Un forum per l’altra Italia. Per salvare la nostra Patria dalla nostra indifferenza

sabato, agosto 6, 2011
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L’Italia affonda nell’indifferenza degli italiani. Indifferenza per disperazione, per rassegnazione, per sfiducia, o perché tutto si ferma per le vacanze. Ma con l’Italia, affonda tutto ciò che abbiamo. La lingua, il paesaggio, la memoria, la cultura, la ricerca, il lavoro, il presente, il futuro, la speranza. Lo vedete il nostro paesaggio svenduto a pezzi alla speculazione edilizia selvaggia – quasi ovunque di radice mafiosa – all’occupazione e cementificazione dei litorali, al faraonico delirio di schiantare intere vallate e montagne senza un solo argomento ragionevole, alla penetrazione violenta delle autostrade più inutili nel cuore dei più incantevoli paesaggi storici, invidiatici da tutto il mondo. Ed era, tutto questo, il residuo, fragile patrimonio che potevamo sperare di lasciare in eredità ai nostri figli, perché desse frutto di intelligenza, nuova bellezza, oneste professioni.

La sentite, umiliata ogni giorno nel gergo patibolare dei delinquenti che trafficano i loro sporchi affari nelle aule del parlamento e nelle selve di governo e sottogoverno, la lingua di Dante e di Galileo, di Montale e di Pasolini. Umiliata nei rutti e nei barriti di ministri che sputano sulla bandiera e sulla Costituzione, o dei loro tirapiedi razzisti e nazisti, ma anche negli svarioni di un ministro dell’Istruzione che non sa declinare al plurale le parole difficili. E lingua, cultura, memoria erano il nostro tesoro di speranza per la necessaria riconversione postindustriale a un’economia della conoscenza: meglio chiudere le scuole, invece, e affamare le università, così saremo tutti uguali. Lo vedete, lo straccio di una speranza di occupazione dignitosa e onesta per i giovani che hanno oggi venti, trenta, quarant’anni – sfumare sempre più lontano nel nulla, mentre le puttanelle del re occupano gli scranni dei parlamenti europei e regionali e i figli dei vicerè pure, ancorché deficienti.

La vedete, la farsa tragica della legge allunga-processi, che potrebbe provocare da sola una rivolta nelle carceri e una sequela di atti disperati da parte di tutte le vittime del crimine. Lo sapete, che nessuno che sia ridotto all’impotenza fisica o mentale potrà mai più morire come gli è dato, ma solo come vuole il cardinal Bagnasco o il papa. La questione morale, che trent’anni fa fu denunciata come – anche – patologia della politica, è divenuta la sua fisiologia. Il ceto politico oggi è un insieme di negoziatori di interessi locali, lobbistici, corporativi, quando va bene. E di ruffiani che organizzano il ladrocinio di beni pubblici, di risorse comuni, di denaro nostro da parte di privati, o gli scambi e le trattative con le mafie, quando va male, cioè quasi sempre. Possiamo sperare fino in fondo che alcuni siano migliori di altri, che nell’opposizione ci sia chi difende questa speranza. Ma anche questa, ce la uccidono col dire “basta fango”, esattamente come gli altri, quando la loro corruzione viene alla luce. E dopo averci uccisa la speranza, ci danno dei qualunquisti. Come se qualunquisti fossero quelli che si svegliano dolorosamente alla propria corresponsabilità, fatta di silenzio e attesa, e non gli indifferenti. L’indignazione squarcia il velo, e fa irrompere il dolore di sapere e la rabbia per l’impunità dei delinquenti.

Ma l’ignorare è spesso l’impunità che accordiamo a noi stessi.

Come ha fatto, infatti, la patologia a diventare fisiologia della politica? Attraverso il progressivo ottundersi di una, dieci, mille, milioni di coscienze, le nostre. Abbiamo appreso da Roberto Saviano (la Repubblica, 28/7) che il governo americano ha appena definito ufficialmente la camorra come “una delle quattro organizzazioni criminali più pericolose per l’interesse nazionale degli Stati Uniti”. Noi invece l’abbiamo sotto casa in tutte le nostre città, e facciamo finta di non vederla. Sappiamo con certezza delle sue collusioni con chi ha responsabilità di governo, e continuiamo a ignorarle.

