«Siamo tutti Sallusti?». Facciamo in modo di no. Piccolo esercizio di ragion pratica attorno allo strano caso nazionale del direttore de Il Giornale

venerdì, settembre 28, 2012
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Il fatto, se non è noto, è rapidamente riassumibile. Il 18 febbraio 2007 su Libero escono un articolo e un commento dal titolo Il dramma di una tredicenne. Il giudice le ordina l’aborto. La legge più forte della vita, nel quale, senza nominarlo, si faceva riferimento al giudice tutelare Giuseppe Cocilovo.

La vicenda, pubblicata da La Stampa (in rete l’unico a riportarla è il sito dell’Uaar) e commentata il giorno dopo da molti giornali, riguardava una 13enne che il tribunale di Torino aveva autorizzato ad abortire e che in seguito era finita in una clinica psichiatrica. L’articolo di Libero era firmato da Andrea Monticone. Il commento da un misterioso «Dreyfus», il quale, dopo aver accusato i genitori di avere obbligato la bambina ad abortire, concludeva che «se ci fosse la pena di morte e se mai fosse applicabile in una circostanza, questo sarebbe il caso. Per i genitori, il ginecologo, il giudice». Il giudice sporse querela. Il commentatore non era riconoscibile; quindi la responsabilità per il reato di diffamazione a mezzo stampa non poté che ricadere esclusivamente, come prevede la legge, sull’allora direttore Alessandro Sallusti, per «omesso controllo».

Il giudice, in assise, condannò Alessandro Sallusti a pagare circa 5mila euro e Andrea Monticone a pagarne 4mila (oltre a circa 30mila di risarcimento). E nelle motivazioni della sentenza, se dobbiamo dare credito alla ricostruzione di Filippo Facci, si dolse di essersi dimenticato di prevedere una pena detentiva.

A quel punto, querelante, Procura, avvocati proposero appello. La sentenza arriva il 17 giugno 2011. E sempre secondo Facci, sarebbe accaduto anche qui un fatto singolare: l’avvocato di Libero non si sarebbe presentato in aula e così il suo sostituto. Dovette quindi presenziare un legale d’ufficio. La sentenza, a quel punto, cambiò nettamente di segno: come richiesto dall’accusa, Monticone si prese un anno con la condizionale e Sallusti un anno e due mesi senza, avendo precedenti per «omesso controllo» connesso alla diffamazione.

Ultimo atto. La Cassazione, il 26 settembre, conferma la sentenza d’appello in base a quanto previsto dagli art. 595 del codice penale e 13 della legge 8 febbraio 1948, n. 47 (legge sulla stampa), la quale, per il reato di diffamazione a mezzo stampa aggravata ascritto al giornalista, prevede – oltre alla multa – la pena della reclusione da uno a tre e più anni.

In una nota, così la Corte:

«La notizia pubblicata dal quotidiano diretto dal dottor Sallusti era falsa (…) la giovane non era stata affatto costretta ad abortire, risalendo ciò a una sua autonoma decisione, e l’intervento del giudice si era reso necessario solo perché, presente il consenso della mamma, mancava il consenso del padre della ragazza, la quale non aveva buoni rapporti con il genitore e non aveva inteso comunicare a quest’ultimo la decisione presa».

La condanna, in ogni caso, non significa che Sallusti debbe finire in carcere. Come ha spiegato il procuratore capo di Milano Bruti Liberati, Sallusti avrà 30 giorni di tempo per chiedere al tribunale di Sorveglianza una misura alternativa: l’affidamento in prova ai servizi sociali o la detenzione domiciliare o la semilibertà.

Sallusti però non accetta misure alternative. «La sentenza è politica», dice. La sua è una battaglia per «la libertà di espressione».

Questi i fatti. Veniamo alle reazioni.

Lo sdegno di fronte alla sentenza è trasversale. Improvvisamente è come se, dal Presidente della Repubblica al Ministro della Giustizia, da Fabrizio Cicchitto ad Antonio di Pietro, da Vittorio Feltri a Marco Travaglio, tutti scoprissero che in Italia esiste la diffamazione aggravata a mezzo stampa. E gridano allo scandalo.

Franco Siddi, segretario della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato dei giornalisti, arriva a coniare lo slogan più sorprendente: Siamo tutti come Sallusti. La norma richiamata dalla Corte, spiega, «è illiberale nell’ordinamento di un paese dalla costituzione democratica, che sconfigge e mortifica la libertà di espressione, e priva un uomo della libertà personale». La Giunta della Fnsi è in seduta straordinaria, convocata d’urgenza per valutare delle risposte adeguate ad una notizia che ha lasciato il sindacato dei giornalisti sorpreso e amareggiato. Si valutano quindi le risposte da dare e tra le ipotesi non è escluso lo sciopero. «Spazi bianchi in prima pagina», quindi, vengono evocati come «segni tangibili di protesta» e per evidenziare «la mostruosità di queste norme affinché siano cancellate al più presto».

Ora una riflessione.

È difficile non cogliere spunti davvero straordinari di commedia dell’arte in questa vicenda. L’esercizio, però, sarebbe fin troppo facile. E la materia è così importante che ce ne asterremo. D’altronde, persino Marco Travaglio, la cui penna irriducibilmente caustica è solitamente irrefrenabile, davanti all’idea che zio Tibia, come usualmente lo chiama, finisca dietro le sbarre, ha smarrito improvvisamente e sorprendentemente la vena umoristica. Ma transeat.

Vorremmo piuttosto ricordare, sommessamente, che qui la questione cruciale non è affatto l’eventuale carcerazione del povero Sallusti, il cui unico esito – da non pochi, se non cercato, quantomeno auspicato – sarebbe di farne grottescamente il Silvio Pellico del giornalismo italiano, con immancabile servizio finale in esclusiva su Chi a titolo Le mie prigioni.

Qui la questione è un’altra.

Posto che la carcerazione per il reato di diffamazione a mezzo stampa non ha mai spaventato e non spaventa le note firme, tanto che le rarissime volte in cui è inflitta, ora come in passato, incassa l’unanime biasimo e il caso arriva nelle mani del Presidente della Repubblica se non addirittura in quelle di Alfonso Signorini, perché non ci chiediamo quali strumenti legislativi abbiamo o potremmo avere per fare in modo di premiare i giornalisti capaci di attestare quanto di vero scrivono e sanzionare pubblicamente quelli che scrivono il falso e neppure sentono l’esigenza di fare ammenda nei blandissimi modi previsti, ovvero, pubblicando una rettifica irrintracciabile e incomprensibile tra il meteo, l’oroscopo e la ricetta del mese? Dobbiamo ricordare, anzitutto, quale fosse il tenore di quel commento. Inoltre, che immediatamente nei giorni seguenti la pubblicazione della notizia della tredicenne costretta ad abortire, la Stampa pubblicò un approfondimento “riparatore”, oggi rinvenibile solo sul sito dell’Uaar. E che, come ricorda il giudice, non per una settimana ma per anni Libero ha avuto l’opportunità e ciononostante non ha pubblicato una sola riga, non diciamo di scuse, ma anche solo di rettifica per la bufala sulla quale aveva romanzato irrompendo, prima che sull’onorabilità di un funzionario dello Stato e di un ginecologo, sui drammatici equilibri di una famiglia seriamente in difficoltà, con quella speciale ferocia che solo il peccato, questo sì mortale, di una smisurata hybris può spiegare.

