Perché non è cosa da garantisti approvare la legge Mastella sulle intercettazioni

sabato, giugno 25, 2011
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Perché non è cosa da garantisti approvare la legge Mastella sulle intercettazioni

(apparso il 25 Giugno su “Il Fatto quotidiano”)

C’è un grande equivoco, che la parte più ambigua della classe politica e dirigente italiana sta alimentando, a rischio di disgustare di nuovo e irreversibilmente quelle centinaia di migliaia di persone, giovani soprattutto, che si erano appena riaffacciati all’impegno della partecipazione civile e politica. Non parlo del bell’ambientino dei ministri di questo governo, e neppure della banda allo sbando che puntella disperatamente le poltrone della legislatura, poche delle quali sono ancora a rischio perdita vitalizio. Parlo di uomini come D’Alema, Vietti, e molti altri, che  avranno la responsabilità storica terribile di aver ucciso la speranza di un riscatto morale e civile per via democratica, e di aver ricacciato nel qualunquismo dell’antipolitica la generazione che avrebbe potuto nutrire il rinnovamento.

Si dice: che le indagini si facciano, ma le intercettazioni non vengano pubblicate. Si aggiunge: perché non hanno rilevanza penale. Questo è un ragionamento palesemente incongruo, dato che non si può decidere per legge, e anticipatamente, che cosa ha rilevanza penale e che cosa no, e la legge semplicemente cancella tutta l’informazione, preventivamente, salvo permettere che arrivi quando avrà perduto ogni interesse, cioè a processi conclusi. Dunque l’argomento dell’irrilevanza penale è di per sé invalido. Ma ora supponiamo che davvero molte delle intercettazioni pubblicate non abbiano rilevanza penale. Quanti comportamenti per i quali esistono molti aggettivi, da “ignobili” a “mafiosi”, non hanno specifica rilevanza penale, semplicemente perché il legislatore presuppone rispettato l’ovvio limite della decenza? Ad esempio: che un Ministro della Repubblica  non prenda ordini da un condannato per truffa che non ha nessun titolo ufficiale per fornirli, che un Direttore di servizio pubblico non si faccia correggere le lettere aziendali da un qualunque occulto portavoce di interessi non pubblici, che chi è preposto alla nomina di esperti alla guida di aziende e servizi pubblici non sottostia ai ricatti o alle pressioni di chi dispone di armi di pressione e ricatto per far nominare invece suoi amici e parenti. Basterebbe rileggere qualche articolo della Costituzione, e non soltanto il celebre articolo 54 sulla disciplina e l’onore con cui i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle. Ad esempio tutto il Titolo III della Parte Seconda, dove fra i nove articoli che disciplinano le funzioni del Governo non se ne trova uno solo che preveda consiglieri occulti, revisori telefonici e informatori segreti degli umori e delle volontà del Capo.

Faccio un altro esempio. Anche nel sistema universitario dei concorsi non è affatto previsto come reato che i membri della commissione decidano al telefono chi sarà promosso in un dato concorso: perché ovviamente poi tutte le procedure concorsuali saranno seguite a puntino – e serviranno a rendere tutto “penalmente irrilevante”. Ora, magari lo specchio del cielo potesse rispecchiare e svergognare pubblicamente  le innumerevoli consorterie e “cordate” (questo è il termine tecnico) che hanno fatto tanto male all’Università italiana, dove i migliori lottano perché, a seguito di questo male, non vada semplicemente distrutto il sistema dell’insegnamento e della ricerca. Lo volesse il cielo, lo volesse Iddio. Quanto meglio si lavorerebbe, allora. E come è possibile che, dove le proporzioni del verminaio sono immensamente maggiori, e incomparabile  la gravità del male fatto alla cosa pubblica, si dica con convinzione e amore di verità che il verminaio va nascosto agli occhi del pubblico, e al giudizio dei cittadini? Vergogna.