L’indifferenza è rimozione e in ultima analisi vera complicità con tutta l’ingiustizia. Anche quella grandissima che l’opposizione oggi compie non raccogliendo la richiesta pressante, che sale da una grande parte degli italiani, di dar voce e rappresentanza politica alla loro volontà di riscatto morale e civile, di rinnovamento – e di una nuova Repubblica, infine, libera da tutta la vergogna e l’impotenza in cui vent’anni di questa politica ci hanno sprofondato. Cosa avete fatto della nostra speranza, che cosa ne state facendo? Della speranza che soffiava con il vento nuovo di Milano, di Napoli, di Cagliari, dei referendum sui beni comuni e contro l’abolizione della giustizia uguale per tutti. Non ci resta che riprendercela, questa speranza, per farne alimento e anima di nuova intelligenza. Un brontolio di tuono corre per la rete, ma ancora non esplode nella tempesta di sdegno civile che i tempi chiamano.

Ma questo è bene. Il brontolio deve non solo crescere, ma farsi dibattito, e proposta, e chiarezza di indicazioni minimali condivise per un programma di rinascita cui forse, alla fine, potranno anche associarsi volti nuovi, mani pulite, orecchie capaci di ascoltare e vere, eccellenti competenze specifiche: insomma le persone che ci vorranno per rinnovare la politica, e la nostra speranza. A questo lavorio di pensiero e di confronto preliminare e senza più steccati, che potrà con l’autunno dare frutto maturo, chiama l’appello a far vivere fin d’ora un Forum per il programma di governo dell’Altra Italia, rivolto ai diversi gruppi, comitati, club, singoli individui (e anche istanze di base dei partiti) che hanno in tutti questi anni tenuto deste le nostre coscienze. L’appello, già presente in numerosi siti, verrà ripreso nei prossimi giorni anche da quello di questo giornale. Che la discussione cominci!

articolo pubblicato su Il fatto quotidiano il 5 agosto 2011

14 commenti a Un forum per l’altra Italia. Per salvare la nostra Patria dalla nostra indifferenza

  1. Claudio
    sabato, agosto 6, 2011 at 14:40

    Ad essere sincero,sono molto pessimista,ma essere pessimista mel mio caso non significa affatto rimanere inerti,pigri,ma bensì essere consapevoli di quello che sta accadendo e nel contempo subire la delusione cocente del fatto che ancora oggi,nonostante i movimenti civili sorti spontaneamente per difendere taluni diritti,la politica (sia a dx che a sx) non riesca a fare nulla,ma proprio nulla,anzi,continua imperterrita a dare mazzate (non ultima quella relativa al testamento biologico che probabilmente diventerà presto legge,una legge definita una volta da alcuni bioetici legge del “sondino di stato”),ma si sa,la speranza è sempre l’ultima a morire,ben vengano certe iniziative come quella relativa al Forum,spero sempre che le iniziative di sensibilizzazione popolare un giorno riescano finalmente a raddrizzare le cose,sempre che nel frattempo ulteriori crisi economiche non sfracellano le residue forze (ieri,se ricordo bene,siamo arrivati allo spread di 412 punti,e il limite per il default,sempre se non erro,è di circa 700)