Tra l’altro, ora s’è saputo – ma diciamolo: chi non lo sospettava, se non addirittura sapeva – che l’autore dell’articolo non è altri che Renato Farina, alias Betulla: il giornalista che ha pagato con un’elezione in Parlamento e l’aura di patriota il fatto d’aver preso soldi dai servizi segreti per pubblicare le loro veline.

Quindi, nel mentre che salviamo l’Italia dall’essersi trasformata, come sempre a nostra insaputa, nella Cambogia di Pol Pot, perché non proviamo a rispondere a questa semplice domanda: più del carcere, non sarebbe utile alla credibilità del sistema dei media, dal quale dipende la credibilità di chiunque vi transiti, a partire dalla classe politica, che a fronte della pubblicazione e speculazione ideologica attorno a notizie dimostrate false, l’editore fosse obbligato a rendere pubblico reiteratamente e a sue spese su un’intera pagina del proprio giornale, su quelle dei concorrenti, nonché sui più importanti media televisivi e digitali, le proprie scuse alle persone diffamate a firma dei responsabili della diffamazione, accompagnate da una puntuale rettifica scritta dalle parti offese e approvata dal giudice?

È la credibilità nell’opinione pubblica dei Betulla e dei Sallusti la vera posta in gioco, non la galera per zio Tibia. Che dal carcere, non meno che da questa incredibile sceneggiata nazionale di sdegno, vedrà la propria “professionalità”, paradossalmente, rafforzata. E questa è anche la ragione per cui anche Betulla ha improvvisamente “confessato”. Un altro martire della libertà in lista d’attesa. Mentre delle vittime vere della loro mendace e cinica informazione, già ora nessuno s’interessa più. Il che, evidentemente, poco travaglia anche il nostro Travaglio, solitamente così sensibile alle ingiustizie. Bisognerebbe chiedersi e chiedergli perché.

Dove non arriva l’etica, è costretta ad arrivare la politica. Dove non arriva la politica, è costretta a intervenire la legge. Invece di strepitare contro il codice penale seplicemente perché è stato applicato, cerchiamo di rendere davvero, in concreto, la nostra informazione meno frizzante, ma più potabile, come diceva Enzo Biagi.

Il che significa pubblicamente responsabile.

Non è dunque in gioco né la libertà d’espressione né quella di Sallusti. Ma la credibilità di un intero sistema. Eppure nessuno ne parla.

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21 commenti a «Siamo tutti Sallusti?». Facciamo in modo di no. Piccolo esercizio di ragion pratica attorno allo strano caso nazionale del direttore de Il Giornale

  1. Andrea Zhok
    venerdì, settembre 28, 2012 at 15:44

    Per non saper né leggere né scrivere, direi che ammettere che per la diffamazione, anche continuata e reiterata (non parliamo dunque di ‘errori’ materiali), esistano solo pene di natura pecuniaria, non è accettabile.

    Altrimenti potrebbe accadere (per assurdo, si intende) che il proprietario di un giornale sia un multimiliardario cui le multe fanno il solletico e che possa perciò usare il proprio organo di stampa come una clava diffamatoria contro chiunque gli aggrada.

    Se poi Sallusti vada punito con il carcere, perdonatemi, non mi sento di rispondere, perché sento l’italiano medio in me agitarsi e gridare: “Carcere? Così quello mangia una volta di più a spese nostre? Ma che carcere e carcere, lo scudiscio ci vuole!” (Chiedo venia, sono reduce dalla lettura di “Memorie da una casa di morti” di Dostoevskij…).

  2. Stefano Cardini
    venerdì, settembre 28, 2012 at 17:43

    Segnalo il botta e risposta tra Marco Travaglio e Massimo Fini sulla questione del carcere per i giornalisti che si dimostrino rei di aver consapevolmente e reiteratamente affermato il falso.

  3. Giacomo Costa
    sabato, settembre 29, 2012 at 12:26

    La diffamazione è un reato ad alto potenziale, mira a deformare l’immagine della personalità della vittima, e non vedo, più di quanto lo veda Andrea, perché in linea di principio non dovrebbe essere punito con una pena detentiva.
    A mezzo stampa, ha una sua specificità, ben sviluppata nella proposta di Stefano, non diversa dalle proposte di Travaglio. L’idea di Travaglio, che ai giornalisti sia data la possibilità di correggersi prima di essere puniti, mi pare molto dubbia. Il punto centrale dell’intera questione, che purtroppo nei media non è passata, è che Sallusti non ha affatto espresso o autorizzato l’espressione di un’opinione, atto che non configura alcun reato.
    L’auto-teatralizzazione della propria schifezza in cui Sallusti e Farina si stanno producendo è strana: un estremo richiamo al fondo oscuro del berlusconismo?

  4. Corrada Cardini
    sabato, settembre 29, 2012 at 21:51

    Quello che vale per i politici, direi, e parlo da comune cittadina, valga anche per i giornalisti… Le regole e le leggi vengano rispettata e vengano rispettate da TUTTI, soprattutto da questa gente spesso strapagata e privilegiata … E chi non le rispetta venga processato e si becchi la pena che gli spetta… Siamo passati per decenni attraverso il giornalismo più becero, dilettantesco, spregiudicato e venduto che si possa immaginare (parliamo di democrazie occidentali e parliamo, per non far nomi, di testate come Libero e Il Giornale, ) e ora ci facciamo impressionare dalla sorte di un pennivendolo come Sallusti?… Per lui mi andrebbe benissimo anche la prigione (credo comunque che gente come lui, tema più un lavoro onesto che qualche scudisciata) ma in una di quelle celle dove convivono in dieci o quindici…

  5. Stefano Cardini
    sabato, settembre 29, 2012 at 23:31

    Dal mio post spero si sia capito che non è sul piano del principio che prendo le distanze dall’idea della carcerazione per diffamazione a mezzo stampa, ma sul piano dell’utilità in questo caso e più in generale in un sistema che come problema prioritario ha non la gravosità della pena da infliggere al giornalista, storicamente inapplicata, ma l’individuazione di strumenti concreti che permettano la demolizione della sua credibilità pubblica, la vera posta in gioco qui in Italia. Perché altrove nel mondo libero Sallusti, e Farina ancor prima, sarebbe semplicemente già stato messo alla porta, anzitutto. Libero, sì. Ma di trovarsi un lavoro. Mentre da noi con le bufale si fa spesso carriera.

    Leggendo il botta e risposta, però, tra Marco Travaglio e Massimo Fini si può misurare il disagio di appartenere alla professione giornalistica in Italia, disagio che dovrebbe investire tutti, in realtà, perché la credibilità dei media è un bene pubblico, in forza del quale soltanto si giustificano leggi come quella sulla stampa, quella istitutiva dell’ordine dei giornalisti, per non parlare dei numerosi e reiterati meccanismi di sostegno economico delle imprese editoriali.

