento dei valori cristiani. Hai perfettamente ragione sul muro di gomma ed il sorrisino di sufficienza e superiorità che taluni ammantano come, appunto, avessere il filo rosso con Dio.

    L’ho provato emozionalmente anche io parlando con taluni degli errori ed orrori storici della Chiesa. Eppure, a leggere questa storia ed in particolare di certi cardinali e papi, vengono i brividi ed i fremiti, ma non possiamo dimenticare i tanti altri che hanno onorato l’intelligenza e la santificazione del Corpo Mistico. Non è casuale questa definizione perchè questo è un’insanabile punto. Essere credenti o no. Se lo si è, si concede credito e si spera. Cambia tutto il mondo interiore, appaiono nello scenario spirituale e morale, la Grazia e i Sacramenti.

    Ma c’è ancora una partita da vincere per continuare ad essere fiduciosi, non avere questa limitazione grottesca e idiota, la capacità di non essere fondamentalisti, di essere aperti alla novazione e al confronto, al ripensamento fenomenologico della fede, all’accoglimento di quella filosofia all’interno della teologia. Cosa che Betori ad esempio ha con sufficienza evitato di comprendere con la fenomenale De Monticelli… che qui saluto e vorrei abbracciare…

    Ma io ricordo altrettanto con grande simpatia padre Ernesto Balducci, così avversato e combattuto, non a caso da questi zucconi che non sanno ragionare con la loro testa. Ebbene, lui, morto, peccato, in un incidente d’auto vent’anni fa, era già avanti di cinquant’anni; basta andare a leggere la sua biografia e il suo vasto pensiero fertile di idee conciliative, aperte e progressiste. I fondamentalisti non lo potevano sopportare, lo additavano come un nemico. Questa è la comica finale di un cristianesimo puritano, falso e ipocrita; cristiani che arrivano anche ad odiare un proprio fratello in Cristo… non sono cristiani e si rivelano realmente per quel che sono… ovvero infedeli della sequela di Cristo.

    Con questi preamboli credo dunque di poter sperare nelle intelligenze che sempre vi saranno anche essendo minoritarie. Anche Ratzinger a proposito dell’infallibilità ha ammesso che non sempre vi sono le condizioni che questa si possa realizzare; l’essere nel comportamento è piuttosto simile all’andamento solenoide che a quello rettilineo-ascensionale, e forse in ritardo anche il papa si rende conto, senza tuttavia poterlo dire apertamente, che Pio IX, quello che all’occasione non aveva ben compreso che era un bene una Chiesa spoglia e povera, quello che fuggì impettito a Castel Sant’Angelo ed emanò il non expedit, quel giorno, quello della proclamazione del dogma dell’infallibilità, aveva un poco oltrepassato la soglia del libero arbitrio papale.

    Ora da lì credo possiamo solo scendere, certo non ci capiterà che una mattina ci sveglieremo con un altro dogma che dice che il papa può anche volare…Confido dunque nella Provvidenza, nell’intelligenza e nella progressione umana.

  14. sabato, maggio 7, 2011 at 14:19

    Chissà se un giovane scrittore ebreo può aggiungere qualcosa.

    IO NON HO FESTEGGIATO MA LA MORTE DI OSAMA PUO’ SANARE MOLTE FERITE.

    http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/05/06/io-non-ho-festeggiato-ma-la-morte.html

    «Ora, è difficile giudicare quelli che hanno celebrato la morte di Bin Laden. Posso dire che è un istinto che non mi appartiene ma mi esprimo con cautela: chi ha perso qualcuno che amava è diverso da uno studente ubriaco che vuol solo far casino. La morte di Osama ci solleva: ma questo è anche il momento di ricordare l’ enorme prezzo pagato per arrivarci.»

    e prima afferma

    «Bin Laden. Certo che era un essere malvagio e che il mondo sarà migliore senza di lui: ma penso che conoscere i dettagli farebbe la differenza. Immaginarlo mentre viene fuori con le mani alzate nel tentativo di arrendersi, e un soldato americano lo fa inginocchiare e gli spara alla nuca è una prospettiva di giustizia completamente diversa da quella di lui ucciso in uno scontro a fuoco. O da quella di un eventuale processo. Ma mi fido del senso di giustizia di Obama.»

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