La Neurodidattica implica una Didattica Enattiva? A proposito del recente libro di Pier Cesare Rivoltella

sabato, aprile 7, 2012
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Pier Cesare Rivoltella, Neurodidattica. Insegnare al cervello che apprende, Milano, Cortina, 2012.

Se la pedagogia dell’impegno enattivista era dormiente, o forse solo generazionalmente in nuce, non lo era certamente la didattica. Mentre veniva pubblicato Didattica Enattiva di P. G. Rossi (vedi http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2012/01/didattica-enattiva/), si preparava l’uscita del libro del Prof. Rivoltella, il quale definisce «decisamente convergenti» i temi di Rossi con quelli da lui qui trattati. Tale convergenza sta già a dire che la Neurodidattica implichi una Didattica Enattiva? La questione è di una delicatezza estrema. Intanto perché già il campo è invaso da imponenti precomprensioni che Rivoltella avverte come fenomeni da cui star lontano: quello delle neuromitologie. Ovvero, del rischio che «modelli impliciti del funzionamento del cervello» vengano utilizzati nelle pratiche quotidiane, banalizzando un problema molto serio; tale da compromettere un passaggio epocale. Come già da più parti si va affermando, quella di questo secolo iniziato sarà l’epoca della Didattica, che segue l’epoca del secolo scorso, caratterizzata – nelle scienze dell’educazione – dal prevalente dominio della Pedagogia. Non a caso, si preannunciano altri eventi editoriali che, nelle prassi della didattica enattiva, puntano a ridurre clamorosi errori dell’educazione.

Va subito dichiarato, con soddisfazione da parte di un antico fautore dell’incontro tra neuroscienze ed educazione (cfr. http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2011/05/10103/), che la padronanza dei concetti neuroscientifici colpisce e lascia pensare che la pedagogia, le scienze della formazione, possano uscire dal rassicurante letargo disciplinarista per affrontare il mare aperto delle nuove forme della didattica derivanti dalla rivoluzione neuroscientifica in atto. Seguendo, beninteso, avvertimenti del tipo di quelli suggeriti da Maturana e Varela: sapersi mantenere, in quella navigazione, lungo la demarcazione tra Scilla e Cariddi, quale metafora di estremismi di ogni genere, da evitare. Questo passaggio non potrà attendere molto gli assestamenti della Pedagogia. Bisognerà agire con le forze attualmente disponibili, che non a caso sono quelle della didattica. Il Prof. Rossi e il Prof. Rivoltella sono due docenti di didattica. Questo vorrà dire qualcosa. Visto anche che uno dei volumi che si preannunciano come ulteriore esplorazione delle due posizioni è scritto da un direttore didattico (Aprile 2012, in corso).

L’uso competente del linguaggio neuroscientifico non deve preludere in nessun modo –avverte il Prof. Rivoltella- a che lo scienziato della didattica giochi a fare il neuroscienziato. Restano ambiti specifici di ricerca che però non possono restare ulteriormente privi di comunicazione e scambi.

Il problema è di centrale importanza: in che modo le risposte usuali, che sono rapide e precognitive, possono –in situazione formativa- divenire cognitivamente ponderate? Cioè in forma tale da configurarsi come comprensione migliore; e divenire quale condizione per ogni decisione competente.

Quale il possibile ruolo del neuroscienziato e quale il ruolo dello scienziato della didattica? I lavori sono in corso, come si dice, per affinare aspetti di tali questioni.

