Loretta Napoleoni intervistata su E-Il mensile: collasso dell’Euro è inevitabile

martedì, giugno 12, 2012
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Mentre nuvole sempre più nere si addensano sulla Grecia in vigilia elettorale e sulla Spagna in crisi bancaria, imperversano le ipotesi sulle misure che l’Unione europea – Germania permettendo – potrebbe adottare per scongiurare il collasso economico dell’Eurozona: dalla costituzione di fondi nazionali di ‘risoluzione’ per gestire in modo ordinato i fallimenti delle banche, come primo passo verso una futura unione bancaria europea, alla creazione di un fondo europeo di ‘redenzione’ per assorbire gradualmente i debiti nazionali in eccesso, alternativa ‘light’ agli eurobond osteggiati da Berlino.

E-il Mensile ha chiesto un commento all’economista Loretta Napoleoni.

Sulla stampa economica specializzata britannica o americana non c’è traccia di queste cose – esordisce la Napoleoni al telefono da Londra. Le ipotesi che si leggono in questi giorni sulla stampa, soprattutto italiana, sono solo chiacchiere, fumo negli occhi per nascondere la drammatica realtà, nota solo a chi ha fonti di informazione privilegiate. La verità è che siamo vicinissimi all’implosione dell’euro, a un passo dal baratro: hanno appena tagliato il rating perfino alle banche tedesche! E non c’è alcuna possibilità concreta di trovare in tempi utili un accordo politico per scongiurare il disastro ormai inevitabile e imminente. (prosegui la lettura dell’articolo)

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13 commenti a Loretta Napoleoni intervistata su E-Il mensile: collasso dell’Euro è inevitabile

  1. Andrea Zhok
    mercoledì, giugno 13, 2012 at 09:03

    Mah, Loretta Napoleoni è nota più per la sua ostinata ricerca di visibilità che come luminare. Ovviamente la sua ‘profezia’ può ben realizzarsi, ed è su questo che scommettono da tempo molti agenti finanziari, ma tutto dipende da una ed una sola variabile, perfettamente disponibile sul piano politico, ovvero l’estensione delle funzioni della BCE a prestatore di ultima istanza. Nessun mercato scommetterebbe mai contro la possibilità di uno stato di pagare i suoi debiti emettendo moneta (che è come gli USA hanno fatto e continuano a fare). Ciò ovviamente ha effetti collaterali sgradevoli, l’inflazione in particolare, ma nulla a che vedere con i costi di un’implosione dell’euro. La scelta ha un’opzione decisamente migliore dell’altra; e migliore per tutti.

    Nella storia raramente singole persone hanno posizioni chiave decisive, ma questo è uno di quei momenti: il problema in questo caso ha nome e cognome: Angela Merkel.

  2. Gabriele Poeta Paccati
    mercoledì, giugno 13, 2012 at 09:30

    Concordo con Andrea. Invece di gingillarsi sulle ipotesi di default pilotato o di uscita dall’euro e dall’Europa sarebbe opportuno concentrarsi su come investire sull’Europa in quanto soluzione della crisi. La priorità – anche degli allegri economisti – dovrebbe essere uscire dalla crisi, non dall’Europa… Le funzioni della BCE sono, in questa fase, cruciali: la ridefinizione del ruolo della banca centrale è una delle scelte che possono essere compiute rapidamente e che darebbero l’unico segnale che i mercati non potrebbero ignorare. Che dall’euro non si torna indietro.

  3. Stefano Cardini
    mercoledì, giugno 13, 2012 at 10:00

    È ovvio che se alimenti l’aspettativa che invece dall’Euro si possa tornare indietro, diventi profeta della tua stessa sciagura. Più che la Napoleoni, è in effetti la Merkel che su questo tentenna. Anche Krugman però, non scherza nelle sue analisi perentorie. E lui non avrebbe bisogno di cercare visibilità.

    «Some of us have been talking it over, and here’s what we think the end game looks like:

    1. Greek euro exit, very possibly next month.

    2. Huge withdrawals from Spanish and Italian banks, as depositors try to move their money to Germany.

    3a. Maybe, just possibly, de facto controls, with banks forbidden to transfer deposits out of country and limits on cash withdrawals.

    3b. Alternatively, or maybe in tandem, huge draws on ECB credit to keep the banks from collapsing.

    4a. Germany has a choice. Accept huge indirect public claims on Italy and Spain, plus a drastic revision of strategy — basically, to give Spain in particular any hope you need both guarantees on its debt to hold borrowing costs down and a higher eurozone inflation target to make relative price adjustment possible; or:

    4b. End of the euro.