    Marco Travaglio, nel suo articolo, mostra la propria disistima professionale e umana per Sallusti. Prigioniero del proprio popolare format di fustigatore imparziale, irriducibile e irreprensibile, però, proprio lui, così esercitato nel ruolo di sarcastico castigamatti, incapace di denunciare senza irridere, uso ad alludere o indurre a diffidare ogni volta che non può dimostrare, improvvisamente cincischia. L’idea della riparazione volontaria stabilita per legge è grottesca. Perché trasferisce sul piano dell’obbligo giuridico qualcosa che in realtà sarebbe dovuto su un piano morale, indipendentemente da quello che eventualmente la legge prevedesse in termini sanzionatori. Dà l’idea del genere di moralità, generale e professionale, di cui queste persone sono portatrici. E così, il pur umanamente e professionalmente biasimevole Sallusti, viene sottratto all’onere di rispondere della negligenza con cui ha permesso fosse prima pubblicato un falso, quindi della negligenza o peggio di non averlo rettificato, quindi della viltà o peggio di aver coperto la viltà del responsabile, Renato Farina, senza che sia spesa una sola parola circa il fatto che non di persone pubbliche qui si trattasse, ma di persone comuni, in difficoltà oggettiva e anche minorenni. Il che aggrava la questione non di poco, non perché di persone pubbliche si possa dire il falso ma per l’oggettiva incapacità di difendersi di chi non possiede i mezzi per farlo. Ci si sdegna per la macchina del fango su Saviano, che può replicare in prima serata quando vuole, e si cincischia davanti al dramma di una famiglia comune?

    Ma la replica di Massimo Fini sarebbe ancora più sorprendente, se non fosse perfettamente complementare. Il nostro, infatti, non esita a riconoscere le gravi reposabilità di Sallusti e non sembra disposto a fare alcuno sconto al collega, invocando precedenti storici assolutamente appropriati. Ma non può trattenersi dal ribadire, contemporanemante, la propria stima umana e professionale per lui. Viene da chiedersi in base a quali prioritari criteri egli valuti la professione per non dire dell’umanità. Azzardo un esercizio analogico. Sarebbe un po’ come dire: sì, effettivamente quel cardiochirirgo ha impiantato un bypass a un paziente che non ne aveva bisogno per incassare i rimborsi della Regione (esempio chiaramente di fantasia). Però glieli ha impiantati benissimo! Un medico davvero eccellente…

    Concludo tuttavia con una good new. Non tutti i giornalisti, comunque, la pensano così. Dal sito di Nuova Informazione (www.nuovainformazione.it), componente della Fnsi, Federazione nazionale della stampa italiana, ossia del sindacato nazionale dei giornalisti, che ancora non si è bevuta completamente il cervello.

    «Noi non siamo Sallusti. Ci spiace, ma questa volta non siamo della stessa opinione. Dissentiamo da molti autorevoli colleghi e da parecchi amici. Il reato, ed è un reato, è la diffamazione. Realizzata attraverso la pubblicazione di notizie false. Notizie false mai rettificate e anzi amplificate da un editoriale, quindi non solo in un articolo di cronaca. Reato quindi riconducibile alla linea editoriale incarnata da un direttore responsabile. Noi stiamo con le parti lese e con la correttezza e la dignità della professione.
    L’”opinione” di cui alcuni parlano a vanvera era un’incitazione all’odio e alla discriminazione, un inno alla pena di morte, una indicazione dei “mostri” da colpire. La responsabilità di un direttore non è un vecchio arnese obsoleto, è l’obbligo, in questo caso come in altri ben retribuito, di sapere cosa si pubblica. Sia che lo scriva un cronista di provincia pagato due euro a cui non si è dato il tempo di verificare una notizia, sia che lo scriva uno spione confesso al servizio dei servizi. Detto questo il carcere è una pena eccessiva? Lo è anche per chi rovina la vita di una tredicenne, dei suoi genitori, di un magistrato e di un medico? Ma se il codice prevede questo questo c’è, specie per un recidivo. Noi preferiremmo che un futuro Sallusti e un futuro “Dreyfus” venissero buttati fuori su due piedi dal novero delle persone che possono esercitare il faticoso dovere di informare correttamente i cittadini, ma le previsioni del codice non esistono a nostra insaputa. Sallusti non andrà mai in galera, neanche “Dreyfus”, a meno che facciano qualcosa di veramente contrario alla loro natura raccontando qualcosa di vero dopo aver scassinato i Palazzi per procurarsi le prove, magari pubblicando i contenuti di verbali e intercettazioni contro il volere dei loro referenti. Se questa storia ci insegna qualcosa è che serve una riforma dell’Ordine, che ci consenta di denunciare , segnalare e definire una volta per tutte i falsari, e serve una norma sui reati di opinione, che sono altro ma sono stati astutamente richiamati in servizio, una norma per distinguere chi esprime un’opinione da chi incita al linciaggio raccontando falsità. Sallusti paghi, e non faccia pagare le sue colpe a una categoria che non deve difendere pavlovianamente i suoi colleghi quando la infangano. A margine, parlando di mistificazioni, sarebbe opportuno che un individuo come Farina non avesse l’opportunità di firmarsi conuno pseudonimo, Dreyfus, che è il cognome, reale, di chi era ben altro da lui.»

  6. domenica, settembre 30, 2012 at 08:41

    Mi dispiacerebbe che a questo eccellente dibattito mancasse l’accesso diretto all’articolo più lucido uscito su questo problema (a mio avviso) sulla stampa italiana. È quello di Bruno Tinti comparso su Il Fatto Quotidiano di venerdì 28 settembre, purtroppo non lo trovo in rete e spero che qualche frequentatore del nostro blog più sveglio di me lo trovi e lo carichi. In definitiva mi sembra che ci fossero due tesi filosoficamente rilevanti: 1) il reato di opinione non esiste (In Italia) b) perché il rationale del reato di diffamazione è, molto semplicemente, l’affermazione del FALSO (naturalmente, di falsità che gravemente ledano, qualora credute, la reputazione o l’onore di una persona).

    Purtroppo non ho modo di controllare se questo fosse veramente il centro di quell’articolo, ma a questo punto avrei da rivolgere alcune domande a chiunque sia più esperto di me in materia (ci vuol poco). 1. Esiste un reato di calunnia, e si distingue da quello di diffamazione? 2. In quali altri casi nel diritto penale italiano DIRE IL FALSO costituisce reato? 3. La fattispecie di cui parla Tinti è la stessa di cui si giovò Licia Rognoni Pinelli quando denunciò Luigi Calabresi per DIFFAMAZIONE di suo marito, Pino Pinelli? (Vorrei ricordare a tutti la risposta straordinaria che Licia diede a chi le chiedeva perché non lo avesse piuttosto denunciato per omicidio: “Secondo l’educazione che ho avuto, prima viene l’onore di una persona, e poi la vita”. E intendeva dire che anche per il marito, riferita a se stesso, era questa la priorità).