    Con stima

  2. Fortunato Aprile
    domenica, agosto 7, 2011 at 10:03

    Nessun pessimismo e avanti. Sulle bianche strade (di internet-) con le giovani masse corre la rivolta. Una eco di un poeta dimenticato come Miklos Radnoty. La rivolta delle coscienze. Ma trattasi di pure avanguardie, statisticamente prevedibili. Vent’anni di malgoverno hanno determinato un altro ventennio, senza che nel frattempo si costituissero e agissero adeguatamente forme resistenziali. Tuttavia, credo anch’io con Roberta De Monticelli che sia possibile scrollarsi di dosso questa indecente classe di governo dalle tresche più ignobili e dai rutti e barriti di ministri che sputano sulla bandiera. Paradossalmente, la perdita di prestigio internazionale del nostro Paese aiuta. E poi? Per avere coscienze deste che non attendano ventenni ogni periodo per togliersi il disonore dalla faccia, occorre ricostruire un sistema scolastico non ideologicamente connotato. Ma che formi coscienze critiche nell’autonomia e indipendenza di giudizio. Se si costituisce un Forum di liberazione, si pensi anche a una sezione che provi a far chiarezza su questo tema. Diversamente, ci ritroveremo periodicamente a scandalizzarci e a sentire dolore per le cose belle del nostro paese che vanno in malora, invece di vedere cosa fare per andare avanti sulla strada di diritti negati.
    Dunque, sulle bianche strade della speranza corra la rivolta!
    Fortunato Aprile

  3. Carla Poncina
    domenica, agosto 7, 2011 at 17:53

    Nessuno crede più che la storia possa insegnare alcunché, e tuttavia come ogni persona è definita dal suo passato, così ogni Paese conserva caratteri segnati dalla sua storia. L’Italia ne ha una lunghissima relativamente a lingua, cultura, società, una assai più breve come Nazione unita. Dalla conoscenza delle vicende del nostro Paese si possono ricavare due precise indicazioni: L’Italia è stata prima “fatta” (Risorgimento), poi salvata e ricostruita dopo le nefandezze del fascismo (Resistenza) da minoranze straordinarie, che hanno saputo coinvolgere, quando tutto sembrava perduto e irrealizzabile, una larga parte del Paese. Nel Risorgimento come nella Resistenza sono state centinaia di migliaia gli uomini che, a partire da piccolissime avanguardie per lo più intellettuali, si sono uniti in una lotta strenua per il Bene Comune. Siamo ridotti così male che parlare dei loro incredibili sacrifici sembra oggi semplice retorica, e questo è un enorme danno che una scuola abbandonata al degrado e l’incultura televisiva di massa hanno prodotto, immiserendo culturalmente e moralmente il Paese ben più di quanto non fosse accaduto durante il fascismo.
    Durante il ventennio infatti la sopravvivenza di una antica cultura contadina, in molti casi candidamente cristiana, e una scuola d’élite assai più profondamente umanistica che fascista, plasmarono quella straordinaria gioventù che dette avvio alla lotta partigiana. Non è stato il troppo citato “Stellone d’Italia” a regalarci l’Unità prima, la Repubblica democratica poi, ma il “pensiero e l’azione” di un’ampia, straordinaria minoranza di uomini intelligenti e generosi.
    Questa troppo lunga premessa solo per dire che se oggi ci troviamo ad un passo dal disastro non solo economico, ma politico e morale, a cospetto della classe politica più ignorante, corrotta, volgare e impresentabile mai conosciuta nella nostra storia, peggiore addirittura di quella fascista che possedeva un minimo senso, seppure distorto, dello Stato, possiamo trovare anche nelle vicende del nostro passato la sollecitazione a lottare, contando sull’esistenza di minoranze in grado di dar voce all’indignazione e non solo, di lottare per cacciare coloro che oscenamente hanno preteso di rappresentarci.
    Si potrà, agendo insieme, ridare dignità prima ancora che serena tranquillità agli italiani.
    Può sembrare un obiettivo impossibile per un paese che Berlusconi e i suoi molti, insaziabili servi hanno reso lo zimbello delle nazioni civili, ma le ultime amministrative e il referendum dei mesi scorsi dimostrano che possiamo farcela. E’ già successo in passato, può accadere ancora.
    Negli anni immediatamente precedenti il Risorgimento l’Italia era detta “Paese dei morti” (Lamartine). Nel giro di pochissimi anni i patrioti italiani divennero il modello di chiunque, in Europa come in America, lottasse per la libertà. Allo stesso modo dopo vent’anni di umiliazione fascista i partigiani italiani, negli anni 1943-1945, dettero vita ad una lotta tra le più decise, sanguinose e partecipate contro i nazi-fascisti. Anche da queste memorie possiamo trarre forza, e dalla nostra tradizione letteraria quasi smarrita: “A egregie cose i forti animi accendono…”
    Ben venga quindi l’appello a salvare la nostra Patria, combattendo l’indifferenza, lo sconforto, l’incapacità di progettare il futuro che costituiscono l’ostacolo più insidioso.
    Spero risponderemo in moltissimi all’appello di Airaudo, Flores d’Arcais, De Monticelli, don Gallo, Hack, Spinelli. E’ non solo possibile ma doveroso dar seguito al loro grido.
    Tra chi già è già impegnato in politica ci sono figure che fanno sperare, come il giovane, nuovo sindaco di Cagliari Massimo Zedda, così “risorgimentale” anche nell’aspetto. Non posso pensare che egli costituisca un unicum in Italia. Ce ne sono certo altri come lui, che aspettano solo sia dato loro spazio. E questo impulso a far emergere i migliori deve venire da ogni angolo del Paese: dalla Val di Susa alla Sicilia. Ovunque ci sono politici e amministratori ladri e senza vergogna, ci sono pure cittadini indignati e pronti alla lotta. Se resisteremo alla tentazione di girarci dall’altra parte sarà possibile salvare ancora una volta il nostro Paese dalla rovina. Ci conforti la consapevolezza dell’assoluta inconsistenza morale, intellettuale, “umana” di coloro che governano oggi indegnamente l’Italia e per salvare se stessi sono disposti a condividere il potere con ogni tipo di mafie.