    And we’re talking about months, not years, for this to play out.»

    Resto perplesso sulla questione.

  4. mercoledì, giugno 13, 2012 at 12:42

    Se la situazione non fosse così drammatica, ci sarebbe davvero da divertirsi di fronte a questi profeti di sventura. Una situazione di crisi è la condizione ideale per spararla grossa. In fondo cosa c’è da perdere? Come per gli astrologi all’inizio di ogni anno, tanto vale tentare: se va bene si passa alla storia come Cassandre inascoltate, se va male chi mai se lo ricorderà?
    Scherzi a parte, il test è decisivo per il sogno europeo. Finalmente capiremo quanto è davvero radicato nell’immaginario politico delle classi dirigenti e dei popoli europei. La strategia di basso profilo adottata dai padri dell’Europa mi è sempre sembrata saggia. Una variante bonaria della politica del fait accompli per renderla l’orizzonte insormontabile delle litigiosissime nazioni europee. Ma in politica le previsioni sono sempre azzardate e personalmente non saprei proprio dire come andrà a finire. Ma non posso nascondere che sono abbastanza ottimista. E non solo per nobili motivi: anche per sfasciare tutto ci vuole parecchio coraggio. E in giro – male o bene che sia – di coraggio non ne vedo molto.

  5. Stefano Cardini
    mercoledì, giugno 13, 2012 at 12:54

    Più degli amici ricconi di Loretta che comprano casa a Londra, mi pare interessante – se non è uno spot balcanico – questo:

    Me ne vado a Est
    Imprenditori e cittadini italiani nell’Europa ex comunista
    (pag. 128 – € 12,00)

    Di Matteo Ferrazzi e Matteo Tacconi
    Introduzione di Federico Ghizzoni
    Postfazione di Angelo Tantazzi

    Migliaia di imprenditori e cittadini italiani hanno lasciato il Belpaese per andare a vivere e a produrre a Est, nei Paesi dell’Europa orientale e balcanica un tempo oltrecortina. Me ne vado a Est racconta le storie di chi ce l’ha fatta e di chi non ce l’ha fatta – imprenditori e manager, calciatori e veline. E, soprattutto, spiega le economie e i sistemi politici di questi Paesi con passione e semplicità, mettendo in evidenza luci e ombre di un processo che sta cambiando l’industria italiana e tutte le nostre vite.

    Me ne vado a est ci spiega che l’80 per cento delle imprese italiane attive nell’Europa dell’Est lavora principalmente in quattro Paesi: Romania, Polonia, Ungheria e Bulgaria. Le aziende italiane con più di 2,5 milioni di euro di fatturato annuo attive in questi quattro Paesi sono 4.000 e rappresentano un quinto della presenza imprenditoriale italiana nel mondo. Sommando le aziende italiane attive in Serbia, Bosnia, Macedonia e altri Paesi, le cifre sono ancora più sorprendenti. Ancora più straordinario è il fatto che il numero di imprese italiane presenti nell’Europa dell’Est è quattro volte superiore a quello delle aziende, sempre italiane, attive in Cina. Se tenessimo conto anche delle piccole e piccolissime imprese, la proporzione sarebbe ancora più accentuata. Idem per l’import-export: importiamo dall’Europa orientale tre volte e mezzo quello che importiamo dalla Cina; esportiamo a Est un flusso di merci otto volte superiore a quello diretto verso il Dragone.

    Me ne vado a Est prova a colmare un grave vuoto di conoscenza e a tracciare un’analisi dei Paesi di destinazione e a spiegare le ragioni, le delusioni e le difficoltà che spingono a varcare la frontiera.

    Con il patrocinio di Confindustria Balcani e East

    Gli Autori

    MATTEO FERRAZZI (1975), è laureato in Economia politica. È stato ricercatore a Bologna presso Prometeia e in seguito economista all’ufficio studi di Unicredit, dove ricopre ora una posizione manageriale. Giornalista, scrive su diverse testate. Ha partecipato come speaker a decine di conferenze internazionali sulle tematiche dell’Est Europa e ha scritto numerosi rapporti, contributi a libri e articoli. Vive tra Vienna, l’Est Europa e Milano.
    Per contattarlo: matteo.ferrazzi@fastwebnet.it

