I fenicotteri del San Raffaele

venerdì, luglio 22, 2011
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Apparso su “Il Fatto Quotidiano” del 21 Luglio

I fenicotteri…o erano gru? Strani animali alati, non sai se angelici o mostruosi: la prima immagine che mi colpì, mentre attraversavo il giardino della “Cascina”, la dimora di don Luigi e della cerchia più stretta e antica delle collaboratrici dell’Opera san Raffaele, cresciute alla scuola di don Verzé e poi entrate nell’ordine dei Sigilli, per consacrare la loro vita all’Opera e al Fondatore. Era la prima volta che ci mettevo piede: ero appena stata chiamata da Ginevra a insegnare Filosofia della persona alla nuova facoltà, fondata e diretta da Massimo Cacciari per volontà di don Luigi. La neonata facoltà di Filosofia era il vertice di quella sorta di trinità scientifico-umanistica che don Verzé aveva sognato, fondandola buona ultima dopo le facoltà di Medicina e di Psicologia: così che  i  rispettivi ambiti di ricerca – il Corpo, L’Anima, l’Intelletto o lo Spirito – rispondessero ciascuno a un aspetto della domanda del Salmo: “Che cosa è l’uomo – nell’immensità del cosmo?” La domanda di cui è simbolo anche l’Uomo vitruviano che nel logo del San Raffaele compare. Appresi tutto questo, allora, con meraviglia e ammirazione. I programmi di insegnamento, scritti da Cacciari, erano molto belli e nuovi, con due pilastri – il greco e la civiltà filosofica antica da un lato, la logica dall’altro – a reggere rispettivamente l’arcata umanistica e quella scientifica del ponte che doveva collegare le due rive della nostra civiltà, la grande tradizione contemplativa e la ricerca che non conosce limiti, la sapienza e la scienza. Ma poi, anche, la vocazione pratica e quella empirica della ragione: con corsi di politica, diritto, economia e, naturalmente, etica e bioetica da una parte, insegnamenti di biologia, fisica, matematica e linguistica per filosofi dall’altra, e una brillante scuola di filosofia analitica in mezzo, a dimostrare che l’anima e l’esattezza possono felicemente sposarsi. E dar luogo al “pensiero concreto” – la formula di Cacciari che riassumeva la grande e bellissima ambizione di essere un modello di possibile riforma dell’organizzazione degli studi universitari, e in particolare di quelli di filosofia. Davvero una formazione capace di ridare all’intelligenza il  ruolo direttivo, di sentinella critica ma anche di progettatrice di nuove forme – di vita e di civiltà, che da troppo tempo l’intelligenza ha perso, soprattutto in questo nostro infelice Paese. Ora – e mi rivolgo ai più giovani lettori di questo giornale – la prima cosa da fare è non parlare al passato di questa ambizione. La cosa che fu allora creata c’è ancora. Vi insegnano  molti innovatori, da Edoardo Boncinelli a Vito Mancuso, e poi studiosi, pensatori e ricercatori internazionalmente noti, come Giovanni Reale o Emanuele Severino, lo stesso Cacciari, un linguista come Andrea Moro, un genetista come Cavalli Sforza, vi hanno insegnato protagonisti della società civile e della spiritualità, da Guido Rossi a Enzo Bianchi. Spetta anzitutto a chi vi insegnerà e a chi vi studierà fare in modo che questo luogo di libera ricerca e libero insegnamento continui a fiorire e dar frutti, secondo la più limpida verità che mai logico abbia affermato: “Il pensiero non ha padrone” (G. Frege).

Questo della libertà è davvero un principio  non negoziabile che ogni frequentatore dell’Ateneo ha sovente sentito ripetere a don Verzé – il quale citava forse il Cardinal Martini: “Non ho bisogno di credenti, ma di pensanti”. Io glielo sentìi dire allora, in quella sala dalle finestre affacciate sul giardino dei fenicotteri, o gru che fossero: e non solo gliene sono ancora oggi profondamente grata, ma ho sempre applicato alla lettera questo principio anche nelle relazioni interne alla vita dell’università, che credo debbano essere ispirate – su tutte le questioni che riguardano i suoi docenti, nessuna esclusa –  alla più assoluta trasparenza e parresìa, anche quando questo impegno ci induca a esprimere posizioni radicalmente critiche. Molte cose si dicono in questi giorni tragici su don Verzé, visionario manager di Dio. Ma quest’una non ho veduto scritta: che da lui non veniva, ne posso ben testimoniare, alcun invito a quella disponibilità a compiacere e obbedire che è nel caso migliore devozione, e nel caso peggiore servitù volontaria. Quella che prima o poi porta alla rovina tutte le autocrazie, anche le più illuminate. Infatti la critica anche aspra è sommamente necessaria alle grandi visioni, perché queste conservino quel rapporto con la realtà senza il quale non sarebbero grandi. Un pensiero che di fronte al gesto disperato di Mario Cal torna alla mente, insieme con lo sgomento e la pietà: tragico davvero il destino degli uomini devoti, quando hanno – forse – riposto in un uomo una fede e un’adorazione alle quali solo un Dio – ma non un uomo – saprebbe forse rendere giustizia. E mi è tornato allora alla mente, in questi giorni, anche il ricordo di quegli strani animali angelici o mostruosi, i fenicotteri della Cascina. Due possibilità in un essere. Come l’intreccio di bene e di male che Agostino dice inerire necessariamente alla Città Terrena, e dunque anche in questa istituzione: che ha portato la ricerca e la clinica italiana a vette di eccellenza mondiale, e che perfino alla filosofia ha consentito fossero aperte le nuove, fertili vie della ricerca naturale oltre che morale. Ma che ha forse oscure origini, e affonda radici in terreni fangosi. Il vero male, scrive Simone Weil, è la mescolanza del bene e del male. Credo sia vero solo in questo senso, che ciascuno debba esser pronto a distinguere il bene dal male nel suo qui ed ora, e a chieder ragione del male. Come qualcuno di noi ha provato a fare, chiedendo ragione della nomina di un condannato in secondo grado per turbativa d’asta (Giuseppe Profiti) fra coloro che sono chiamati a risanare la Fondazione. Ma come, soprattutto, ciascuno di noi dovrà fare nella fedeltà a quel non negoziabile principio di libertà che don Verzé aveva enunciato e finora difeso nella ricerca e nella clinica: in questo principio è il vero e impagabile bene che il San Raffaele ha portato al Paese e al mondo. Minarlo in questo principio vitale sarebbe peggio che ucciderlo, il grande angelo: sarebbe farne un mostro.