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6 commenti a Perché non è cosa da garantisti approvare la legge Mastella sulle intercettazioni

  1. Fortunato Aprile
    sabato, giugno 25, 2011 at 11:35

    La richiesta di non pubblicazione delle intercettazioni potrebbe avere un qualche senso se quelle comunque già rese note non rivelassero l’esistenza di una modalità d’uso del potere all’interno delle istituzioni pubbliche che definire orgiastica e oscena è molto riduttivo. Proprio ciò che emerso e va emergendo dovrebbe consigliare a un Vietti che ha nella sua storia di provenienza politica personalità come De Gasperi e Aldo Moro una minore disponibilità a mettere sordine, oscuranti i campi percettivi della comunità. Si potrà qui osservare che proprio Moro si batté perché il partito di appartenenza non venisse processato per i vari scandali che lo vedevano coinvolto, ma a quella azione corrispondeva una poderosa iniziativa politica e di relazione interpartitica per la fuoriuscita dal declino etico in cui si era lasciato cadere un partito di ispirazione cristiana. Questo, al termine del suo coraggioso cammino lo vedrà soccombere proprio da quell’osceno modo di usare il potere di appartenenza pubblica di cui si sa ancora troppo poco. E la Comunità nazionale ha il diritto di sapere per poter esercitare il proprio ruolo di controllo. E che dire della prudenza o negligenza di D’Alema sulla stessa questione, dimentico di cosa farebbe oggi Enrico Berlinguer? E’ vero, Vietti e D’Alema svolgono un ruolo di grande responsabilità istituzionale e la prudenza è d’obbligo. Ma c’è un limite. La funzione di verità è di vitale importanza per la democrazia. Non ho grandi suggerimenti da dare sulla regolazione del problema della pubblicazione delle intercettazioni. Ma un fatto è certo: per dirla nei termine di Searle è che è mancante una imposizione intenzionale di funzione della intenzionalità collettiva. E questa intenzionalità è scritta nella Costituzione. Non è forse di questa colossale inadempienza che politici responsabili si dovrebbero fare seriamente carico?

  2. sabato, giugno 25, 2011 at 14:41

    Grazie a Fortunato Aprile per questo commento anche storicamente illuminante, almeno per i più giovani fra i frequentatori del nostro Lab. Appunto, la sua voce mi conferma in quello che volevo sostenere, cioè che è in vista del momento attuale e del grado raggiunto di depravazione del rapporto fra funzione pubblica e interessi privati (e non in un mondo ideale dove sarebbe ovvio che le conversazioni private non vanno rese pubbliche) che le prese di posizione di D’Alema (e purtroppo anche Bersani ieri, spero le ridimensioni oggi) sono di un’irresponsabilità a mio avviso enorme. Il fiore delicato di una fiducia che stava rinascendo, soprattutto nei più giovani, nella possibilità dei movimenti di società civile di trovare una rappresentanza politica: come non si avvedono, costoro, che lo stanno schiacciando sotto i piedi?
    Quanto al suggerimento searliano: io credo che più che la funzione di status “Costituzione”, mai veramente “accettata” o “riconosciuta”, vada forse indagato il concetto di Background o insieme dei presupposti taciti di ogni normazione. La gente che oggi dice che molti comportamenti non hanno rilevanza penale evidentemente non si rende conto che le norme penali funzionano come tali solo sullo sfondo di un sapere implicito che non può a sua volta essere esplicitato, almeno non all’infinito: o dovremmo forse prescrivere a un ministro di non prendere ordini da un faccendiere? Sarebbe come scrivere un divieto di mettere gli escrementi nel dolce, o di tagliare la torta con la falciatrice. Nessuna norma di culinaria o di giardinaggio contiene queste prescrizioni, perché il modo giusto di “seguire una regola” è ovviamente presupposto!

