Breve ma interessante excursus su meritocrazia e liberismo a cura di Roar (Return on Academy Research)

sabato, dicembre 1, 2012
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La parola “meritocrazia” fu coniata da un sociologo inglese laburista Michael Young agli inizi degli anni ’50. Il libro “L’origine della meritocrazia” fu pubblicato in italiano dalle edizioni di Comunità, di Adriano Olivetti.

È un libro di fantasociologia, in cui, dopo aver all’inizio fatto l’elogio del termine contrapposto alle varie aristocrazie e gerontocrazie dominanti, mostra le assurdità di una società in cui ricchezza e potere vengono distribuiti sulla base dei risultati scolastici e ancor peggio dei quozienti di intelligenza.

La casta che ne deriverebbe, secondo Young, sarebbe ancora più chiusa, impermeabile, escludente, delle vecchie caste a cui si contrappone.

In particolare la scuola finirebbe per rendere la selezione sempre più precoce concentrando sui pochi le eccellenze educative, ed aumentando a dismisura la selezione e la dispersione di quanti non si adeguano agli standard di intelligenza dagli stessi “intelligenti” definiti.

Sarebbe l’ora di restituire l’onore-magari ripubblicando il suo libro- a questo vecchio laburista, fiero avversario del blairismo, della progressiva acquiescenza della sinistra al pensiero unico neoliberista, e fatto passare da morto, grazie al titolo del suo libro più importante, “The rise of meritocracy”, uscito nel 1958, quasi come un anticipatore dello stesso, il precursore, attraverso la scoperta della meritocrazia, di una società in cui i valori del mercato e della competizione avrebbero impregnato di sé ogni aspetto della vita sociale, a cominciare dall’istruzione.

(continua la lettura sul sito di Roar)

Un commento a Breve ma interessante excursus su meritocrazia e liberismo a cura di Roar (Return on Academy Research)

  1. Andrea Zhok
    domenica, dicembre 2, 2012 at 14:00

    Riportato da Roars:

    “Un’analisi interessante, ma l’autore mi consentirà una critica benevola.
    Premesso che condivido istintivamente simpatie ed antipatie dell’autore, temo che la sua analisi metta un po’ troppa carne sul fuoco ed usi in modo un poco generico la ‘meritocrazia’ come chiave di lettura di un gran numero di sviluppi sociali e pedagogici, senza davvero sostanziarne l’argomentazione se non in modo suggestivo. Fin qui poco male, si dirà, dopo tutto questa non è una sede prettamente ‘scientifica’ (ROARS non è ancora una rivista scientifica, dicono all’Anvur…). Ma per chi ha memoria diretta, o mediata dai libri, dei grandi dibattiti sull’eguaglianza del ’900, questa analisi corre il rischio di mescolare quantomeno due tesi che nella tradizione della sinistra storica sono state profondamente distinte.
    Da un lato vi è la tesi, sostenuta da Marx e compatibile con tesi ‘liberal’ illuminate, come quelle del Walzer di ‘Spheres of Justice’, dove il problema fondamentale della diseguaglianza in un ordinamento capitalista sta nella doppia dinamica di gerarchizzazione economica ed esclusione sociale. La gerarchizzazione economica, ed in generale ogni diseguaglianza economica, tende, in regime di libero mercato, a divaricarsi naturalmente giacché il miglior predittore di successo economico è la disponibilità di un capitale pregresso. Al tempo stesso la capacità del denaro di trasformarsi (in assenza di specifiche limitazioni) in ogni altro bene e servizio tende a far sì che la semplice disponibilità economica possa distorcere e sostituire ogni altra forma di riconoscimento di merito. (Per assurdo, un vecchietto nano, bruttino anzichenò, e dotato di un umorismo da Bagaglino, grazie alla sua sola disponibilità economica potrebbe divenire un uomo riconosciuto come potente, spiritoso, arbiter elegantiarum, amato dalle donne, venerato dal popolino, rispettato dagli altri potenti e pieno di amici da invitare alle sue cene eleganti. Per assurdo, si intende.)
    Il primo problema sollevato da Marx in senso egalitario è dato dal fatto che la disponibilità economica in un sistema di libero mercato distorce ogni altra forma di riconoscimento (e dunque ogni altra forma di ‘merito’). E ciò rappresenta un problema proprio perché Marx assume come antropologicamente imprescindibile che gli individui vengano giudicati per ciò che meritano. E’ poi importante che il merito riconosciuto non venga a tradursi automaticamente in altre forme di potere (merito-crazia), e che quando tale trasformazione avviene, i suoi effetti siano contenuti da altre forme di controllo (democrazia), evitando l’irrigidirsi in un’aristo-crazia (aristoi = i ‘migliori’).
    Ma il buon Marx è invece stato sempre estremamente diffidente nei confronti di quel tipo di egalitarismo livellatore, che lui riconosceva in alcune forme di comunismo utopistico, e che peraltro ebbe non poco successo nel corso del XX secolo, paradossalmente proprio sfruttando la scia del comunismo marxiano. Questa seconda lettura dell’egalitarismo, per cui invece che lasciare Larry Bird giocare a basket in pace era giusto farlo giocare correndo sulle ginocchia, perché madre natura era stata ingiusta con tutti gli altri, è stata sciaguratamente diffusa e ha contribuito non poco alla denigrazione dell’egalitarismo.
    Ora, nell’analisi di Ranieri qui sopra manca un chiarimento della natura divergente di queste due istanze di egalitarismo, e senza un chiarimento essa presta il fianco a critiche fin troppo facili in cui Milton Friedman e Antonio Gramsci si troverebbero inopinatamente dalla stessa parte della barricata. Fossi stato nei panni dell’autore mi sarei cautelato rispetto a queste interpretazioni.”

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