Il corpo della voce e la voce del corpo nell’ultimo libro di Carlo Serra, edito da Il Saggiatore (di Stefano Cardini)

mercoledì, febbraio 22, 2012
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I libri di filosofia, in genere, sono esperienze intellettuali esposte a beneficio di chi legge. Alcuni, però, più rari e preziosi, hanno invece l’ambizione di condurre il lettore direttamente nel mezzo di un’esperienza. La voce e lo spazio di Carlo Serra, uscito recentemente per le edizioni de Il Saggiatore, è uno di questi. Chi scrive lo ha ricevuto gentilmente in bozza dall’Autore alcuni mesi fa. Ma ha atteso di scriverne solamente quando, giunto in libreria, sono stati resi disponibili in rete, all’indirizzo http://lavocelospazio.saggiatore.it/, gli esempi sonori che ne costituiscono l’ossatura primaria. La voce e lo spazio, infatti, è un libro che si ascolta. E già solamente per questo, vale la menzione. È invalsa, infatti, e non soltanto nell’estetica, l’abitudine di esporre le proprie tesi interpretative supponendo che chi legge abbia un’idea precisa, se non addirittura un’intera bibliografia in testa, inerente i fenomeni di cui si tratta. Il risultato è imbarazzante per il non specialista; ma anche limitante per lo specialista, il quale non di rado – che scriva o legga – è spesso spinto a cimentarsi sempre con i soliti casi di scuola, i quali, inerzialmente, rischiano di trascinarsi dietro anche i soliti temi, se non addirittura le solite tesi.

Non è così per questo volume, che oltre a dischiudere un’orizzonte interpretativo su alcuni fenomeni sonori, ce li fa esperire, educando, attraverso l’orecchio, il nostro sguardo intenzionale, per individuare legalità interne a materiali percettivi non consueti e cogliere embrionalmente nelle loro strutture nessi antropologici e culturali spesso di amplissimo respiro. Non è poco. Che il suono, in particolare musicale, sia anzitutto destinato alle nostre orecchie, come i dipinti ai nostri occhi, è tutt’altro che scontato. Anni fa, in un pubblico incontro, Franco Donatoni, l’eccellente e oggi compianto compositore, confessò d’intendere il suo lavoro come destinato prevalentemente, più che all’ascolto, alla competente lettura su pentagramma, ovvero, alla comprensione e interpretazione dei nessi formali scritti e inscritti nella partitura. È una posizione legittima e ricca di importanti implicazioni teoriche. Ma che non andrebbe mai assunta come ovvia da chiunque si occupi d’estetica.

Detto questo, sarebbe sbagliato considerare La voce e lo spazio un libro di estetica della musica. In realtà vi troviamo estesamente indagate le strutture della vocalità, la loro relazione con la costituzione soggettiva e intersoggettiva dello spazio e i loro intrecci con la corporeità, la deissi del qui, dell’ora e le loro matrici prelinguistiche, le valenze costitutive del concetto di materia. Naturalmente, la ricca messe di rilievi fenomenologici portati ad evidenza si presta a un impiego, diretto o suggerito, anche nell’ambito di un’estetica musicale. Ma utilmente, non necessariamente. Il non breve percorso per giungere a qualcosa come un gesto musicale, insomma, non consente scorciatoie. E sebbene una certa ricercatezza lessicale possa creare titubanze al lettore poco esperto di fenomenologia, lo sforzo è ripagato dalla ricchezza di motivi messi in luce dagli exempla percettivi.

È ora però di entrare più addentro al volume. Serra ci sorprende, anzitutto, evitando accuratamente qualunque speculazione su temi classici della tradizione musicale colta occidentale che, parlando di voce, ci attenderemmo: madrigalismo, Lied o dramma lirico. C’invita, piuttosto, anche a costo di spaesarci un po’, all’ascolto di materiali sonori insoliti come Mongombi, una pratica non musicale dei pigmei Aka dell’Africa subsahariana, usata nella caccia collettiva con la rete.

Pagina dopo pagina, però, attraverso l’analisi fenomenologica della traccia sonora, nessi più familiari cominciano a rivelarsi nel materiale percettivo. Ecco allora venire alla luce le buone ragioni, mostrate nel loro radicamento esperienziale, dell’originaria natura espressiva, intrisa di emozionalità, della vocalità, la quale precede, pur accompagnandolo, ogni intento pragmatico e anche linguistico, deittico o comunicativo. Ma non soltanto. Nel vocalizzo pigmeo, ascoltando e riascoltando, con l’Autore iniziamo anche a intravedere il costituirsi di partizioni fenomenologiche fondamentali dello spazio, soggettive e intersoggettive, che distingono il qui dal , il vicino e familiare dal lontano e dall’inquietantemente ignoto.

È soltanto l’inizio, tuttavia, dell’avventura di Serra nei meandri della vocalità. Prima di ogni narrazione, certo, si trova l’intonazione vocale. Ma ancor prima un atto più semplice, di cui non meno numerosi, comunque, sono i portati simbolici: il respiro. E l’Autore lo mostra conducendoci alla scoperta del senso delle antiche pratiche di iperventilazione sciamanica e, di lì, delle tecniche arcaiche di produzione diplofonica, svolgendo magistralmente davanti alle nostre – vorremmo dire – orecchie stupite, temi in apparenza lontani, come la contesa tra dionisismo e apollineità nel mito e nella musica greca o quella tra il senso della natura magico-panico delle culture nomadi della Mongolia e lo spiritualismo buddhista-tibetano.

All’analisi, concatenata e stratificata, di un canto a voce sussurrata della tradizione musicale del Burundi e dei competitivi giochi rituali dei canti femminili Inuit, invece, è affidata la trattazione del nesso che stringe l’inventiva musicale, caratteristica di ogni fraseggio, e la struttura temporale del suono, la cui pulsazione ritmica è garantita dalla dialettica tra incompletezza e ripetizione. Nel chiamare e rispondere, invitare e creativamente colmare, del canto rituale, possiamo allora anche cogliere quello scambiarsi di ruoli secondo regole in vista di un percorso comune, che suggerisce un possibile modo per dar conto del sorgere del linguaggio dai suoni inarticolati coinvolti in un gioco antifonale.

Cade qui il passaggio al tema dell’espressività musicale ma anche poetica in senso proprio, in un confronto fitto e stimolante, in particolare, con le tesi del Gaston Bachelard de L’eau et le rêve. Essai sur l’immagination de la matière, titolo maltradotto in italiano con Psicanalisi delle acque. Purificazione, morte e rinascita (Red Edizioni, Como, 1987). La voce, infatti, non è costituita soltanto di suoni che portano a espressione una soggettività che si fa avanti segnando lo spazio circostante con l’impronta sonora di sé. Essa ospita immagini: immagini inesplose, come con felice formula Giovanni Piana, richiamato dall’Autore, scrisse nella sua Filosofia della musica (Guerini, 1991, 1995, consultabile in formato elettronico). Sono immagini che sorgono e si stagliano a partire dal materiale sonoro stesso, mediante le quali, però, la soggettività si apre ora all’esteriorità, per raccontare e cantare il mondo, in stilizzazioni dirette verso l’Altro, nelle quali l’immaginazione si libra sulla percezione: il valore delle cose sulle cose.

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