  4. Federico Bancheri
    domenica, agosto 7, 2011 at 21:41

    È davvero dura doversi rialzare dopo aver creduto a (quasi) vent’anni di battaglie civili: attraverso forum e manifestazioni di piazza. Ritengo di far parte di un popolo (come tutto quello “mediterraneo”) che non crede più alla lotta violenta o peggio ancora con le armi: troppe guerre hanno dimostrato la loro totale inconsistenza brutalità ed inutilità. per cui per vent’anni io assieme a centinaia di migliaia di persone ho creduto ad iniziative simili alla presente, intervenendo attivamente sia nei forum che nelle piazze, ma anche tentanto di partecipare alla politica attiva (nella mia città a udine): in particolar modo ad una vecchia elezione del sindaco, partecipando dalla parte così detta progressista: naturalmente il risultato è agli occhi di tutti: tutte le mie speranze vennero sempre bruciate sul nascere. ed oggi ci troviamo in questa tragica situazione. mi rendo conto che mollare “ora” sia autolesionista, ma sarà davvero difficile per me a cinquant’anni credere ancora in simili iniziative.I miei maestri di resistenza furono persone quali luigi nono (sempre ripianto), bruno maderna, leonardo sciascia, Piepaolo Pasolini, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, solo per citare i primi che mi vengono alla mente: ebbene a cosa è servito il loro lottare? tutte le speranze di queste illustri persone dove sono confluite, cosa hanno insegnato a noi, popolo italiano? quale concetto di libertà e democrazia ci è arrivato se ci troviamo in questa situazione? So che vado contro i principi filosofici della prof. De Monticelli, ma ritengo a questo punto che certi eventi storici vadano oltre la comprensione della persona, eventi come questi ci avvicinano incredibilmente al periodo pre bellico: tutti i senzienti vedevano la catastrofe imminente, ma non poterono nulla contro la sottilissima nebbia che accecava le società che allora si pensava più civili al mondo.