    MATTEO TACCONI (1978) è giornalista indipendente. Scrive di Balcani, Europa centro-orientale e area russa. Scrive per diverse testate, tra cui Europa, Limes, East, Narcomafie, Popoli, Reset e Linkiesta. Ha all’attivo due libri: Kosovo, la storia, la guerra, il futuro e C’era una volta il Muro, viaggio nell’Europa ex comunista (Castelvecchi). Ha curato Narconomics, inchiesta a più mani sul narcotraffico internazionale (Lantana).
    Il suo blog è http://www.radioeuropaunita.wordpress.com

  6. Andrea Zhok
    mercoledì, giugno 13, 2012 at 14:29

    Krugman infatti conclude il ragionamento con l’indicazione di una scelta politica disponibile (4a o 4b), ed in ciò si differenzia dal profetismo a buon prezzo della Napoleoni. Comunque nel ragionamento di Krugman il passaggio da 1) a 2) mi sembra molto azzardato: per indurre una corsa agli sportelli ci vuole di solito qualcosa di molto più concreto di prospettive incerte di politica economica, come quelle che si presenterebbero all’uscita dall’euro della Grecia (questa sì probabile). Francamente, e senza potermi fregiare di un Nobel, credo che i nodi non verranno al pettine con l’eventuale uscita della Grecia dall’euro, se ci sarà un segno convincente da parte della Germania. Il problema è che temo di intuire cosa crede di poter fare la Bundeskanzlerin: vuole portare la testa della Grecia a casa per poter dire al suo elettorato che sono stati inflessibili ed ai suoi intellettuali di riferimento che si è posto un argine al ‘moral hazard’. Questo ragionamento però è davvero rischioso perché significa dilazionare interventi radicali fino ad uscita della Grecia avvenuta, il che non accadrà rapidamente, logorando nel frattempo la situazione di tutti gli altri paesi ben al di là dei costi, già rimarchevoli, dovuti al semplice default greco (default a quel punto incontrollato, non più uno ‘haircutting’: alla Grecia tornata alla dracma non converrebbe cercare di onorare debiti contratti in euro, solo per mantenere una credibilità residua già ridotta a lumicino).

  7. Stefano Cardini
    mercoledì, giugno 13, 2012 at 16:14

    Sì, è chiaro che qui la posta in gioco è la disponibilità della Merkel a liquidarsi politicamente esercitando una leadership tedesca nell’Unione Europea che, anziché liquidarla su presunti interessi nazionali, la riaffermi. E qui si vedrà anche la sua statura politica. Quanto agli interessi tedeschi, se io fossi un greco e dopo essere stato buttato fuori dall’euro, dovessi scegliere tra un partito disposto a onorare il debitocon banche e paesi creditori e uno non più disposto, voterei il secondo. Sbaglierei, magari. Ma con i pignoratori inviati dalla mia banca in casa, non credo andrei troppo per il sottile. Non so se l’opinione pubblica tedesca rilfletta su questo…

  8. Gabriele Poeta Paccati
    giovedì, giugno 14, 2012 at 19:40

    (se accetti lo scherzo) il greco a quel punto potrebbe dichiarare guerra al tedesco.

  9. Stefano Cardini
    giovedì, giugno 14, 2012 at 20:25

    Mah, non c’è mica troppo da scherzare… ;-)

  10. Andrea Zhok
    venerdì, giugno 15, 2012 at 16:28

    No, non c’è davvero niente da scherzare.

    In Grecia l’atmosfera di risentimento verso la Germania (non verso Frau Angela Merkel) è altissimo e nei gruppi meno intellettualmente raffinati tocca l’odio. (Io fossi un tedesco non andrei quest’anno in vacanza in Grecia…) C’è un florilegio di riprese della parte più ingloriosa del passato storico tedesco riletto anche dai meno faziosi come un dovuto contrappeso all’attuale arroganza di chi chiede a tutti gli altri di ‘fare i compiti a casa’, laddove questi compiti costano carne e sangue. Aggiungo che se si dovesse davvero arrivare ad una disintegrazione dell’euro e dell’EU, questo tipo di ben note misture di sciovinismo, revanscismo e xenofobia le ritroveremmo diffuse ovunque, non solo in Grecia, e non scommetterei cinque euro (lire?) sulla preservazione della pace intraeuropea nei prossimi dieci anni.

    A chi si sentisse di obiettare che è chiaro a tutti oggidì che una guerra è una cosa brutta e controproducente per tutti vorrei ricordare che la guerra non era ritenuta un’opzione razionale neppure ai primi del Novecento, ma che le guerre moderne (le guerre delle democrazie) non si fanno mai sulla base di un soddisfacente calcolo costi-benefici: le democrazie hanno le loro crisi di nervi…

  11. Andrea Zhok
    domenica, giugno 17, 2012 at 09:21

    Addendum sulle questioni greche.

