L’Italia non è (più) una Repubblica fondata sul lavoro. Ma il Paese dove i giovani si estinguono tra bassi salari, scarse garanzie e protezioni familiari

lunedì, maggio 23, 2011
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Il mercato del lavoro deve aprirsi ai giovani. O i giovani al mercato del lavoro? In Spagna, con un tasso di disoccupazione giovanile arrivato a quota 41,6% nel 2010, i giovani che hanno smesso di cercare un impiego sono appena lo 0,5%. In Italia, l’ultimo studio del Censis li descrive nell’11,2% dei casi «non interessati a lavorare o a studiare». La questione è cruciale. Nessun filosofo dovrebbe ignorare i fondamentali della scienza e della storia dell’economia e del lavoro. Essi, infatti, obbligano a esercitarsi su questioni in apparenza tecniche, dietro le quali si nascondono però sia opzioni teoriche etiche e politiche d’ampio respiro sia soluzioni spicciole di piccolo (a volte piccolissimo) raggio ma di grande impatto sulle nostre vite.

Alcuni materiali di riflessione:

Un’occupazione sempre più precaria di Ugo Trivellato, da LaVoce.info

Ocse, Italia in fondo alla classifica dei salari, da Rassegna.it

Rapporto Istat: crisi, l’Italia va avanti con lentezza, da LaStampa.it

Censis, lavoro manuale per un giovane su tre, da Repubblica.it

Per aiutare i giovani tagliamo le loro tasse di Francesco Giavazzi, dal Corriere della Sera

Tutti i vantaggi del Contratto Unico del lavoro di Tito Boeri e Pietro Garibaldi, da LaVoce.info

Contratto unico? Illusorio, non si batte così la precarietà di Tiziano Treu, da Tizianotreu.org

I precari e l’inganno della flessibilità, intervista a Luciano Gallino, da Rassegna.it

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2 commenti a L’Italia non è (più) una Repubblica fondata sul lavoro. Ma il Paese dove i giovani si estinguono tra bassi salari, scarse garanzie e protezioni familiari

  1. giovedì, maggio 19, 2011 at 08:46

    Vorrei ringraziare Stefano per la ricchezza dei riferimenti e degli spunti per un grande tema di ricerca filosofica: IL LAVORO. Simone Weil diceva che la filosofia del “nostro” tempo (grande problema: il suo è ancora in qualche senso il nostro?) doveva essere una filosofia del lavoro – se mi passate l’imprecisione, è ovvio che è una generalizzazione impropria. Segnalo anche un recente articolo di Mario Ricciardi sul Riformista (credo sia facile trovarlo) sul perché il primo articolo della nostra Costituzione è ben lungi dall’essere obsoleto.

  2. Stefano Cardini
    giovedì, maggio 19, 2011 at 17:46

    Leggendo il commento di Roberta, m’è tornato alla mente il titolo di un libro di una decina di anni fa, scritto da un sociologo del lavoro, Aris Accornero: Era il secolo del lavoro. Lo stesso anno, ne lessi un altro curato da lui: Il popolo del 10%. Il boom del lavoro atipico. Il 10 per cento era il contributo allora versato all’Inps, di fatto a fondo perduto, dal lavoratore atipico. Lo ero anche io, ovvio, come la maggior parte dei miei coetanei. Accornero, che alle spalle aveva una storia di consulente dei sindacati, descriveva la parabola che nel ’900 aveva portato dal “lavoro” ai “lavori”: meno vincoli e più responsabilità, diceva in coro con molti altri, meno garanzie ma più creatività, e forse salario e libertà (per esempio d’orario, d’intrapresa ecc). Non è quello che sperimentai e certo non è quello che per lo più sperimentano i precari di oggi, giovani e meno giovani, disciplinati da una delle oltre 40 forme atipiche di lavoro nel frattempo introdotte. Dalla flessibilità in ingresso, d’altronde, a maggior ragione se resa strutturale, ci si attendeva più innovazione, più competitività, più crescita, più occupazione. Le cose sono andate diversamente. Certo, si può sempre dire che se non fosse stata introdotta, le cose sarebbero andate anche peggio. Ma le discussioni controfattuali sono difficili. E non ci dicono, comunque, come sarebbero andate le cose se prima di occuparci della deregulation del lavoro, per esempio, ci fossimo occupati di più e meglio delle regole della concorrenza tra imprese e tra professionisti e di come farle rispettare. Quel che è certo è che il nostro sistema produttivo, nel suo complesso, è invecchiato e ha perso terreno nonostante quasi venti anni di iniezioni di flessibilità nel lavoro, durante i quali in compenso il quadro sociale s’è frammentato in una forma oggi difficilmente ricomponibile (se in Sardegna i pastori sfilano accanto ai negozianti e agli operai contro Roma, leghista e ladrona…). La mia è soltanto un’opinione ricavata sul campo, per così dire; ma almeno nelle medie e grandi aziende italiane, se l’occupazione, giovanile e non, non cresce, è soprattutto perché, in mancanza di idee, spirito d’iniziativa, spirito di squadra, propensione al rischio e fiducia nel fatto che il mercato premierà i migliori e non chi si acquatterà nella propria nicchia, semplicemente non serve. Assumere per fare che, se non c’è crescita, né fiducia nella crescita, né fiducia che l’intrapresa, il rischio, il cambiamento saranno premiati a dispetto dell’immobilismo o del mobilismo apparente? Inoltre, l’occupazione non cresce perché nessuno più vigila più sull’applicazione delle leggi, a partire dai contratti atipici, sovente impropriamente applicati. Quando il lavoro serve, d’altronde, in mancanza di una visione manageriale che vada oltre la trimestrale, si predilige uno dei tanti contrattini a scadenza in circolazione, di cui ci si può liberare in qualunque momento. Il risultato è che sul lavoro s’insegna poco e male, s’impara poco e male, si fanno più o meno le stesse cose (più spesso meno) ma con una qualità sempre più scadente. La convinzione diffusa, infatti, è che investire nel saper fare non valga la pena, almeno fino a quando si possano salvaguardare utili e dividendi spremendo rendite e comprimendo i costi (blocco straordinari, licenziamenti più o meno sussidiati, prepensionamenti, delocalizzazioni, outsourcing, cessioni di rami d’azienda), e addottando contratti flessibili in tutti gli altri casi. Il punto è che il lavoro e il lavoratore sono sempre più ridotti a variabili totalmente dipendenti dalle aspettative di profitto, che oramai rispondono a una dinamica di brevissimo periodo, svincolata non soltanto da ogni idea di responsabilità sociale (ormai un relitto della manualistica economica e della retorica dei convegni d’impresa) ma da qualunque visione imprenditoriale. Si parla da tempo della società liquida, di cui il lavoro precario è una componente decisiva; ma spesso lo si fa quasi fosse un destino già compiuto, rovinoso o elettrizzante a seconda dei punti di vista. Mi chiedo se sia così. E che cosa, se non il lavoro, possa restituire consistenza sociale alle nostre vite.

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