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3 commenti a I fenicotteri del San Raffaele

  1. venerdì, luglio 22, 2011 at 10:16

    Bell’articolo, Roberta.
    Ci sarebbe da scrivere un intero libro (o una serie di libri) su questa tua frase: “Il vero male, scrive Simone Weil, è la mescolanza del bene e del male. Credo sia vero solo in questo senso, che ciascuno debba esser pronto a distinguere il bene dal male nel suo qui ed ora, e a chieder ragione del male”.
    Anch’io, interpreto l’affermazione di Weil come un invito appassionato a non mentire a se stessi. Il che non significa che una condizione di totale trasparenza sia davvero accessibile e (forse nemmeno auspicabile) per le creature che noi siamo.
    Come appendice estiva alle nostre discussioni infinite su “moralità e dintorni” volevo suggerire a tutti la lettura di questo saggio del 1998 di Thomas Nagel, che secondo me non ha ancora ricevuto l’attenzione che merita, e che da mesi aleggia tra i miei pensieri: http://www.nyu.edu/gsas/dept/philo/faculty/nagel/papers/exposure.html .
    Il delicato equilibrio tra “concealment and exposure” potrebbe essere persino il tema di una Winter o Summer School. Che ne dite: c’è qualche possibilità di portare Nagel in Italia in futuro?

  2. Corrada Cardini
    lunedì, luglio 25, 2011 at 19:52

    Davvero bello… c’è poesia nel suo modo di riflettere e argomentare… non cadremo dunque nella tentazione di buttare fango su San Raffaele se non per il modo irresponsabile e disonesto in cui è stato gestito da chi lo amministrava… ma non dimentichiamo che stiamo parlando di un mondo di privilegiati, di potenti e amici di potenti… Di una casta di intellettuali e scienziati che poco, temo, sanno o sentono del mondo che sta in basso… ma nei confronti dei quali si hanno gravissime responsabilità… morali e non solo… Don Verzé era a capo di un olimpo di dei e semidei senza compassione per l’uomo qualunque e compiacenti versi i vizi dei potenti. Don Verzè non mi piace… Il rispetto che aveva e ha per i suoi collaboratori era ed è dovuto… non facciamone un motivo particolare di elogio.

  3. martedì, luglio 26, 2011 at 00:20

    Cara Corrada, non ho scritto quell’articolo per difendere il San Raffaele, ma per dire due cose che forse non ho espresso abbastanza chiaramente. 1. Che se infine il San Raffaele è stato portato al fallimento, grandissima parte della colpa è in quegli uomini e donne che non hanno agito da persone libere, ma o per servitù o per devozione non hanno esercitato le virtù di un uomo libero, che sono la critica, la capacità di dire no e la perfetta trasparenza. Senza questo contributo qualunque visionario pur grande perde il contatto con la realtà e finisce in rovina. 2. Che se il soccorso del Vaticano è finalizzato a spegnere quella libertà di clinica e ricerca che ha fatto l’eccellenza del San Raffaele, allora mille volte meglio sarebbe che il San Raffaele perisca del tutto. Mille volte meglio che sopravvivere perdendo la libertà non solo della ricerca biomedica e della clinica, ma anche delle posizioni e delle pratiche bioetiche.

    Ci sarebbe stato un terzo punto, e cioè l’origine oscura del capitale che diede inizio al San Raffaele e lo alimentò in seguito. Ma questa è ormai storia giudiziaria e si intreccia con la storia di questo sventurato Paese, divorato dal cancro della corruzione, dell’illegalità e delle mafie, e negli ultimi venti-trent’anni spolpato della sua sostanza morale e civile oltre che rapinato nei suoi beni comuni, nelle sue risorse di bellezza e di memoria, nel presente e nel futuro della sua gioventù. Di questa storia come delle altre sapremo, e fino all’ultimo respiro non ci resterà che agire per cooperare a riscattare noi stessi e questa nazione dalla vergogna senza fine in cui una classe politica criminale continua a farla affondare. San Raffaele, o no: quella che sta affondando nella nostra beata indifferenza, è l’Italia. E con essa, quasi tutto ciò che abbiamo. La lingua, il paesaggio, la memoria, la cultura. E forse anche quel poco di ricerca che ci restava.

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