    Grazie a chi volesse rispondermi

  7. Stefano Cardini
    domenica, settembre 30, 2012 at 09:59

    Provo a rispondere anzitutto in merito al punto 3. Che io sappia, Licia Pinelli denunciò il 24 giugno 1971 Luigi Calabresi e tutti i presenti in Questura per omicidio volontario, sequestro di persona, violenza privata e abuso di autorità. Fu invece Gemma Calabresi, il 15 aprile 1970, a querelare per diffamazione “continuata e aggravata” Pio Baldelli, direttore responsabile di Lotta Continua (uno dei tanti che si alternavano alla guida del giornale senza effettivamente dirigerlo per proteggere chi materialmente lo faceva), che aveva promosso una sistematica campagna di denuncia, con articoli e vignette, attribuendo al commissario la responsabilità del defenestramento di Giuseppe Pinelli. La questione è ancor più interessante. Perché Sallusti, con Pansa, Feltri e altri, è tra coloro che non perdono un istante, ma proprio uno, ogni volta che possono, per calare sulla testa del primo che passa il “caso” Calabresi con una strumentalità che fa orrore a chiunque abbia profondamente compartecipato al dramma di quella famiglia leggendo, per esempio, il libro della moglie Gemma.

    Aggiungo che sia le accuse di Licia Pinelli sia quelle di Gemma Calabresi non portarono ad alcuna condanna. A riprova che il difficile terreno dell’uso responsabile della stampa, non è affrontabile semplicemente sul piano del diritto se il ventre etico di un sistema dei media è fradicio, trasversalmente – ahimé – fradicio.

    C’è un “populismo giornalistico” come c’è un “populismo storico”. E anzi, spesso, le due cose si danno manforte oscurando la verità e la memoria.

    Riporto un brano esemplare del 1980, epoca in cui molte delle pessime cose che stanno accadendo all’Italia oggi iniziarono. È di Giorgio Gaber.

    Io se fossi Dio
    maledirei davvero i giornalisti
    e specialmente tutti
    che certamente non sono brave persone
    e dove cogli, cogli sempre bene.
    Compagni giornalisti avete troppa sete
    e non sapete approfittare delle libertà che avete
    avete ancora la libertà di pensare
    ma quello non lo fate
    e in cambio pretendete la libertà di scrivere
    e di fotografare.
    Immagini geniali e interessanti
    di presidenti solidali e di mamme piangenti.
    E in questa Italia piena di sgomento
    come siete coraggiosi, voi che vi buttate
    senza tremare un momento.
    Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti
    e si direbbe proprio compiaciuti.
    Voi vi buttate sul disastro umano
    col gusto della lacrima in primo piano.
    Sì, vabbe’, lo ammetto
    la scomparsa dei fogli e della stampa
    sarebbe forse una follia
    ma io se fossi Dio
    di fronte a tanta deficienza
    non avrei certo la superstizione della democrazia.

  8. Stefano Cardini
    domenica, settembre 30, 2012 at 10:06

    Riporto alcuni link interessanti che mi sono stati segnalati:

    Una risposta spropositata contro la diffamazione
    (Carlo Federico Grosso)

    Stralcio: « (…) Di regola, è ampiamente sufficiente infliggere una pena pecuniaria e condannare il colpevole a un risarcimento dei danni proporzionato alla gravità dell’offesa. Nei confronti dei casi più gravi, delle offese più “sanguinose”, si potrebbe, tutt’al più, pensare a pene interdittive (sospensione dalla professione, ecc.), magari senza sospensione condizionale della pena: ciò sarebbe di per sé sufficiente ad assicurare un’adeguata disincentivazione dal commettere diffamazione (…)» Mio commento: Grosso, è chiaro, non vive in Italia.

    Depenalizzare la diffamazione: ecco i documenti internazionali (Mario Tedeschini)

    Stralcio: « (…) non mi interessa discutere – in questo contesto – su Sallusti medesimo, sull’articolo che ha pubblicato, sul tipo di giornalismo che pratica sui suoi giornali, sulle intenzione corporative che muoverebbero la protesta di “caste” varie (politici e giornalisti), perché tale discussione, essendo totalmente irrilevante rispetto alla questione di principio generale, rischia di offuscarla. (…)». Mio commento: Mario Tedeschini ha pubblicato il più effimero dei commenti pubblicati e forse pubblicabili.

    Libertà di diffamazione (Michael Braun)

    Stralcio: «(…) Giustissimo l’intento di tanti direttori e giornalisti di difendere la libertà di stampa, giustissima la domanda se la pena comminata non sia esagerata. Ma da qui a difendere un diffamatore (o un direttore che pubblica e copre i diffamatori) ci corre. Non risulta che Sallusti si sia mai scusato per quell’articolo. (…) » Mio commento: qualcosa di sensato, finalmente. Insufficiente, ma sensato.

  9. Andrea Zhok
    domenica, settembre 30, 2012 at 15:13

    Molto bella la canzone di Gaber, non la conoscevo. Quanto agli articoli, sottoscrivo i commenti di Stefano.

    Per inciso, la cosa che veramente metterebbe una pietra tombale sulla speranze per questo paese è se a Napolitano venisse in mente, come è stato paventato, di graziare Sallusti. Sarebbe veramente l’atto finale. Subito dopo mi iscrivo al Movimento Cinque Stelle, simultaneamente straccio la tessera elettorale e cerco un appointment in Nuova Zelanda.

  10. Stefano Cardini
    domenica, settembre 30, 2012 at 15:56

    Come sempre a insaputa di noi giornalisti italiani, riassumerei così le tre fattispecie che la professione dovrebbe tenere presente. Spero così di dare una mano a proposito dei punti 1 e 2 sollevati da De Monticelli.

    Commette il reato di ingiuria (art. 594 c.p.) chi offende l’onore o il decoro di una persona presente ed è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 516.

    Commette il reato di diffamazione (art. 595 c.p.) chi offende l’altrui reputazione in assenza della persona offesa. In questo caso la pena è della reclusione fino ad un anno e della multa fino a € 1033. Vi è poi la diffamazione a mezzo stampa, nell’ultimo comma, che naturalmente ha come presupposto che giornalista, direttore della testata ed editore abbiano responsabilità superiori a quelle di un comune cittadino, per ragioni che non è difficile immaginare. Per questo è aumentata l’entità sia della multa sia della pena detentiva, che arriva a tre anni. Ma che può assere aumentata, per esempio se la diffamazione si dimostra aggravata e reiterata.

    Dall’ingiuria e dalla diffamazione, poi, va distinto il reato di calunnia (art. 368 c.p.) che si ha quando qualcuno, con denunzia, querela o altro atto, anche anonimo o pseudonimo, rivolto all’autorità giudiziaria o ad altra autorità con obbligo di riferire a quella, incolpa di un reato una persona che sa essere innocente, o simula a suo carico tracce di un reato. Per il reato di calunnia la pena è della reclusione da due a sei anni, al netto di eventuali aggravanti.

    Nel caso di Giuseppe Pinelli, diversamente da quello di Luigi Calabresi, mi pare che, al netto di tutto il resto, ci si fosse trovati inizialmente di fronte, un po’ paradossalmente, più al reato di calunnia da parte della Questura che non di diffamazione, in forza della famosa conferenza stampa tenuta da Guida e Allegra dopo la morte di Pinelli, in seguito contraddetta su molti punti più volte. La frase di Licia Pinelli riportata da De Monticelli, forse, è nel film di Giordana, nel colloquio con Paolillo. Non ricordo, però, si trovi nel libro-intervista scritto da Licia con Pietro Scaramucci, dove più volte, comunque, viene ribadito che sia per lei sia per la mamma di Pinelli prioritario fosse ristabilire la sua onorabilità a fronte dell’accusa di avere avuto una parte nella strage di Piazza Fontana, qualcosa di infinitamente distante dall’idea di Pinelli della politica.