  3. Nicola Morra
    sabato, giugno 25, 2011 at 17:00

    Purtroppo, anche queste aperture verso una misura oggi più che inopportuna, repressiva del formarsi di un’opinione pubblica che vien addomesticata con un’informazione servile ed ipocrita, dimostrano come sia necessario un ricambio culturale, etico, e, aggiungerei, generazionale, delle nostre classi dirigenti, politiche e non. D’Alema, Bersani, Vietti e gli altri, fossero onesti e trasparenti, non dovrebbero temere nel salvaguardare, specie in questo momento, un diritto alla verità che sarebbe oltremodo compromesso, nel caso il Potere riuscisse nel suo intento. Però, non lo contrastano questo Potere, anzi, lo blandiscono, lo convincono che anche loro son dalla sua parte, che insieme si deve pensare e determinare il provvedimento. Si può lecitamente pensare che, seppur in maniera diversa, siano espressioni della stessa concezione del Potere, della Politica? e certamente non di quella democratica, che sappia tutelare il diritto che tutti gli individui hanno di poter fiorire al meglio delle loro potenzialità, delle loro vocazioni… Qui in Calabria, ma credo anche in tante altre parti del Sud e del nostro paese, è normale, oltre che frequentissimo, assistere a traghettamenti di politici-mestieranti da un fronte ad un altro, a dimostrazione che i fronti “contrapposti” esistono solo nello scenario mentale di chi è ancora convinto della necessità di porre una linea di demarcazione fra il giusto ed il non, fra il lecito ed il non, fra il corretto ed il non. E D’alema, Bersani, lo stesso Vietti, non sono forse politici di professione, nel senso peggiore dell’accezione? Qui è una casta che si sta chiudendo a chiusura dei suoi privilegi, della sua capacità di infrangere le norme senza conseguenze… o la società civile – e soprattutto i giovani – lo capisce, e realizza una vera rivoluzione dell’indignazione che si fa consapevolezza ed azione coerente ed efficace, o se no ci troveremo in condizioni ancor più scabrose, con Benigni e Grillo cui verrà negata la possibilità di far ironia sul potere (e forse è questa l’ultima forma di dissenso che oggi è permessa).

  4. Giacomo Costa
    lunedì, giugno 27, 2011 at 15:49

    Si potrebbe considerare che debba vigere il seguente principio:
    chiunque partecipi, a qualunque titolo, alla gestione della cosa pubblica ha gli stessi obblighi di trasparenza di chi vi partecipa a titolo pienamente legittimo.
    L’eminenza grigia è una figura dell’Ancien Regime.

  5. Andrea Zhok
    lunedì, giugno 27, 2011 at 16:33

    Beh, questa non è nient’altro che l’idea anglosassone della Lobby istituzionalizzata: ogni pressione è legittima, purché sia fatta alla luce del sole e seguendo regole pubblicamente accettate.

  6. Fortunato Aprile
    mercoledì, giugno 29, 2011 at 10:38

    Vorrei riprendere il discorso implicato nel mio intervento del 25 giugno, alla luce del rilievo giustamente posto dalla Prof. De Monticelli, che peraltro ringrazio per gli aspetti di apprezzamento. La preoccupazione che la Prof. Roberta De Monticelli esprime per le sorti di quelle nuove generazioni che si stanno affacciando all’impegno, quel fiore delicato di una fiducia che stava rinascendo, come definisce in forma poetica una condizione, ci richiama a una maggiore accortezza nell’uso di determinate espressioni. E di questo va tenuto conto. Non fosse che per la speranza che se i D’Alema e i Vietti rischiano di deludere, non deludono persone che non si stancano di tenerci desti. Come fanno le De Monticelli, i Cacciari e, in verità, poche altre personalità. Visto che moltissimi intellettuali risultano ormai rintanati nelle loro sicure cattedre, giulivi custodi di ortodossie non sorte dalle proprie ricerche ma dall’assunzione di teorie elaborate altrove, quasi sempre nei laboratori statunitensi. Sennò, come si può giustificare una così grave caduta etica nell’esercizio della cosa pubblica, senza una immensa fuga dalla missione del dotto da parte di intere classi di intellettuali?

    E, tuttavia, si va affacciando alla ribalta della comunicazione culturale un esercito di giovani ricercatori, i quali –quando viene loro dato un minimo di spazio nei Convegni da interessati cattedratici per necessità di utilizzo delle loro scoperte- si rivelano come nuovi possenti intellettuali, ricchi di umiltà e di scientificità cogitante. Forse saranno questi a salvarci dalla catastrofe, con quelle masse di giovani che si stanno avvicinando all’impegno, e che Roberta De Monticelli vorrebbe salvaguardare dalla disillusione che avanza, dopo una stagione di speranza che si spera non esaurita, né esauribile. Perché vi sono poche ragioni, invece, per sperare che quella intellettualità che fruisce dei beni sicuri nell’esercizio del pubblico servizio, possa scendere, salire, alla responsabilità dell’impegno politico, sia pure pro-tempore.