  5. mercoledì, agosto 10, 2011 at 09:34

    Credo che il vero nodo da risolvere sia quello di dare finalmente dignità e cittadinanza alla gente comune. I due termini sono indissolubili nella coscienza soggettiva. Per riuscire nell’ambizioso intento al quale tanti intellettuali oggi si adoperano, non è sufficiente promuovere l’istruzione o le manifestazioni e i dibattiti, ma è indispensabile tutti cooperare per aumentare una mentalità che consideri l’essere importante e a prescindere dal ruolo sociale, attraverso le più varie iniziative. Sembra un programma facile, in parte qualche gruppo e movimento lo sta attuando, ma è ancora troppo spesso disatteso. È disatteso dai mezzi di divulgazione che pompano continuamente sugli appetiti consumistici ed edonistici,ed è tradito sopratutto dall’atteggiamento delle istituzioni. Questo programma ambizioso fa quindi fatica ad allargarsi al Paese e alle persone. Manca l’esercizio pratico delle idee, il c.d. buon esempio. Manca l’essenza socratica del discorso sulla cultura, il sapere di non sapere, il sapere di non essere ancora, la dichiarazione di non esserlo nonostante tutto quello che si è riusciti a sapere. La civiltà non si realizza se non rendendo importanti gli altri, ed il successo di una qualche progressione lo si vede quando le persone riescono ad esercitare la loro cittadinanza. Oggigiorno, più che ieri, e i vari fenomeni che stiamo osservando, dal Magreb, alla Grecia, alla Spagna e ora a Londra, ce lo confermano. Questi giovani londinesi non sono solo dei delinquenti, il loro è un pretesto che si alimenta dentro una forte sofferenza sociale. È la gente che inizia a trasformare lo Stato. E questo potrebbe far ben sperare nei casi virtuosi che speriamo di poter costruire insieme allo sforzo di tutti.

  6. venerdì, agosto 12, 2011 at 12:47

    Dai notiziari si apprende che anche in Siria la gente comune vuole che Assad lasci il potere; i musulmani vogliono obbedire solo a Dio e non ad un uomo, peraltro importante, un successore dinastico. Rai News24 oggi ha trasmesso una intervista a un paio di ragazzi incappucciati che hanno devastato Londra: hanno risposto alle domande con sicurezza e senza alcun imbarazzo. Hanno rapinato i negozi perchè non hanno soldi; perchè il Governo pensa solo ai ricchi, non si preoccupa nè si occupa di loro. Rispondono che non hanno alcun rimorso per quello che hanno fatto; la loro è una lotta per sopravvivere alle ingiustizie sociali. L’altro dice che ha inoltrato div ersi curriculum per poter lavorare, ma ‘quelli’ non hanno avuto nemmeno l’educazione di rispondergli e che la sua reazione è stata la giusta risposta, adeguata all’indifferenza che i benestanti hanno verso i meno abbienti. Rispondono che non si fermeranno, che è una lotta che continuerà. Che dire? A tutto questo c’è dietro l’intellighenzia? No. È un processo nuovo e molto interessante. Meditiamo e discutiamo. Per me se ne può trarre conseguenze anche per cambiare l’Italia nei lustri che verranno.

  7. Fortunato Aprile
    mercoledì, agosto 17, 2011 at 17:11

    L’istruzione come strategia per lo sviluppo della democrazia.
    Penso sia opportuno intervenire ancora per discutere taluni aspetti dei temi introdotti da Paolo Migliaro nel suo scritto del 10 agosto 2011.
    Partiamo dalla grande meta di dare cittadinanza e dignità alla gente. Per riuscire nell’ambizioso intento, sostiene Migliaro, tanti intellettuali oggi a questo si adoperano e, dunque, non è il caso di tirare in ballo l’istruzione, le manifestazioni e i dibattiti.

    Perché mai l’istruzione, le manifestazioni e i dibattiti sarebbero ostacoli a tale meta? Perché mai, poi, dovrebbe essere regalata cittadinanza e dignità alla gente? Non tocca anche alla gente conquistarsi tali condizioni di civile sopravvivenza e lottare per mantenerle? Certo, in una raggiunta e matura democrazia spetta alle classe politica e governante assicurare una tale condizione. Ma , si sa, certi traguardi vanno difesi. Cosa può essere più efficace a tale scopo se non la partecipazione alle forme in cui si articola la vita democratica, a partire proprio dalle manifestazioni, dai dibattiti e dal chiedersi se l’istruzione fornisca gli strumenti di base per l’esercizio di tali espressioni?