Si è già dato per ammesso però che la didattica è una scienza. Bisogna subito dichiarare che se non lo è lo deve diventare. Lo esige proprio il contesto di neurodidattica. Comunemente, si ritiene – come bene evidenzia Rivoltella, citando alcune fonti critiche – che mentre psicologia e neuroscienze applicano protocolli di ricerca nelle loro esplorazioni scientifiche le cose della didattica poggiano spesso su informazioni anedottiche, osservazioni spontanee, elementi ricavati dalla riflessività sulle pratiche agite in contesto (id., p. 41). In altre parole, la neurodidattica, «nascerebbe già “zoppa”, proprio sul versante della didattica, ovvero quello che fornisce a essa la componente tematica» (id). Si può commettere qui un drammatico errore interpretativo, non risolvendo il quale anche la Neurodidattica, come la Didattica Enattiva, rischia di crogiolarsi in contesti di pura forma, ammantati da modernità apparente. La didattica enattiva di derivazione vareliana (cfr. http://www.phenomenologylab.eu/index.php/2011/09/struttura-preventiva-struttura-enativa/) è di fatto una didattica di contesto, ma per niente anedottica; è spontanea, ma nel senso del genuino progetto di intervento educativo molto correlato ai bisogni formativi. Dove i bisogni –in contesto di neurodidattica – sono individuati anche sulle risultanze del rapporto tra stimolazione educativa e consapevolezza dei correlati neurali che quella stimolazione attiva; anche sulla base delle intensità sinaptiche che la forma didattica è capace di innescare. È del tutto vero che le cose sono più complicate e che occorrerà, come evidenzia il Prof. Rivoltella, evitare che implicazioni di neurobiologia evolutiva vengano assunte senza mediazioni. Le mediazioni dovrebbero prima maturare in ambito di psicologia cognitiva. A condizione, però, che questi processi di ricerca abbiano luogo e, magari, fin d’ora con team interdisciplinari, dove lo scienziato della didattica operi accanto allo psicologo cognitivista e al neuroscienziato cognitivista. Ma questa esigenza di maggiore complessità non diminuisce la legittimità del docente sensibile e colto di interrogarsi –per esempio- cosa possa lui fare per favorire la transizione da una consapevolezza nucleare, o dominio specifico, a una consapevolezza estesa (la coscienza estesa di Damasio) o dominio centrale. Così stando le cose, bisognerà ammettere che il contributo della scienza didattica sarà di vitale importanza per lo sviluppo della neuroscienza cognitiva che voglia occuparsi del comportamento umano in situazione formativa. Dunque, non esiste un sud della pedagogia e tantomeno della didattica rispetto alla psicologia ed anche –con qualche cautela- rispetto alle neuroscienze. La proposta di Didattica Enattiva del Prof. Rossi e quella del possibile avvento della Neurodidattica, proposta in Italia dal Prof. Rivoltella, possono costituirsi come basi di una robusta rivoluzione culturale in ambito formativo. Ma poiché dopo Humberto Maturana e Francisco Varela una rivoluzione culturale è tale se si configura come rivoluzione etica, le proposte dei due studiosi dovranno coprire più esplicitamente la dimensione etica e fenomenologica del fare scuola alla luce della rivoluzione Neuroetica e Neurofenomenologica in corso. In verità Rivoltella, muovendo dalla teoria dei neuroni specchio tenta di cogliere la genesi di comportamenti basati sull’istinto morale, ma si accorge ben presto che l’empatia non coincide propriamente con il senso morale e che anzi può «produrre effetti per nulla prosociali» (id., p. 119) . Prosocialità che è, deve essere –per i vigenti vincoli normativi- una macro finalità. E tuttavia una educazione all’empatia può costituire sfondo per la promozione della responsabilità e delle forme del pensiero critico (id., p. 120). E, in ogni caso, si pone –nell’assunzione di tali finalità- la questione specificamente didattica della selezione dei saperi curricolari e delle metodologie idonee a generare efficaci spostamenti delle pure nozioni dal dominio specifico, in cui si giacciono nel primo apprendimento, al dominio centrale, quello della comprensione più profonda che si realizza nella dinamica neuronale in direzione talamo-corticale. È questo il luogo dell’emergere del pensiero critico e delle forme di assunzione della responsabilità personale. Qui la elegante proposta del Prof. Pier Cesare Rivoltella offre una sorta di cominciamento assoluto, di cui v’è assoluto bisogno, e che coglie nella distinzione goldberghiana tra novità e routine (id., pp. 120-124). La scuola della Didattica Enattiva, che è tale se è anche una Neurodidattica, (come la Neurodidattica – per come qui teorizzata – è anche una Didattica Enattiva), compie un’opzione strategica. Per dirla nei termini della didattica empirica, significa abbandonare la scuola dei saperi preformati e ripetitivi per scelte di didattica enattiva, cioè di saperi localmente specificati secondo bisogni formativi, a cui corrispondono metodologie adeguate: un sapere dalle risposte aperte, non predefinibili linearmente, ma che ricercano esiti cavalcando l’onda. È questa una delle poche possibilità che la scuola ha di abbandonare tecniche tradizionali in cui il 90% del sapere verificabile è trattato in modalità routinaria. Va dunque benissimo cavalcare l’onda; purché la navigazione avvenga lungo la rotta tra Scilla e Cariddi, quale metafora, si ripete, di infiniti e sempre possibili estremismi. Il Prof. Rivoltella cita due notevoli finalità formative: “promuovere la responsabilità” e “promuovere il pensiero critico”. Su come realizzare simili finalità, in relazione ai processi neurali attivati dal tipo di perturbazione didattica, in contesto di didattica enattiva, chi scrive se ne occupa ampiamente nel libro a cui si è fatto sopra cenno, di imminente pubblicazione. Sarebbe auspicabile, particolarmente in tale occasione, un incontro per fare il punto su questioni così importanti per il futuro della nostra Scuola.

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