    Allora, per restare sul terreno empirico, far derivare dalla Costituzione una teoria dei fatti istituzionali può essere espressione corretta, ma resta cosa sostanzialmente astratta. Di questo do atto alla Prof. De Monticelli, essendo sottintesa la vigenza dei presupposti taciti della normazione di riferimento.
    Così era per le persone per bene che accedevano al servizio della cosa pubblica dopo un faticoso apprendistato. Ma nella società di massa, in cui quei presupposti sono continuamente resi vani, invalidati dalle mete sussunte dai modelli di successo formale, è carente o non vige, se non in forma del tutto casuale, una ontologia dei fatti istituzionali. Così Searle, in un suo vecchio studio, apparso da Einaudi nel 2006, trattando La costruzione della realtà sociale insiste sull’avvento di una teoria dei fatti istituzionali che renda noto e diffuso lo status di un sistema di demarcatori. In altri termini, si può dire che quei vincoli, anche se prodotti come tali, non hanno il supporto di quel sistema di demarcazione che intenzionalmente generi funzioni agentive, collettivamente condivise. Non a caso l’imposizione collettiva di funzione, laddove la funzione può essere svolta solo in virtù dell’accordo o dell’accettazione collettiva, è un elemento cruciale nella creazione dei fatti istituzionali. Questi devono prevedere l’istituirsi di una cooperazione umana continuata nelle forme specifiche dell’identificazione, dell’accettazione e del riconoscimento di un nuovo status a cui è assegnata una funzione. Giustamente, la Prof. De Monticelli avverte che questo deve avvenire sullo sfondo di un sapere implicito che non può a sua volta essere esplicitato, almeno non all’infinito. Perché, sennò, non se ne esce più. Perfettamente condivisibile. Vorrei osservare, però, dalla prospettiva del critico dell’educazione per come si va svolgendo, che i processi formativi dovrebbero concludersi, nelle istituzioni proprie, con una sicura dotazione strumentale e intellettuale che si costituisca in una ermeneutica dei fatti istituzionali e della percezione dei vincoli etici connessi, a cui non è possibile derogare se non facendosi carico delle conseguenze delle inadempienze. Ma questo non avviene, se non in quelle precarie forme ideologizzate della cosiddetta educazione alla legalità.

    Allora è bene ritornare all’ipotesi di quella formazione di una intenzionalità collettiva quale esito di processi interpretativi che producano una condivisa assegnazione di significato ai vincoli che –ricordo- dall’ottica formativa riguardano finalità istituzionali e i sistemi di valore implicati.
    Questo tipo di assegnazione crea un fatto nuovo, un fatto istituzionale, un fatto nuovo creato dall’accordo umano. Si comprende che quell’ imposizione intenzionale non riveste alcun carattere vessatorio, di limitazione dei gradi di libertà degli agenti. Semmai precisano il dominio di pertinenza nel quale si deve esercitare la libertà culturale e tecnica degli interpretanti. Perché queste condizioni non sono usualmente rispettate, a partire dalle stesse istituzioni? Per Searle è perché per la maggior parte delle istituzioni noi siamo educati in una cultura in cui diamo l’istituzione per scontata. Non abbiamo bisogno di essere consapevoli della sua ontologia.

    Così, su un’architettura di erronee credenze, si costituisce un sistema sociale in cui i cittadini tendono a giustificare le proprie opzioni con costruzioni lasche e auto assolutorie. La speranza, per quanto riguarda il ruolo dell’educazione, è nell’opzione neurofenomenologica di Francisco Varela, da cui è possibile far derivare una didattica enattiva, cioè a fondazione etica . Ma questo è un altro discorso. Per ora, mi associo al grido di: Vergogna!, ove si volesse limitare l’esercizio dei doveri della Magistratura , dei diritti della Stampa e, insieme, del Cittadino.

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