  11. domenica, settembre 30, 2012 at 23:04

    Mentre ringrazio Stefano Cardini per le informazioni, ecco la fonte di quanto ho detto su Licia Pinelli: L. Pinelli, P. Scaramucci, Una storia quasi soltanto mia, Feltrinelli 2009, p. 23. Si tratta di un’intervista, cito dunque domanda e risposta:

    “Eppure all’inizio non hai denunciato nessuno per la morte di Pino, e questo addirittura sembrò un segno di debolezza da parte tua. Il 28 dicembre presentasti una querela per diffamazione contro il questore Guida che aveva detto delle cose gravissime sul conto di Pino, ma molti si aspettavano di più da te.

    Vedi, io ero sicura al mille per cento che Pino non aveva fatto assolutamente nulla di quello di cui lo incolpavano e quindi sono partita prima di tutto querelando il questore Guida per quello che aveva osato dire. Dopio avrei pensato alla morte. Prima di tutto questo, perché alla morte non potevo porre rimedio, alla diffamazione sì (….). Ti sembra strano? Probabilmente ero imbevuta della mia educazione, delle mie letture, pensavo: prima di tutto l’onore, poi il resto. Che è anche un modo di vivere, dici: “Ti sporcano il nome”.”

    Mi dispiaccio di non aver potuto ancora trovare il pezzo di Bruno Tinti, anche perché la differenza fra diffamare opinando e diffamare dicendo il falso mi sembra talmente gigantesca che era molto importante che almeno una persona sulla stampa cartacea la facesse notare. Del resto per falso in atto pubblico Farina era già stato condannato una volta.

  12. Stefano Cardini
    lunedì, ottobre 1, 2012 at 06:08

    Ringrazio Roberta De Monticelli che ha ritrovato un punto del libro di Licia Pinelli che, pur avendoci provato, non ero riuscito proprio a individuare. La questione mi sembra sempre più interessante, anche a proposito dell’annosa questione circa l’utilità e il danno della storia per la vita, che in Italia si risolve chissà perché sempre in danno, purtroppo. Per quanto riguarda invece l’articolo di Bruno Tinti uscito su Il fatto quotidiano, lo riporto di seguito a grande beneficio della discussione.

    Caso Sallusti – Ma quale reato d’opinione? Punita la menzogna

    Quel pezzo costituisce un reato

    di Bruno Tinti, da Il fatto quotidiano del 28 settembre 2012

    Così la Cassazione ha detto che Alessandro Sallusti deve andare in prigione. Ricorso rigettato e condanna alle spese processuali. Tutta la campagna sul preteso reato di opinione non vale la carta su cui è stata scritta. Solo perché lo ha detto la Cassazione? Basterebbe.
    Ma ci si può anche ragionare sopra. In Italia, il reato di opinione non esiste, nessuna legge lo prevede. Sicché non si può essere processati perché si sostiene che le leggi di B. sull’impunità erano incostituzionali e costruite solo per evitargli la galera; oppure che la legge sull’aborto è incivile, barbara, blasfema etc . Sono opinioni. C’è di più: nessuno può essere processato se sostiene che la legge barbara etc. ha per effetto quello di obbligare le persone ad abortire. È un’opinione. Così come è un’opinione sostenere che un libro non è bello, interessante, non ha stile letterario; è un’opinione perfino dire che fa schifo.

    Quando comincia la diffamazione?
    Lo dice l’art. 595 del codice penale: non si deve offendere la reputazione altrui. Breve, preciso e compendioso; e assolutamente equivoco. Ecco perché sono state scritte sull’argomento tonnellate di libri e sentenze: il confine tra opinione e diffamazione è labile. Prendendo lo spunto dalla citazione per danni di Carofiglio contro un critico letterario, è certo che dire: questo libro fa schifo non giova al suo autore; però è espressione di un diritto di critica costituzionalmente garantito. Per questo motivo la frase “il libro sembra scritto da uno scribacchino” è un’opinione: si sta dicendo che questo particolare libro è poco felice, non ha ispirazione; ma si lascia aperta la possibilità che altri libri dello stesso autore sono stati o saranno belli. Ma se la frase critica è “Carofiglio è uno scribacchino” allora si tratta di diffamazione perché l’affermazione non riguarda il libro ma la sua persona. Veniamo a Sallusti. Riassumo le frasi ritenute diffamatorie: “Il giudice ordina l’aborto… decretando l’aborto coattivo… qui ci si erge a far fuori un piccolino e straziare una ragazzina…”. Ora, criticare anche aspramente la legge sull’aborto e dire che la sua applicazione conduce all’assassinio è assolutamente legittimo. Quello che non si può fare è falsificare i fatti. Perché il giudice, nessuno ne ha scritto finora e questo mi indigna non poco, non ordinò affatto l’aborto coattivo. Semplicemente applicò l’art. 12 della legge 194/78: se la donna è di età inferiore a 18 anni, per l’aborto è richiesto l’assenso di chi esercita la potestà o la tutela… Nei primi 90 giorni, quando vi siano seri motivi che impediscano o sconsiglino la consultazione di queste persone; oppure se queste rifiutano l’assenso o esprimono pareri discordanti (bel problema, vero?), medico e struttura societaria fanno una relazione e il giudice decide. La frase esatta è: “Tenuto conto della volontà della donna, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli… può autorizzare l’aborto.” Non imporre, autorizzare; rendere esecutiva la volontà della donna. È del tutto evidente che, secondo la legge, la volontà di una ragazzina di 13 anni non ha molte possibilità di esprimersi liberamente; madre e padre e tutto l’ambiente che la circonda condizioneranno la sua giovane mente; e la paura di restare sola e senza aiuto farà il resto. Sicché è ovvio che la tredicenne in questione abbia espresso al giudice una decisione che difficilmente può considerarsi autonoma. D’altra parte come può essere diverso per una tredicenne? E queste cose ben avrebbero potuto essere spiegate dal giornalista e/o da Sallusti. Ma non l’hanno fatto. Hanno invece mentito: hanno detto che il giudice aveva decretato l’aborto coattivo, il che significa contro la volontà della ragazzina, comunque formatasi. Che è falso. Il giudice prese atto della sua volontà e applicò la legge. Cosa altro avrebbe dovuto fare: imporle la prosecuzione della gravidanza? Scrivere quello che è stato scritto significa dire che il giudice ha compiuto un atto illecito, impietoso, criminale, barbaro. Non si può. Scrivere questo non è un reato di opinione, è una falsità. Ecco perché è stato giusto condannare Sallusti. Quanto alla misura della pena non mi pronuncio; la pena la decide il giudice, non i cittadini.