    Su quasi tutti i giornali italiani e su tutti i telegiornali si è parlato in queste settimane di SYRIZA (ex-SYNAPSISMOS) come di un partito di sinistra radicale anti-europeista.

    Ora, questo è totalmente falso: SYRIZA è ed è sempre stato il partito più europeista della sinistra greca e si contrapponeva al KKE (partito comunista greco) precisamente su questo punto. Non solo, il suo leader Alexis Tsipras ha detto ogni santo giorno (io guardo ERT, tv nazionale greca) che loro vogliono fare di tutto per far rimanere la Grecia nell’euro e che la ragione della loro richiesta di ridiscussione del piano di austerity sta proprio nel fatto che è un piano pensato solo per DILAZIONARE l’uscita di Atene in modo da consentire a molti istituti bancari europei di mettersi al sicuro, non per salvare la Grecia. Visti gli effetti della politica di austerity sull’economia greca questo è quantomeno un argomento da considerare.

    Ebbene di tutto questo ragionamento e soprattutto dell’europeismo di sinistra greco non c’è traccia nei resoconti giornalistici italiani (ma in verità guidati dalla stampa economica anglosassone: Economist, Wall Street Journal). Di passaggio: nel mio piccolo ho provato a scrivere un commento con il contenuto di cui sopra per rettificare un articolo del Sole 24 ore, che ripeteva la stigmatizzazione erronea di SYRIZA. Ebbene, nonostante altri commenti lievemente, diciamo così, più generici, siano passati, questo è stato cassato dal moderatore.

    Ora, non essendo propenso alle teorie del complotto credo che questo sia semplicemente l’indice di quella nota mescolanza tra ignoranza ed opportunismo che caratterizza gran parte del giornalismo, soprattutto italiano: se una notizia mi pare più o meno plausibile e se è utile alle mie tesi dirla, la faccio diventare una verità. E se poi l’oggetto della mia menzogna non è in grado o non ha interesse a replicare posso proseguire a mentire indefinitamente.

    Il problema è che, soprattutto quando si parla di questioni economiche, queste falsità diventano verità a posteriori. Quando Lula venne eletto presidente in Brasile ci fu un attacco di panico dei mercati interessati al mercato sudamericano, attacco che era stato fomentato in precedenza sui giornali economici internazionali da fosche prospettive circa l’affidabilità del komunista Lula. Per fortuna del Brasile le sue esposizioni debitorie non erano tali da creare una crisi di sfiducia dalle conseguenze troppo serie. Se domani venisse fuori che SYRIZA ha vinto le elezioni in Grecia, questo verrebbe letto dai mercati in Italia ed in altri paesi come una vittoria di quelli che vogliono la disgregazione dell’euro, accelerando con ciò stesso il processo di liquidazione della Grecia.

    Esiste una moralità della penna che dovrebbe essere per i giornalisti quello che è il giuramento di Ippocrate per i medici. In Italia chi manifesta anche solo tracce di quella moralità viene considerato un eroe.

  12. Stefano Cardini
    domenica, giugno 17, 2012 at 20:28

    Appartenendo alla succitata categoria, al cui Ordine peraltro devolvo non so bene a che scopo 100 euro l’anno, non mi stupisco affatto. In questi giorni, un noto settimanale, ha tappezzato l’Italia di uno slogan sul quale ha impostato il proprio rilancio. Lo slogan recita: la tua opinione è un fatto. Nessuno dei miei colleghi ha trovato la cosa, non dico biasimevole, ma meritevole quantomeno di una qualche sottolineatura. Che cosa possiamo aspettarci, quindi?

  13. Corrada Cardini
    domenica, luglio 15, 2012 at 21:51

    Interessante il gioco di parole allusivo e paradossale… Un ossimoro che stabilisce una identità… Ma le parole ormai in questo paese, sono spesso l’eco del vuoto di prospettiva in cui camminiamo… Una osservazione da profana quale sono, naturalmente… Non so liberami della sensazione di vivere una stagione morente, ma non so definire neppure io di quale agonia si tratti… come una perdita di realtà, come uno svanire di significato della parola futuro. Eppure non sono particolarmente spaventata… tutto sembra meglio di questo parossistico declinare di un post capitalismo virtuale e così assurdamente rètro nei suoi risvolti planetari.. mah! sto delirando..! D’altronde siamo in tanti..

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