    Poi Migliaro afferma che è indispensabile che tutti cooperino per la crescita di una mentalità che consideri l’essere importante, a prescindere dal ruolo sociale, attraverso le più varie iniziative. Vorrei ricordare a Migliaro che la cooperazione è un essenziale obiettivo formativo dei processi di istruzione. Ma è così alto e sovraordinato che quasi tutti fanno finta che non esista e, soprattutto, che non competa all’istruzione, ma a qualcun altro. Misconoscere che la formazione di un’attitudine alla cooperazione tocchi alla scuola, che tradisce continuamente la sua alta mission, comporta la drammatica conseguenza dell’avvento di avventurieri alla guida della comunicazione e delle strutture del potere.
    La scuola è proprio il luogo dell’esercizio e della pratica delle idee, se però vengono rispettati i vincoli normativi che la istituiscono.
    Diversamente, andiamo graziosamente a sbattere contro muri di gomma. Come facciamo tutti contorcendoci.
    E se è vero che è mancante l’essenza socratica del discorso sulla cultura, il sapere di non sapere, il sapere di non essere ancora, e così via è perché ha preso il sopravvento, sul tradimento delle finalità formative istituzionali, una sub cultura che ha fatto di noi dei barbari, come denuncia il prof. Rovatti. La petizione sul sapere, di sapore vareliano, merita tuttavia un’assunzione in prima persona, e che invita alla prudenza: cosa non so di non sapere sulla specifica questione della funzione strategica che ha l’istruzione? Certamente, moltissimo ancora. Per esempio, come spiegarsi che con istituzioni formative al collasso, sia ugualmente possibile che intervengano cambiamenti ? Anche se i processi sono quel che sono, giocano pur sempre le condizioni materiali che spingono in un verso o nell’altro. Ma questo è vivere nella precarietà più totale. Se i processi sociali devono essere in qualche grado governati per non cadere in una più grave condizione di barbarie non può non affidarsi all’istruzione una funzione cardine di difesa della democrazia, attraverso l’acquisizione di una cultura critica. Ciò non toglie niente, sia ben chiaro, al lavoro positivo che svolgono in questa direzione gli intellettuali (in verità ancora troppo pochi). Ma vorrei assicurare Migliaro: anche se riuscissimo a pervenire a una
    concordata intesa sulla funzione essenziale e strategica dell’istruzione, resterebbe -come resta- da definire un minimo di prassi corrette nell’esplicazione del lavoro formativo in ambito scolastico. Perché la scuola è e resterà, senza quel chiarimento, un luogo di trasmissione ideologica che è all’origine di molti disastri formativi. Cos’è la condizione attuale del nostro Paese se non l’esito –in gran misura- del fallimento proprio dell’istruzione (includendo in questo anche l’università)? Ciò, naturalmente, non significa che non vi siano eccellenti docenti a tutti i livelli. E’ che è carente, direi assente, una visione scientifica, neurofenomenologica, enattiva, nella considerazione di così importanti problemi che coinvolgono l’esistenza di tutti. Mi rendo conto che con simili citazioni tonanti chiudo del tutto il discorso. E’ che i luoghi per queste cose non sono questi. Ma non sarebbe peggio tacere?
    Fortunato Aprile

  8. mercoledì, agosto 17, 2011 at 21:01

    Mi limito a due righe per far sapere agli intervenuti che seguo con attenzione e sono loro grata di continuare a far girare le idee, anche in questi giorni di sosta. Nel mio lavoro sto constatando una cosa: che quello che oggi disperatamente ci vorrebbe non è solo una rifondazione del pensiero pratico, ma una rifusione dei suoi pezzi – etico, giuridico, politico – al calor bianco dell’urgenza vera, che è quella che oggi segna la nostra esperienza morale. L’urgenza oggi è il “che fare?” – come in altri momenti, ma questo è il più difficile perché per molti di noi non è più nemmeno lo sdegno ma solo il disgusto a fasrci esperire il male da combattere. Mi chiedo: è rimasto, nel degradato panorama della vita italiana, qualche ambito che possa nutrire l’esperienza del bene, senza la quale l’esperienza del male produce solo depressione e rassegnazione?
    Vorrei Che Fortunato Aprile sviluppasse il suo pensiero vareliano. E vorrei ringraziare Carla Poncina per averci ricordato che in questo paese, in definitiva, sono stati sempre un pugno di giovani uomini e donne a “rifondare”, o meglio a “rifondere”, nel calore dell’urgenza, il pensiero pratico, e rinnovarlo dalle basi.