    C’è però un altro profilo pericolosissimo nella campagna a favore di Sallusti: lui non ha scritto l’articolo, non doveva essere condannato; responsabilità oggettiva, norme medievali etc. Non è vero, la responsabilità oggettiva non c’entra niente. Questo modo di ragionare era applicato nei processi per gli infortuni sul lavoro negli anni 70. Si condannava il capo squadra, il capo reparto, quello che materialmente aveva compiuto l’azione o l’omissione che erano state la causa diretta dell’infortunio. C’è voluta un’elaborazione giurisprudenziale durata anni per arrivare al concetto di posizione di garanzia, cioè alla responsabilità diretta di chi ha l’obbligo del controllo sull’attività delle persone che dipendono da lui. La stessa cosa può dirsi per i reati di falso in bilancio e di frode fiscale. Qualcuno vuole sostenere che la responsabilità è solo di chi predispone bilancio e dichiarazione dei redditi e non dell’amministratore che firma entrambi; e che, per legge è tenuto al controllo? Che cosa deve fare un direttore di un giornale? Attribuire ai giornalisti gli articoli che dovranno essere pubblicati, leggerseli e decidere se vanno bene o no. In quel “vanno bene” sta anche la verifica se per caso violino la legge. E se non è capace di fare questa verifica personalmente, sta a lui appoggiarsi a una persona competente. Dunque Sallusti è colpevole, altro che. E non di reati di opinione.

    ————————

    Tinti mi pare che dica quasi tutto quello che c’era da dire. È sbrigativo su due cose, però. Nel modo di accostarsi a una vicenda umana, il puro e semplice diritto liberale-democratico alla libertà d’opinione, e a maggior ragione di stampa, non ci esenta affatto dal rispetto non soltanto formale delle persone in quanto tali ma soprattutto da quello, più sostanziale, della complessità dell’esistenza di noi tutti, di cui fa parte la non rara insolubile dilemmaticità di certe situazioni, che è quindi dovere morale, e per chi scrive sui giornali professionale, non ridurre ai propri stilemi ideologici. Nulla che possa essere contemplato da un codice, certo. Ma certamente misura della nostra civiltà. Della quale anche il giornalismo d’opinione dovrebbe tenere conto, in particolare quando maneggia la vita di chi non ha potere, nella consapevolezza al contrario di averne uno. Il cinico non è adatto a questo mestiere, scriveva Ryszard Kapuscinski scordandosi degli eroi di Maupassant e di Balzac. È vero sul piano morale. Quasi mai, almeno in Italia, sul piano fattuale. Chiediamoci perché. Il secondo punto sul quale va troppo spedito Tinti è laddove afferma: la pena la decide il giudice, non i cittadini. Sacrosanto, altrimenti dove si finirebbe? E tuttavia la riflessione sul concetto di pena, sulla sua legittimità, sui suoi fini, è il cuore del diritto penale. Quindi, una volta demistificato il caso Sallusti, credo sia dovuta la riflessione attorno al tema: che cosa abbiamo contribuito a risolvere una volta che abbiamo “fatto la mossa” di mandare Sallusti in carcere? Perché è questo che quasi certamente accadrà. Ma ancora: immaginando che, grazie a un intervento paranormale di qualche flotta extraterrestre, Sallusti alla fine in carcere ci vada davvero, in che misura questo contribuirebbe a rendere più potabile, oltre che meno corporativa e codina, l’informazione italiana? La discussione forse avrebbe dovuto muovere da qui, non arrestarsi.

  13. Carla Poncina
    lunedì, ottobre 1, 2012 at 15:42

    Premetto che ho aperto il lab dopo alcuni giorni in cui non entravo, e mi sono letta dalla prima all’ultima riga il dibattito, ascoltando le varie voci, dopo che mi ero invelenita in solitudine sul “caso Sallusti”.
    Già ascoltare le molteplici argomentazioni mi ha in parte consolata.
    Aggiungo poche cose, partendo dall’ultima ipotesi, che Sallusti venga incarcerato. Se succederà sarà solo perché quello che nel nostro lessico familiare chiamiamo “il sicario” lo avrà voluto, già ipotizzando i vantaggi di ogni genere che ne potrebbe ricavare.
    Nel mondo sottosopra, almeno dal punto di vista della politica e dei valori, in cui da una ventina d’anni viviamo, di lupi che si sono fatti agnelli e di rane che si credevano buoi ne abbiamo viste a iosa.
    Ora la questione, analizzata in base al semplice buon senso, e non al senso comune in Italia completamente condizionato e corrotto, ci parlerebbe di un direttore di giornale che ha pubblicato un articolo ignobilmente diffamatorio, scritto da un giornalista radiato dall’ordine e in quanto tale illegalmente utilizzato. Aggiungiamo che il direttore in questione non è nuovo alla pubblicazione di articoli falsi, anzi almeno dalla discesa in campo del cosiddetto “Cavaliere”, fa parte di un manipolo di “pennivendoli” –si sarebbe detto un tempo- pronti a lanciare dai loro giornali (molti) e dalle televisioni amiche (tutte!) bordate di insulti e falsità contro i supposti nemici del Capo.
    Tale direttore, passato per vari ordini di giudizio, rischia ora pochi mesi di galera. E’ ingiusto? E’ un’offesa alla libertà di stampa? Si tratta di un reato d’opinione che un paese democratico non può tollerare?
    Brevemente, punto per punto:
    1- Forse è ingiusta la galera, ma non diciamo per favore che un articolo violentemente calunniatore è reato leggero: che la parola ferisce più della spada lo sapeva e lo diceva già Gorgia da Lentini, insieme agli amici Sofisti, più di duemila anni fa.
    2- La libertà di stampa e la libertà di calunniare sono cose totalmente diverse. Applicandosi un po’ lo potrebbero capire anche i grandi opinionisti.
    3- -La libertà d’opinione ha a che fare con le idee, la calunnia stravolge i fatti. La prima è un diritto democratico, la seconda è un peccato prima che un reato.
    Aggiungo che le pene pecuniarie vanno bene in astratto, ma non nel caso di giornalisti e direttori di giornali alle dipendenze di un uomo straricco che della corruzione e dell’imbroglio ha fatto la sua cifra personale. Non credo che Berlusconi abbia letto Bloch, ma sull’uso delle “false notizie” per condizionare l’opinione pubblica non ha bisogno di maestri.
    Detto questo, devo dire che ancor più delle sceneggiate di Sallusti e soci, mi hanno indignata gli incredibili elogi relativi alle sue doti giornalistiche. Sallusti, insieme a Feltri, in quest’ultimo triste ventennio ha grandemente contribuito a ri-fondare il sistema informativo basandolo sulla parolaccia e l’insulto.
    Speranze? Finché l’opinione pubblica, a tutti i livelli, non solo non si cura dell’etica pubblica, ma non ne coglie né il concetto né il valore, temo ci si debba rassegnare: questo non è un Paese per onesti.