  9. giovedì, agosto 18, 2011 at 14:02

    Ringrazio il prof. Aprile. Non volevo mettere in dubbio l’assoluta necessità dell’istruzione per il compimento del percorso critico-formativo individuale. Sarebbe superfluo cercare di avvalorarlo ancora dopo aver letto la sua ottima e compiuta risposta. Non era mia intenzione screditare la necessità dell’istruzione, giammai. Però noi sappiamo, e non solo per studio, ma anche per esperienza, che la persona apprende quelle cognizioni in modo efficace quando si verificano le condizioni dentro un rapporto interpersonale illuminato dall’umiltà, cioè nella maniera che faccia sentire importante piuttosto il disciente che il docente. Nel processo cognitivo dell’ acquisizione gioca un fondamentale fattore: il sentirsi importante in prima persona nel riceverlo. Nessuno sarà contagiato dal nostro ‘ridotto sapere socratico’ se lo esplicheremo come se fossimo perennemente su un piedistallo. Non risulterà nemmeno credibile. L’altro, lo studente o l’uomo, vuole continuamente sentire già da subito quando a lui ci rivolgiamo, la sua dignità. Quindi la domanda di dignità è precedente al suo pieno riconoscimento, è già insita nell’atteggiamento in chi si dispone all’ascolto. Quindi una delle maniere per inficiare gravemente il trasferimento culturale resta sempre quello di prendersi troppo sul serio. E datosi che l’università non è tutta la società è logico che questa situazione renda più difficile alle persone comuni i percorsi performativi dell’istruzione, dei convegni e delle manifestazioni. Quindi se è vero che sono mezzi utilissimi è pur vero che l’atteggiamento deve essere quello di Socrate che faceva diventare importante l’interlocutore e lo aiutava a levitare nella conoscenza. Intanto però dava e rendeva loro onore e dignità. Quindi, almeno credo di poter dire (poichè sono un cittadino comune!) abbiamo qui un significato psicologico, sociologico, filosofico e quindi pedagocico.
    Quindi si capirà adesso che non ho assolutamente voluto mettere in discussione il valore dell’istruzione, ma sul modo che questa possa essere dispensata con maggiore efficacia, assumendo essa stessa la implicita capacità di persuasione e di contagio sociale. Insomma dobbiamo far diventare autorevole la cultura. Lo diventa quando non è più uno status ma un vero modo di vivere e di respirare lo spirito umano.

  10. Fortunato Aprile
    venerdì, agosto 19, 2011 at 20:20

    Sono lieto che i miei rilievi abbiano consentito a Paolo Migliaro di esprimere al meglio la sua visione che è, a mio avviso, apparsa così più significativa; e ringrazio la Prof. Roberta De Monticelli per l’invito a sviluppare il mio pensiero vareliano. Infatti non dirò del pensiero di Francisco Varela, che altri fanno già molto bene. Mi farò sentire dicendo appunto del modo con cui io ho costruito Varela; o, meglio, di come vado utilizzando taluni passaggi cardini dela sua ricerca ai fini di una teoria dell’istruzione e che vado chiamando didattica enattiva. A presto.

  11. sabato, agosto 20, 2011 at 08:52

    Attendendo il contributo del prof. Aprile… Quello che accade prevalentemente nei fenomeni sociali recenti richiamati, in Siria, ma anche in Cile, in India,oltre che nei Paesi del Magreb, non è solo una rivendicazione di prosperità economica, ma anche una forte dichiarazione dell’essere persone, quindi esplicitamente l’espressione di non essere più sottomesse ad un sistema politico oppressivo, corrotto, illiberale. L’italiano, per tornare direttamente al tema principale iniziato dalla prof. De Monticelli, oltre ad essere indifferente, scettico, cinico, è culturalmente un cortigiano. Lo è in politica, nell’ambito sociale e nell’ambito del lavoro. Serve l’istruzione in chi seppellisce la dignità e la verità e che fa continuamente dell’opportunità la sua morale ipocrita? Molti sono i cattivi maestri nel nostro Paese, purtroppo. Concludo quindi richiamando un periodo della mia prima nota che sarà così ancora più ulteriormente chiara: “Per riuscire nell’ambizioso intento al quale tanti intellettuali oggi si adoperano, non è sufficiente promuovere l’istruzione o le manifestazioni e i dibattiti, ma è indispensabile tutti cooperare per aumentare una mentalità che consideri l’essere importante e a prescindere dal ruolo sociale, attraverso le più varie iniziative. Sembra un programma facile, in parte qualche gruppo e movimento lo sta attuando, ma è ancora troppo spesso disatteso. È disatteso dai mezzi di divulgazione che pompano continuamente sugli appetiti consumistici ed edonistici,ed è tradito sopratutto dall’atteggiamento delle istituzioni. Questo programma ambizioso fa quindi fatica ad allargarsi al Paese e alle persone. Manca l’esercizio pratico delle idee, il c.d. buon esempio. Manca l’essenza socratica del discorso sulla cultura.”

  12. venerdì, ottobre 14, 2011 at 19:38

    Sembra che l’indifferenza italiana stia per essere scossa dal movimento degli Indignados. Un fenomeno nuovo senza capi, senza leader, senza soloni istruiti che capeggiano le rivolte come succedeva nei secoli scorsi. Come quelli che avevamo visti già mesi fa nel nord Africa, in Cile, in Siria, in Gran Bretagna. Ora negli States, ora in Europa, in Italia. Eppure sembra che gli intellettuali di mestiere non sappiano cosa dire. Forse perchè si sentono esautorati da questa presa di autonomia. Sì, sta cambiando qualcosa. La dignità viene finalmente rivendicata e non brilla più per una laurea o per uno o più master. Nel futuro sembra già che conterà la capacità di prassi etica e la propria capacità individuale di conferire ad altri e non a se stessi il ruolo privilegiato. Come la levatrice che aiuta la partoriente a far nascere, come faceva Socrate. La funzione dell’intellettuale è in fondo quella di aiutare a costruire la coscienza soggettiva. Ma chi ha ancora bisogno di onore e di gloria non ha ancora capito un bel nulla. Occorre rifondare i presupposti della cultura. Altrimenti le nostre parole saranno sterili.

  13. Antonia Mattiuzzi
    venerdì, ottobre 14, 2011 at 19:57

    Esattamente come Socrate. Non mi stanco mai di rileggere Il Fedro. La tue analisi è interessante, si vede che osservi i fenomeni e cerchi d’interpretarli. Forse si sta uscnedo dalla fase narcisistica? dalla costruzione della coscienza collettiva costruire la coscienza individuale? O viceversa? Me lo chiedo da un po’ di tempo.L’eccessiva importanza che molti conferiscono più all’apparenza che alla sostanza, la convinzione che si arriva al successo o semplicemente a una collocazione dignitosa solo attraverso conoscenze influenti o raccomandazioni è secondo te un concetto superato? Questi indignati manifestano solo la loro indignazione o aspirano a modelli più consistenti in cui riconoscersi?

  14. giovedì, ottobre 20, 2011 at 19:32

    Ai ruoli si arriva anche con il proprio merito; però quello che ci distingue nell’eccellenza delle qualità umane è il nostro atteggiamento. Non quello simulato o dissimulato sapientemente, ma quello che si esprime o che tenta di essere aperto anche ad imparare e a reimparare dall’alterità. Il peggior problema che può capitare ad un intellettuale è arrivare ad auto-considerarsi sia per lo studio su altri che per quello che si crede di scoprire… Molta parte di quello che contestano gli indignados è il prodotto sociale della non vissuto di questo atteggiamento. Semplice e vero.

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