  14. Federico Bacco
    mercoledì, ottobre 3, 2012 at 12:14

    Prendo spunto dall’ultimo, bell’intervento di Stefano Cardini, ove ricorda che “la riflessione sul concetto di pena, sulla sua legittimità, sui suoi fini, è il cuore del diritto penale”. Troppo spesso si è (anche emotivamente) portati a ritenere la pena (intesa prevalentemente nella variante detentiva) come panacea. Questo può capitare sia muovendo da presupposti che si inquadrano in una teoria della pena di tipo assoluto o retributivo, (secondo cui la pena si giustifica semplicemente come inflizione di un male contrario a quello cagionato dall’autore del reato), sia muovendo da concezioni della pena di tipo finalistico o preventivo (sinteticamente: la minaccia e l’applicazione di sanzioni deve avere l’obiettivo di prevenire comportamenti dannosi nel futuro).
    Vi sono due ordini di problemi che nella retorica mediatica risultano spesso confusi, e che credo valga la pena distinguere: il primo attiene al se punire, ovvero alla meritevolezza e alla necessità di pena per l’incriminazione di determinati comportamenti. Il secondo attiene al come punire (scelta della sanzione più adeguata).
    Le condotte di diffamazione meritano ancora oggi l’intervento penale? Nei discorsi sui quotidiani si è fatto frequentemente richiamo ai reati di opinione, categoria che evoca incriminazioni retaggio dell’ideologia fascista le quali oggi ancora sopravvivono nel nostro codice, seppure prive (per fortuna !) di applicazioni nella prassi.
    L’accostamento può essere fuorviante, specie quando si accomunano norme volte a tutelare anacronistici interessi di tipo pubblicistico (in primis, le varie fattispecie di vilipendio) con norme volte a proteggere la persona. Il reato di diffamazione tutela la persona: al di là dei profili problematici, vale in linea di principio l’assunto per cui libertà di opinione non equivale a libertà di offendere. Vi è un limite, che possiamo ipoteticamente e genericamente identificare con il rispetto della persona (salvo poi specificare in cosa esso consista, ma questo è un problema che meriterebbe un’ampia trattazione), e che non deve essere valicato.
    Si tratta di un limite che non si esaurisce nel discrimine tra verità e falsità di fatti: dire dolosamente il falso (con riferimento a fatti di cronaca) può certo integrare il reato di diffamazione, ma anche affermazioni di fatti corrispondenti a verità potrebbero essere considerate lesive dei cosiddetti “onore e decoro” (questo il lessico adoperato dal nostro codice penale), ove esposte con modalità tali da tradursi in termini denigratori e svalutativi: per esempio, definire una donna che pur esercita il meretricio, tramite l’attributo previsto dal gergo scurrile, può integrare il reato di diffamazione anche a fronte di una situazione che di fatto corrisponde alla qualifica volgarmente attribuita.
    Ad ogni modo, va rimarcato che la configurabilità di un diritto di cronaca, inteso come controinteresse tale da poter bilanciare e rendere giustificate eventuali offese all’onore e alla reputazione, è legata alla verità del fatto esposto: in altri termini, riportare notizie che sono di per sé tali da minare la reputazione di una persona può essere giustificato solo quando si tratti di fatti veri (deve inoltre esservi un interesse pubblico-sociale alla conoscenza del fatto, ed esso deve essere esposto con adeguate modalità espressive, secondo la cosiddetta “continenza”)
    Con riferimento all’articolo a firma “Dreyfus”, e per cui Sallusti è stato ritenuto penalmente responsabile per omesso controllo, il limite del diritto di cronaca è stato, a mio avviso, superato: un’attribuzione menzognera di una condotta che, ove fosse reale, screditerebbe del tutto l’immagine della persona-giudice. Non una critica, anche forte, alle ragioni che nel merito possono avere indotto ad un provvedimento, ma l’attribuzione (falsa) di un comportamento (si parla di “aborto coattivo”) che sarebbe tale da privare di credibilità la persona del giudice. Averne affermato la rilevanza penale mi pare ragionevole. Il rispetto reciproco è una regola, non un dato che si possa dare per acquisito: in questo senso, il diritto penale, anche con la sua forte connotazione stigmatizzante e simbolica, può contribuire a porre in evidenza che ci sono cose che non deve essere consentito fare.
    Altro problema è quello di individuare una sanzione che possa dirsi adeguata per simili comportamenti, nel doveroso rispetto della dignità di chi li compie, e ovviamente tenendo conto delle proiezioni finalistiche della pena: il carcere può essere considerato un buon deterrente o rischia solo di creare delle nuove e, in questo caso, grottesche figure di “martiri della libertà di opinione”? sarebbe forse più efficace prevedere condotte lato sensu riparatorie?
    Lascio aperta la questione e propongo una riflessione sulle parole con cui la raffinata penna del sempre acuto Michele Serra ha sintetizzato la questione: “La legge, effettivamente, è uno strumento goffo e inadeguato per misurare certi abissi”.

  15. Andrea Zhok
    mercoledì, ottobre 3, 2012 at 13:39

    “nel doveroso rispetto della dignità di chi li compie”

    Forse doveroso, ma certo impossibile (con buona pace di Kant).

  16. Stefano Cardini
    mercoledì, ottobre 3, 2012 at 15:10

    Segnalo, caso mai fosse sfuggita, la presa di posizione penosamente prevedibile di Gianpaolo Pansa e meno previdibilmente deludente di Mario Calabresi, che purtroppo non fa che confermare la disperante autoreferenzialità della categoria al suo vertice.

    http://www.lastampa.it/2012/09/27/italia/politica/caso-sallusti-mario-calabresi-grottesco-mantenere-questa-legge-sgfP0vwJd7bo1W8SM9YhbN/index.html

    Non ci si fa nessuna delle domande che Federico Bacco ha mostrato essere indispensabili. Mentre si parla genericamente di “culture giornalistiche”, come se non si scorgesse che il caso Sallusti (come quello Fiorito per la politica) non è altro che la degenerazione più appariscente e grottesca di un problema generale, ovvero, dell’opinionismo (sostituzione delle opinioni ai fatti) e del fattoidismo (sostituzione di fattoidi ai fatti) come via italiana alla riduzione delle responsabilità e dei costi aziendali del giornalismo. È come se non si scorgesse o non si volesse scorgere che si è prodotta ed è divenuta egemone una retorica della legittima spregiudicatezza e rivendicata faziosità, che spesso viene denunciata (quando è esercitata contro la propria parte) da chi ne è stato tra i più attivi promotori. È un fatto storico, non un’opinione. È sufficiente ricordare gli esordi di Vittorio Feltri alla direzione dell’Europeo e il modo in cui giustificò la falsa fonte brigatista del falso scoop in merito alle carte di via Montenevoso recuperate da Dalla Chiesa (episodio ricostruito da Miguel Gotor in Memoriale di una Repubblica). O i tempi in cui Giuliano Ferrara sbeffeggiava chi lo richiamava al dovere di un’informazione imparziale (che significa né più né meno intellettualmente onesta) e mediaticamente sobria rivendicando il diritto alla faziosità e alla spettacolarizzazione. O la mutazione genetica indotta dal virus de l’Indipendente di Vittorio Feltri e poi di Maurizio Belpietro, dopo il brevissimo, e fallimentare dal punto di vista del mercato, esordio anglosassone. Da allora il cosiddetto fiuto per il mercato e l’affidabilità cortigiana hanno sostituito fino ad annientarla ogni linea editoriale, in una logica puramente mercatista e insieme ideologica dell’informazione. Quando parlo di egemonia, intendo dire che la questione, pur avendo epicentro nella cerchia del giornalismo che s’è opposto o si è rappresentato in opposizione al cosiddetto giornale-azienda-partito L’Espresso-Repubblica, è andato oltre quei confini e spesso ha fatto da modello anche per il fronte nemico. La simmetria è certo imperfetta. Ma il format del tribuno televisivo Michele Santoro, da anni lontanissimo dai tempi delle inchieste di Samarcanda, è a mio parere un esempio di “populismo giornalistico” che solamente l’emergenza democratica innescata dal “populismo berlusconiano” poteva rendere digeribile. Ma anche il format Marco Travaglio, soprattutto dal momento in cui entrò a far parte del format Santoro, nonostante alcuni suoi meriti, ha prodotto danni evidenti. Personalmente, faccio fatica a trascurare la circostanza storica che tanto Marco Travaglio quanto Maurizio Belpietro vengono da Il Giornale di Indro Montanelli, contendendosene aspramente l’eredità culturale. La questione della “cultura della destra” meriterebbe studi appositi. Personalmente, però, quando leggo Travaglio, non riesco a evitare di pensare al lato più becero della “cultura giornalistica” satireggiante della destra italiana tipo Il Candido, dai Longanesi e dai Montanelli un po’ incoraggiata un po’ tollerata in ragione della comune opzione anticomunista. Montanelli una volta disse d’essere stato sempre consapevole che i suoi lettori culturalmente e politicamente erano più a destra di lui. La defenestrazione berlusconiana dalla direzione de Il Giornale aprì le gabbie. Instaurando un lungo periodo di egemonia, dal quale non è risultato immune il fronte avverso.

    P.S. A proposito della finalità e proporzionalità dell pena. In questi giorni sta andando in onda in rete (http://speciali.espresso.repubblica.it/interattivi/franco-mastrogiovanni/index.html), per iniziativa dei familiari e dell’associazione di Luigi Manconi A buon diritto, la spaventevolmente lunga agonia di Franco Mastrogiovanni, insegnante elementare di 58 anni, che una mattina di tre anni fa, in provincia di Salerno, è stato fermato dai vigili, e sedato e legato mani e piedi in un letto d’ospedale per 82 ore senza essere neppure idratato. Fino a morire. Di ieri, invece, è la notizia che i responsabili delle violenze alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, pur condannate per essere state responsabili di un «massacro ingiustificabile», non andranno in carcere, ma ai domiciliari e senza neppure l’obbligo di firma al commissariato (http://www.lastampa.it/2012/10/02/italia/cronache/cassazione-la-diaz-fu-pura-violenza-massacro-ingiustificabile-al-g-veNYwGFdOuBBWTuClG4sdN/index.html). Convengo sul fatto che meno persone una comunità è costretta a sanzionare con la reclusione, più è civile. Ma qui l’impressione, per usare un eufemismo, è che i criteri non siano applicati in modo equanime. C’è chi muore senza aver fatto nulla. E chi non paga per cose che altri pagherebbero caro.

  17. Andrea Zhok
    mercoledì, ottobre 3, 2012 at 15:45

    Condivido, con una limitazione. Per quanto sia Santoro che Travaglio incarnino un certo volto del populismo nazionale, c’è tuttavia tra essi e la genia dei Belpietro&Ferrara una differenza essenziale ed indipendente da prossimità o lontananze ideologiche: le loro forzature avvengono sempre cercando di tener ferma la verità fattuale. Per quanto sia noto che i margini di distorsione, anche in presenza di un medesimo fondo fattuale, siano grandi, tuttavia questo è un punto di discrimine che a me pare imprescindibile. Una cosa è litigare con qualcuno che ammette evidenze e criteri di evidenza, tutt’altro è litigare (o magari concordare) con qualcuno che tratta i fatti come accessorio sacrificabile dell’invettiva.

  18. Stefano Cardini
    mercoledì, ottobre 3, 2012 at 16:35

    La simmetria è appunto imperfetta. Ma è anche tipico di chi un’egemonia la subisce, impadronirsi solo in chiave minore delle sue tecniche ideologiche. E rischiare di uscirne magari sconfitto quando l’avversario, per motivi che ci si illude siano dipesi dalla sua populistica opposizione, recede. Ho i brividi al pensiero di che cosa sarebbe successo se, inondati quotidianamente dagli scandali del premier e dalle sue intemerate autodifese, la crisi economica non l’avesse tolto da Palazzo Chigi. Per riprendere un esempio “passato”: se l’idea craxiana che “una certa corruzione” fosse il male necessario per raggiungere l’obiettivo della modernizzazione non fosse divenuta egemone tra i giovani turchi che affossarono il Pci per il Pds, forse il seguito della storia sarebbe stato diverso. Tangentopoli ha tolto di mezzo il Caf, certamente. Ma quella ideologia “modernizzatrice” è rimasta e s’è ulteriormente degradata.

  19. Stefano Cardini
    giovedì, ottobre 4, 2012 at 18:49

    Sallusti in risposta alle giornaliste dell’associazione Giulia che hanno presentato un esposto nei suoi confronti e alle critiche arrivate dalla Fnsi per la mancanza di una rettifica dell’articolo che ha portato alla condanna. «Non accetto lezioni da giornalismo da quei cialtroni. Sono mestatori della politica, carichi di odio. Che facciano i giornalisti, forse non l’hanno mai fatto in vita loro. Non c’è stata rettifica, perché si può anche sbagliare in buona fede. È una cosa vecchia, i cui contorni non ricordo neanche bene». Da Lettera43.

  20. Stefano Cardini
    lunedì, ottobre 8, 2012 at 16:05

    Il battibecco tra la Repubblica e il Foglio che dà ulteriore lustro e credibilità al nostro sistema dei media. Leggere: Ma eravamo noi a orientare il Sismi (http://www.ilfoglio.it/singole/264) quindi la risposta (non firmata) di Repubblica, infine la replica del direttore de il Foglio: Il bue di Repubblica dà di cornuto all’asino del Foglio (http://www.ilfoglio.it/soloqui/15226). Il tema è chi si fa velinare di più dai servizi. Particolarmente gustoso questo passaggio del primo articolo di Ferrara, nel quale spiega il tenore dei rapporti tra il Foglio e il Sismi dell’epoca Pollari-Pompa: «Non una sola notizia (a noi le notizie fanno notoriamente un po’ schifo) di quelle a sbafo che danno talvolta procure o servizi nell’ambito di patti opachi. Niente. Diciamo che Rocca aveva assunto per competenza professionale la guida delle operazioni pro Bush e pro Sismi, contro la campagna di Repubblica, e il Sismi gli e ci veniva dietro, lusingandoci e divertendoci, dandoci qualche dritta di persone da consultare per ulteriori ricerche, e telefonammo a un numero ufficiale della Casa Bianca per avere una conferma imbarazzante per D’Avanzo e Bonini di cui non ricordo nemmeno il contenuto, adesso. Poi tutto finì e ne rimase un legame anche di collaborazione con Pio Pompa, figura deliziosa e acuta di spione onesto e intelligente e amico dell’occidente e di Israele, visto che lo avevano messo in mezzo vergognosamente, emarginandolo e affamandolo, con accuse inesistenti e un trattamento speciale da sempre destinato agli stracci che volano (parlo della mirabile operazione di rendition di quell’imam di Milano, fatta in collaborazione da Fbi, Cia e, voglio sperare, Sismi)».

  21. Stefano Cardini
    domenica, ottobre 28, 2012 at 10:17

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